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Full text of "Archivio storico per le province parmensi"

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AT THE 



UNIVERSITY OF 
TORONTO PRESS 



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ARCHIVIO STOniCO 



PER 



LE PROVINCIE PARMENSI 



PUBBLICATO 



DALLA R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA 



NUOVA SERIE 



VoluìMk(I.T— Anno \90\-lfù3 



PARMA 

PRESSO LA K. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA 
1904. 



175' 

n.s. 

v: hù 



SEP 14 1964 



920320 




Parma, 1904 - Stab. lito-tipografico della Casa Editrice 
LITIGI BATTEI. 



ALBO DELLA H. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA 

PER LE PROVINCIE PARMENSI 



r Novembre 1901 

Sede di Parma 

Mariotti dott. comra. Giovanni, Presidente. 
Amadei dott. cav. Alberto, Segretario. 
Passerini dott. Giorgio, Tesoriere. 

I\1EMBRI ATTIVI 

Amadei dott. cav. Alberto, prechito. 

Bexassi dott. prof. Umberto. 

Brandileone prof. cav. Francesco. 

Capasso dott. prof. Gaetano. 

Capoto prof. cav. Michele. 

Casa dott. cav. Emilio. 

Costa dott. prof. Emilio. 

Mariotti dott. comm. Giovanni, predetto. 

Modona prof. Leonello. 

Passerini dott. Giorgio, }>redetto. 

Perreau sae. cav. Pietro. 

RóNDAXi uob. prof. Alberto. 

MEMBRI EMERITI 

PiGORiNi prof. comm. Luigi. 
Poggi comm. Vittorio. 
ToMMASiNi avv. prof. Gustavo. 



VI 

Sottosezione di Piacenza 

Tononi arcip. Gaetano, Vicepre sul ente. 

MEMBKl ATTIVI 

Grandi avv. cav. Gaetano. 
Marazzani conte cav. Lodovico. 
Nasallt Rocca conte Giuseppe. 
Piacenza mons. Pietro. 
Tononi arcip, Gaetano, pr edetto. 



Sottosezione di Pontremoli. 

N. N., Vicepresidente. 

MEMBRI ATTIVI 

Cimati cav. Camillo. 
Dosi march. Andrea. 
Restori dott. prof. Antonio. 
Sforza cav. Giovanni. 



SOCI CORRISPONDENTI 

Alvisi cav. Edoardo. — (Parma). 
Ambrosoli dott. Solone. — (Milano). 
Bologna avv. cav. Pietro. — (Firenze). 
BosELLi nob. comm. Antonio. — (Parma). 
Cerrettì sac. cav. Felice. — (Mirandola). 
Cerri Leopoldo. — (Piacenza). 
CoGGiOLA dott. Giulio. — (Venezia). 
Claretta bar. Gaudenzio. — (Torino). 
D' Ancona prof. comm. Alessandro. — (Pisa). 
Da Ponte cav. Pietro.. — (Brescia). 
Delisle prof. Leopoldo. — (Parigi). 



VII 



De Paoli avv. comm. Kiirico. — (Koma). 

Faccioli ÌDg. prof. cav. liaftaele. (Bologna). 

Faelli Emilio. — (Koma). 

Fea comm. Pietro. — (Roma). 

GlAKELLi Federico. — (Piacenza). 

GuiDOTTi prot. Camillo. — (Piacenza). 

Holdek-Eggek prof. Osvaldo. — (Berlino). 

Loria cav. Cesare. — (Pai-ma). > 

Magani mous. Francesco. — (Parma). 

Magni Gkiffi march, cav. Alessandro. — (Sarzana). 

Martini avv. cav. Antonio. — (Roma). 

I\ AZZINI dott. Ubaldo. — (Spezia). 

]\jENSi avv. cav. Luigi. — (Pianelle). 

Micheli dott. Giuseppe. — (Parma). 

Neki prof. cav. Achille. — (Genova). 

Pellegrini prof. Flaminio. — (Parma). 

Pflugk-Harttung dott. Giulio. — (Tubinga). 

Podestà mons. Luigi. — (Sarzana). 

Podestà avv. cav. Paolo. — (Sarzana). 

Professione i)rof. Alfonso. — (Novara). 

Ricci dott. Corrado. — (Parma). 

Ridolfi prof. Enrico. - (Firenze). 

Rossi prof. cav. Ltiigi. — (Bologna). 

Saccani arcip. Giovanni. — (Cadel bosco di Sopra). 

Sanvitale conte dott. Luigi. — (Parma). 

Schiafarelli dott. Luigi. — (Novara). 

Seletti avv. cav. umilio. — (Milano). 

Spinelli cav. Alessandro Giuseppe. — (Modena). 

Staffetti conte dott. Luigi. — (Massa). 

Tassoni dott. Celso. — (Rovigo). 



DEFUNTI 

Crescio Giovanni. — (Piacenza). 



SUNTO DELLE TORNATE 



R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LE PROVINCIE PARMENSI 



ANNO ACCADEMICO IGOO-l'iOl 



I. TORNATA — 5 marzo 1901. 

Il Presideute commemora il compianto socio cav. Giovanni Crescia ri- 
cordandone i meriti. 

Letto 1' invito del Comitato pel Congresso internazionale di scienze 
storiche da tenersi in Roma nell'anno venturo, la Deputazione aderisce 
unanime con riserva di nominare in seguito i suoi rappresentanti. 

È pure accolta favorevolmente la domanda del prof. Cugini per essere 
autorizzato a far riprodurre le tavole artistiche dell' opera di Michele Lopez 
« 11 Battistero di Parma * a benefìcio dell' Ospedale pei bambini. 



II. TORNATA — 11 aprile 1901. 

Si procede allo scrutinio delle schede per hi rinnovazione triennale degli 
«( Uffizi » a termine dell'art. 20 dello Statuto della Deputazione. 

La terna per la nmnina del Precidente (art. 21) risulta come segue: 

1. Mariotti dott. comm. Giovanni — 2. Casa dott. cav. Emilio — 
3. Tononi are. Gaetano. 

Per gli altri uffizi si ebbero i seguenti risultati: 

Araadei dott. cav. Alberto, eletto Segretario (rielezione) 

Passerini dott. Giorgio, eletto Tesoriere (rielezione) 

Tommasini avv. prof. Gustavo e Branditone prof. cav. Francesco, eletti 
Consiglieri del Consiglio Direttivo. 

Capasso prof. cav. Gaetano, ehitto Consigliere del Consiglio Ammini- 
strativo. 



bi legge r invito del Rettore dell' Università di Torino per le onoranze 
a Vincenzo Gioberti e la Deputazione delibera di farsi rappresentare dalla 
Presidenza della Società di Storia Patria di Torino. 

È iniziata la lettisra della meniorin del socio prof Capasso col titolo 
< 11 CoUeirio dei Nobili di Parma ». 



III. TORNATA — Il luglio 1901. 

Viene data lettura del K. Decreto in data 17 giugno p. p. col quale è 
confermato nella carica di Presi lente della Diiiutazione il dott. comni. Gio- 
vanni Marietti in conseguenza- della votazione fatta nella tornata i)recedente. 

Ultimata la lettura della menidria • Jl C-ollegio dei Nobili di Parma • 
il Presidente propone che sia pubblicata nelT '■ Archivio Storico • per la 
ricorrenza del III, centenario dell'istituzione del Collegio. La Deputazione 
approva, compiacendosi di partecipare in tal modo alla festa di un Istituto 
che ricorda i fasti della coltura del'a città di Parma 



MEMORIE 



; 



IL COLLEGIO DEI NOBILI 

DI PARMA 



MEMORIE STORICHE 

IJiibblicdte nel terzo centenario dalla sua fondazione 
(28 ottobre 1901) 



AVVERTENZA 



Uaauccio l Farueso foudò ìq Parma iiu istituto di istruzione 
e di tìducazioue, che, aperto ai 28 ottobre IGOl col uome di 
Collegio dei Nobili, ebbe per oltre a due secoli vita prospera e 
grau fama. Ma, dopo quel tempo, uoq rispondendo più un sif- 
fatto Collegio alle condizioni nuove dello stato e della società, 
la duchessa Maria Luigia pensò di riformarlo. E, poiché era in 
Parma un altro istituto simile, il Collegio Lalatta, sorto il 1." 
novembre 1755, anch'esso, per le stesse ragioni, mal reggentesi 
da sé senza l'aiuto del governo, la duchessa riunì i due collegi 
in uno solo, cui diede ordinamenti nuovi, adatti ai tempi mutati, 
e che chiamò R. Collegio Maria Luigia. Il nuovo istituto, fon 
dato dalla benefica principessa, è stato ultimamente (1.° ottobre 
1896) convertito in Convitto Nasioiiale: onde poco gli rimane 
dell'antico Collegio Farnesiauo. Pur tuttavia, non potendosi ne- 
gare che a quello esso debba la sua prima origine, e cadendo 
in quest'anno il trecentesimo anniversario della sua fondazione, il 
Consiglio Amministrativo del Convitto volle solennizzare l'evento 
con speciali feste e con una pubblicazione, che, raccogliendo in 
una le memorie sparse, rinfrescasse il ricordo della rigogliosa vita, 
onde si allietò il Collegio nei secoli passati, e, oltre al compiaci- 
mento per. la gloria che fu, desse argomento a bene sperare nel- 
l'avvenire. Avuto di ciò notizia, la solerte e benemerita R. 

Akch. Stoe. Parm., 2.» Serie, I. !• 



2 IL COLLEGIO r);i NOBILI DI PARMA 

Deputazione di Storia Patria per le Provincie Parmensi subito 
deliberò di concorrere anch'essa alla commemorazione, accogliendo 
nei suoi atti il lavoro, anzi iniziando con esso la nuova serie del 
suo Archivio Storico. 

Ciò spiega l'origine e la ragione dell'opera. 

La quale pertanto sarà composta di quattro parti, che trat- 
teranno successivamente del Collegio dei Nibili, del Collegio La- 
latta, del Real Collegio Maria Luigia e del Convitto Nazionale 
Maria Luigia. Ma l'ampiezza dellurgomento, l'abbondanza della 
materia da raccogliere, vagliare ed ordinare, e, più che altro, la 
ristrettezza del tempo hanno persuaso a fermarsi per ora alla 
prima, quella che è offerta ai lettori nel presente volume. 

La narrazione è condotta in massima parte di su i docu- 
menti dell'archivio privato del Convitto, dell'Archivio di Stato e 
della Reale Biblioteca di Parma. A me è parso conveniente, e 
opportuno al fine, il lasciar parlare direttamente i documenti, 
quanto pili fosse possibile, aggiungendovi di mio solo il refe 
occorrente a cucire e tenere insieme, bene legati, i diversi pezzi. 
Il lettore dirà se mi è riuscito di dare un'idea adeguata di ciò 
che fu l'antico e glorioso Collegio Farnesiano. 

Mi si consenta, a ogni modo, di ringraziare qui pubblica- 
mente il Consiglio Amministrativo del Convitto (1) per l'onore- 
vole incarico affidatomi; la R. Deputazione di Storia Patria, e 
specialmente il suo degnissimo presidente, comm. dott. Giovanni 
Mariotti, per l'aiuto, offerto con tanta buona grazia; e tutti gli 
Egregi Amici, che mi hanno facilitato le ricerche, e in partico- 
lare il Direttore dell'Archivio di Stato, cav. dott. A. Amadei, e 
il Prefetto della R. Biblioteca, cav. E. Alvisi. 

Paruia, 28 Ottobre 1901. 

Gaetano C apasso. 

(1) Il Consiglio suddetto è composto dei signori: Cav. Clemente Or- 
talli, rappresentante del ministero, Avv. Giovanni Lusignani, rappr. della 
provincia di Parma, Avv. Nereo Basi, rappr. della prov. di Piacenza, Avv. 
Quintino Copelli, rappr. del comune di Parma, e Cav. Sem Callotti, rappr. 
della Finanza. Punge da segretario l'ecoaomo sig. rag. Giuseppe Mordini. 
Ne è presidente il Presid^i-Rettore del Liceo-Ginnasio e Convitto Nazionale, 
estensore del presente scritto. 



Capitolo Primo 



Il Collegio diretto dai preti secolari. 

Gii studi a Parma. — Ranuccio lei gesuiti. — Apertura 
del collegio nel imlazzo Bernieri. — Ordinamenti del 
1601 e del 1603. — 1 preti secolari alla prova. — Nuove 
trattative coi gesuiti. — Capitoli dell'accordo. 

Gli studi a Parma. — In fatto di studi Parma deve 
molto al suo Comune. Questo magistrato fu sempre pronto 
a favorirli, anche nei momenti più difficili, senza lasciarsi mai 
scoraggiare da ristrettezze finanziarie, o da spirito di oscuran- 
tismo. da pericoli esterni. Ma nella seconda metà del secolo 
sedicesimo trovò validi cooperatori nei Farnesi, divenuti duchi d 
Parma e Piacenza, con Pier Luigi, nel 1545. Vero è che no 
primi tempi, intenti a rassodare il dominio e a difendersi dai 
numerosi e potenti nemici, i Farnesi non solo non aiutarono 
anzi trascurarono addirittura le scuole (1). Ma ben presto, mi 
gliorata la loro condizione, tornarono alle tradizioni di famiglia, 
promovendo gli studi con amore e costanza. Primo a entrare 
neir arringo, in un tempo, in cui V istruzione era « trascurata, 
circoscritta in poche città, od inceppata nell" angustia d' alcuni 
chiostri e delle famiglie (2)», fu Ranuccio I, figliuolo del grande 
Alessandro. 

(1) Affò I., Memorie degli Scrittori e Letlerati Parmigiani. TuTma, 
ITSG-ITQT, I., Lviii. 

(2) Andrea Sabisi, Colìegii Parmensis Nobiliuvi Convictorum No- 
mendatura Uviversaìis cum notis hisforicis. 



4 



IL COLLEGIO DEI NOBILI 



Kanuccio 1 E I GESUITI. — Giovaue di caraiterfe cupo e 
diffidente, ma di ingegno svegliato ed amante dei buoni studi, 
aveva arricchito la mente di soda coltura sotto la direzione, prima 
del parmigiano Giovanni Ponzio, e poi del calabrese lano Pelusio 
da Cotrone. Paletto, nel 1586, Principe dell'Accademia degli Inno- 
minati, non accettò P ufficio soltanto di nome, ma prese parte 




attiva ed efficace ai lavori degli accademici, anche dopo P assun- 
zione al trono, sino al 1606, cioè sino a che le cure dello Stato 
glie ne diedero agio (1). Uno dei sei chiaroscuri a bronzo, lungo 
i fianchi della volta del Salone detto di Maria Luigia nella 
Biblioteca Beale di Parma, opera di Stanislao Campana, rappre- 
senta appunto una adunanza di quell'accademia, cui presero parte 
anche il Tasso e il Guarini, e che fu presieduta da Kanuccio 1. 
Per altro i libri e i maestri non spiegherebbero da soli il favore 
da lui accordato agli studi, se fosse mancata l'istruzione pratica. 
E questa egli acquistò principalmente fuori d' Italia nei molti 
viaggi che fece in Francia, nei Paesi Bassi e in Germania, sia 
militando col padre, sia per desiderio di vedere e conoscere nuovi 



(1) Affò, op. cH., IV, vii xii. 



DI PARMA 5 

paesi e costumi diversi; onde ijli fu facile persuadersi che anche 
di là delle Alpi, se i buoni istituti di istruzione erano pochi, 
quelli di educazione potevano contarsi sulle dita. 

Al !<uo tempo 1" istruzione e l'educazione dei giovani era 
in t'arma, come del resto anche negli altri paesi, in mano ai 
gesuiti. Organismo giovine e robusto e, per l'origine sua, intra- 
prendente e battagliera, la Compagnia di Gesù aveva già per- 
corso un buon tratto di quel cammino, che doveva condurla, 
prima all'egemonia delle animo e ni conseguente assoggettamento 
della coscienza e della volontà umana, e poi, per naturale con- 
trasto evolutivo, a promuovere contro sé stessa la ribellione della 
società 1 aica e l'uragano, che la spazzò via d'un tratto come 
leggera fogliolina in balìa del vento. A l'arma essa aveva preso 
Istanza sin dal novembre del 1564, ma non senza qualche con- 
Itrasto. Si rileva intatti dagli storici che i gesuiti non erano 
« in gran credito ne appresso la città né presso il duca Ottavio... 
Superate nulla di raeoo le difficoltà verso il duca, e vinto il 
ribrezzo della città per saggio maneggio di Gio. Fr. Sanvitali 
signore in allora di Sala.... e al duca Ottavio caro assai, » 
erano stati accolti in città. 11 Comune aveva loro assegnato l'o- 
ratorio di S. Kocco, edificato a spese pubbliche, nel 1528, in 
forma di croce con ottima struttura con cupola nel mezzo, ed 
affidato alla Compagnia di S. Giovanni Decollato (1) ; e il duca, 
alla sua volta, aveva regalato tre case contigue all'oratorio, dove 
poi surse il palazzo dell'università. L'avversione del Comune sparì 
ben presto. Ma esso volle che i gesuiti si obbligassero a fornire 
di otto professori le scuole dell'Università (2). 

Volendo pertanto Ranuccio I promuovere un rinnovamento 

degli sludi, mediante istituti e provvedimenti opportuni, non po- 

lt*eva non rivolgersi ai gesuiti. Erano consiglieri di sua fiducia il 

P. Benedetto Palmia, dotto e bravo, afferma il gesuita -Orazio 

Smeraldi, a predicare come a governare, e il P. Marco Gazzoni. 

(1) Al posto dtll'oratorlo scrive, poi, un grandioso tempio, cominciato 
nel 1737 e terminato nel 1754. 

(2) Sansevkrini e Mezzi, Notizie Storiche, p. 168. Codice mss. nell'Ar- 
chivio di Stato in l'arma. — Cfr. Sacchim, Historiae Soc. les.. Pars I, etc. 
lib. VITI. 



6 II, COLLEGIO DEI NOBILI 

che lo stesso Smeraldi descrive grande, complesso, ben formato, 
spirante grazia, decoro, maestà; molto ben veduto dal principe 
ed « autore » dei favori, largiti ai gesuiti nella restaurazione 
dell'Università. 

Il nuovo ordinamento fu dunque opera dei gesuiti. Esso 
risale al 1599. In quest'anno i Padri cominciarono un corso di 
filosofìa nel palazzo Boselli, ora detto di S. Bocchino (comprato 
poi dal Comune insieme con quello della famiglia Cusani presso 
S. Francesco, ora sede dei tribunali, per le scuole di legge e 
per quelle teoriche di medicina). L'anno dopo vi aggiunsero gli 
insegnamenti di legge e di medicina, rimanendo nello stesso pa- 
lazzo Boselli. Ma più tardi li portarono nel palazzo Cusani, 
perchè, afferma lo Smeraldi, più tranquilli fossero lo studio di- 
retto dai gesuiti e quello dii-etto dai dottori secolari, « né gli 
uni fossero d'impedimento agli altri » (1). All'università cosi 
instaurata Ranuccio I concesse, nel 1601, privilegi amplissimi 
(2), oltre a un assegno in perpetuo sui suoi beni di r)000 duca- 
toni d'argento (3). Con che e con gli assegni largiti dal Comune 
per render possibile l'acquisto di ottimi professori, fu assicurata 
al nuovo studio vita prospera e gloriosa (4). 

Apertura del Collegio kel palazzo Bernieri. — Per 
altro lo sguardo di Ranuccio I non si arrestava entro i confini 
del suo minuscolo stato e neppure entro quelli più vasti dell'I- 
talia, ma spingevasi molto più in là, abbracciando un vasto di- 
seguo, quello di assicurare tali condizioni di utile e di comodo, 
che la rinnovata università diventasse un vero focolare di scienza 

{1) 0. Smeraldi, De' Principi e Progressi del Collegio de' Nohtli di 
Parma eretto dal SereniS^. Duca Bar uccio Vaìvio MI) CI. - Mss nella 
Biblioteca Reale di Parma, inserito nel Codice N 561, che contiene lo 
scritto ahoninio: Catalogo dei soggetti della C. D. G. stati Rettori del 
Coli, Ducale etc, e che noi, per brevità, chiameremo: Catalogo dei Ret- 
tori. — Cfr. Mariotti G., Sul pareggiamento della R. T^niversitn di 
Partila^ etc. Parma, 1886, pag. 29. 

(2) Sanctiones ac Privilegia Parmensis Gymnasii, etc.., Parn a, Viotti 
1602 e 1611. 

(3) Cavagxari, Fasti dellti Università di Parma. Tarma.., Ai\orn\,\814. 

(4) Mariotti, oj!. cit., p. '28. 



DI PAKMA 7 

capaci; di attrarre a so gli studiosi di ogni paese e di irradiare 
ben lontano la sua luce. Occorreva perciò un largo concorso di 
giovani nobili, nazionali e forestieri, ed occorreva anche otfrir 
loi'O in città conveniente dimora, mantenimento ed assistenza. Di 
qui l'idea di un collegio per soli nobili, i quali, liberi da legami 
esterni, potessero in esso, non solo compiere gli studi necessari, 
, mii anche ricevere la educazione conveniente alla loro condizione 
I sociale. Fermato questo disegno, il duca, dopo aver indarno ten- 
tato, per far presto, di trasportare da Bologna a Parma il Col- 
legio Anearano, licorse per aiuto ai gesuiti. Ma il Palraia, che 
anche qui troviamo suo principal consigliere, ne lo dissuase, 
avvertendolo che h Compagnia non accettava «• somiglianti 
cariche, travagliose al maggior segno » ; che tre congrega- 
zioni generali avevano consigliato non solo di non aprirne di 
nuove (salvo casi eccezionali, nei quali tutto era rimesso alla 
prudenza del generale jn'o tempore), ma, potendo, di liberarsi 
anche di quella che avevano a Roma (1). 

Allora egli si rivolse ai conservatori dello Studio. Erano 
costoro il dottor Marcello Prati, il cavalier Bartolomeo Dalla 
Rosa, Ludovico Canossa e Gjrolamo Balestrieri, i quali subito si 
misero all'opera. Disegno originario del duca era di accogliere 
nel vagheggiato nuovo collegio soltanto giovani nobili, che at- 
tendessero a studi superiori, come usava a Bologna e altrove. 
Ma poi ne smise il pensiero, essendo facile prevedere che, ristretto 
al solo studio universitario, il collegio non avrebbe potuto mai 
essere molto numeroso. Una difììcollà non piccola fu la scelta 
del locale. Sul principio era parsa adatta la casa Lalatta, « co- 
me ampia assai e capace, » ma vi si rinunziò a causa della sua 
lontananza « niente mediocre » dalle scuole pubbliche. In ultimo, 
dopo molto cercare, fu scelto il palazzo dei Bernieri, attiguo alla 
chiesa abaziale di S. Marcellino, posseduto allora dal card. d'A- 
scoli dello stesso cognome (2). Vuoisi che in quel luogo sorgesse 
anticamente il foro romano. Certo è che ivi, quando, nella prima 
metà del secolo passato, fu demolita una parte deiredificio, si 



(1) 0. Smeraldi, op. cit., pp. 5-9. 

(2) 0. Smeraldi, op. cit., pp. 3-4 e p. 96. 



8 n. COLLEGIO DEI NOBILI 

rinvennero molti lucleri e oggetti antichi (1). 11 palazzo Beruieri 
aveva allora tre porte: la prima, clie era anche la maggiore, a 
nord; la seconda, anche a nord, rustica, imboccava la strada di 
S. Rocco, e dava il passo ai carri per uno « strettino » o vi- 
coletto, chiuso, a levante, dal muro della sala, adoperata poi a 
refettorio, e, a ponente, dal muro di un orto della congrega- 
zione di S. Brigida, e terminante in un cortiletto; la terza a 
levante. L'interno, al piano inferiore, era composto di tre cortili, 
dei quali i primi due circondati per tre lati da un loggiato, e 
tutto libero il terzo, detto di S. Marcellino, perchè posto di 
fronte alla chiesa di tal nome. 11 piano superiore aveva locali, 
se non numerosi e molto ampi, sufficienti per altro e adatti 
all'uso, cui venivano destinati. Quivi ai 28 ottobre 1(301. sotto 
la invocazione di S. Caterina, scelta a protettrice, ebbe vita il 
Collegio dei Nobili di Parma, accogliendo il primo allievo nella 
persona del padovano Alessandro Lazaro (2). 

Ordinamenti del 1601 e del 1603. — L'ordinamento dato 
a questo nuovo istituto si desume dalle « Kegole et Ordini » 
pubblicate per le stampe lo stesso anno 1601 (o). 

Condizione sine qua non dell'ammissione era la nascita no 
bile. Dovevano poi gli ammittendi essere obedienti e costumati, 
mostrare intelligenza e attitudine agli studi, non superare i 20 
anni di età e non averne meno di dieci, cioè in grado di essere 
inscritti in una delle scuole. 

Frequentavano lo studio pubblico. Ma in casa avevano ri- 
petitori, ai quali dovevano ogni giorno, in un'ora stabilita, ripe- 
tere le lezioni ; e pure ogni giorno, prima di recarsi a scuola, 
dovevano mostrare al ripetitore i lavori scritti assegnati nella 
scuola. Parlando tra di loro, nelle ricreazioni, erano obbligati ad 
usare la lingua latina. Gli scolari di umanità avevano ogni mese 

(1) Malaspina C, Nuovo f/nida dì Parma. Panna. (ìrazioli, 18(39, 
pag. 143. 

(2) Smeraldi 0., op. cit., pp. 3-4 e 97-98. 

(3) Regole et Ordini dei Collegio de Nobili Convittori di Parma, 
eretto da S. A. Serenisi, sotto Ut sua protettione. - In Parma, appresso 
Erasmo Viotti. IGOI 



DI PARMA 9 

UH coiniioniiiieiito in collegio, che era poi letto (.• corretto jnihhli- 
caineDte, con accompagn.imeiito di lodi o biasimi, secondo il 
merito o il demerito. Ogni anno aveva luogo una solenne pre- 
miazione. Private e pubbliche dispute, accompagnate da meritati 
premi ed onori, erano anche imposte :i chi attendeva a studi 
superiori. 

Ai convittori era raccomandata sopra tutto la « modestia 
de" costumi e portamenti... in modo che essendo essi nella virtù 
specchio degli altri scolari, tutti intendessero perché il Duca li 
aveva sotto la sua protezione ». Né mancavano, s'intende, pre- 
iscrizioni prec'ise per le pratiche religiose. 

Dovevano vestir di nero, senza seta, ma come si conveniva 
\a gentiluomini. Uscendo collegialmente, per andare a scuola o a 
I qualche accademia, dovevano portare le zimarre. 1" inverno di 
i panno., l'estate di roba nera leggieia. con bottoniere dinanzi sino 
ai piedi e, nelle maniche, spezzate in mezzo, all'usanza dei Xo- 
' bili. Uscendo invece per diporto, dovevano avere il ferraiuolo o 
I tabarro. In ogni caso « per la decenza di persone nobili » erano 
i accompagnati da un prefetto, o da un cameriere. 

La retta annua era fissata in 84 ducatoni (il ducatone, 

' come si rileva dallo Smeraldi, equivaleva allora a L. 7,10) da 

pagarsi anticipatamente di sei in sei mesi: ma nella retta non 

erano comprese le spese per libri, letti, biancherie, vesti e lezioni 

di musica, canto, ecc. 

Era prescritto che i convittori vivessero in camerate « di- 
stribuiti secondo l'età, o studij, o secondo il giudicio del Supe- 
riore ». Ma sul principio non pare che questa, come altre pre- 
scrizioni, fossero o potessero essere osservate, perchè, come si ri- 
leva da una carta dell'Archivio di Stato parmense, quando il 
collegio era già aperto da qualche tempo, uno dei superiori rac- 
comandava di ordinar le camerate prima che aumentasse il nu- 
mero dei collegiali, per poter dividere i grandi dai mezzani e 
dai piccoli e assicurare la sorveglianza; suggeriva di tener di- 
stinti i luoghi di ricreazione: inculcava molta oculatezza nella 
scelta dei prefetti, dei ripetitori e degli altri officiali : consi- 
gliava di stabilire « una ragione di vitto tanto nella quantità, 
quanto nella qualità », perchè non si avesse ne eccesso né difetto 



lo Uj collegio dei nobili 

sia nel vitto sia nella spesa; e infine dimostrava la necessità di 
avere in colle.iii'io un maestro per quei giovanetti, i quali, essendo 
troppo indietro negli studi, non potessero frequentare le scuole 
pubbliche (1). 

Con l'ordinamento del 1601 il Duca aveva voluto provve- 
dere all'utile e al comodo dei giovani nobili, « che o a lettere 
humane attendessero, o si applicassero alli studj di Filosofìa =». 
Due anni dopo estese questo benefìcio a coloro clie studiassero 
i leggi, erigendo un secondo collegio <c dei Nobili Convittori Le- 
1 gisti » (2), per i quali presi-risse norme, in parte identiche a 
quelle del primo collegio, in parte diverse. Così, p. es , il collegio 
dei legisti era messo sotto la protezione dell'Annunciata e i 
convittori potevano rimanere in collegio cinque anni; oltre al 
provvedersi a proprie spese di libri, mobili, etc, pagavano nove 
ducatoni il mese, a trimestri anticipati; andavano a scuola tutti 
insif^rae, ma senza essere accompagnati ; uscendo per altre ra- 
gioni, erano accompagnati da un servitóre, o andavano a 
gruppi di tre o quattro insieme; di regola, non uscivano di col- 
legio, la mattina, prima del far del giorno e non rimanevano 
, fuori, la sera, oltre il segno dell'Ave Maria; vestivano a piacere, 
I « moderatamente però et senza oro »; avevano anche maestri 
ripetitori, e, nei giorni nei quali non si leggeva nello studio pub- 
blico, una lezione privata in collegio; ogni quindici giorni, o difen- 
d evano conclusioni delle mateiie studiate, o facevano una lezione; 
quattro volte l'anno davano saggi accademici. Era loro proibito 
assolutamente di « introdurre donna alcuna dentro la casa del 
collegio, anco sotto specie di parentela ». 

Non si sa con certezza se i due collegi fossero uniti o se- 
I parati, e quali relazioni intercedessero tni loro. È a ritenersi 
però che fossero come due sezioni dello stesso istituto, intese a 
render possibile Fammissione di giovani nobili d'ogni età e la - 
loro permanenza in collegio sin > al compimento degli studi 
universitari. Era un istituto né esclusivamente di istruzione se- 

(\) Archivio di Stato in Parma. Busta: Collegio de' Nobili^ 1600-1784. 

(2) « Regole et Ordini del Collegio de' Nobili Convittori Legisti di Parma 
eretto do S. A. Sereniss. sotto la sua protettione. In Parma, per Erasmo 
Viotti, 1603 ». 



DI PARMA 11 

I condaria, né esclusivamente di istruzione superiore, ma l'uno e 
l'altro insieme. Del resto durò poco e non metterebbe conto in- 
sistere nelle ricerche. 

I PRETI REGOLAFii ALLA PROVA. — Ebbe la direzione am- 
ministrativa del collegio de' Nobili il Balestrieri, che già 
disimpegnava lo stesso ufficio all'università, e quella didat- 
tica e disciplinare il canonico Don Giovanni Linati, che fu 
più tardi vescovo, prima di Borgo San Donnino e poi di Pia- 
cenza: uomo di molta prudenza e dotto nel diritto civile e 
canonico, sì che meritò d'esser costituito arbitro delle vertenze 
che il duca di Toscana aveva col vescovo di Parma sopra i 
confini di certi feudi della mensa episcopale, e che egli compose 
con sodisfazione d'ambedue le parti litiganti (1). Ma il Linati 
non aveva dimora nel palazzo del collegio, onde sia per questo, 
sia anche per ragioni d'ordine generale, si pensò di dargli in 
aiuto un vice rettore o prefetto, che fosse persona molto accorta 
e fidata, che non « lasciasse correre > e che nello stesso tempo 
fosse « ben unita col superiore et molto dependente da lui » (2). 
Non pare per altro, uè che sia stata facile la scelta, né che 
i prescelti abbiano risposto alla fiducia in essi posta; che al 
primo vice rettore D. Paolo Artuso, parmigiano, rettore di 
S. Stefano, seguirono dal 5 marzo 1G02 al 1 giugno 1604, 
altri quattro: D. Benedetto Eubino, D. Stefano Cavalieri, D. Lu- 
dovico Bianchi da Sissa, dottore in teologia e arciprete di S. 
Pancrazio e D. Francesco Avanzini, parmigiano, già maestro 
dei paggi del duca (3). Tanto è vero che sempre le stesse dif- 
ficoltà e gli stessi problemi hanno affaticato in ogni tempo, alla 
stessa maniera, chi volge le sue curo alla educazione dei giovani. 

Nuove trattative con i gesuiti — La prima prova non 
ì fu incoraggiante. 11 numero degli alunni non era quello spe- 
irato, e il governo del collegio andava male. 11 duca, scrive lo 

(1) Allodi G. M., Serie cronologica dei vescovi di Parma. Parma, 
Fiaccadori, 185fi, II., 147. 

(2) Archivio di Stato in Ti\ìm?i. -'B\ì?.\&: Collegio de' Nobili, lGOO-17 84. 

(3) 0. Smeraldi, op. cit.. pp. 4-5. 



12 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

SmoraUli, uvevu « lua^giori noie nel conteiien.' in officio quella 
,L,Moveiitù 1)01- il fino i)roposto,si cliu noi i^overno shisso delli hiioì 
stati » ; perche rautorità e la forza non bastano, ma occorrono 
tatto e avvedutezza. E questo non manca ai gesuiti, le case dei 
(|nali sono in fiore da per tutto, quantunque assumano la edu- 
cazione dei giovani « per solo amore del servizio che si presta 
(al Signor Dio ». Pensò il duca di scrivere al P. Acquaviva in 
Koma per ]iregarlo di toglierlo dairimi'iccio; ma quegli si scusò. 
Keiilicò il duca, ricordando le amirhevoli relazioni, ch'erano stato 
fra loro due altre volte, ma indarno. Allora mandò a Koma 
Alessandro Orsi, suo primo segretario di stato, uomo accorto e 
I pratico di affari, perchè, d'accordo col cardinale Odoardo Farnese, 
' suo fratello, inducesse l'Acquaviva a cedere. A tante insistenze 
non si poteva onestamente resistere piti a lungo. E il P. Acqua- 
viva, piegandosi, mandò al duca un suo rappresentante per 
trattare. 

La somma delle istruzioni, date dal Generale dei gesuiti al 
suo agente, era questa. Assicurasse, anzitutto, che il rifiuto an- 
teriore era da attribuirsi non a mal volere, ma a difficoltà real- 
mente esistenti, le quali, volendo egli far servizio al duca, cer- 
cherebbe di rimuovere. Dichiarasse esplicitamente che la Com- 
pagnia assumerebbe la direzione del collegio in prova per un 
anno solo, con quattro o cinque padri, riservandosi di continuare 
di cessare, secondo che consiglierebbe la esperienza di quel- 
Panno, Chiedesse poteslà piena nella amministrazione, nella am- 
missione (limitata Ira gli undici e i venti anni) e nel licenziamento 
dei giovani, nella scelta dei religiosi, nella nomina dei prefetti 
etc. « non permettendo S. A. che altri, come si costuma nelle 
Corti, vi si intrometta con favori », per mutare gli ordini dei 
superiori. E chiudeva così: « Finalmente suplicarà S A. da mia 
parte che si degni dar compimento alla fondazione della già 
cominciata università, con dichiarare nella sua patente fiotta alli 
5 di dicembre 1002, che fa pagare quei due milla Ducatoni 
per parte di fondazione, nel modo che può la Compagnia accet- 
tare simili enfiate, e non per via di stipendio, e sopra tutto che 
siano ben fondati, acciò non stentino ad esigerli, come per il 
ptassato; assicurandoci di averla ad aumentare pier l'avvenire. 



DI PAR.MA 13 

sinché arrivi ad avere a mautenere quel numero di soggetti, che 
richiede una Università intiera secondo la formola della quinta 
Congregazione, mandata a S. A., che prescrive numero di cento 
persone » (1). Questa ultima condizione era poi, durante le 
trattative, chiarita facendo osservare che la fondazione (assegno 
pecuniario) dell'università eia strettamente connessa con la dire- 
zione del collegio, perchè la Compagnia doveva giovarsi in questo 
dell'opera di alcuni padri dell'università, non potendo adoperare 
persone novizie o inesperte. Posto ciò, la sostituzione del titolo 
di fondazione a quello di stipendio o limosina non porta danno, 
anzi giova, « così la Compagnia si chiamerà soddisfatta, senza 
che per hora S. A. sborsi niente di piti » (2). 

L'accordo non fu difficile, anche perchè tutt' e due i con- 
traenti volevano venire a una conclusione pur che fosse. E però 
ai 27 gennaio 1(504 furono firmati i seguenti venti capitoli, che, 
salvo poche modificazioni, contenevano tutte le condizioni deside- 
rate dai cresuiti. 



Capifoli fermati fra il serenissimo sig. Buca di Parma, ed il 
M. B. P. Vergiìio Cepari della Comp.^ di Gesù in nome 
del Rev.mo P. Generale della Compagnia mandato a deità 
Altezza sopra T accettazione e governo del Collegio dei Nobili 
di Parma. 

1. Che il Governo di quel Collegio sia intieramente della 
Compagnia. 

2. Che la Compagnia possa levare e porre quei Eeligiosi, 
che dovranno assistere a quel governo. 

3. Il dar luogo nel Collegio alli Giovani se lo riserva S. A. 
per se, e suoi Eredi. 

4. Che siano nell'entrare d'P]tà di undici anni in su e qua- 
tordeci in giù. e vi possano stare sino alli venti anni, e non più, 
senza nuova dispensa di S. A. e consenso de Padri. 

(1) 0. Smeraldi, op. cit. pp. 6-11. 

(?J Archivio di Stato in Tarma - Pni-^ta: Collegio de' Nobili, 1600-1784. 



14 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

.■"). Clic siano Giovani docili ed inclinati alla Pietà CristiaDa, 
disciplinabili, e (|uieti e studiosi. 

(). Che non possano andare ad altre Scuole, che a quelle 
del Collegio de Padri. 

7. Che dalli Padri dovranno essere esaminati e governati 
negli Studi, e distribuite loro le Classi come a' Convittori del 
Seminario di Eoma si fa. 

8. Che nell'entrare siano almeno abili per la prima Scuola 
di Grammatica. 

9. Che bisognando licenziare alcuno di Essi discolo, o in- 
quieto, per altro inabile e dannoso al Collegio, i Padri lo pos- 
sine fare ; anzi questa cura tutta sia loro totalmente. 

10. Che niun altro, eccetto li Padri, s'intrometta in detto 
Collegio, particolarmente per intercedere. 

11. Che S. A. proteggerà e darà il suo favore ed il suo 
braccio ad ogni bisogno per il bene di detto Collegio e suo Go- 
verno. 

12. Che la Compagnia possa porre e levare à suo arbitrio 
le persone necessarie al servizio di detto Collegio, come Kepeti- 
tori Prefetti di Cammera, ed altri Officiali, e Servitori salariati, 
e questi tutti devono dipendere dai superiori di quel luogo. 

13. Che il carico di riscuotere, spendere e provvedere, e 
l'amministrazione di tutto il temporale sia dato ad un secolare 
soggetto e subordinato in ogni cosa al Rettore di quel Collegio, 
da cui li sarà ordinato quello, che avrà da fare nelle spese or- 
dinarie e straordinarie, 

14. Che si rimetta al P. Generale di determinare in che 
modo s'abbia da amministrare il Temporale, acciò la Compagnia 
non possa essere mai calunniata, che Ella riceva guadagno ve- 
runo, e che volendo perciò un Depositario Gentiluomo, S. A. lo 
darà, quale i Padri lo dimanderanno, se lo vorrà accettare. 

l-'j. Che come la compagnia non riceverà emolumento veruno 
cos'i non sia obbligata à darne conto. 

16. Vuole però S. A., che TAmministrazione dell'Entrate 
temporali sia libera ed assoluta dei Padri, senza che i Secolari 
ab bian parte nel maneggio; ma solo quelli Officiali, che i Padri, 
vi porranno a loro arbitrio. 



DI P.\KM\ 15 

17. Che dal gionio clie eutreiaiiiio li Padri al goveruo, da 
lì iuauzi tutte le dozzeue, che audaiaiiiio pagate, siauo pagate 
in mano del Depositano nuovo à disposizione de' Padri e tutto 
il Danaro che avrà già ricevuto il Depositario della comunità 
dalli Convittori, per quali essi resteranno creditori dal dì dell'in- 
gresso dei Padri all'iuauti, si consegneranno in contanti ai detti 
Padri overo in tante robbe da vivere alli prezzi, che sono costate 
alla Comunità. 

18. Che S. .\. farà imprestare dalla Comunità i mobili, che 
ora vi sono per tre ò quattro onni. 

19. Che come se l'eutr.ite avanzassero si spenderebbero tutte 
per benefìcio di detto Collegio, senza che i Padri ne riceviuo 
emolumento veruno; così quando si riconoscerà con la revisione 
de' conti che non fossero b.istanti per le spese, S. A. non in- 
tende che i Padri ci abbiano à rimettere niente del loro; ma 
farebbe in tal caso provedore per altra via al necessario : se bene 
si spera dal buon governo ed economia de" Padri, che siauo per 
bastare le Entrate. E per questo fine S. A. si ofterisce a far 
grazia in tempo che vorranno fare le prò visioni grosse de grani, 
ogli, vini, ed altre cose necessarie di fare che il Governatore dia 
licenza alli Padri di poter comprare in quei luoghi, ove vi fosse 
la proibizione per quelli dello Stato. 

20. Si contenta S. A. che il governo di detto Collegio li 
Padri lo piglino a prova per un anno governandolo à modo loro 
e che non riuscendoli, possino liberarsene, se bene si spera, che 
ciò non succederà, e che potranno servire S. A. Seren. conforme 
ai molti oblighi, che i Padri confessano d'avere con la sua Sere- 
nissima Casa, e con S. A. in particolare, la quale protegerà «^ 
favorirà sempre ed i Padri ed i Convittori di detto Collegio con 
particolar cura. 

In Piacenza questo dì 27 Gennaro 1604. 

Ranuccio Farnese (1). 



(1) Questi capitoli furono pubblicati dal Sabini nella sua Nomenclatura. 
Una copia, autenticala per mano tlì notaio, si conserva nell'Arcliivio del 
Convitto. 



16 Hi COIJ.EGIU IJEI NOBILI 



Capitolo Secondo 



Il Collei^io cluraiito il principato di Ranuccio I Farnese. 

Sfeinina del co!/e;//o. — Ordinaincitto degli stadi. Esercizi ca- 
vallereschi. Saggi del profitto negli stadi. — Locali e 
oilleggiatiire. Condizioni finanziarie. — Protezione e fa- 
vori del daca. — Privilegi concessi dal Sovrano al collegio. 

Stemma dei. Oollegiu — Siiireutnire del mese di giugno 
del 1604 fecero i gesuiti il loro primo ingresso nel collegio, pur 
rimanendo la direzione nominale al Linati sino alla line di luglio. 

Erano cinque: il P. Antonio Giugno, bresciano, rettore: il 
P. ;\Iatteo Grallicciuoli, bres'iano, ministro (oggi si direbbe cen- 
sore, vice rettore) : il P. Girolamo Ferrari, confessore : e due 
fratelli, Maurizio Erbolano bolognese, portinaio, e Giovan Bat- 
tista Morelli, ferrarese, infermiere e soprainteudente alla dispensa, 
alla cucina, alla cantina e al refettorio (1). 

Di questi primi tempi le notizie non sono abbondanti. È 
certo però che il collegio visse prospero, perchè i gesuiti, non 
solo non si ritirarono dopo 1' anno di prova, ma vi rimasero 
sempre, anzi cercarono di ritornarvi anche dopo che ne furono 
allontanati nel 17(58. E vi ritornarono difatti, come si vedrà, 
sotto altro nome e, forsts adoperando mezzi non del tutto lode- 
voli, sino a che ne furono sfrattati per sempre dall'amministra- 
zione francese. 

Come simbolo di laboriosità ebbe il collegio per impresa i 
gigli azzurri dei Farnesi e un alveare, posto nel mezzo di ameno 

(I) Smeraldi, op. ciL, p. !(ì. 



DI PARMA 



17 



ifiariliuo, al quale si atìollaiio iutoriio a stuolo le api. Fu scelto 
il iiiotto tantiis amor fìoniDi, tolto dalla Georgica, là dove Vir- 
gilio parla delle api, volendosi alludere alla protezione del duca, 
dalla quale allettati ac'^orrevauo i giovani. Poi, per esprimere 
che questi uoa lavoravano soltanto per sé, ma anche per decoro 
delle famiglie e per il bene pubblico, o, i-ome vogliono altri, 
per essere state fatte sul motto osservazioni poco gradite, fu 




mutato neir altro : oobis afque aliis. « Né di impresa più degna 
di questa — scriveva verso la fine del secolo diciassettesimo il 
francese Lespiue — non poteva far scelta il Collegio dei Nobili 
di Parma per essere non dell' Italia, ma dell' Europa de' più 
Nobili ed eruditi, tanto per avere la prima gioventù di Germania 
e d" Italia, come per essere universale ne' suoi esercizi e letterari 
e cavallereschi » (1). 



(1) 0. Smeraldi, op. cit., p. 128. — Garoffi, Italia Accademica, 
Riraiai, 1688, p. 341. — E. Scarabelli-Zunti, Il Collegio di Santa Cate- 
rina, nel « Diavoletto » del 3 marzo 1872. — D. Ludovico Lkspine, Le 
leggi del Bilione^ et':. Milaao, 1679, p. 21 (citato dallo Scarabelli). — 
A. Sabini, op. cit., p. XI. Il quale ultimo, dedicando al principe la prima 

ASCH. Stoe. Pa£m., 2.» Serie, I. 2- 



18 IL COl-NKGIO DEI NOBU.I 

Ordinamento degli studi. — Dalle « Regole » e dalle 
« Informazioni », che si vennero pubblicando negli anni seguenti, 
si rileva che il duovo collegio era come il risultato della riu- 
nione dei due anteriori, fondati nel 1601 e nel 1603. Troviamo 
difatti le stesse prescrizioni per ciò che riguarda la pietà, ossia 
le pratiche religiose, i buoni costumi e il contegno da tenersi 
dentro e fuori del collegio : come anche identiche sono quelle 
che si riferiscono alle ripetizioni, al parlar latino, alle gare let- 
terarie e alle premiazioni. Era peraltro dichiarato il grado di 
nobiltà, richiesto negli Ammitteudi, i quali dovevano essere 
« capaci di una croce di Malta ». Era mantenuta la retta- a 84 
ducatoni, salvo le spese straordinarie personali, o per insegna- 
menti facoltativi. Era concessa la equitazione a quelli che stu- 
diavano tìlosotia, e aumentato il numero degli insegnamenti 
facoltativi, riferentisi alle arti cavalleresche. E anche per i ve- 
stiti e la biancheria si davano istruzioni molto precise, intese 
evidentemeute a concedere tutto il necessario, ma ad escludere 
il superfluo, affinchè l' istituto non avesse a perdere quella se- 
rietà di indirizzo, che di esso fu poi pregio singolare. 

Gli studi, come ci dice il capitolo settimo dell'accordo, erano 
ordinati secondo la tradizione delle scuole gesuitiche ed abbrac- 
ciavano, oltre agli insegnamenti del grado inferiore, la filosofia, 
le matematiche, la teologia e le leggi. 1 convittori frequentavano 
le scuole pubbliche de' Padri, ma ogni classe aveva in collegio 
un ripetitore. Nei primi anni i ripetitori, specialmente nelle classi 
inferiori, erano, per lo più, gli stessi prefetti. Ma questi ben 
presto furono sostituiti per ragioni didattiche e, forse, anche di- 
sciplinari, dagli scolari di teologia del collegio gesuitico di San 
Kocco. Nel 1609 ve ne erano cinque, dei quali due di filosofia 
e uno di retorica con la sopraintendenza degli studi minori. Né 
questo ufficio era di poco conto, perchè troviamo rettori, come, 

redazione della Nomenclatura, scriveva : Sic nimirum Apes tota pene di- 
xerim, Europa largiente^ hoc in Alvearium traduetae, in unum quodam- 
modo examen congeruntur^ ut qiiae diversis e fìnibus discretisque tem- 
porum inlervaUis huc devenere, Farnesio Jovi simul ociirrentes, una- 
nimes gratiarum smurrm^ uno, eodemque agmine modulentur. 



DI PARMA 19' 

p. OS., il P. Adorni (H)46-1650), che coinÌQCÌai*oao la loro car- 
riera nel collegio in qualità di ripetitori (Ij. 

Nelle « Regole » del 1(501 era detto : Per i maestri di 
suono, cauto, scrivere (calligrafia) e ballo « ognuno spenderà a 
suo gusto con saputa, e consentimento di chi li governerà » . 
A questi insegnamenti di belle arti se ne vennero aggiungendo 
in diversi tempi parecchi altri : fortificazioni, disegno, scherma, 
giuoco di picca, maneggio della bandiera, salto del cavallo, far 
conti, lingua francese, etc. ; tutte cose che « servono a perfe- 
zionare un cavaliere ». Però per ciascun maestro doveva ogni 
convittore pagare in piìi mezzo ducatone al mese (2). 

EsKKCizi CAVALLERESCHI. — Importanza speciale acquistò 
subito sin dai primi tempi l'esercizio del cavalcare, tanto che fu 
poi opinione generale che per la cavallerizza distinguevasi il 
lollegio di Parma da tutti gli altri collegi d'Europa, che si 
lasciava dietro d' un buon tratto. < Quando fu instituito da me 
il Collegio de' Nobili — leggesi in una istruzione di Ranuccio I 
— non tanto per accrescere il mio studio di Parma, quanto per 
allevare in quello Nobili con tutte quelle perfettioni che a No- 
bili, et Oavaglieri si convengono : ordinai, che non solo nella 
pietà, et nelle lettere fossero amaestrati ; ma che congiongessero 
anche con quelli altri essercitij propri] de Nobili, et necessarij a 
Cavaglieri per poter conversare con li altri con riputatione, et 
lode ; cioè il ballare, il schermire, et il cavalcare per solo quelli 
che studiavano filosofia; i quali parimente servivano accio che 
et alla pietà, et alle lettere attendessero con maggior accura- 
tezza, servendogli questi come per premio della diligenza in 
quelli usata ». 

Per alcuni anni gli ordini del duca, così chiaramente espressi, 
furono osservati, specialmente per ciò che si riferiva al cavalcare, 
« con gran progresso et accrescimento del Collegio, et conten- 
tezza dei Collegiali, et soddisfattioni de' parenti, et senza alcun 
disordine ». Gli alunni si recavano per questo esercizio alla ca- 

(1) 0. Smeraldi, op. cil., pp. 20, 82 e 86. 

(2) 0. Smeraldi, o|). ci/., p. 18. 



■JU II' COLLKOIO DEI NOBILI 

vallerizza ducale, accompagnati da persoua fidata, non tutti in 
una volta, ma a gi'uppi altei'nativameute, ed erano aniDiaestrati 
dal cavallerizzo del duca. Ma, parendo che questo andare e ve- 
nire dei convittori dal collegio alla cavallerizza ducale desse 
occasione a due inconvenienti: che cioè la mattina, in cui ca- 
valcavano, potessero perdere la lezione di filosofia, e che < con- 
correndo colà altri non collegiali, quella niischiauza » avesse a 
recare grave nocumento, a poco a poco l'esercizio di equitazione 
fu abbandonato, e furono trascurati anche gli altri del ballo, 
della scherma, eto. Probabilmente il duca, occupato da pensieri 
più gravi, non vi badò sul principio. Veramente egli stesso dice 
che lasciò correre, « non parche approvasse tal atti )ne : ma per 
potere poi toccato il danno et il disgusto di ognuno, di nuovo 
stabilir meglio, et insieme mostrare come il motivo.... fu molto 
leggero, et fondato sopra molto debole fondamento ». Comunque, 
ne fu dolente e, appena potò, cercò ristabilire le cose in pri- 
sfimwi. Trovata difficoltà nei rettori, si rivolse al generale del la 
Compagnia, incaricando della missione il P. Provinciale Carlo 
De Sandri, cui diede lunga e particolareggiata istruzione. Pre- 
messo essere il ballo « attione, et esercitio in se stesso bono 
per la salute del corpo e per la sveltezza della vita et farsi il 
giovine ben creato et garbato, » ed aver egli sempre provveduto 
a correggere gli errori e impedire le esagerazioni e gli abusi, 
dichiarava non comprendere come ciò non potesse convenire al 
collegio, solo perchè diretto da religiosi; senza dire che il col- 
legio non era dei religiosi, ma del duca. E soggiungeva : « Che 
scandalo può nascerne, o ne è nato ? Posso più tosto dire, che 
mentre tali eserciti] sono stati in Collegio, non solo il Collegio 
è fiorito molto, ma è stato sempre contento, in pace, senza risse, 
et discordie, et senza otio, et mentre si trattenevano in simili 
esercitij non davano luogo ad altri pensieri più molesti, che 
sono d'offesa di Dio : perchè alla fine li spiriti svegliati de' No- 
bili vogliono occupatione, et occupatione simile alla nobile natura 
loro ». Lo stesso si può dire della scherma, non utile alla salute, 
ma necessaria alla difesa; <c oltre che chi vele portare la spada 
come li più che vengono nel Collegio la portano, sono in obbligo 
di imparare ad adoperarla por servitio di Dio primieramente et 



DI l'ARMA 21 

poi per defesa della sua persona ... et se tale esercitio si deve 
eschidere dal Collegio perchè fa li uomiui idonei alla diffesa, et 
otfesa legitima, si deve anco escludere la matematica, nella quale 
si insegna fare le fortificationi, trincee, alloggiamenti, baloardi, 
altigliarie et simili cose militari et macchine et inventioni male (!) 
delle quali li huomini si possono servire con peccato contro il 
prossimo et particularmeute in guerre ingiuste.... L' ultimo eser- 
citio è il cavalcare, il quale non era comune al Collegio, ma 
proprio de" filosofi, et de più grandi, et quasi premio de" più 
diligenti ; et non si può dire quanti per arivare al cavalcare si 
sijno avanzati nello studio con riputazione delle scuole, et del 
Collegio, et quanto adesso languiscano in Collegio li studij mag- 
giori con il mancamento di così onorato esercitio ». Perchè si 
deve negare un tale esercizio ai collegiali, « persone della prima 
nobiltà d' Italia ?» E che pericolo può esservi pei collegiali se 
si recano e si esercitano là dove si recano e si esercitano i fi- 
gliuoli di tutti i nobili della città ed io vi mando « non solo 
li miei paggi, ma anco mio figliuolo ? » Dunque si ristabiliscano 
gli esercizi cavallereschi ed io « farò si che ogn* uno bavera da 
grandemente lodare anco li Padri che nel suo collegio habbiano 
cosi onorati eserciti] per trattenimento, et informatione della 
nobiltà più giovane..,. Se io coDO>ce5-si che fosse di servitù del 
Collegio non lo pro] orrei, ma perchè conosco che è gran servitio 
lo propongo et ne fo l'istanza sudetta » (1). 

La morte di Ranuccio 1, la minore età del successore e 
poi le calamità, che afflissero il ducato, fecero lasciare in se- 
conda linea la quistione degli esercizi cavallereschi e special- 
mente quello del cavalcare. Ma più tardi, come si vedrà a suo 
tempo, essa fu risolta nel senso voluto dal fondatore del collegio 
e le arti cavalleresche vennero in tanto fiore da far parere, o 
essere, persino eccessivo 1' amore con cui erano coltivate. 

Saggi pel profitto negli studi. — Del profitto negli studi 
cominciarono i convittori a dar saggi sin dai primi anni. Ab- 

(1) In^itrulione al P. Carlo De Sandri Provincùtle per reflerirla al P. 
Gev.trale deha Ccnìpcignia di Gesù. Archivio di Stato in Parma. Busta : 
CUeaio dei i\ohih'. 1600- i7' 4. — Cfr. anche lo Smeraldi, op. cit, pp. 18-19. 



22 IL COLLEGIO DRI NOBILI 

biamo difatti già in quel tempo le cosi dette (lifcsc, uelle quali 
iiou di rado i giovani, compiti i loro studi, davano effettiva- 
mente prova di dottrina, discorrendo con sicurezza e precisione 
di quistioni gravi e impoitanti. Nel collegio per altro non si 
ebbe subito un locale acconcio per queste esercitazioni : onde In 
funzione aveva luogo « ora nel Duomo come vaso proporzionato 
e capace al concorso, che sempre era pieno e qualificato con 
ogni onorcvolezza d' apparato e di musica, » ora in collegio nel 
primo cortile. Nel 1609 sostenne le sue conclusioni in duomo 
GioftYedo Marini, il primo dei genovesi accolti in collegio. Era 
presente il duca Ranuccio I, che fu molto soddisfatto e consigliò 
al padre del giovine di farle ripetere a Genova. Il consiglio fu 
seguito. E convien riconoscpre che non si trattasse di cosa di 
poco conto, perchè da quel momento il concorso dei genovesi al 
collegio di Parma fu notevolissimo e rimase sempre superiore a 
quello di altre « nazioni » (1), come ognuno può rilevare dalla 
Noììiencldtura del Sabini. E questo spiega la grande importanza 
data col tempo a siffatte funzioni, le quali, or assumendo questo 
ora quel nome, occupavano la massima parte del tempo dei 
convittori. Ne sarà fuor di luogo ricoixhire a tal jiroposito che il 
convittore Ottavio Torricelli, reggiano, raccolse in un libro k* 
conclusioni di tutta la filosofia del suo maestro, P. Pier Antonio 
Ravizza, che le difese in Reggio nel 1G16 (2). 

Importanza troviamo data sin dai primi temjà anche alle 
rappresentazioni teatrali, benché mancasse un vero teatro. Nel 
,1605 e nel 1608 fu recitata con grande pompa una tragedia: 
« Cristo » del P. Stefano Latino di S. Caterina. La rappresen- 
tazione ebbe luogo nel cortile presso la chiesa di S. Marcellino, 
luogo scoperto « combattuto da venti da pioggie e da ogn'altra 
intemperie di aria » (3). 

(1) 0. Smeraldi, op. cit, pp. 130-132. 

f2) 0. Smeraldi, op. cit., pp. 120-2. 

(8) Durante il ducato di Ranuccio I furono rettori: Antonio Giugno 
bresciano (1/6, 1604, 3/3 1605), Girolamo Furlani, veronese (14/'^ 1605- 
13/5, 1609 e 1» genn. 1611 -31/12, 1622), Candido Miari, bellunese (14/5, 
1609 - 14/11, 1609) e Antonio Barisoni, padovano (14 2, 1610 - 31/12, 
1611)- Neir intervallo tra il rettorato del Miari e «(uello del Barisoni supplì 
il r. M. Garzoni. 



DI PARMA 23 

Locali e villeggiature. — I progressi del collegio fu- 
rono rapidi, specialmente sotto la direzione del P. Girolamo 
Furiaci, che. due volte rettore, tenne il governo per 14 anni. 
Si può anzi dire che a lui è dovuto l'assetto stabile dell' Isti- 
tuto. Pochi anni dopo l'apertura si contavano oltre settanta 
convittori, e per alcuni mesi, nel 1610, essi raggiunsero il nu- 
mero di 98. Era perciò necessario ingrandire il locale, ormai 
troppo angusto. E il Furlani nel 1607 comprò dalle Convertite 
]un- lire P800 (delle quali furono pagate pel momento soltanto 
4000) una casa confinante a est col collegio, a sud con la pro- 
prietà del conte Ferdinando Cesis, a ovest con la casa di Orazio 
Cassia, a nord con quelle della confraternita di S. Brigida e di 
altri. Era una casa piccola, rozza e grossolana. Tuttavia in essa, 
mediante opportuni lavori, si potè far posto a tre delle sette 
camerate, che ebbe il collegio nel primo mezzo secolo di sua vita. 

Fu anche necessario provvedere una conveniente casa di 
campagna per la villeggiatura, tanto più che può dirsi che il 
Collegio dei Nobili nei primi anni vagabondò da uno in altro 
paese della provincia, implorando la cortesia di qualche proprie- 
tario. In quelle condizioni la villeggiatura si riduceva a una 
scampagnata di poche ore, perchè si trattava di case poco di- 
stanti dalla città, dove non era modo di passar la notte. Non 
solo neir autunno, ma anche durante l'anno scolastico nelle va- 
canze, così dette, ebdomadarie, gli alunni erano condotti in cam- 
pagna a squadre, di circa quattordici ognuna, alternativamente, 
jierchè tutti potessero giovarsene. 11 rettore Furlani prese in fitto 
a Marore la villa del conte Bernieri, che fu lasciata solo dopo 
parecchi anni, quando si potè avere a livello un orto nel Paullo. 
l\Ia nell'uno come nell' altro luogo mancava ogni vera comodità 
di villeggiatura. E per allora non fu possibile fare di più. 

Condizioni finanziarie. ^ — Con tanti bisogni non desterà 
maraviglia sentire che le condizioni finanziarie non erano floride, 
quantunque numerosi fossero i convittori, e il collegio non pa- 
gasse il fitto pel palazzo Bernieri, fissato in scudi 250 da L. 7.6, 
nel 1611, quando il palazzo stesso fu confiscato dalla camera 
ducale al conte Girolamo Bernieri da Correggio, reo di delitto 



24 II, COLLEGIO DEI NOBII-f 

capitale. Che aczi nel ]()14, non potendosi ancora restituire alla 
Comunità di Parma il danaro avuto in jirestito all' apertura del 
collegio per acquistare mobili e utensili, i^i stabili di pagarne in 
avvenire gli interessi annuali ragguagliati al cinque per cento (1). ' 

Protezione e favori del Duca. — Se dobbiamo cre- 
dere allo Smeraldi, mentre il Collegio di Parma fioriva e il 
favore delle famiglie nobili italiane e straniere aumentava co- 
stantemente, in Italia altri istituti simili o rimanevano « solo 
in diseguo et ideali » o si chiudevano dopo vita breve e sten- 
tata. Checche sia di ciò, il merito della buona riuscita di questo 
istituto non è da attribuirsi soltanto al sapiente ordinamento 
degli studi e all'arte di sapersi adattare ai tempi e alle per- 
ii) 0. Smeraldi, op. eit., pp. Hi^ 99 e 107-112. — A titolo di curio- 
sità faremo seguire qui un sunto del <■ bilancio della spesa » per Tanno 
1610, riportato dallo Smeraldi : 

Per vitto, medico, barbiere e lavandaio si pagano ducatoni 7 e L. 4 
al mese. Il due. in ragione di L. 7:10. - Affitto del [jalazzo, d. 250 da 
L. 7:6. - Affitto d'una villetta di ricreazione, d. 3-^. - Al lavandaio, 1. I3(i 
al mese - Al medico, d. 3 al' mese. - Biubiere e comp , d. 2 per ognuno 

- Al cuoco - Ad un servitore cbe spende et a cinque Repettitori 

d. 1 per ciascuno. - Al fornaio die ogni di fa pane in Collegio, d. 5 da 

L. 7:6. - Otto servitori di camera, d. 1 per ognuno al mese. - 1° Guattero. 

d. 1 al mese. - 2" Guattero L. 4 al mese - Un servitore « die acconcia i 

panni » 1.. \ì al mese. - Al ' ^re lenziere, L. 12 al mese. - A un servitore 

che attende in villa, L. 12. - Per frutto del resto d' un capitale d'una 

casa comprata, L. 216. t i aì. t t^-oe t 

^ In tutto L. 6/86.4. 

Sono spesate, oltre gli allievi, 34 persone (8 Padri, li prefetti e Ih 
servitori). - Veste (il Collegio) i PP. ; provvede di letti forniti i Prefetti o 
servitori. - Mantiene una cappella in casa con cera ; ogni dì, 4 mes.sc ; 
nelle feste, al vespro, si canta da musici. - Provvede utensili per la casa. 

- Per la casa comprata ti'e anni fa vi è un debito di L. 1800 da pagare in 
un anno (È la casa costata L. 9800). - Accordo col beccaio ; tutto l'anno 
ogni sorta di carne, soldi 4. e. 6 la libbra, comprendendo nel peso testa, 
piedi e interiora. Ogni mese gli si anticiimno L. 300. Da Pasqua a tutto 
agosto deve dar vitello ; da 7bre a Natale, castrati e boscarezzi : da Natale 
a Quaresima boscarezzi, e, se darà vitello, avrà soldi 5 a libbra. - Provvista 
di pane, vino, legna, olio, cacio, salami, candele, tutto a minuto. Debito con 
la Comunità pei mobili dati quando fu consegnato il collegio ai PP. - 
Tj. ó786.9.fi - Inoltre ]ier V affitto di una villfita si ])agano d. 203 annui. 



DI PARMA 25 

sone. in cui erauo niaeslri i gesuiti, ina iiudic, e jinncipalmente, 
alla tura verameute paterna che del collegio ebbero sempre i 
duchi di Parma, al favore costante di cui gli furono larghissimi. 
Essi nel collegio non vedevano soltanto un istituto di educazione 
ed istruzione, che, oltre all'essere un semenzaio per riJniversità. 
dava mezzo ai sudditi nobili di non allontanare dallo Stato i 
loro figliuoli ; ma anche un centro di coltura, che faceva sentire 
la sua efficacia in Italia e fuori d" Italia, dando al minuscolo 
loro stato nel campo intellettuale quel primato, che i ristretti 
confini e la debolezza militare non consentivano nel campo politico. 

E però non soltanto i Farnesi, ma tutti i loro successori, 
anche se angustiati da calamità pubbliche e da private sventure, 
non perdettero mai d'occhio il collegio, né gli lesinarono il favore. 

Per dare un buon esempio Ranuccio I cominciò nel 1G07 
a tenere in collegio, a sue spese, due convittori ; i primi furono 
Odoardo Scotto e Alessandro Francuzzi (1). Fece inoltre stam- 
pare i regolamenti in diverse lingue e diffonderli abbondante- 
mente per l'Europa. Egli voleva attirar forestieri, specialmente 
dalla Germania, e in questo lo aiutavano già molto le relazioni 
e le amicizie che aveva pel' ogni dove e in gran numero. Ma. 
per conseguire lo scopo, non tralasciava industria od officiosità 
di sorta, al punto da parer talvolta gentile e benigno persino a 
q uelli che ne conoscevano e avevano sperimentato il naturale 
sospettoso, rigido e inflessibile sino alla crudeltà. Voleva vedere 
e conoscere tutti ed essere informato d'ogni particolare del hi 
vita del collegio, che per questo appunto visitava spesso. Ai 
convittori assegnava i luoghi piti comodi ed onorevoli nelle feste 
e solennità pubbliche e persino a Corte. Amava procurar loro 
divertimenti ; aveva anzi permesso che di carnevale andassero n 
1 cavallo in maschera. Ma, poiché alcuni cominciavano a perico- 
lare « col lasciar le briglie non meno al cavallo che agli impeti 
giovanili », la concessione fu prima limitata al permesso di 
mandar gli alunni in carrozza, accompagnati da un gentiluomo, 
che il duca stesso assegnava, e piìi tardi, perdurando gli incon- 
venienti e i pericoli, ritirata del tutto. 

(1) 0. Smeraldi, op. cit., p. 109. 



26 IL COLLEGIO liEI NOBIF,I 

Geloso della di.scipliiiu e del buon ordine, spesso, a quelli 
dati dal rettore, aggiungeva altri castighi, o incaricando il suo 
secretarlo, Orazio Linati, di redai'guire gli alunni in suo nome, 
chiamandoli addirittura al suo cospetto e facendo loro sentire 
personalmente il peso della sua indignazione. A un convittore, di 
nascita spagnuolo, che a lui era stato raccomandato con molto 
calore, ricordò, in presenza del rettore Girolamo Furiano, « che 
il Sig. Duca Alessandro suo Padre, era solito a dire, che un 
Prete et ecclesiastico senza 1' aggiunta delle lettere e del sapere 
era del tutto a guisa d'un soldato, che camina senza spada e 
senza arme pretende la vittoria ». 

I castighi e le ammonizioni più o meno gravi, si sa, non 
sempre hanno per efìetto il ravvedimento dei discoli. E Ranuccio I 
ne ebbe un esempio non solo nel giovane testé menzionato, che, 
in fin de' conti, fu costretto a rimandare ai parenti a Milano, 
ma anche in altri, come per es., quando, in una sol volta, do- 
vette allontanare dal collegio cinque giovani, tutti della stessa 
città e tutti a lui in particolar modo raccomandati (1). Provve- 
dimento gravissimo, il quale però attesta, non che mancasse la 
disciplina, ma che il duca sapeva recidere le membra infette, 
perchè il corpo restasse sano. 

Privilegi concessi dal Sovrano al Collegio. — Ma la 
natura vera delle relazioni tra il collegio e la casa regnante si 
rileva dalla sostanza dei privilegi da questa concessi, i quali, 
quando furono messi per iscritto e sanzionati, vennero raccolti 
in tre ci assi : Privilegi di Onor(iri.~n, di Concessione, eli Fsev- 
sioìie Immnnifà. 

Nei primi anni essi non si fondarono sempre su documenti 
scritti, e però quando la prima volta se ne chiese la conferma, 
ardua impresa sarebbe stata il documentarne l'autenticità, l.a 
spiegazione si rinviene nel fatto che, ap]>artenendo il collegio al 
duca e continua essendo la comunicazione orale degli ordini del 
sovrano, a nessuno parve mai necessario di corroborarli, volta 
per volta, con testimonianze scritte Più tardi però coli' andar 

(1) 0. Smpratdt op. cit.. pp. '29-32. 



DI PARMA 27 

degli aoni, indebolendosi la memoria delle origiui, i PP. comin- 
ciarono a iDcontrar difficoltà presso funzionari e amministrazioni 
pubbliche, e anclie presso privati, che si stimavano lesi da quei 
privilegi : ond' è che essi cercarono allora di corroborarli con 
testimonianze scritte, cioè con lettere a tal fine impetrate, che, 
da Ranuccio IL in poi, i duchi concessero senza difficoltà e 
molto prodigalmente. Per altro qualche documento si poteva rin- 
tracciare e anche di importanza, come i due che faremo seguire 
qui e che risalgono quasi al tempo dell'apertura del collegio. 

< Raiiutio farnese Duca di Parma etc. 

« Accioche li scolari del Collegio de" Nobili fondato, et 
instituto da Noi per puhlico beueti'io della gioventù italiana si 
conservi nel suo candore ài buone lettere, et buoni costumi, 
havemo giudicato conveniente, che stiano sequestrati quanto più 
si può dal dmertio, et pratti-a de gli scolari ordinari.]", et 
ad ventiti] di questo studio, tra quali sogliono essere anco dei 
discoli, come in tutti gli altri studi. Pertanto ordiniamo, et di- 
chiariamo, che detti nobili collegiali non siano altrimenti del 
corpo delle Universitadi di detto studio, uè sottopposti a i Consi- 
glieri delle nationi, o priori di detta Universitade, ne partecipino 
con loro in atti alcuni publici, o privati et perciò alli detti 
Priori, et consiglieri, che saranno per tempo commandiamc, che 
non facciano co!>' alcuna contraria a questa nostra ordinatione, 
et dichiaratione, per quanto tengono cara la grafia nostra. > 

« Illustre nostro amatissimo, 

« Havendo Noi instituito il Collegio de" Nobili in questa 
nostra Città, il quale, da noi immediatamente dependa, et non 
abbia con l'Università de" Scolari, tanto Legisti, come Artisti, 
communione alcuna, ne in alcun atto pubblico o privato inter- 
vengano come membri di dette Università li giovani habitanti in 
detto Collegio, lo significhiamo a voi, affinchè facciate in tutte 
1" occorrenze essequire questa nostra volontà. Et perchè in alcune 
dispute publiche fatte per alcuni di essi giovani, hanno forsi 
argomentato li Priori dell' L'niversità delli Artisti, et così anco 
è per argomentare il medesmo Priore in una prossima disputa. 



2R ir- COLLEGIO PEI NOBILI 

(liccliiarianio, che |)er tali atti non sia indetto alcuno jiossesso. 
fatto atto i»n'j,Miiilitiale a (letto Collegio, et suoi Convittori, 
né alla totale separatioue suddetta da noi ordinata per caiisn 
molto ragionevole, la quale perciò non mancherete di fare jier- 
fettamente effettuare. La presente farete registrare tra le scrit- 
ture dell' Università, affinchè passi a notitia di chi si deve, et 
ne resti la conveniente memoria, et Dio vi prosperi. 
« Di l'arma, a 6 di Decembre 1005. 

Vostro 
Kanuccio Farnese 
al Governatore di Parma » (1). 

Fondamento di tutti i privilegi furono gli articoli 11 e 19 
dell" accordo firmato nel 1004 tra il duca e il Cepari, rappre- 
sentante del generale dei gesuiti Essi, considerati nella loro 
interezza, si possono raccogliere nei seguenti capi. 

Privilegi di onoranza. — Per quelli di Onoranza, governo 
e amministrazione del Collegio sono amministrazione di « cosa 
;ippartenente al Sovrano, e tutto sua », come atti pubblici e 
privati confermano. In testa ai privilegi più antichi si legge : 
« Vuole S. A. avere particolare cura de' Collegiali e prottezione 
paterna del Collegio come Auttore e Istitutore di quello ». 11 
collegio è soggetto soltanto al duca e come tale « in qualunque 
incontro è indipendente da chiunque ed è vietato in qualunque 
causa, affare, o bisogno di far ricorso a' Ministri, a' giudici ò 
à chiunque fuor che al Eegnante stesso ». I collegiali hanno 
gli stessi privi'egi ed esenzioni degli scolari dell' università. Pe- 
raltro, quando difendono conclusioni, a dimostrazione della loro 
indipendenza dalla università e dai suoi priori, lo fauno felicììms 
nuspicijs S. Catlìennao fufc/aris divac, e non, come gli altri della 
università, fclkììnis auspicijs I). N. Prioris, etc. E per essere 
matricolati è sufficiente che il catalogo dei loro nomi sia sotto- 
scritto dai maestri delle classi, nelle quali si trovano. 

Frequentano solo le scuole dei PP., e quello che i PP. non 
insegnano, è insegnato da professori dell'università, che devono 

{]) Arohivir. (li Ptato in Parma. Busta : Collemo dei Nobili, 1600-1784. 



DI PARMA 20 

perciò rociirsi al collegio. Nelle scuole di S. Kocco liauuo haiiclii 
ilistiati. Nelle fiiuzioiii pubbliche, o iu Corte, sono serviti da staf- 
fieri coQ livree del sovrano : privilegio concesso poi anche al- 
l' Accademia degli Scelti, quando questa fu istituita. Uscendo in 
carrozza, uon possono che usare carrozze di Corte, Come dipen- 
denti dal duca, non possono far rogito, o altra scrittura senza 
suo consenso. Anzi Ranuccio li andò più in là, delegando a ciò 
apposito ministro o notaio. [ maestri di arti cavalleresche di- 
pendono in tutto dai superiori del collegio. Servitori e altre 
persone addette al collegio, sono considerate come in servizio 
della Corte, per tali sono riconosciuti sia iu civile sia in crimi- 
nale, e come tali sono anche esenti dal servizio militare. Il col- 
legio, e per le persone e per le pertinenze, deve essere rispettato 
'iome casa del sovrano; e nelle funzioni ufficiali (piìi tardi anche 
l'Accademia degli Scelti) non cede il posto a nessuno, tranne 
die ai Principi. B perchè i legami sieuo piìi stretti, i superiori 
di esso accedono al sovrano per la scala segreta. 

Privilegi di concessione. — I {ìrivilegi di Concessione erano 
la cavallerizza, che, si è già notato, distingueva il collegio far- 
nesiano da tutti gli altri in Europa ; la villeggiatura in luogo 
fìsso; la riserva di caccia; l'andare a diporto nel giardino di 
Corte; T iustituzione d'un corpo di accademici, per recitare sul 
teatro del collegio, con proibizione di prestarsi per altri che pel 
sovrano e pel collegio ; una farmacia propria, con facoltà di 
vendere ad estranei, esente da ispezioni, tranne quelle dei me- 
dici e speziali di Corte; al rettore, carrozze e cavalli di corte e 
polizze per viaggiare, secondo l' uso della Corte. 

Privilegi ni esenzione. — Più in\portauti erano i privilegi 
di Esenzione, ossia quelle entrate di che si parla nel cap. 19 
dello statuto, e che, insieme con le dozzene dei convittori, do- 
vevano formare il sostentamento del collegio , « il quale non ha 
mai avuto reddito alcuno », qualunque sia stato il numero dei 
convittori e dei Padri e l' ammontare delle spese. Il privilegio 
massimo, che racchiudeva in sé tutti gli altri, era l'esenzione 
dai dazi « per la provisione di qualunque cosa all'uso suo ne- 



30 II. C0LLK(ilO T)EI NUBILI 

cessarla, sia dentro gli stati di Panna, e Piacenza, sia fuori di 
essi »;(juindi: il diritto d'aver proprio macello in casa; Teseu- 
zione da dazi e da gabelle per la iiiaciua del frumeuto e la 
compera del vino ; per riutrodir/ioue libera di robe forestiere e 
anche di grano e legumi nel ducato, e dagli « stati » di Pia- 
cenza e Busseto in quello di Parma; la provvista dell'olio. 
Inoltre il diritto di provvedersi del sale al prezzo dei luoghi pii; 
la facoltà al fruttarolo e agli altri provveditori del collegio di 
comprar dentro e fuori nei mercati, con patenti rilasciate dal 
rettore ; la franchigia postale al rettore e agli altri padri ; un 
posto proprio nella « Macina » al molino del collegio, posto 
nella villa di S. Pellegiiuo presso la città, di proprietà del col- 
legio stesso ; r uso di « sbarre, o catteue al vicolo lungo del- 
l' infermeria del collegio » : nessun aggravio di alloggi militari, 
essendo il collegio « cousideiato come casa del sovrano; v l'esen- 
zione da ogni spesa « per li tragitti del Taro » . 

Aveva quindi ragione il rettore, che raccolse e ordinò i 
privilegi, di scrivere: « Se qnes'i venissero a mancare, manca- 
rebbe certamente al collegio, o per la maggior parte delle Per- 
sone in esso necessarie ogni speranza di sussistenza » (1). 



(I) Memoriale del Rettore P. Giuseppe Bajakdi, del 1749, nell'Ar- 
chivio del Convitto. 



DI PARMA 



31 



Capitolo Teiczo 



Il Collegio diira!ite il principato di OloHrdo Farnese. 

Tj'i reggenza e l primi aiuti del governo di Odoardo. — La 
peste del 1630. — // collegio a Torchiara. — Uliinri 
anni del reltorafo del Sozzi. — Primo rettorato di Orazio 
Smeraldi. — Maestri in collegio per le classi inferiori. 

La reggenza e i primi anni del governo di Odoardo. — 
Alla morte di Ranuccio I, seguita il primo aprile del 1622, 
essendo il figliuolo Odoardo appena decenne, il governo fu tenuto 




dalla vedova duchessa e dal cognato cardinale, anch'esso di nome 
Odoardo, che visse per altro soltanto sino al 21 febbraio 1626. 



32 II- C(JM.K(ilO DEI XOiilLI 

La iv<^^gi3uza, prima, e gli umori bellicosi del miovo priudpo, 
dopo, ftìCtM-o sì che il collegio rimase per qualche tempo nel- 
l'ombra. 

Tuttavia anche il duca loardo non lo trascurò; anzi fu più 
rigoroso del padre sul punto della nobiltà, dei convittori, « sti- 
mando che quanto piii chiusa era la porta per gli altri, tanto 
sarebbe più aperta e frequentata da quelli che in ciò non pati- 
vano eccezione ». E però, mentre nei primi tempi non si guar- 
dava tanto pel sottile e tutto era rimesso alla segreteria ducale, 
sicché accadeva talvolta di dover poi licenziare qualche alunno 
già ammesso, Odoardo introdusse l'esame rigoroso dei titoli di 
nobiltà e degli altri requisiti, assumendo personalmente informa- 
zioni da fonti diverse e sicure. « Il quale rigore - osservava lo 
Smeraldi - quanto accrediti il Collegio non si può dire » (1). 

Non sappiamo se e qual parte prendessero i nobili convit- 
tori alle feste, con le quali fu celebrato il matrimonio del duca 
OJoardo con Margherita di Toscana. Certo non vi dovettero 
rimanere estranei. 

La peste del 1(530. — Ma una grave calamità sopra- 
stava a tutti nel ducato: la peste, che, portata in Italia dai 
lanzichenecchi tedeschi, sia per imperizia dei governanti, sia per 
altre ragioni, desolò il ducato e specialmente la città di Parma, 
la cui popolazione fu più che decimata. In questa città fé' ca- 
polino il morbo nell'autunno del 1629. Sopito nelF inverno, scop- 
piò la Pasqua del 1630. La corte lasciò Parma per Piacenza ai 
4 aprile, donde ai 9 agosto si recò a Cortemaggiore, nella quale 
città nasceva ai 17 settembre il futuro duca Ranuccio li. Molto 
benemeriti si resero, durante questi tristi avvenimenti, i gesuiti. 
Di essi seguirono la Corte cinque: Marco Garzoni, provinciale, con- 
fessore di M.^ Aldobraudiui ; Girolamo Serravalle, confessore del 
duca. Luigi Bardi, confessore della Duchessa, Orazio Smeraldi, 
maestro del principe Francesco Maria, e il F. Vincenzo Peretti, 
compagno del P. Provinciale (2). In quel tempo il loro collegio di 

(1) 0. Smeraldi, op cit., p. 33. 

(2j 0. Smeualdi, Memorie della peste seguita in Parma, Vanno 1630. 



DI PARMA 33 

8. Hocco di cui era rettore il P. l'ier Autouio Uavizza, già ricordato, 
era «numeroso e tiorido di gioventù», essendovisi raccolti tutti 
gli studenti di filosofìa e di teologia della provincia. Treutadue di 
quegli ecclesiastici perirono nell'opera «li assistenza e soccorso ai 
colpiti dal morbo (1). Fu tra essi il P. Venusto Roberti, nativo 
di Caroua, il qual luogo (ora amena e comoda villeggiatura del 
Convitto Nazionale M. Luigia, ultima « propaggine » dell'an- 
tico e gloriosa Collegio dei Nobili) ei lasciò, morendo, al Collegio 
di S. Rocco (2). A. Caroua si rifugiarono gli scolari di S. Rocco 
e colà con i loro maestri « proseguivano, nella maniera mi- 
gliore che si poteva in tali cimenti, gli studi » (3). 

•Il Collegio a Torchlarv. — E il Collegio dei Nobili? 
Proprio quando non si potè più nascondere che la città era in- 
fetta dal morbo, al rettore P. Andrea Balbi, bellunese, succe- 
deva il P. Ippolito Sozzi, reggiano (1). La maggior parte dei 
collegiali aveva già preso il volo per altri più sicuri lidi; sicché 
nel collegio se ne contavano appena ventiquattro, cioè quelli che, 
essendosi indugiati, avevano trovato chiusi i passi. Il Sozzi li 
condusse a Torchiara, la celebre roc'-a fondata da Pier Maria 
Rossi, allora proprietà del duca d'Orano Sforza, dove, curando la 
salute e non trascurando gli studi, rimasero tranquilli e immuni, 
mentre tutt'intorno il morbo infieriva e mieteva vittime (5). 

Non mancò per altro una vittima anche tra essi, ma fu 
un gesuita, il P. Ottaviano Naldi, faentino, d'anni 34, lettore di 

t'odice N. 765 dei Mss. della Biblioteca R. di Parma. — Cfi: P. Minucci del 
h'osso, Le nozze di Mar</herila dei Medici con Odoardo Farnese Duca 
di Panna e Piacenza^ nella Rasserjna Nazionale, voli. 21, "2'2 e ?3 (1885). 

(1) 0. Smeraldi, Memorie de' Padri e Fratelli della Compcujnia di 
Gesù, che morirono nel seroilio degli appestati in Panna Vanno i630. 
Codice N. 410 dei Mss., ivi. 

(2) 0. Smeraldi, cod. 765, cit. pag. 77. 

(3) Ivi, p. 39. 

(4) Ressero il collegio, durante il principato di Odoardo (1622-46), oltre 
al Purlaoi, i seguenti Padri: Andrea Balbi, bellunese (1 genn. 1623 - 30i4 
16,30); Ippolito Sozzi, reggiano, (l[5, 1630 - 10[10, 1637); Orazio Smeraldi, 
parmigiano, lIilO, 1637 - lli8 1646). 

(5) 0. Smeraldi, cod. 561, cit., pp. 84 e 113. 

Arch. Stob. Parm., 2" Serie, I. 3. 



34 



IL COM-EGIO DEI NOBILI 



fisica uel Collegio di S. Rocco. « Sen-ato Io studio, e messe in 
rivolta tutte le cose, a lui toccò di andare in Collegio de' No- 
bili, e di là trasportarsi alla rocca di Torchiara, dov'ebbero 
ricovero dalli pericoli della Città quei giovani... da poi che altri 
alle loro patrie, e case in tempo si erano ritirati » (1). Nei 
dintorni erano molti colpiti dal morbo, che chiedevano i conforti 
religiosi, e il Naldi cominciò a darli dalla cima della rojca, poi, 
perchè troppa fosse la distanza, o troppo faticoso, discese giù 
nell'orto del secondo recinto. Disteso sopra un cuscino, ascoltava 
le confessioni dei terrazzani che accorrevano sotto le mura del 
castello, stimandosi sicuro e per questa precauzione e per certe 
medicine, ritenute di efficacia non dubbia. Ma — esclama lo Sme- 
raldi — « chiaram3ute si vidde, che dov^e giunse la voce di quei 




Rocca di Torchiara 

meschini, giunse altresì la rea qualità di quei aliti velenosi, li 
quali superando li preservativi, che con i fortumi, e cose simili 
usava il Padre, infettarono primieramente l'aria, e poi per quella 
come pel canale, la vita del P. Ottaviano. » Checche sia delle 
teorie dello Smeraldi, il fatto è che il Naldi morì di peste ai 
27 luglio, nella sala d'oro della roc;a di Torchiara, dopo due 
giorni di febbre fortissima. Celata la sventura ai collegiali, 
« per non metterli in soverchia paura », il cadavere fu sepolto 



(1) 0. Smeralpi, cod. 765 cit., p. 98, 



DI PARMA 35 

uel cimitero, costruito appositaineute poi morti di peste, uu miglio 
lontano nella pianura sopra la rocca, vicino al fiume (1). 

Se però il P. Naldi fu il solo morto di peste in collegio, 
fuori perirono dello stesso morbo parecchi altri gesuiti, i quali 
in altri tempi avevano prestato anch'essi l'opera loro al collegio. 
Di tal numero furono Bartolomeo Brunelli, bresciano, ripetitore 
di filosofia, Domenico Zadeo, ripetitore di lettere umane, Fran- 
cesco Gherardi, prima maestro di umanità e poi di teologia, e 
il Furlani e il Balbi già rettori. Quest'ultimo nell'aprile del 1G30 
era stato destinato a Forlì; ma, non essendo le strade libere, 
tornò a Parma, e si dedicò alla cura degli appestati, perdendovi 
la vita dopo tre giorni (2). 

Ultimi anni del rettorato del Sozzi. — Il collegio rifiorì 
dopo la cessazione del morbo, sicché in breve si contarono in 
esso novantatre convittori. Fu in questo tempo che ospitò Daniello 
Bartoli, il quale, entrato nei gesuiti già sin dal 1623, ma non 
ancora sacerdote, vi insegnò per qualche tempo prima umanità e 
poi rettorica, mentre assolveva da scolaro il corso di teologia, 
che compiè nel 1635. Ed è noto che durante la sua dimora a 
Parma insistè più volte indarno presso il generale della Com- 
pagnia per essere mandato missionario nelle Indie (3). Egli stesso 
poi in alcune sue lettere rammenta di aver avuto scolari di re- 
torica nel collegio dei nobili di Parma il P. Giovan Girolamo 
Brunelli e il fratello Pompeo, bresciani (4). 

Ma i torbidi di guerra che, tra il 1633 e il 1644, tanti 
disastri causarono agli stati parmensi, diedero al collegio di nuovo 
un fiero colpo. Intanto, come prima a cagione della peste, ora 
a cagione della guerra i convittori per alcun tempo non andarono 
più allo studio pubblico, ma ebbero ripetitori in casa. Nel 1637, 
durante la villeggiatura, si ammalarono il rettore Sozzi e parecchi 
collegiali. Questi risanarono, ma il Sozzi ai 10 ottobre mori (5). 

fi) Ivi, p. 97. 

(2) Smeraldi, cod. N. 561 cit., pp. 81-3. 

(3) D. Bartoli, Opere, Venezia, Pezzana, 1716 (ristretto della vita, 
premesso al primo volume). 

(4) D. Bartoli, Lettere...., raccolte da Ottavio Gigli. Roma, 1838, p. 66. 

(5) 0. Smeraldi, cod. N. 561 cit., pp. 84, 86 e 113. 



36 II. CDI.LKGIO DEI NOBILI 

Ija viUei>-^iatLirci del collei,ni) era allora uclla villa al Panilo 
nel coimmo di Cortile S. Martina, acquistata dal rettore Balbi, 
con investitura livellarla, ai 10 de-jeiubre 1G25, per rauiui;i 
soiuiua di lire 830. Era uua villetta di otto biolche e ire stala 
del valore di lire 16000 circa, con ima abitazione « incomoda e 
assai plebea. » (1). 

Primo uETrORAiv.) di Orazio Smeraldi. — Successore del Sozzi 
nel rettorato fu il P. Orazio Smeraldi, tìgliuolo del celebre 
ingegnere e architetto Smeraldo. Noi lo abbiamo «itato più 
volte per le sue opere manoscritte, dalle quali iibbiamo attinto e 
attingeremo ancora largamente, come a l'onte slcnra, anche per- 
chè contemporanea, per la compilazione della prima parte di 
queste memorie; e abbiamo anche ricordato che era stato maestro 
e confessore del cardinale Fr. M. Farnese. Il collegio non gli 
era ignoto. 

Lo Smeraldi si die molto pensiero di procacciare una buona 
villeggiatura, e ciò si capisce dopo i fatti dolorosi e tristi del 
1(537. Ma non gli riesci in questo primo suo governo. Onde 
vediamo di nuovo il collegio vagare da un posto all'altro in 
cerca di frescura durante le vacanze. Negli anni 1638 e 1639 
fu a Torchiara. Poi, a cagione della guerra, per non allontanarsi 
troppo dalla città, nel 1640 fu alla villa degli Alberi (comune 
di Vigatto), in casa di un convittore di nome Marco Cavalca. 
Nel '41 e nel '42 ebbe ceduto il casino, che i PP. di S. Kocco 
avevano in Valera (2). Dopo tornò a Torchiara, quasi senza in- 
terruzione, sino al 1654. 

L'amministrazione dello Siueraldi, malgrado i tempi cala- 
mitosi, fu assai provvida. Quantunque spendesse molto per mi- 
gliaramenti e comodi, lasciò il collegio in buone condizioni, f] 
non sarà fuor di luogo il notare qui che i! collegio possedeva in 
questo tempo un bel numero di oggetti d'argento per il servi/io 
religioso, acquistati con le otferte spontanee, che si facevano dai 

(I) 0. Smeraldi, cod. N. 501 cit., p. 108. - Il rogito, per ministero 
di Antonio Paelli, è nel voi. Ì6i dei Rogiti Camerali, neirArchivio di Stato 
di Parma. 

(2) Ivi, p. U5. 



UT PARM\ 37 

convittori la domenica nella conf,n-egazione della B. V. Erano 18 
pezzi del peso complessivo di once (>84, che i Padri, temendo 
qualche ingrata sorpresa, non improbabile in mezzo a tanto rumor 
darmi, si fecero donare dai convittori, con regolare scrittura, 
fatta ai 18 marzo 1644 dal notaio Francesco Casali, per il caso 
che il Collegio « si disfacesse (la qual cosa piaccia a Dio che 
mai non segua), ne vi fossero più convittori nobili come sin'ora 
sono stati; overo li molto Rev. Padri della Compagnia di Gesù 
non avessero più il governo, e la cura di questo luogo, nella 
forma e maniera che hanno al presente et hanno avuto per il 
passato » (1). 

Pochi mesi prima era accaduto un fatto spiacevole, che 
ebbe qualche influenza sulTandumento ulteriore del collegio, ma 
f'he si può forse anche collegare con la donazione ora ricordata 
nel senso che con altre cause maggiori abbia concorso a farla 
effettuare. 

Maestri in collegio per le classi inferiori. — I colle- 
giali, come è noto, frequentavano le scuole pubbliche dell' uni- 
versità. Nel luglio del 1643, avendo uno scolaro di logica. 
Ottavio Terzi, rivolto parole sconce a un collegiale, Ottavio 
De Mari, genovese, si ebbero tumulti di vario genere e persino 
aggressioni, sicché dovettero intervenire il governo e lo stesso duca, 
sia per calmare i convittori, resisi solidali col compagno, che in 
fin de' conti ne aveva buscate, sia per rabbonire la famiglia del 
De Mari, la quale, oltre all'essere una delle prime di Genova, 
era legata di parentela e di amicizia con le case più illustri e 
godeva la protezione del re di Francia. Purtuttavia non riesci al 
duca di impedire che il giovane abbandonasse il collegio. P]gli 
allora ordinò che i convittori delle classi inferiori, dall'umanità 
inclusiva in giù, avessero scuola entro il collegio, e gli altii, 
dalla retorica inclusiva in su. andassero alle scuole di S. Rocco. 
Lo Smeraldi si industriò di mostrare le difficoltà di eseguire tal 
ordine. Ma non ottenne lo scopo (2). Di qui dunque ha origine 

(1) Copia di scrittura autentica, nell'Archivio di Stato in Parma. Busta: 
Collegio dei Nohiìi. 1600-1784. 

(2) Ivi. 



38 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

l'uso, continuato dopo con maggiore o minore larghezza, e anche 
con interruzioni, di non mandare i collegiali alle scuole pubbliche. 
Vero è che prima d'allora, durante la peste e anche negli anni 
seguenti, i convittori, come si è visto, per alcun tempo non erano 
andati più allo studio pubblico, bensì avevano avuti maestri in 
casa. Ma questo era stato solo uu provvedimento provvisorio 
imposto, da fiera necessità, come erano la peste e la guerra (1), 



(1) SMERALm, rad. iV. 56] cit, p. R6. 



DI pai; MA 



39 



Capitolo Quarto 



[| Collegio durante il principafo di Baìiuccio II Farnese. 

Ranuccw II e il collegio. — Ccnftitìo col generale dei gesuiti 
per la nomina del rettore Luszago. — / privilegi, messi 
in dubbio, sono solennemente riconfermati. — Prosperità 
crescente del collegio. — Catalogo, o Nomenclatura dei 
convittori. — l'erma disciplina imposta dal duca. 

Kanuccio II e il collegio. — Il ducato di Eanuccio II, 
che abbraccia quasi tutta la seconda metà del secolo XVII, ha 




un' importanza eccezionale nella storia del collegio dei Nobili, 
di cui quel principe può dirsi il secondo fondatore. I buoni 



40 n, cor,r,EGio dki kobu.i 

esempi dati da Rauiiccio I e da Odoardo liirono seguiti da lui. 
Si può auzi dire che nessun" altro principe ebbe tanta cura del 
collegio e lo colmò di benefici quanto lianuccio II. 

Ma, se maggiore fu l'affetto e piìi splendida e munifica la 
protezione, maggiore fu anche il legame onde avvinse a se il 
collegio, considerandolo effettivamente come cosa sua, esercitan- 
dovi autorità diretta e continua sino quasi a render nominale 
quella dei superiori, e tenendo fermi i suoi diritti di fronte a 
tutti. Al qual proposito, prima di accingerci al racconto dei fatti 
più notevoli di questo tempo, che rispecchiano tutta la festività 
e lo splendore del regno di Ranuccio II, cade in acconcio nar- 
rare un conflitto, che egli ebbe nel 1(369 col P. generale dei 
gesuiti, per la nomina del rettore. 

Dal detto fin qui ognuno capisce che la direzione di questo 
collegio doveva iivere per i gesuiti importanza singolare. Essi 
difatti curavano molto la scelta delle persone, a cui affidarla, e 
dei loro cooperatori; e in generale preferivano a rettori persone. 
non solo capaci e già provate in queir ufficio in altri istituti, 
ma possibilmente esperte dello stesso collegio, di cui conosces- 
sero la vita per avervi avuto altri uffici. In certi casi richiama- 
vano un padre alla direzione appunto per la buona prova fatta 
la prima volta. Così nel 1(350 « in congiunture penosissime pel- 
le turbolenze e rivolte in che si trovava il Collegio » fu richia- 
mato lo Smeraldi, quantunque avesse già un altro ufficio e non 
fosse scaduto di carica. Onde per ottenere lo scopo e non urtare 
un breve di Innocenzo X, che non avrebbe consentito la unione 
dei due uffici, si separò il governo dei convittori da quello delle 
persone appartenenti all'Ordine; e lo Smeraldi resse il primo 
come rettore e il secondo come ministro (1). 

Conflitto col generale dei gesijitl — Ora accadde che, 
entrando il maggio del 1(300. morì il rettore Matteo Valcarengo. 
e poiché cinque giorni prima era giunto da Venezia il P. L. 
Luzzago, bresciano, in compagnia di Franco Morosini. che si 

(t) 0. Smeraldi, cod. K. 5G1 cit., pp. 85-86. 
(2) Ivi, p. 87. 



DI PARMA 41 

recava a Parma per visitare un lìj^^liiiolo inalato aliiiiiio del col- 
legio, il duca volle che a lui fosse aftìilata la carità di rettore. 
11 Luzzago vi era già stato quattro auiii ripetitore e dodici 
ministro ; ed era persona idonea e gradita ai PP. addetti al col- 
legio, i quali anzi avevano essi stessi suggerito al duca di 
nominarlo o farlo nominare. Ma questo intervento del duca non 
piacque al generale, che vi si oppose subito, dichiarando la cosa 
contraria agli statuti dell'ordine e severamente biasimando i 
PP. del collegio, che, dimentichi dei loro doveri e posponendo 
la coscienza al favore del principe, avevano rappresentato al 
duca « quel che, ne pure dormendo, dovevano disegnare, o so- 
gnare » (1). 

Informato il duca dal suo agente in Roma della risposta e 
dei biasimi del generale, non volle ricevere la lettera dell'Oliva 
e ingiunse al Platoni di restituirla come gli era stata data. 11 
Platoni obbedì. Ma l'Oliva andò sulle furie, protestando con vio- 
lenza che il duca gli recava in tal modo oit'esa gravissima, quale 
neanche il re di Francia avrebbe avuto coraggio di fargli. E poi- 
ché il Platoni aveva intanto deposto la lettera suU' inginocchia- 
toio, ei soggiunse : la avrebbe lasciata per due settimane, tempo 
sufficiente perchè il duca, informato della cosa, desse altri ordini. 
Riceva il duca la mia lettera, osservava il gesuita, e poi se 
anche non vuol rispondere non importa. Che se persiste a vo- 
lermi infliggere questa umiliazione, ricorrerò al papa, al collegio 
de' cardinali, ai principi e via dicendo : anzi pj'eferirò dimet- 
termi, ritirare addirittura i Padri da Parma piuttosto che te- 
nermi tnle afironto. 11 povero agente, sorpreso che un uomo da 
lui creduto « 1' istessa moderazione e continenza » desse in 
« una così grande escandescenza », pensò bene di troncare pel 
momento la discussione e prender commiato (2). 

A tanta furia oppose il duca la massima calma, pur par- 
lando alto e risoluto. 11 P. Oliva, rispondeva egli al suo agente 
da Colorno ai 17 settembre, si sarà persuaso in questo tempo 
che la nostra amorevolezza non lo autorizza a mancarci di ri- 
ti i Giulio Fiatoni al duca, da Roina. 7 agosto 1669. ~ Archivio di 
Stato in Parma. Busta : Collegio dei Nobili, 1600-1784. 
(2) Il Platoni al duca, da Roma, 7 settembre 1669. ivi. 



42 li. COLLEGIO DEI NOBILI 

spetto. Non lo abbiamo offeso ; anzi, conoscendo quel che nella 
lettera era scritto, abbiamo e\itato l'offesa, che egli faceva a noi 
con un rifiuto così ingiustificato. « Il Collegio dei Nobili di 
Parma è nostro, non della Compagnia. Nostra è la casa del 
medesimo la quale ora appunto accresciamo con l'unione del 
Palazzo, da noi per tale effetto compro dal Marchese Rangoni, 
più che per bisogno, por la soddisfazione de' Padri Gesuiti, per 
la commodità e i^er il lusso. Egli dipende dalla nostra autorità 
e prottezione, per la quale gode habilità et essentioni così grandi, 
che quanto se n' approfittano più i Padri, tanto se ne risente 
più la Città ed il Publico. Spetta a noi consentire l'ammis- 
sione dei convittori. Siamo noi che paghiamo i maestri, cioè i 
Padri, che, così a noi piacendo, possiamo aumentare o diminuire 
di numero, o, addirittura sostituirli con preti regolari o secolari. 
Il Padre Oliva Generale, a cui habbiamo dimandato per favore 
quello, che è un atto di Giustitia, cioè un rettore di nostro 
gusto, ce lo niega con tratto di inciviltà detestabile, scordandosi 
della sua conditione delle sue obligationi e della sua dignità ». 
Pubblichi pure 1' Oliva il fatto, se gli aggrada. Noi non abbiamo 
dato, né daremo tal passo, per non screditare la Compagnia « e 
per imparargli gli atti della pietà e della Religione » (1). 

A questo punto, officiatone anche da Ranuccio II, intervenne 
a fare opera di pace il cardinale Sforza protettore. Per mezzo 
suo il generale dei gesuiti fece pervenire al duca una copia delle 
ragioni, che opponeva alle pretese del duca. Osservava che tutti 
i principi potevano vantare gli stessi meriti e anche maggiori, 
in quanto all' aiuto e al favore concessi agli istituti diretti 
dai gesuiti, e pure non accampavano pretese di sorta. Nei col- 
legi pontifici gli stessi papi non pretendevano nominare i rettori; 
e i cardinali protettori, se anche richiesti dai nunzi stessi, non 
avevano mai voluto chiederlo nei collegi della Germania, della 
Polonia e della Lituania. Lo stesso poteva dirsi del collegio della 
Flessia (La Flèche) che il re di Francia dotava largamente. A Gratz, 
a Praga e altrove Ferdinando II fabbricò seminari, diede case 
ed assegnò redditi. Lo stesso fecero il duca di Baviera pel col- 

(1) Minuta di lettera, ivi. 



DI PARMA 43 

legio di Ingolsladt e i ianti elettori ecclesiastici nei loro stati. 
Perfino il re di Spagna per quelli de" suoi stati nulla chiese. 
Infine il seminario e collegio di Napoli elibe per la casa 20 mila 
scudi, che furono doi)0 portati a trentamila, e inoltre mille scudi 
annui per gli alimenti o un'adeguata rendita per il manteni- 
mento di dodici nobili del Regno. Come si poteva adunque con- 
sentire al duca quello che egli chiedeva V 11 fatto è — conchiu- 
deva malinconicamente l'Oliva, — che « i Padri di Parma, 
perchè terminano la loro veduta coli' Emisfero della sola Lom- 
bardia, non veggono la serie di tanti pregiuditij » (1). 

Messa su questo terreno la discussione poteva continuare 
all'infinito; e già lo stesso agente del duca, mandando il foglio 
riassunto teste, osservava che le ragioni addotte dall'Oliva non 
potevano avere per Parma valore assoluto, perchè gli altri prin- 
cipi non pagavano i maestri ccme faceva il duca. Fortunata- 
mente il dissidio fu composto. Non ne conosciamo i particolari. 
Si sarà cercata e trovata, ccme suole accadere, una via di mezzo, 
che salvasse capra e cavoli. Cosa certa è che il duca non ebbe 
a softrirne, perchè rimase rettore il Luzzago, che cessò dall' uf 
fìcio soltanto ai 13 novembre 1674 (2). 

I PRIVIIEGI MESSI ]N DUBBIO SONO RICONFEEMATI. — Un 

altro fatto da notare subito è che proprio sul principio del regno 
di Eanuccio li, così singolarmente propenso a favorire il col- 
legio, i privilegi, da questo goduti sino a quel tempo pacifica- 
mente, furono revocati in dubbio e fieramente combattuti. 

Nel 1650 il rettore Adorni si vide costi-etto a richiedere 
dal duca un ordine che lo salvasse dalle noie dei daziari. L'ot- 

(1) Il Fiatoni al duca, da Roma, ai 26 settembre lfi69, ivi. 

(2) Nove rettori si susseguirono nel governo del Collegio, vivente Ra- 
nuccio II. Essi sono: Francesco Adorni, parmigiano (12 agosto 164('i - feb- 
braio 1650); Bartolomeo Rostri da Bracciano (13 - 18 5, \òr>0) ; Orazio 
Smeraldi, per la seconda volta (19/5, 1650 - 8/3 1658); Carlo Cavalca, 
modenese (9.3, 1658 - 1/7, 1662); Ottavio Rossi, pesarese (2/7, 1662 - 
1/6, 1663 e 14/H, 1674 - 17/2. 1679); Matteo Valcarengo, cremonese 
(2/6,1663 - 30/4, 1669); Pier Luigi Luzzago, bresciano (1/5,1669- 
13/11, 1674); Luigi Masdoni, reggiano (18/2, 1679 - 19/11, 1685); Gio. 
Batta Martinelli, modenese (20/11, 1685 - 27/6, 1703). 



44 II, COLLEGIO DEI NOBILI 

(enne in iniu lettera del lu-inio ministro, Pietro (Giorgio Larapii- 
gnani, in «lata 15 maggio 1050, che I "Adorni presentò al Pre- 
sidente e magistrato della camera ducale e die iu fatta ìnact/s 
c/nsf/. CamerfC Due inierriunri, et refiistrari, perchè ad a'feru'iìiì 
rei ìiienìoriam, si sapesse che l'esecuzione comprendeva anche 
r « ammazzare carne viva e fare la Beccaria nel Collegio, per 
quanto però richiede il bisogno del medesimo Collegio » (1). 
E, alcuni anni dopo, un'altra lettera dello stesso Lampnornaiii 
ingiungeva di rispettare gli ordini del duca, che aveva inteso 
<t con qualche ammirazione » essere insorte « nuove pretensioni 
de i daziari a' pregiudicio de privilegi concessi già dal Sig. Duca 
Ranuccio di glorio'sa memoria e successivamente tante volte con- 
fermati » (2). Va-o. del resto naturale che i conflitti sorgessero 
pili facilmente e si facessero acuti man mano che il numero 
dei convittori aumentava. I dazi erano dati in tìtto e gli appal- 
tatori non potevano vedere di buon occhio quei privilegi. Né 
saranno mancati abusi da parte dei PP. Certo è però che la 
sostanza dei privilegi fu sempre riconosciuta per volontà dei 
duchi, i quali li riguardavano come inerenti alla natura del col- 
legio e con esso formanti un solo tutto. Ciò risulta chiaramente 
dal seguente documento. 

« 1111 .mo Sig. mio oss. 

« Al Sig. Presid. della Camera. 

« Venendo S. A informata, che in diverse occorrenze d' in- 
troduzione di robbe per servizio del Collegio de nobili di questa 
Città, si pretenda dai Daziari d' essiggere quello, che ordinaria- 
mente essiggono da ogni altro; il che essendo contro à quei 
PrivileTgi, che dal Serenissimo Ranuccio I, nell'Erezione di esso 
Collegio al medesimo furon concossi : e che dal Serenissimo Odoardo. 
e da S. A. oggi regnante con gli ordini di continuata osservanza 

(1) Copia di Rogito del notaio Carlo Fr. Rondani, nell'Archivio del 
Convitto. 

(2) Copia di Rogito del notaio Ranuccio de Pisani, del 21 marzo 
1663, ivi. 



DI PARMA 45 

al iiiodesiino (Jolli3^"ia sono stati iualterabiliucuto puro [iresorvati. 
!■] premendo perciò a TA. S. che I' istesso uon segua uell'avvo- 
iiire, e uou si abbia da metter ombra di dubio sopra d'uua 
prattica da tante confermazioni corroborata, e non si permetta che 
venga turbato un possesso per lo spazio di cinquantotto anni non 
mai interrotto. Ordina che V. S. I. facendo di tutto ciò ogni più 
ampia dichiarazione, obblighi qualunque Gabelliere alla dovuta 
osservanza, col fare prontamente restituire allo stesso Collegio 
quei Pegni, che da alcuni de' Daziari ai C'ondottieri di qualche 
robba per servizio del medesimo sono stati estorti, poiché così 
•leterminatamente comanda S. A. S. et io à V. S. 1. bacoio af- 
fettuosamente le mani. 

Di Segretaria li 12 Luglio 1(362. 

Di V. S. lllma 

Dev.mo 

PiETKO Giorgio Lampdgnano. 
S. Presid. Chineli.i » (1). 

Prosperità crescente del collegio. — La fama del 
I collegio parmense aveva ormai varcato i contini d' Italia. Nò 
{ meno gloriosamente viveva l' università. Il concorso dei giovani 
studiosi a Parma aumentava ogni anno notevolmente, talché pare 
che perfino cominciasse a impensierire per la difficoltà di allogar 
I tutti secondo i loro mezzi e la loro condizione sociale. Il rettore 
', Valcarengo, vedendosi in collegio, intorno al 1607, circa 170 
I convittori, ne fu talmente preoccupato che, per mezzo del Lam- 
j pugnano, propose al duca di stabilire nel /lumero degli ammit- 
1 tendi un massimo, oltre il quale ogni altra istanza dovesse es- 
sere respinta. Ma, più avveduto, il duca rispondeva : « Non si 
detìnisca già il numero, ma sieno duecento, due milla, dieci 
milla, e quanti ne può capire la Città tutta di Parma, che 
maggior onorevolezza non può venirle che dalla prima nobiltà 
del mondo, raccolta qui a perfezionarsi nelle lettere ; et in ogni 
virtù per divenire utili al mondo tanto bisognoso d'essere mi- 
gliorato » (2j. 

(1) In copia, ivi. 

(2) 0. Smeraldi, cod. N. 561 cit., p. 33. 



46 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

Lo Smeraldi, cluranle il suo primo rettoi-dto, aveva anche 
vagheggiato di iiistituire come appendice del Collegio dei Nobili, 
iiu altro collegio pei giovani, che, mancando del requisito della 
nobiltà, non potevano essere ac-olti in quello esistente. Il suo 
disegno fu effettuato dall'Adorni, il quale, comprata la casa di 
un certo Ghilardoni, attigua al collegio, vi accolse subito una 
ventina di scolari. Pur dipendendo dal rettore e dal ministro 
del Collegio dei Nobili, questo nuovo convitto faceva parte a se 
ed era chiamato Accademia. IMa durò pochi anni, pjrchè il co- 
stante incremento degli alunni del Collegio dei Nobili costrinse 
il rettore (1653) a servirsi di quella casa per ordinarvi una 
nuova camerata (1). 

Catalogo o Nomenclatura dei convittori. — La numerosa 
popolazione scolastica suggerì all'Adorni una usanza, che poi, 
eccettuata una sola lacuna negli ultimi decenni del 1700 (riem- 
pita del resto dai successori), fu sempre osservata e col tempo 
resa anche migliore. Ei cominciò a pubblicare per le stampe i 
nomi dei convittori per infoi-mazione delle famiglie e dimostra- 
y.ione dei progressi del collegio. Si cominciò per altro dal far 
r elenco, che si chiamò: Catalogo, in principio d'ogni anno, in 
forma di lettera, perchè più facile ne fosse la diffusione. Poi vi 
si die forma di picciol libro da poter offrire ai principi e alle 
persone ragguardevoli, che visitavano il collegio (2). Infine il 
rettore Martinelli nel l<i85, « in cui — nota il Sabini — so- 
prabbondava il numero de' Nobili Convittori d' ogni nazione » (3), 
introdusse l' uso di tenerne ruolo alfabetico per decenni, pubbli- 
candolo col nome di NonioicJatìira. E certo, considerato il nu- 
mero grande dei convittori, specialmente forestieri, la pubblica- 
zione dei loro nomi aveva importanza non trascurabile. Basterà 
notare che ai 26 agosto 1687 il duca consentiva l'ammissione 
in collegio, tutto in una volta, a ben 22 aspiranti ; il 20 luglio 
1688 a 18, il 30 agosto a 17, il 9 settembre a 11 e il 31 
novembre de'lo stesso anno a 15 ; il 24 luglio 1691, a 25, tra 

(1) 0. vSmjìualdi, coti. X. 561 cU., pp. 103-4. 

(2) Ivi, p. 125, Catalogo (hi Rettori, e/c, p. oì. 

(3) Sabini, op. cit..^ p. 10 



i 



DI PARMA 47 

i quali erano im Hgliiiolo del pi-iucipe palatiuo il'Ungheria e tre 
signori nativi della Westfalia (1). E nella Nomenclatura del nono 
decennio (1680-90) troviamo registrati perfino un principe eredi- 
tario e un principe regnante ; che a fianco al nome di Leopoldo 
Federico Delmenhorst si legge : Est Serenissimus HnercdUarius 
frinceps Noroegidc, Dnx Slcsv/ci, Hoìsatiae, eie. ; e a fianco 
al nome di Menrado Carlo Antonio di Holienzollern si legge : 
Est ipso Serenissimus Priiiceps de Zollerei, Siyjuaringen, 
ctc. (2). 

Per la giusta valutazione del f;itto occorre notare che nella 
seconda metà del secolo XVII il Collegio dei Nobili di Parma 
non era più il solo del genere ; ne erano sorti altri simili, che 
si industriavano con ogni mezzo di emulare il parmense. Già nel 
1(370 notava il duca malinconicamente: « Veggo l'erettione del 
nuovo Collegio di Verona, uè si può dir che ognuno in Casa 
sua non sia Padrone di far à suo modo » (o). 

Fekma disciplina imposta dal duca. — Ma, nonché al- 
lentare i freni, il duca diventava più rigido nell'accettazione 
di nuovi alunni e nel mantenimento della disciplina. Non volle 
consentire che, terminati gli studi e usciti di collegio, i gio- 
vani si fermassero in l'arma, « in casa de' Parenti, d'Amici 
e J' altri. » ma comandò che ritornassero subito alle case loro 
« per restituirsi a' Padri nella medesima qualità, che gli havrà 
data l'educazione nel collegio, che non può essere, che di tutta 
perfettione nella virtù » (4). Similmente vietava le uscite tem- 
poranee dei collegiali, piotestando esser questa una strada « che 
porta ad una perniciosissima rilassazione » (5). E speciale cura 
pose a tener lontani i giovani provenienti da altri collegi. Scri- 
veva infatti nel 1(575 al rettore: « Non accordo l'ammissione 
ai due mantovani, già convittori del collegio di Bologna, dove 

(1) Lettera del duca al rettore, ueirArchivìo del Convitto. 

(2) Sabini, op. cit., pp. 76 e 80. 

(3) Lettera del duca al rettore, 7 luglio 1670, uell' Archivio del 
Convitto. 

(4) Lettera del duca al rettore, 23 giugno 1671, ivi. 

(5) Lo stesso allo stesso, 30 novembre 1682, ivi. 



48 IL COI,LKaiO 1JE[ NOBILI 

ebbero luoj^o dei hrbidi : uè biso<>'aa caiuiuciare a dispensare al- 
cuuo d'essi sotto (qualsivoglia titolo, come veggo ella vorrebbe 
si tacesse a questi ; perchè datone uq esempio, ne verranno con- 
seguenze poco Inioue ; et io voglio riparare a sconcerti » (1). E, 
quando, alcuni anni dopo, seppa che anche nel collegio di Brescia 
orano accailuti disordini, si atììettava a scrivere al rettore: « De- 
sidero che ninno di quelli, che bora sono, e che sono stati nel 
Collegio di Brescia, habbia luogo in cotesto mio Collegio dei 
Nobili, anzi che né meno parli alcuno di sodetti Collegiali di 
Brescia, che passeranno per Parma, con cotesti Convittori del 
mio Collegio » (2). Ma intorno a questo argomento niente po- 
trebbe render nota la mente di Ranuccio II meglio della lettera 
seguente : 

•< Molto Reo. P.rc Rettore, 

« La (jualità, non la quantità de' Convittori è quella, che dà 
Tessere de" Nobili à cotesto mio collegio, perchè la quantità lo 
fa solamente uumer'"»so; e cede il numero in vantaggio, e profitto 
di chi gli alimenta, e la nobiltà in dei-oro di chi li protege, et 
ha per suo, e sotto il suo nome è sostenuto il Collegio. K però 
bisogna avvertir bene di non dar luogo in esso ad alcuno, che 
non sia veramente nobile, e di nobiltà più idie ordinaria, e ca- 
pace d' bavere la croce di Malta. De tré soggetti per li quali la 
P. V. mi dimanda l' ingresso, l'accordo al figlio del Conte di 
Wurmbs Viennese; ma non già per ora e sino a che non si ab- 
biano maggiori notizie della finezza della loro nobiltà. Il Negri- 
sola Mantovano è tìglio di un semplice Gentiluomo, che ha per 
moglie una Sorella del P. Bulgarini, il quale t"a tastare sotto- 
mano, ma non ha voluto uscirò' à far egli scopertamente l'istanza 
per il nipote, conscio, che la nobiltà non sia tale quale la ricerca 
il Collegio. Il Baiano pure Alessandrino non si ha sin'ora, se non 
cir è nobile Aless uidrino; e non sapendosi più oltre del preggio, 
bisogna sospenderne le risoluzioni. 

(1) Lettera etc, del 5 agosto, nell'Archivio del Convitto. 

(2) Lettera etc, del 3 ajjrile 1680, ivi. 



DI PARMA 49 

P.re Rettore la soverchia cortesia, e facilità farà declinare 
il Collegio dall'alto concetto, e stima in cui si ritrova, et io lo 
vorrei conservare: onde bisogna caminare con circospezione, e 
cautela. 

Color no, li 11 Settembre 1676. 

AI piacere 

Ranuccio Farnese (1). 

Persino l'uso del tabacco e delle parrucche richiamò la sua 
attenzione e lo indusse a intervenire con speciali provvedimenti. 
Ditatti proibì il tabacco e regolò con prammatiche precise l'uso 
delle parrucche, cominciato nel 1037 (2). Particolari che ora 
muovono noi al riso, ma che dimostrano con quanta costanti^ pre- 
mura Ranuccio II curasse il buon andamento del suo collesfio. 



(1) L'originale è uell' Archivio del Convitto. I nomi dei giovani, men- 
zionati nel testo, non si trovano nella Nomenclatura del Sabini. 

(2) Lettere del duca al rettore, 23 settembre 1676 e 6 agosto 1680, ivi. 
— Nei primi anni, tra gli altri abusi, eravi pur quello che i servi condu- 
cevano i convittori fuori per farli pettinare dalle loro donne. Però vi fu 
posto rimedio. Cfr. 0. Smeraldi, Mss. n. 561 cit.^ p. 125. 

Abch. Stor. Parm., 2." Serie, I. 4. 



50 IL COLLEGIO DRI NORIM 



Capitolo Quinto 



Sepiic: Il CoUes;io durante il prlucipito 
di Ranuccio II Farnt*se. 

Inf/nindimcnfo del palazzo Bernierl. — TjU « Sala d'Armi ». 
— // Teatro Grande. — Il « Teatrino » . — Nuovi ani- 
pliamenti dopo il 1662. — Piazze e facciate del col- 
legio. Affreschi. — C ippelle, quadri e )>itttire. Sontuosità 
dell'edificio. — Nuove villegr/iafure. — Spese e componi- 
menti finanziari. 

Ingrandimento del palazzo Bernieri. — Intanto raumento 
dei convittori e la sempre crescente prosperità dell' istituto per- 
suasero a non indugiare più oltre la soluzione di un problema 
di capitale importanza: l'ingrandimento della sede del collegio. 
11 palazzo Bernieri, comodo per molti rispetti e sufficieute a un 
numero ristretto di alunni, era diventato oramai assolutamente 
disadatto, perchè troppo angusto, non bene ordinato, senza netta se- 
parazione tra le camerate, e senza modo di impedire la comunica- 
zione con l'esterno. Quando gli alunni erano soli settanta, « li 
Padri Rettore e ministri erano necessitati a stare sempre in veglia, 
et in caminare in ronda per sovvenire a disordini che può dirsi 
di momento in momento insurgevano ... era un travaglioso vivere 
non meno per chi governava, che per chi era governato » (1). Oc- 
correva dunque « bonificare » il collegio, ossia ingrandirlo e ri- 
formarlo in modo che potesse rispondere al suo fine. 

Grià si è visto che sin dal 1607 il rettore Purlani aveva 
aggiunto al palazzo Bernieri una casa comprata dalle Convertite, 
pagandola solo in parte (il Sozzi pagò l'ultima rata ai 23 set- 

(1) 0. Smeraldi, goU. N. 561 cit., pp. 98-9 e 126. 



DI PARMA 



51 



tembre del l&òi) (1). In essa occorsero molti lavori. Ma più ne 
richiedeva annualmente il palazzo. Basti dire che lo Smeraldi, 
mentre nel suo primi rettorato vi spese oltre 21.000 lire, nel 
secondo ve ne spese poco meno di 100.000. 

L'Adorni in cinque anni spese oltre 40.000 lire. Nel 1640 ag- 
giunse la ottava camerata, e poco dopo lo Smeraldi ve ne ag- 
giungeva altre due, allogando l'ultima nella casa Ghilardoni, 
comprata dalTAdorni per l'Accademia. L'Adorai stesso comprò 
anche l'orto di S. Brigida, dove si fece poi il giuoco del pallone, 
e dove, appunto per ciò, il rettore Rossi sostituì ai ciottoli i 
quadrelli. E lo Smeraldi per costruire il teatro comprò una stalla 
col tienile dal march. Francesco Pallavicino, una muraglia divi- 
soria dai confrati di S. Brigida e la casa di P. Maria Scacaglia 
con orticello e cortile. Una casetta contigua a questa comprò il 
Cavalca per uso di beccheria. 

Né, com'era naturale, fu dimenticata la cappella ; per la 
quale anzi si ebbe tanta cura da fare esclamare allo Smeraldi, 
che poteva esser chiamata < alla reale » (2). 

Menzione speciale meritano il nuovo teatro per le rappre- 
sentazioni sceniche e la « Sala d'armi », allora chiamata Salone 
e poi anche Teatro d'onore, destinata alle accademie, dispute ed 
esercitazioni pubbliche dei convittori. 

La « Sala d'Armi ». — Il Salone fu fatto costruire dal 








: ^ Ti uTrriijT'Trrnu 





im. i-'C^^ SS2 ;i5Q» 1^ £^ [Ca^ m l^ 








Sala d'Anni (P;u-et« laterale;. 

rettore Cavalca nell'orticello della cosiddetta Accademia, ridotto 

(1) 0. Smeraldi, ivi, pp. 82 e 99. 

(2) Ivi, pp. 101-6 e p. 119. 



52 



IL COLLEGIO DEI NOBILI 



a cortile (1). Essa misurava oltre a 26 metri in lunghezza, 
14,50 m. in larghezza e quasi undici in altezza. Alla porta 
d'ingresso, uell' interno, lungo tutta la fronte della sala, sopra- 
stava una loggia adorna di balaustri in legname, donde i principi 




Sala d'Anni (Parete laterale). 





'É^ìuJtà^^^ -ià-À. 







Sala d'Armi (Parete di fronte). 



(1) Ivi, p. 106. 



DI PARMA 



53 



col seguito assistevano ai saggi. Un'altra loggia « rilevata e 
praticabile » girava tiitt' intorno alla sala, tra i due ordini di 
finestre. Il soffitto e le pareti furono dipinti a fresco egregia- 
mente da esperti artisti, tra i quali il fiammingo Giovanni Hou- 
langer. Questi dipinse anche i ritratti di Kanuccio 1 e Ea- 
nuocio II sulla parete di fronte alla porta d" ingresso, e in alto 
!' impresa dei gigli azzurri coll'alveare, le api e il motto vohi>< 
atqiir nìiis ; e sulle pareti, in dieci quadri storici, figurò a buon 
fresco le scienze e le arti principali, alle quali deve attendere 




Sala d'Armi (Parete di fondo). 

un giovane di illustre casato. Tra i ritratti dei due principi e^a 
una cartella con le parole : Nohiì/nm Gymnasmm, e, sotto agli 
stessi, altre due con le seguenti parole : BamiHns I inaiitnU 
— Rnmitim fieciwdm ampìificavit (1). 



fi) Donati, Ntwva rlescrùione di Parma. Parma, PaganÌDO. 1824, p. 97. 
— ScARABELLi-ZuNTi, o}). Cìt^ N. del 3 iwarzo 1872. — P. Mazza, Gran 
Sala d'Armi e delle Accademie che esisteva nella parte dell'antico Edifizio 
del Collegio dei Nobili di Parma, la quale fu demolita nell'anno 1844 
per erigervi il Palazzo degli Studi. — Biblioteca Reale di Parma, cod. 
N. 1250. 



54 



IL C0LI,KGI0 DEI NOBII. 




Sala d'Arra! (Soffitto). 



DI PAKMA 55 

Il Teatro Geande. — Che uei primi tempi mancasse un 
teatro veramente degno di tal nome, si è visto. Le rappreseu- 
tiizioni, come accadde per la tragedia Cristo, avevano luogo 
nel cortile, presso la chiesa di S. Marcellino, incomodo agli attori, 
ma anche agli spettatori, che, per l'angustia dello spazio, biso- 
gnava in parte escludere. Per un po' di tempo si adoperò una 
sala, mutata più tardi in cappella ; e in quella fu dato il Ciro 
nel 1652, come si vedrà in appresso, con molto disagio. Di qui 
lo Smeraldi ebbe « motivo ben gagliardo di pensare all'apparec- 
chio del luogo migliore » ; e così sorse nel 1656 il gran teatro, 
che tornò di tanto lustro al collegio. « Cotal teatro era onni- 
namente necessario al fine che si pretende qual'è di educare gio- 
vani nobili che siano come voleva quel Ke inglese da tavola 
rotonda » (!)• 

Questo teatro si ebbe mutamenti diversi, durante il prin- 
cipato di Eanuccio li, sicché verso la fine del seicento poteva 
dirsi rinnovato. Molti abbellimenti vi si fecero per il terzo ma- 
trimonio di Ranuccio nel 1668. Vi dipinsero scenari, tra gli altri, 
il bolognese Giacomo Fricini e il parmigiano Alessandro Baratta. 
Vi lavorarono di stucco Leonardo Reti e Antonio Spagnolini. Le 
innovazioni maggiori si ebbero per altro in occasione delle nozze del 
principe Odoardo con la principessa di Neuburgo (1690). Fu rifatto 
allora il palco sovrano e rialzato il soffitto del loggione, che piimii 
era bassissimo, su disegno, pare, dell'architetto reggiano Antonio 
Cugini, scolaro di Ferdinando Galli, detto i»??/^»/^/. E molte nuove 
tele dipinsero il Bibiena stesso e il Bighini, anche questi suo scolaro, 
od altri abili ed esperti scenografi. Nella sua nuova forma, cajiacc 
(li contenere un migliaio di spettatori, il teatro presentava un 
vasto palcoscenico adatto a spettacoli grandiosi, con trasformazioni, 
voli, etc, come usava allora. La sua planimetria era presso che 
identica a quella del teatro di corte : ai fianchi della porta d'in- 
gresso una curva, che prolungavasi con due parallele sino al 
proscenio; ai lati del iroscenio }iilastri binati d'ordine corintio 
con sovrastanti mensoloni, che reggevano l'architrave del bocca 
d'opera ; sulla porta d" ingresso il palco regio con due palchetti 

(1) pMERiLDi, ed. n mi cit, pp 02, 120, 122. 



5(3 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

laterali per il seguito del duca; tutt' intorno quattro ordini di 
logge, dei quali il superiore era a balaustri (1). 

Il « Teatrino ». — Tanta grandiosità aveva per altro i 
suoi inconvenienti. 11 teatro non si prestava a' piccoli tratteni- 
menti famigliari (scherzi comici, azioni pastorali, sacre e profane, 
etc), specialmente nell' inverno in cui i convittori vi pativano 
« sommo freddo ». Se ne costruì pertanto uno più piccolo, con- 
tiguo a quello esistente, in luogo raccolto, in condizione da potersi 
riscaldare e protetto dalle intemperie, con sfondo e scene rispon- 
denti « tutte al caso degli Attori nobili ». Ciò avvenne nel 1685. 
Ma anche questo Teatrino, come fu chiamato poi per distinguerlo 
dal grande, essendosi introdotto Fuso di rappresentarvi anche 
opere buffe francesi, « e ciò per occupazione geniale, utile e 
decoro dei medesimi Signori Convittori », fu dopo pochi anni 
quasi interamente rinnovato. Lo si allungò, quasi raddoppiandolo ; 
lo si provvide d'un nuovo sipario; si riformò la sala pingendone 
il soffitto, rinnovando i palchetti laterali e aggiungendovene un 
altro ordine, amovibile. Si costruì « una Sala vistosa auferibile, 
dipinta tutta a damasco cremisi, sopra fondo d'oro falso con 
galloni d'oro pur falso, portiere varie compagne, etc, con animo 
di condurre a perfezione la faccenda in tempo più congruo » . 
Insomma si ridusse il luogo « anche alla onorcvolezza di Teatrino 
Nobile ad uso de' Cavalieri » (2). 

La entità dei lavori eseguiti per ingrandire e adattare il 
palazzo del collegio si rileva già abbastanza dal confronto tra le 
due piante dell'edificio, lasciateci dallo Smeraldi, e riferentisi 
runa al 1604, e l'altra al 1662. 

Nuovi AMPLIAMENTI DOPO IL 1662. — Eppure dopo que- 
st'anno la vita rigogliosa del collegio offrì occasione di fare 
ancora di più e forse di meglio. Il rettore Valcarengo dotò di 
camerini le camerate, le quali così assunsero la forma, che rimase 

(1) Catalogo dei Rettori^ eie. cit., pp. 31 e 39. — Donati, op. cit., 
p. 98. — E. ScARABELLi-ZuKTi, op. cit., N. del 24 marzo 1872. 

(2) Catalogo dei Rettori, cit., pp. 31, 40. 44-45. 



DI PARMA 57 

poi sempre, come tuttora si può vedere nel palazzo di città del 
Convitto Maria Luigia e nel palazzo, già badia, di Fontevivo, di 
proprietà dello stesso Convitto. Nel 1660 il duca prestò il denaro 
per la compera d"una casa del march. Guido Kangoni, che fu 
unita al palazzo insieme con la strada adiacente. Si costruì in 
essa il maneggio per la cavallerizza, mentre prima si doveva 
usare il cortile di S. Marcellino eoi vecchio teatro, dove si faceva 
anche il giuoco del pallone e della palla ; e dove eontinuarono 
poi sempre ad esercitarsi in questo giuoco i convittori piccoli 
anche dopo l'acquisto dell'orto di S. Brigida, che fu destinato ai 
convittori di maggiore età (1). 

Nel 1771 furono comprate una casa della nobile famiglia 
Pnelli e una dei conti Cantelli nel vicolo S. ^Marcellino, « dove anche 
di presente — notava lo Scarabelli nel 1872 — si osserva all'intorno 
della porta murata sul vicolo stesso il bell'ornato in pietra arenaria 
cogli stemmi gentilizi Cantelli e Prati » : lavoro eseguito, a quel 
che pare, dal parmigiano Giov. Francesco Dagrate (2). Qualche 
anno dopo il duca consentì all'abbattimento dei portici, contigui 
al palazzo Bernieri verso il ponte Caprazucca, per fabbricarvi. 
La commissione anzi si dichiarò favorevole, anche perchè il lavoro 
sarebbe stato di abbellimento alla città (3). Nel 1674 il rettore 
Luzzago, sempre a scopo di ingrandimento, ottenne di poter 
acquistare il « Luogo di S. Brigida ». E al rettore Masdoni, 
L'anno seguente, fu concesso un pezzo di strada per poter rinno- 
vare la facciata del collegio (4). 

(1) Ivi, pp. 106, 119 e 121-2. — Sono nell'Archivio del Convitto Na- 
zionale M. Luigia i seguenti istrumenti : 

1662, 29 aprile. Compra di casa, fatta dal rettore Cavalca, da Isabella 
Rivara; rogito del notaio Bern. Biondi. 

1G69, 7 ottobre. Compra di casa, fatta dal rettore Luzzago, da Gia- 
como Manfredi : rogito del notaio Bern. Bianchi. 

1669. 23 ottol»re. Compra di casa, fatta dal rettore Luzzago, dai 
fratelli Cosmi ; rogito del notaio Bern. Bianchi. 

1669. 28 novembre. Compra di ca.sa, fatta dal Rettore Luzzago, da 
don Gio. Batta Stocchi ; rogito del notaio Bern. Bianchi. 

(2) E. Scarabelli Ztjnti, op. cit , N. del 18 febbraio 1872. 

(3) Archivio di Stato di Parma. Busta: Collegio dei Nobili, 1600-178Ì. 

(4) Lettere del duca dei 31 luglio 1674 e 2 luglio 1783, nell'Archivio 
del Convitto. 



58 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

Piazze e facciate del collegio. Affreschl — Non 
pochi, oè di poco couto, fiiroDO i lavori eseguiti durante i 18 
anni del rettorato del Martinelli. Fra i riattamenti ricorderemo 
la trasformazione di una camerata in una sala per le disputa 
filosofiche ehdomadarie. Questo locale, essendo provvisto di un 
huon camino, serviva ai PP. anche come sala di riunione uel- 
r inverno (1693). Comprò il Martinelli anche diverse case, fra 
le quali una appartenente alla famiglia Centoni (1688), e pagata 
L. 52.200. Con questa compera potè formare una bella piazza 
davanti all'entrata principale del collegio, che sino allora era 
stato « seppellito » in uno stretto e scuro vicolo. In fondo alla 
piazza e dirimpetto al collegio furono costruite tre case, affit- 
tate poi per scudi parmigiani 225 (lo scudo valeva allora L. 7,6), 
prima e sinora, scriveva un diarista intorno al 1700, ultima 
rendita di proprietà « soda » del Collegio. 11 lavoro fu compiuto 
nel '90, e vi si spesero oltre a 82.000 lire (1). Questo fatto 
parve così straordinario alla « musa fjìceta » del Sacco (2), 
bidello dell'Accademia degli Scelti, « pessimo poeta, — scrive il 
Pezzana — nato in Remedello villaggio del Bresciano, » (3) da 
farle sferrare il seguente: 

SONETTO. 

Padre Rettore, non le so spiegare. 
Quanto rallegri ognun Piazza si degna ; 
E quanto a me, se il mio parer non sdegna, 
Dirò ch'opra miglior non potea fare. 

Il Collegio non ha più che bramare. 
Or ch'ò distrutta quella casa indegna. 
A cui mancava sol d'Oste l'insegna, 
Ohe a Cavalli, e Cocchier dà d'alloggiare. 

Di Piazza tal son tutti ar.nniratori. 
E dicono in mirarla d'ogn' intorno : 
Han pur la bella Piazza i Convittori ! 

Piazza non è, ma è un Teatro adorno 
D'una vaghezza tal, che spettatori 
Ha le stelle di notte, e il Sol di giorno (4). 

(1) Catalogo elei Rettori etc. cit., pp. 15-16, 37 e 4U. 

(2) Sacco Giampaolo, Passalempi d'una musa faceta. Parma, Rosati, 1693. 

(3) Pezzaka, Confinnasione etc, VII, 5. 
^4) Sacco, op. cit , p. 263. 



DI PAKMA 50 

Però nella piazza era una stalla, di proprietà Casali, che occu- 
pava « per attraverso » la strada di fianco al collegio di modo 
che appena vi era passaggio libero jier una sola carrozza. Il 
Martinelli pensò di comprarne un'altra per il Casali, purché que- 
sti cedesse la sua. Ma il proprietario, certo Ferri, pretendeva ima 
somma esorbitante, sicché nulla si sarebbe concluso senza l' in- 
tervento del duca, che fissò il prezzo in lire 8000. La permuta 
ebbe subito luogo e subito cominciarono i lavori (1). Così fu 
fatta una piazzetta anche di fianco al collegio e si completarono 
le due facciate sulle due piazze con affreschi. Anzi il rettore 
Martinelli, amantissimo di pittura, fece ornare di atl'reschi anche 
le case private, che al collegio facevano prospetto e corona. 
Ancora se ne scorgono avanzi nella volta e nelle pareti della 
vecchia cavallerizza, mutata oggi in magazzino. La favorevole oc- 
casione non si lasciò sfuggire il Sacco, che die libero sfogo alla 
esuberante gioia ed ammirazione con quest'altro 

SONETTO. 

Che dici, Passeggiero ? È Piazza questa ? 
Di su, che il tuo parere udir qui voglio. 
Piazza non la chiamar, ma un Campidoglio, 
Se pur hai sano il tuo giudicio hi testa. 

Le mura qui il pennello ornò da festa. 
Col tappezzarle d'un eterno spoglio ; 
Ogni pittura è a guazzo; e fatta ad oglio 
Di rimirarla l'occhio si protesta. 

Ma un'istanza da te farmisi credo: 
E come un Campidoglio dir la vuoi. 
Se statue d'eroi qui non ci vedo ? 

Amico, non perciò negar lo puoi : 
Statue non ci son, te lo concedo: 
Ma in Collegio vedrai gli stessi Eroi ('2). 

Cappelle, quadri e pitture. Sontuosità dell'ekifick». — 
Ci dilungheremmo troppo se volessimo registrare tutti i lavori e 

(1) Catalogo dei Hetlori etc. cit., pp. 47-48. — Lettera del duca al 
rettore, degli otto aprile 1698, nell'Archivio del Convitto. 
(2) Sacco, op. cit., p. 272. 



60 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

gli acquisti fatti dal Martinelli, durante il governo del quale il 
collegio raggiunse il massimo splendore. Ma non possiamo omet- 
tere il ricordo dei lavori nuovi, che il gran numero dei coiivittoii 
rese necessari per il servizio divino. La seconda cappella, quella 
consacrata a S. Ignazio, così calorosamente ammirata dallo 
Smeraldi, era oramai un « piccol vaso ». La si ingrandì quindi, 
dedicandola alla B. V., e la si fece ornare di pitture, in diversi 
tempi, dal Bibiena, da Leonello Spada, dal Lanfranco, dal 
Francia e da Francesco Stringa modenese, del quale ultimo 
erano cinque quadri rappresentanti la vita di S. Caterina. Si 
costruì inoltre, al primo piano, una terza cappella dedicata a San 
Francesco Saverio, piccola, ma comoda pei convittori convalescenti: 
nella quale si ammiravano due quadri, il martirio di S. Barto- 
lomeo apostolo e la Pietà, attribuiti il primo al Lanfranco e 
il secondo a Lionello Spada (1). 

In conclusione, verso la fine del secolo diciasettesimo l'an- 
tico palazzo Bernieri, ora di S. Caterina, salvo pochissime insi- 
gnificanti modificazioni, aveva già l'aspetto e l'estensione, che 
mantenne poi sempre finche non fu in parte distrutto, centocin- 
quanta anni dopo. Esso, secondo la pianta fattane da Pietro 
Mazza, partendo dai borghi della Vite e Marmirolo, si stendeva, 
a nord, lungo il piazzale, e, ad oriente, lungo la piazzetta e il 
vicolo di S. Marcellino sino alla strada al ponte Caprazucca. 
che seguiva, a mezzodì, sino all'angolo con la strada del Car- 
mine; di questa occupava, ad occidente, una parte, donde, pas- 
sando dietro alcime case private, raggiungeva verso nord i borghi 
della Vite e Marmirolo. 

Se a tutto ciò aggiungiamo che l'interno dell'edificio, ra- 
zionalmente distribuito, era pieno di comodi e di magnificenza, 
che nei corridoi erano « a maniera di Galleria » i ritratti della 
Serenissima Casa Ducale Blascìiile, « copiati dagli originali della 
Corte », i cataloghi - corniciati » dei convittori, distinti per de- 
cenni, e, aggiuntivi più tardi, i ritratti dei Principi dell'Acca- 

(1) Catalogo dei Rettori ccc.^ cit., pp. U e 3S. — Donati, op. cit.. 
p. 98. — ScARABELLi-Zu.NTi, op., cit.. N. del 3 marzo 1872. — Cfr. anche 
il cod, 1106 della Biblioteca Reale di Parma, conteuente : Notizie intorno 
alle Belle Arti Parmigiane, p. 47. 



DI PARMA 61 

demia degli Scelti; uou ci farà meraviglia sentire clie uu ex 
alunno, divenuto papa, Innocenzo XT, lo proclamasse « Ke di 
tutti i Collegi », e se esso fosse visitato dai forestieri « come 
cosa più ragguardevole della città * (1). 

Nuove villeggiature. — Mentre si lavorava così alacre- 
mente per la residenza in città, non si trascuravano quelle in 
campagna, destinate una alle vacanze ebdomadarie e l'altra a 
quelle autunnali. 

Lo Smeraldi nel 1655 restituì la villetta del Panilo, die 
oramai non poteva rendere alcun utile servizio, e prese in Htto da 
certo Baldisserra una casa più adatta, posta in S. Lazzaro Par- 
mense vicino alla strada maestra, tr.i il Portone e l'Ospedale (2). 

Ma neanche questa servì a lungo. Nel 1675 il rettore Kossi 
entrò in trattative col P. Girolamo Chiaramonti rettore di S. Rocco, 
per acquistare una piccola Villetta in S. Pellegrino, a poca di- 

(1) Galalogo dei Rettori eie, p. 33. — Garofani G., Parma, città 
cVoro, ecc.^ Parma, Monti 1831, pp. 51-2. — Saxseverini A., Il Parmiy'ano 
istruito etc, Casalniaggiore, 1778. II, p. 148-9. 

L'edificio di S. Caterina cessò d'esser sede del Collegio nel 1833. Era 
mente del governo di demolirlo per costruirvi un palazzo destinato all' uni- 
versità degli studi : e un decreto di Maria Luigia del 3 febbraio 1844, or- 
dinò difatti l'abbattimento dell'ala, dove sorge ora il palazzo della corte 
d'appello. Provveduto poi altrimenti all' università, i lavori non furono pro- 
seguiti. Attualmente rimane ben poco dell'antico edificio : il refettorio, lungo 
rettangolo, con due ordini di colonne nel mezzo ; il salone delle dispute filo- 
sofiche, dove si può vedere ancora l'antico camino con la mensola, sostenuta 
da due mezze colonne d'ordine romano in alto rilievo, e il motto : Virtutis 
Praemium ; la vecchia cavallerizza, con la « mostruosità » — come dice lo 
SoAiiABELLi-ZuNTi — del famoso « piedritto » a sostegno del soffitto, oggi 
magazzino municipale ; il palcoscenico e il proscenio del teatro grande an- 
ch'essi diventati magazzeni, ridotti però in cattivo stato j il cortile di S. 
Marcellino, non piìi nella forma antica, ma ornato di molti pilastri raccolti 
anche da altri locali dell'edificio ; alcune camerate, qualche scaletta, sopra 
una delle quali, sul pianerottolo, nella parete di fronte, campeggia ancora 
un aifresco rappresentante Minerva armata, in grandezza naturale. La maggior 
parte di questi locali servono oggi alle scuole comunali del quartiere Jacopo 
Sanvitale. Dov'era la farmacia abita ora il rettore della chiesa di S. Mar- 
cellino. 

(2) 0. Smeraldi, »w.s, N. ófìl cit., pp. 115-6. 



62 



IL GOLLKGIO DEI NOBILI 



I 



stauza dalla città, di fresco veuuta iu possesso del collegio di 
S. Rocco. Si stabilì di prenderla a livello. E il rettore del Col- 
legio dei Nobili, senza aspettare la stipulazione del contratto, 
cominciò a fabbricarvi una casa comoda e capace, dopo aver di- 
strutta Fautica, « assai misera e iuhabile al servizio ». Ora 
accadde che, morto iu questo mezzo il Chiaramouti, e successogli 
il r. Rondinini, sorsero diftìcoltà. Allora il duca dichiarò voler 
comprare addirittura la Villetta, perchè « come provedeva il 




La Viiietia. 



Collegio de' Nobili dliabitatione in Città, così il voleva prove- 
dere di comodità di Villa ». 11 Rossi, sicuro dell'acquisto, con- 
tinuò a fabbricare. Ma, non intendendosi sul prezzo, i due rettori 
pensarono di stipulare intanto una scrittura di locazione o d'af- 
fitto, pel tempo e nella forma propria permessa ai Religiosi. A 
questo accordo tenne dietro, l'anno dopo, il contratto effettivo, 
fissante il fitto annuo iu lire 3()00, che il duca, alla sua volta, 
suggellò con una concessione di acque (1). 

(I) Tnfor,niziow, sotto Taimo 1679, e lettera del duca al rettore, dei 
6 decembre 1680, nell'Archivio del Convitto. — Erra duacjue il Mai<4§pina 



DI l'AliMA «>8 

Questa fu la beu uota ViUettd, dotta audio Casino Rosso, 
la quale, dopo varie vicende, uel 1S17 tu ceduta al comune di 
Parma perchè vi costruisse il cimitero. La casa, iu forma di 
croce, ancora esistente, era disposta in modo che i convittori non 
potessero esser veduti dal di fuori. Simile disposizione fu data 
anche al recinto, destinato ai giuochi (1). Tutt) il fondo misurav a 
■J(3 biolche, delle quali 5 ortive, e possedeva un mulino. Così 
la quistione del locale p.H' la villeggiatura ebdomadaria fu defi- 
nitivamente risoluta. 

Per la villeggiatura autunnale lo Smeraldi nel 1650 volle 
tentare il piano, e, abbandonando Torchiara, si recò a S. Secondo, 
dove ritornò anche l'anno seguente. Ma l' aria bassa e la vicinanza 
del Po generando febbri, si vide costretto a riprendere Torchiara (2), 
dove il collegio villeggiò per parecchi anni ancora, finche, alla 
morte della duchessa madre (1679), Ranuccio II, avendo deciso 
di ritornare a Coloruo, donò al collegio per la villeggiatura la 
rocca di Sala (edificata nel 1477 da Giberto III de' Conti San 
Vitale, e confiscata da Ranuccio I dopo la nota congiura del 
1611), imponendo soltanto di levare il ponte levatoio e di rispet- 
tare sino alla morte certa vecchia servente di corte. Di conserva 
Ranuccio 11 decretò a Sala, come aveva fatto prima a Torchiara, 
una riserva di caccia « ad uso e proprio e del Collegio, » com- 
prendente le ville di Sala con Maiatico, Collecchio, Collecchiello, 
Taligiiano, S. Martino Castellaro, S. Vitale con Limido, Monte- 
palero, Paderno, S. Ilario, Barbiano, S. Michele di Tiorre, Felino 
col castello, S. Michele de' Gatti, Carignauo e Cevola di Felino {'■]). 

{Guida eie, p. I12i, che dico fabbricata la < Villetta » nel 1667 ~ ''fr. : 
ti Descrizioue del sitj fuori Porta. S. Fraiieescj, deaoiiiiuato il Oasiiio Rosso 
in Viixheffio, dove si portano per godere l'aria di Campagna li Convittori 
ilei R. Collegio dei Nobili in cadami (Tiovedì della stagione estiva ». .Ar- 
cbivio di Stato in Parma : Carte Da TUlot, mazzo C, n. 313-337. 

(I) Minuta di lettera dello Scutellari, preside del Liceo imperiale di 
Parma, al Fontanes, Gran Maestro dell'Università di Parigi, in data v 
giugno 1880, nell'Archivio del Convitto. 

("2) <). Smeraldi, cod. V. 561 cit., p. 115. 

(3) Lettera del duca al rettore, 26 agosto I6S9, nell' Archivio del 
C9nvitto, 



64 



IL COLLEGIO DEI NOBILI 



Da quel momento si può dire che col lollegio convisse il 
principe, più tardi dura Antonio, il quale nella rocca di Sala aveva 
un appartamento a >t' riservato e y'odeva di trovarsi spesso in 
mezzo ai convittori, di i»ronder parte ai loro giuochi e anche di 
invitarli o accompagnarli alhi caccia. 




Rocca di Sila. 



Questa « parzialità » dei sovrani e della famiglia ducale 
taceva sì che non di rado anche fatti ordinari assumessero im- 
portanza di avvenimenti notevoli. Così invalse l'uso di condurre 
il collegio a Sala in giorno fisso, ai 16 di agosto, traversando 
la città con grande apparato, pomposamente. 

« Si aveva tutto il zelo di far comparire la grandezza del 
Sereniss. Padrone, e la bontà de' cavalieri et altre Persone, che 
favoriscono col prestito delle Carrozze... Tutto lo studio si poneva 
neir incarrozzare i SS.'' Convittori prima nelle mute sereniss e 
poi nelle Carrozze de Cavalieri, et altri, a condizione che cosi 
incarozzati Ellino s'addrizzassero alla Piazza della città, et ivi 
aspettassero l'approntamento di tutto il Collegio, per moversi 
uniti » (1). Era un'usanza barbara, che esponeva tutti a noie e 
incomodi in piena canicola; però molto opportunamente fu messa 
da parte dal rettore Martinelli, che curò più tosto di ingrandire 
la <?asa per potervi accogliere comodamente tutti i collegiali. 



(1) Culalogo dei lìeltori cit., pp. 27-8, 

(2) Ivi, pp. 49-^3 e 60. 



DI PARMA 65 

Oliiose difiitti ed otteuue d;il duca locali fiioià della rocca, per 
allogarvi gli inservienti, i fornitori e le provviste, e un pezzo 
d'orto chiuso dal muro della rocca, dove fu ordinato un giuoco di 
cùccole. Costruì due nuove camerate, un appartamento pei prin- 
cipi, una cappella e via dicendo: ampliò gli spazi pei giuochi, 
I adattò strade, piantò alberi, etc. Basterà dire che nei diciotto anni 
' del suo rettorato il Martinelli, oltre le spese ordinarie di ma- 
nutenzione e di convenienza, impiegò negli ingrandimenti e abbel- 
limenti, in città e in campagna, circa 427.000 lire, aiutato, 
s" intende, dalla generosità del sovrano. 

Spese e coMPONiMEYn finanziari. — Eppure tutte queste 
'spese furono fatte, la massima parte, in anni calamitosi, pieni 
:di contribuzioni e quartieri alemanni e quando, per tener fronte 
alla concorrenza spietata di nuovi collegi, che andavano sorgendo 
sull'esempio del nostro, si era dovuta diminuire la retta (1). 
Per altro occorre anche notare che il numero degli alunni, spe- 
cialmente nell'ultimo quarto del secolo, era veramente enorme e 
certo tale da consentire continue e rilevanti economie. Tuttavia, 
a comprendere i nuovi pericoli, che cominciavano ad affacciarsi 
sull'orizzonte del collegio, gioverà riportare qui le filosofiche con- 
siderazioni, che un diarista confidò ad alcune memorie di quel tempo. 

« 11 Mondo — ei scrive — spende di mala voglia, restrin- 
gendosi ognuno al possibile. Quando questo Convitto era presso 
che unico, poteva tenersi su suoi Rituali per questo Conto più 
generosi. Ora che sono insorti tanti Collegj, o Accademie, con 
facilità nelle spese, non solo decantate e predicate, ma quasi im- 
possibili a praticarsi ; già è, ognuno corre, ove ha il peso delle 
Spese minori, e questa Casa se vuole gloriosamente sussistere, 
deve prendere delle idee diverse delle passate ». 
I E poi : 

« Il punto sta, che neppure di tanto si appaga il Mondo. 
Ei pretende agevolezze e facilità sempre maggiori, ora con un 
pretesto, ora con un altro, ora sotto un titolo, ora sotto ad un 
altro; e troppo stanno pronti gli Avvocati degli altri Collegi per 

(I) Ivi, p. 35 
Arch. Stor. Parm., 2.» Serie, I. »■ 



66 ir^ COLLRGIO DEI NOBU,! 

dare mauo proata a tutti i partiti qualunque sieiio : uè con ciò 
s'intende toccare gli Artificij, le insinuazioni, le macidiine che si 
adoperano a svantaggio di questa Casa, ad aumento delle altre, 
e sono pur tante e tante ed incessanti » (1). 

Ricorderemo ancora, prima di chiudere il presente capitolo, 
che in questo tempo furono composte alcune quistioni finanziarie. 
Non avendo mai i duchi pagata la dozzena per i convittori, che 
mantenevano a proprie spese, il collegio dimenticò anch'esso di 
pagare il fitto del vecchio palazzo, Bernieri : e però, quando si 
vollero fare i conti, ne nacque uu grande garhuglio. Dopo molte 
discussioni, si venne ad un accordo, rettore il P. Valcarengo, nel 
1(56(5: nel quale anno ai 3 novembre, con istrumento rogato dal 
cancelliere camerale Ranuccio Pisani, si statuì che il collegio 
godrebbe in perpetuo l'edificio senza pagar fitto e il duca terrebbe 
in collegio gratuitamente un convittore, sempre che, per altro, il 
numero degli allievi superasse i settanta (2). Due ragioni indus- 
sero il duca a questo accordo. L'una, che il collegio rinunziava 
a qualunque diritto di proprietà sulle case e sui fondi comprati 
per ingrandire il palazzo, che già allora era quasi raddoppiato. 
L'altra che il rettore si obbligava per se e pei successori di 
cedere al duca ogni diritto su tutti gli stabili e costruzioni e 
miglioramenti, che si farebbero in avvenire, riconoscendone il 
duca assoluto padrone. Contratto equo e vantaggioso per ambedue 
le parti (3). 

Il Valcarengo liquidò anche altre pendenze, tra le quali 
quella con la comunità di Parma, cui restituì il danaro, ricevuto 
in prestito nel 1604 per la compera di mobili e utensili, occor- 
renti al collegio, sulla qual somma si pagava dal 1614 in poi 
un frutto annuo del cinque per cento (4). 



(1) Ivi, p. 47. 

(2) 0. SttEfiàLDi, cod. N. 561 cit., pp. HO-12. 

(3) Archivio di Stato iu Parma. Busta: Collegio dei Nobili, 1600-1784. 

(4) 0. Smeraldi, op. cit., p. 107, 



DI PARMA (37 



Capitolo Sesto 



Segue: Il Collegio durante il principato 
di itauuccio II Farnese. 

Xuoro ordinamento (ìeyli stadi. — Esercizi cavallereschi. — 
L'Accademia degli scelti. — Saoi statuti. — Suo ordina- 
mento. — Sue csercit<izioni. — Sua importanza. — Feste 
solenni e loro effetti. — Saggi accademici e rappresenta- 
zioni sceniche. — « Il Corpo di Accademici v della Corte. 
— Le Difese sostenute al termine degli studi. 

Nuovo ordinamento degli studi. — Regnando Ranuccio 11 
l'ordinamento degli studi ebbe le modificazioni e i perfeziona- 
menti, che la prosperità dell'istituto richiedeva e rendeva pos- 
sibili in armonia, s'intende, con la famosa Piatio Studiorum, 
fondamento di ogni scuola gesuitica. 

Nel collegio erano allora accolti fanciulli anche di teneris- 
sima età, ai quali appositi maestri insegnavano a leggere e 
scrivere e i primi principi della grammatica. Da questi primi 
rudimenti, per tutte le discipline intermedie (umanità, retorica, 
filosofia, matematica), si arrivava alla teologia e alle leggi. Gli 
alunni delle scuole inferiori sino a quella di retorica inclusiva, 
avevano entro il collegio i propri maestri, e, oltre alle cinque ore 
di lezioni, metà la mattina e metà la sera, e allo studio nelle 
proprie camerate, avevano ripetizioni delle materie della propria 
classe, ed erano anche esercitati « a scrivere lettere con buona 
dettatura, e correttamente, » al che i PP. davano molta impor 
tanza. Studiavano inoltre, ma contenute in ragionevoli confini, la 
geografia e la cronologia. 



68 IL COLLKGIO DEI NOBILI 

Grli alunni della scuola di filosofia avevano le stesse ore di 
lezione e lo stesso esercizio di ripetizione; ma essi andavano alle 
scuole pubbliche dell'università, a S. Rocco, poco distante dal 
collegio. Però, oltre alle conferenze e accademie nelle scuole pub- 
bliche, avevano in casa lezioni di storia e si esercitavano la do- 
menica nel difendere conclusioni intorno alle materie studiate. 

I legisti invece, ossia i convittori che studiavano legge, es- 
sendo le scuole pubbliche piuttosto lontane, a S. Francesco del 
prato, n'attuale sede dqì tribunali), avevano lezione in collegio, 
dove si recavano ogni giorno professori dell'università, a ciò de- 
legati dal duca. Questi professori insegnavano « Iiistituta civile 
e canonica, ordinaria pur civile e canonica, pratica civile e cri- 
minale », e davano straordinariamente una lezione rJe feudis. Ma 
poiché questi insegnamenti erano dati da lettori esterni, ciascun 
allievo pagava di suo, per ogni lezione, uno scudo romano da 
dieci paoli al mese, che corrispondeva a 14 lire parmigiane del 
tempo, e che assicurava a ciascun lettore dai ^00 ai 250 scudi 
di Parma ogni anno: « il che — osservava il rettore a uno degli 
insegnanti che chiedeva di più — pare una bella convenienza, forse 
ben superiore a quella che raci^olgono dalle letture pubbliche » (1). 
Del resto anche i legisti erano esercitati, con molta frequenza, 
nelle conferenze e nelle disputa/.ioui accademiche. 

Durante l'anno, oltre alle rappresentazioni sceniche del car- 
nevale e ai saggi dati in occasione di avvenimenti straordinari, 
« si facevano le accademie letterarie da tutte le scuole inferiori, 
or pubbliche, or private, con Orazioni, Declamazioni, Poemi, Odi, 
Elogj, Epigrammi e Dialoghetti tutti latini ». Solo gli aggregati 
all'Accademia degli Scelti potevano recitare problemi e discorsi 
italiani, odi volgari, sonetti, madrigali, frammezzati da compo- 
nimenti latini fatti da loro medesimi (2), 

(1) La richiesta si spiega osservando che il collegio riteneva per sé uua 
parte delle lire 14, per sostenere altre spese, inerenti a quegli insegnamenti. 
Ciò si rileva da conti degli anni ltì7"?-97, esistenti nell'Archivio del Convitto. 

(2) Informazione diretta a que' Cavalieri che vogliono collocare per 
educazione i loro signori figliuoli ?iel Reale Collegio de' Nobili di Parma. 
In Parma per Giuseppe Rosati (pp II-III). - Senza data, ma del secolo 17.", 
e posteriore al 1672, 



.^ 



DI PARMA 69 

I convittori delle scuole superiori erano, alla loro volta, tenuti 
(lesti anche con ripetuti esami, che dovevano sostenere quattro 
volte ogni auno: a Natale, a Pasqua, a Pentecoste e alla chiu- 
sura dell'anno scolastico (1). Inoltre i migliori alunni di filosofìa 
e legge alla fine di ogni anno facevano pubbliche dispute con 
l'assistenza del proprio lettore, argomentandovi contro alcuni si- 
gnori dottori della città. « Questo studio della Legge — dice 
un informazione a stampa di quel tempo — si è accresciuto di 
pili Dottori, e de" suddetti Esercizj, che sono di gran profìtto, 
acciocché i signori Convittori abbiano il comodo di apprendere 
ìu Collegio, oltre le altre Scienze, ancor questa, stimata la più 
utile, e necessaria pel buon governo pubblico, e privato, e nel 
medesimo tempo continuar possano in buona forma di vivere re- 
golato e lontano da que' pericoli, che seco porta la libertà negli 
anni della gioventìi » . 

II corso filosofico, come il legale (canonico e civile), com- 
prendendovi l'instituta, si compiva in tre anni. Alla fine del corso 
quelli che si sentivano ben preparati potevano sostener pubbliche 
conclusioni di tutte le materie legali o filosofiche, « con l'assi- 
stenza de' loro Lettori, e dedicarle a personaggi di merito assi- 
stendo alcune volte a tali funzioni pubbliche il Ser. Sig. Duca » 
(2). Nel 1680 Ranuccio ÌI consentì che, dopo il corso di legge, 
potessero prendere la laurea uelT Università, godendo egli, così si 
espresse, « che passino da codesto collegio alle Patrie e Case 
loro colla corona del merito e della virtù, e coll'ultimo e per- 

i fetto distintivo delle loro studiose applicazioni », Ma proibiva 
] nello stesso tempo ogni spesa superflua di addobbi del palazzo 
I vescovile, di stampe, di componimenti poetici, etc, salvo « il 
Isolo e preciso deposito del danaro prescritto dalle leggi del Col- 
ilegio de' Giudici, e dall'uso dell'università ». promettendo dar 
|lui una carrozza per trasportare il laureando e i promotori (3). 
r Questo era un provvedimento non solo utile, ma necessario, 

[perchè la gara per superarsi a vicenda induceva a far spese 

( 1) Catalogo dei Rettori, etc, cit., p. 17. 

(2) Informazione^ etc, p. III-IV. 

(3) Lettela del duca al rettore, 25 marzo 1680, nell'ArcLiTio del Con- 
vitto. 






70 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

eccessive, che le famiglie avevano lagioue di non voler sosteuere. 
Del resto in questo tempo il collegio assunse a proprio conto le 
spese per le dispute solenni di filosofia, legge, etc, che ammon- 
tavano sempre ad una ventina di doppie (1). 

Anche la buona creanza era insegnata in varie forme, ac- 
ciocché i nobili giovani non si scostassero punto « dal Cerimo- 
nial cavalleresco, o sia nelle visite sì attive, come passive di 
Maggiori, d'Eguali, o d'Inferiori, o sia nelle Anticamere de' 
Principi, nel chiedere le udienze, o nel riceverle, o sia ne' 
Conviti, per la maggioranza de' Luoghi, o in mille altre simili 
contingenze, che tuttodì occorrono a' Cavalieri » (2). 

Esercizi cavallereschi. — Nelle ore libere e di ricreazione 
avevano luogo gli insegnamenti complementari, facoltativi, che 
allora si chiamavano esercizi cavallereschi, tra i quali aveva il 
primo luogo, come si è già notato, quello del cavalcare. La ca- 
' vallerizza fu sempre curata da tutti i sovrani, ma da Ranuccio 
II in modo particolare, lianuccio I aveva concesso l'esercizio ai 
soli scolari di filosofia; egli lo estese a quelli di legge e di reto- 
rica del secondo anno. Ordinò inoltre che dalla sua cavallerizza 
fosse condotta al collegio « tutta quella quantità di cavalli dei 
migliori » che occorresse e che desse lezione lo stesso suo cavalle- 
rizzo. Negli ultimi tempi, essendo ammessi a cavalcare quaran- 
taquattro convittori, il duca mandava 26 cavalli (3). 

Alla cavallerizza si aggiungevano altri esercizi, come la 
corsa nella lizza all'anello, la quintana, etc. Ma vi erano anche 
maestri di lingua francese, spagnuola, tedesca, « di sonare d'ogni 
sorta di stromento col fondamento anche della musica, di can- 
tare, ballare all' Italiana, et alla Francese, maneggiar arme. 
Spada, Picca, Bandiera, Moschetto, volteggiarsi sul cavallo, dise- 
gnare di Fortificazioni, di Figure, di Prospettive, dipingere, etc. » . 
11 numero degli insegnamenti, ai quali ciascun alunno poteva 



(1) Catalogo dei Hettori cit.^ p. 15. 

(2) Informazione, etc, p. III. 

(3) Lettera del duca al rettore, dei 12 gennaio 1670, nell'Archivio del 
Convitto. — 0. SjiERAii)], rofì. IM. 5G1 rit., pji. 19 e 77. 



DI PARMA 71 

dedicarsi coutenjporaueameDte, era limitalo a due pei piccoli e a 
quattro pei grandi, uou compreso il cavalcare. Ma uu po' per- 
chè la spesa di questi inseguameuti facoltativi era a carico degli 
alunni, un po' perchè alcuni, attendendo a parecchi di essi, tra- 
scuravano talvolta gli studi « con mormorazione e con poco 
gusto de' loro congiunti », il duca nel 1686 ordinò che fossero 
limitati e che, a ogni modo, se ne concedessero ai convittori 
delle scuole inferiori uno o due al più, e a quelli delle superiori 
non pili di quattro, « compresovi l'esercizio d'imparar le lin- 
gue (1) ". Per accertare poi il profìtto dei convittori in questi 
esercizi e « per aggiungere stimolo a' medesimi di attendervi con 
maggior applicazione », si davano durante l'anno parecchie acca- 
demie pubbliche e private, anche degli insegnamenti cavalle- 
reschi (2). 

Questi erano, e così ordinati, gli studi nella seconda metà 
del secolo diciassettesimo. A dimostrare poi quale e quanta fosse 
la stima che di essi si aveva in Europa, pubblicheremo uu solo 
documento, dei tanti che sono a nostra disposizione: una lettera 
dell'imperatore Leopoldo I al duca Kanuccio II. 

« LeopoMus Divina favenfe cìementia Electtis Romanorum 
Imperaior Semper Aitgushis eie. 

« Serenissime Princeps charissime, Literarum studia, quae 
Dil."'* V.rae auspiciis in Parmensi Athenaeo luculenter vigent atque 
exroluntur, relebritatis fama Germanos- subinde ad se pertrahunt. 
Froticiscitur nunc etiam illuc Honorabilis Consiliarii nostri et 
sacri Imperli fìdelis dilecti, Ioannis Conradi ab Albrechtsburg. 
Archiducatus Austriae nostrae inferioris Sindici, fìlius Georgius 
Krnestus optimae indolis, tum elegantis ingenii ac egregiae spei 
adolescens, ut positis hic humanitatis rudimentis, altioribus scientiis 
auimum imbuat, et linguarum rerumque peritia acquisita, mores 
formet, atque deinceps in Augustae domus nostrae obsequia pa- 
rentis exemplo feliciter maturescat. Cum igitur memoratus Sin- 

(1) Informazione, etc, p. IV. - Catalogo dei Rettori, cit, p. 19. 

(2) Lettera del duca al rettore, dei 26 luglio 1686, nell'Archivio del 
Convitto. 



72 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

(licus, devotionem et sÌDgiilarem observantiae siiae ciiltum, ÌDde- 
fesso labore uobis approbare pergat, et suis filium vestigiis insi- 
stentem, piiblicis quaudoque parem functionibus desideret: Hiinc 
Dil.°'" V.rae protectioui de raelioie nota commendamus, ut in 
clientelam suam receptiim peculiari favore, ubi opus et opportnoum 
fuerit, coraplectatur, quaeque in uiaius eiusdem ornanientum ces- 
sura videbuutur, haud gravatila ipsi impendat. Quicquid patrocinii 
aut beneficentiae junior iste de Albrechtsburg benigni nostri intuitu 
suifragii consequetnr, Nos inter ea, quae grata acceptaque lia- 
bemus, nuoierantes; Dil."' V.rae vicissina benevolentiae nostrae 
Oaesareae affectu propense gratificar! cupimus. Datum inCivitale 
nostra Viennae die prima Mensis Decembris Millesimo sexcente- 
simo octuagesimo secuudo, lieguornm nostrorum Romani vigesimo 
quinto. Hungarici vigesimo octavo, l^oliemici vero vigesimo septimo 

Leopoldus » (1). 

L'Accademia degli Scelti. — La parola «Accademia» 
ebbe per qualche tempo significato un po' elastico, indicando essa 
in generale saggi ed esercitazioni di varia natura. Intorno al 1650 
fu usata più specialmente a designare quel nuovo collegio, che, 
ideato dallo Smeraldi e instituito dall "Adorni, fu poi dallo stesso 
Smeraldi soppresso. Nei 1656, costruito il teatro grande, con 
quel nome si cominciò a chiamare l'adunanza di tutti i convit- 
tori per rappresentazioni teatrali ed esercizi accademici (2). Col 
tempo alla parola Accademia usò aggiungere diversi epiteti, se- 
condo la natura dei saggi che si davano. E ricorderemo in 
ultimo che fu dato poi molto opportunamente il nome di « Ac- 
cademico » al « direttore degli studi poetici e storici e del 

(1) Copia autentica neirArcliivio del Convitto. — Un'altra prova della 
grande stima, di cui godeva il collegio, si ha nell'uso di dedicare libri, o 
a tutta la comunità, o agli Accademici Scelti, o ai convittori di una o di 
altra nazione. Così per dare uh esempio, gli eredi Vigna dedicarono « agli 
Illustriss. Si g. Convittori di Notione Aìemoìin » il « Ragguaglio Histo- 
rico » della guerra tra V imperatore e i turchi e dell'assedio e liberazione di 
Vienna, da essi pubblicato a Venezia e a Parma nel 1683. 
('2) 0. Smeraldi, rari. N. 561 c?'t., p. 7:^. 



DI PARMA 



78 



teatro (1) »\ al quale spettava quindi di iireparare le prefazioni, 
i discorsi, le poesie, etc che si solevano recitare nei saggi ac- 
cademici pubblici. 

Ben altra cosa è, quantunque strettamente legata all'ordina- 
mento degli studi, la Accadcni/a degli Sceìfi (2), che, sorta nel 
collegio del 1(572, in poco tempo divenne celebre, sì da indurre 
il Garuffi a dedicarle la prima parte della sua Itaìia Accade- 
mica. Detta degli Scelii per indicare che di duecento e più nobili 




convittori solo pochi vi erano ammessi, essa mantenne per im- 
presa l'alveare; però, mentre nell'impresa del collegio molte 
sono le api, in questa degli Scelti solo alcune si mostrano spic- 
cate parte in volo e parte posate a succhiar gigli. Similmente. 
mentre il motto nella prima è vohis atque aliis;, nella seconda 
è vos tantum ex aliis. 



(1) Gaieam Napioxe, Vita ed Elogi dì ilìmiri itnìinni. Pisa, 1818. 
Ili, p. 187. 

(2) L'Archivio del Convitto possiede due volumi niss., contenenti gli atti 
(inconipleti) dell'Accademia degli Scelti. Ad essi sono attintele notizie tutte, 
ctif si riferiscono all'Accademia, quando non si cita in nota una fonte diversa. 



74 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

L' iDaiigurazioue elibe luogo iiel SaldDe del collegio ai 27 
febbraio 1G72. 11 duca Kauuccio II, accompagnalo dal principe 
Pietro e dalla corte, fu ricevuto nel gran cortile, donde passò 
nel Salone. Lesse il discorso inaugurale il conte Paladino Cri- 
velli milanese, primo principe dell'Accademia, al quale tenne 
dietro d. Pirrantonio Visconti, pure milanese. Furono dopo eletti 
due protettori, uno in cielo, che fu S. Francesco Borgia, l'altro 
in terra, e questi fu il duca. Al Visconti fu conferito l'ufficio 
di segretario, e quindi consegnata una borsa d'oro, contenente il 
sigillo d'argento. Fatta in ultimo la elezione delle altre cariche, 
si diede fine alla cerimonia con la lettura di qualche componi- 
mento poetico e con un po' di musica (1). 

Suoi statuti. — Gli statuti della novella Accademia furono 
pubblicati nel marzo dello stesso anno. Eccoli testualmente desunti 
dagli atti ufficiali dell'Accademia stessa. 

TKIUM TABULARUM 

AeNEAE, SCILICET, CeBEAE, AC LlGNEAE 
AD LeGES ACADEMIAE SeLECTORUM CrEATAE IN COLLEGIO 

NoBiLiUM Parmae SPECTANTIUM 
Ttpus 

Tabulae Aeneae Statuta. 

1. — Quod foelix. faustumque sit. Academiae Selectorum 
D. Franciscus Borgia, cum Ser. Raynutio II. Parmae, Placentiae 
etc, Duce, Protector esto. 

2. — Secundis trimestribus Knlendis Februarij inchoandis 
A endemia Insigni Protectori Coelesti obsequium comprobato. 
Tertijs autem Kalendis Mai] ineundis Ser. Mecaonati cultu non 
absimili j\Iinervales flores porrigito. 

(l) Garuffi, op. cit., pp. 345-354. — Fu fatta allora la segiieqte puK 
hlicazione, che non mi è riescito rintracciare : Il Cavrpidoplw della Virlà 
aperto nel giardino Farnese con In fondazione di una nuova Accndemi i 
sotto il titolo degli Scielti nel Collegio dei Nobili di Parma. Parma, Baz- 
zarchi. 1fi7? in 4.°. 



DI FA r:\ia 75 

3. — SiDguIis amiis Solemni Sacro Divo alj Auspice raunifìca 
virtutis iucrenienta implorato. 

4. — Omues, et siugulas littcrurias Academiae eliicubrationes 
Typis imprimeudas Ser. Protectori hiimiliter exhibeto. 

5. — Diiodeviginti numerum nuniqiiam in Academia tran 
sgreditor. 

Tabulae Cereae Statuta. 

1. — Nisi actii inter convictores recensearis, incapax Academia 
tenetor. 

2. — Litteraria erainentes in Repnblica Academiae capaces 
sunto: Non bine exclusis, qui equestre? inter artes nota distin- 
guuntur insigni. 

3. — Eos omnes, qui publice Philosophiam, sive Leges 
sustiuuerint, in Aiademiam, praehabitis eoruodem notis excipito. 

4. — Inter Academicos adscribendus Latinae Syntaxis potiora 
paradigmata exbibeto; libetoribus tamen aliqualis Italicae Poesieos 
facuUas impertiatur. 

5. — Singulis meusibus primo vacationis die privatam Aca- 
demiam habeto cui intersiut omues Academiae capaces Legum 
scilicet Professores, Philosopbi, et per biennium Klietores. 

6. — Antequain Academiae opera publice perlegantur, ab 
universa Academia cognita approbantor. 

7. — In publicis, quas babet Collegium. Academijs nemo 
praeter Academicos publicas scriptiones legito, sed a serretis 
Academiae tradito, a quo, nomine Auctoris expresso exponuntor. 

8. — Academiae gesta, decreta, et Academicorum nomina 
proprio in Codice expressa ab oblivione redimito. 

Tabulae ligneae statuta. 

1. — In Academiara admissus peculiare tilti nomen addicito, 
atque Impressiam gentilitijs cum insignibus erigito. 

2. — Argumenta Academiae propouenda Principis arbitrio 
subrogautor; speclantia tamen ad Politicam ad aulas et hu- 
iusmodi seligito. 

3. — In Academiam adscriptus quoties de litterario munere 
ppracrendo requireris, numquara abnuito. 



7n IL COJ.LEGIO DEI NOBILI 

4. — Inter Academicos exceptiis extremo loco sedeto, atqiie 
in iirnam nomeu ob Priiicipis electioDem conijcito; uisi prius 
taraen expleto sexto ab iugressu iu Academiara mensi Princeps 
eligitor. 

5. — In Academiam admittendiis tui specimen praemissis 
litterarijs eluciibrationibiis edito: dum admitteris elogiiiiu a Principe 
nounullisqiie item ab Academicis referto. 

6. — In publicis Acaderaijs non oniniuni semper siinul, sed 
vicissira Academicorum scriptiones perlegnutor: Princeps auteni. 
Atsessores, et a secretis propriam exponendi elucubrationem ins 
perpetuo retinento. 

7. — Siugulis Trimestribus Kalendis Novenibris prius 
inchoandis Princeps, ac capita Academiae renovautor. 

Suo ORDINAMENTO. — Nei suoi principi r Accademia ebbe 
solo carattere letterario. Ma, poiché nella 2." legge della 2.* tavola 
alle parole: liitcraria eminentes in Repuhlica Acadeiìnae capaccs 
siiììlo, seguivano queste altre: Non hinc exclusis qui eqiiesfres 
Inter (trtes nota distinc/unntur insigni, essa alcuni anni dopo, ai 
17 gennaio 1678, modificò alquanto il suo carattere, incomin- 
ciando ad accogliere anche accademici d"armi. Questo fatto fu 
solennizzato come « il Trionfo dell'Armi introdotto nel Campi- 
doglio della Virtù. Poiché se bene stend evasi ad abbracciare 
ogni eccellenza nelle lettere tanto specolative quanto Rettoriche, 
nuli adimeno da lei non si rimunerava il merito di chi si rendea 
singolare negl'essercitij di Cavaliere, e nell'Armi; eppure glie ne 
correva stretta obbligazione in virtù della legge seconda, eie. ». 
Continuò per altro la classe dei filosofi a non esser distinta da quella 
dei letterati — eos omnes. qui imhìice, sire Pìiiìosophinììi. si ve 
Leges sustinuerint, in Acadeìviam... CTcijìito. - Ma, sembrando 
che per tal modo i filosofi fossero soltanto tollerati nell'Acca- 
demia, più tardi si costituì « un terzo corpo di Accademici di spe- 
colativa », che abbracciava * tanto le scienze filosofiche, e legali 
quanto altre superiori », in tutto pari agli altri due, pur rima 
nendo sempre il primo posto alla classe di lettere. 

Nel suo pieno sviluppo dunque l'Accademia degli Scelti era 
composta di tre gradi, o classi: lettere, armi e specolativa. 1 



DI PARMA 77 

suoi componenti portavano « gala » e medaglia d'oro pendente, su 
cui da un lato era scolpito un giglio smaltato d'azzurro con sopra 
un'ape, e dall'altra il motto Inter SeJec/os. 




Medag'ia deirli Accademici Scelti. 

La classe era indicata dal colore diverso della gala. 

Gli ac-ademici di lettere avevano « come fregio della loro 
virtù » il cordone di seta nera e oro al cappello, e sul petto la 
medaglia pendente da nastro di color rosso. In pubblico porta- 
vano * la toga loro propria », cioè veste di seta nera con ma- 
niche alla romana con mostre di broccato e alamari d'oro. 

Quelli di specolativa, si distinguevano dai primi per il colore 
del nastro, che era incarnato. 

Quelli di armi avevano invece argento al cappello e il 
nastro di color turchino. E ciò perchè la classe d'armi rimase 
sempre inferiore alle altre, « attesa l'eccellenza della materia, 
intorno a cui fruttuosamente travagliano i Cavalieri per conse- 
guire lode d'intrinseco sapere tanto superiore ad ogni estrinseco 
Cavalleresco ornamento ». In pubblico portavano cappa e spada 
« divise loro proprie ». Era loro impresa speciale « un Turcasso, 
sia Faretra piena di treccie, intorno a cui volano alcune Api, 
col motto: Non mancano al Guerrier le sue dolcezze » (1). 

Gli accademici di più classi avevano un nastro dei colori 
corrispondenti alle classi. 

^1) Garuffi, op. cU., p. 3f)?. 



78 II. COIJ,KGIO DEI NOBILI 

11 magistrato accademico era composto di cinque membri : 
il principe, tre assessori dei tre gradi e im segretario. Per la 
legge 7.* della -ì." tavola, riouovavasi ìq origine ogni trimestre, 
coiniiit'iaudo l'aimo accademico a novembre. Poi l'elezione divenne 
semestrale e in ultimo annuale. 

Il principe doveva (?ssere insignito anclie delFaccademicato di 
lettere. Esso portava sul cappello « un cordoncino tutto d'oro, 
siccome gli altri accademici il portavano di seta e oro, ovvero 
argento. Inoltre spiegava pendente sul petto una medaglia d'oro a 
smalto coir impronto dell'Accademia, e i signori Accademici me- 
daglia simile, ma più piccola ». Uscendo di carica, il principe 
diveniva emerito e, invece della gala d'oro con corona alla me- 
daglia, portava gala d'argento. Come di rito, ciascun accademico 
assumeva nome e impresa speciale ornata della propria arme: 
iinpressiam geìdiìitijs ctim insifjuibus, e, partendo dal collegio, 
vi lasciava in memoria lo stemma gentilizio in pittura. Il prin- 
cipe doveva lasciare anche il proprio ritratto a olio. L'uso non 
cominciò subito, ma lo troviamo già al principio del secolo 18 ". 
H stemmi e ritratti, appesi nei corridoi, concorrevano ad aumen- 
tare la magnific^^nza del collegio. Ancora oggi molte di queste 
tele formano uno degli ornamenti principali del Convitto Nazio- 
nale Maria Luigia. 

Potevano aspirare al grado di accademico di lettere gli 
scolari del secondo anno di retorica. La prova comprendeva 
quattro componimenti, due in prosa e due in poesia, scritti tutti 
e due in latino e in italiano. Però alla lingua latina era dato il 
posto d'onore, in conformità della legge 4.^ della tavola seconda. 
E, perchè la preminenza di questa lingua rimanesse integra, il 
segretario dell'Accademia, Marcantonio Zondadari, senese, parente 
per parte di madre del papa Alessandro VII, morto nel 1722 
Gran Maestro dei cavalieri di Malta, scriveva: 

« Sappiano tutti che l' eccellenza nel verso e nella prosa 
latina è la più certa, e principale strada per giungere al grado 
d'Accademico; ne giovarà qualunque siasi luediocrità nella poesia. 
prò vi Italiana, quindo questa non sia congiunta colla latina, 
da tui ella nacque, e senza cui n^m può sussistere. Avvertano 
dunque che.... o uiuna, o poca riflessione si farà alle composi- 



DI PAUMA 71» 

zioui volgari, mentre siuiio sole, o acco in paglia te da (|iialclie 
distico, epigramiuetto, che uoii fa corpo, uè dà sufficiente indizio 
della virtù del compositore. Anzi apertameute riprovasi una tale 
invenzione, come in tutto contraria alla legge citata: tanto più 
che non ricevendosi de' SS/' Rettoria-i nell'Accademia se non chi 
ottenne le prime dignità nella scuola, ben veggono queste non 
potersi conseguire sse non colla seria applicazione agli studj latini. 
Questa è la carriera calcolata da chi fondò l'Accademia, e la 
mantiene: per questa, e non per altra dovrà correre chi avrà 
desiderio di gloria, e zelo di non pregiudicare al pubblico bene. 
Con questo decreto non si pretende derogare all'altro che permette 
a' SS." Rettorici del secondo anno quilche esercizio noHa lingua 
Italiana, purché s'intende non essere il principale, ma solo 
accessorio » . 

Ammesso al grado di accademico di lettere, lo scolaro poteva 
concorrere anche a quello d'accademico d'armi, sostenendo prove 
d'armi e di lingue (escluse la latina e 1" italiana). Si consentiva 
il concorso anche ai non accademici, purché fossero filosofi e, 
oltre alle prove sopra descritte, dessero saggio dei loro studi 
anche nella storia e nella geografia. Potevano aspirare al grado 
di accademico di specolativa gli scolari del primo anno di filosofia; 
sottomettendosi, se già accadem'.ci, o a sostenere una discussione 
su tesi estratta a sorte, o a recitare una propria dissertazione 
filosofica: e, se non accademici, a tutte e due queste prove. 

Per suscitare la emulazione, si facevano anche promozioni, 
diremo oggi, per inerito, cioè abbreviando i termini ordinari del 
noviziato. Perchè, scriveva il segr. Aless. Campana nel 1689, 
« suppongono i SS.*"' Accademici che la mira di poter essere 
promossi antecedentemente agli altri debba essere nobile incita- 
mento per avanzarsi a gran passi nell'arringo della virtù, per 
cui renderanno glorioso, ed immortale il loro nome coll'essere 
aggregati a così ragguardevole consesso ». 

Né qui finiva tutto. « Non deve — si avvertiva — chi è 
ammesso nell'Accademia supporre d'esser giunto al termine della 
vii'tù, ma bensì di trovarsi sulla via, per cui inoltrandosi, alla 
perfezione d'essa pervenga ». 

Si raccomandavano quindi, anzi si imponevano continui eser- 



80 IL COLLEGIO DKI NOUILI 

cizi, perchè il pro^n-esso aegli stiuli fosse costante; e iu partico- 
lare si ricordava agli accademici d'armi « l'obbligo preciso di 
dover sempre spiccare con eccellenza principalmente in tntti, e 
in ciasi'heduuo di quegli esercizi.], per li quali furono giudicati 
meritevoli dell'insigne grado d'Accademico; tanto più che il loro 
onore, e di tutta l'Accademia è impegnato a comparire con emi- 
nenza sopra qtianti in Collegio imparano, e fauno vedere in pub- 
blico, e iu privato li detti esercizi], e quello singolarmente della 
scherma tanto proprio del loro grado e sì necessario al cavaliere. 

« Con che l'Accademia sollecita della propria estimazione si 
promette conseguire l' intento di non esporre mai li suoi soggetti, 
che qualiticatissimi, e tali, che possano servire d'idea ad ogni 
altro Cavaliere di Collegio. Oltre di ciie quando partiranno dal 
Collegio stesso, potranno far conoscere al pubblico quanto virtuosi 
siano li soggetti, che la compongono, e che il solo merito vero, e 
reale, non apparente è stato premiato iu essi. Vedono bene, che non 
devono contentarsi d'aver cunseguito un si degno posto d'onore 
in Collegio, che gì' innalza sopra tutti; conoscono bene che la 
loro riputazione, e di tutta l'Accademia li mette in obbligo stret- 
tissimo di autenticare C()n una perfetta perizia dei loro esercizij 
l'elezione, che di essi fece l'Accademia stessa, la quale dai saggi 
da loro dati nelle pruove formò una certa speranza, che fossero 
per riddursi coll'esercitarsi di continuo, a quella perfezione, che 
loro manca, ed a cui un Cavaliere di spirito, e d'onore deve 
sempre più aspirare ». 

Grave abbastanza eri il lavoro accademico. Oltre alle adu- 
nanze per gli esami trimestrali, i concorsi, le prove, lo scrutinio 
ideile composizioni e per le elezioni del magistrato, numerosi erano 
i saggi, 0, come dicevano, le accademie private e pubbliche, sem- 
plici e solenni, profane e sacre. D'ordinario avevano luogo acca- 
demie private mensili, letterarie e filosofiche, alle quali assistevano 
tutti, anche gli aspiranti all'accademicato; accademie quindicinali 
per gli esercizi cavallereschi ; ed accademie ebdomadarie per eser- 
citare i candidati ni grado accademico. Le straordinarie erano 
determinate da circostanze speciali. Ma il saggio più importante 
si dava nell'accademia di chiusura dell'anno scolastico « ne' tempi 
di SoUiooe » , con esposizione di lavori delle arti liberali eseguiti 



DI PARMA 81 

(lugli alimui, presenti il duca, la famiglia ducale, la nobiltà e le 
uiagistratuie tutte. In essa il sovrano conferiva la decorazione al 
principe dell'Accademia degli Scelti. Nel tempo stesso erano con- 
feriti i gradi accademici e proclamate le altre dignità inferiori. 
Per distinguere questa, che era l'Accademia per eccellenza, dalle 
molte altre, che avevano luogo durante l'anno scolastico, e anche 
nelle vacanze autunnali in villa, nel 168(5 si cominciò a chia- 
marla: Accademia del Teatro d'Onore (1). Più tardi fu detta 
addirittura: Teatro d'Onore. 

Sue esercitazioni. — Per dare un' idea delle esercitazioni 
dei componenti l'Acca lemia degli Scelti, accenneremo brevemente 
a una accademia privata, che ebbe luogo nel collegio il sette 
marzo 1674. 

Fu proposto alla discussione questo quesito: « Se porti con- 
seguenze più dannose ad un Prencipe l' liaver contro di se congiu- 
rata la nobiltà, ma il popolo fedele; ò pure la nobiltà fedele, 
ma il popolo congiurato ». 

Un accademico sostenne la prima opinione, fondandosi sul 
fatto che i Grandi hanno oro, valore, prudenza e potenza. Co- 
minciò dal paragonare il monarca al sole « atteso che i Monarchi 
sono soli nel luminoso loro Emisfero, ed il Sole è Monarca nel 
di lui pregiatissimo Impero ». E, quando ebbe addotte le ragioni 
a sostegno della sua tesi, uscì in questa apostrofe: « Voi bensì 
v'accorgeste o Galeazzo Sforza, da qual tempra fossero rinforzate 
le spade de' Congiurati Cavaglieri, mentre nel tempio sacrificato 
alla vendetta contumace, con la vita istessa segnaste il giorno 
dell'infelice morte. Voi sì già confermaste i presenti miei detti, 
Alessandro de' Medici, mentre da Lorenzino vostro Congiunto 
nel proprio letto svenato, le ultime agitazioni e gli estremi tu- 
multi nel nido istesso de vostri riposi incontraste. Voi bensì Gio. 
Maria Visconti, mentre.... etc. » — A questo punto egli stesso 
si domanda : Ma, nei Paesi Bassi, non è stata la Plebe ? E, in 
Portogallo ? E, nella Catalogna ? — E vero, risponde, ma in questi 
casi dietro alla plebe, o anche in testa ad essa, sono stati i grandi, 

(1) Garupfi, 01). cit.., p. 364. — Sabini, op. cit., p. 202. 

Akch. Stor. Paeni., 2.» Serie, J. ^- 



82 ir- COLT.EOIO DEI NOBILI 

che la hanno spinta e fatta lavorar per sé. « Per ciò se il sole 
non già ne' vapori bassi e plebei ma nel aspetto oppostoli dalla 
Luna ritrova il centro d'ogni, sua sventura. Il Monarca al pari 
del sole non già nel popolo ma ne' Grandi sollevati esperimenta, 
perchè troppo innalzato, più dannoso il suo precipitio » . 

Un altro, si capisce, cercò di dimostrare il contrario, anche 
egli citando, senza risparmio, esempi storici e affermando che non 
manca l'oro e neppure mancano le altre virtù alla plebe. E con- 
cluse: « portar conseguenze più dannose ad un Prencipe le con- 
sriure de' Plebei; se tanto è necessaria la concorda unione della 
plebe ad un Monarca, quanta è utile al Regno la vita del Prin- 
cipe » (1). 

Abbiamo riportato questa innocua esercitazione, non perchè 
le si possa riconoscere valore intrinseca, ma perchè per il tempo 
in cui fu fatta acquista una qualche importanza. I grandi av- 
venimenti pubblici non erano estranei a quei collegiali ; e il col- 
legio non era chiuso ad ogni rumore esterno, con istruzione pu- 
ramente teorica ; né del resto poteva essere altrimenti, trattandosi 
di giovani appartenenti a famiglie, che non erano estranee alla 
politica. Sappiamo anzi che alcuni di essi erano anche molto vi- 
cini ai troni. 

Con r uscita dei giovani cavalieri dal collegio non sempre 
cessava la comunione spirituale, che necessariamente si determi- 
nava tra gli accademici. Sin dal 1676 era stato difatti decretato 
che a quegli accademici, i quali, facendo ritorno alle loro famiglie 
ne mostrassero desiderio, fossero inviati ogni anno il catalogo dei 
convittori, il teatro d'onore e ogni altra cosa « che appartenesse 
all'Accademia, dovendosi mostrare la grata o viva rimembranza, 
che si mantiene della loro virtù ». 

Sua. importanza. — Nei suoi tempi migliori, che sono anche 
quelli del massimo fiorire del collegio, rAccademia degli Scelti 
non fu dunque vacuo passatempo, ma funzione seria e utile. Fu 
organismo vivo e vegeto come l'albero robusto di cui era ramo, 
e per molti decenni diffuse luce e calore di scienza, formando in 

(l) Codice N. 340 della Biblioteca Reale di Parma. 



DI PARMA 83 

quel piccolo jiiotido una tradizione letteraria efficace. Purtroppo 
anch'essa col tempo decadde. Ma dei suoi anni più belli rimase 
gradita e onorevole memoria presso gli scrittori. Uno dei suoi 
segretari, in questo tempo, fu Scipione Maffei, che, alunno nel 
1 collegio per cinque anni, ne parti dopo essere stato eletto principe 
degli Scelti (1). Vi si conservava il ritratto, (oggi non si trova 
più) assicura il Pindemonte, « e non già tra quelli dei giovani 
alunni, il am valore nel mondo non risponde sempre alle speranze 
che di se diedero nei collegi » , ma di quando era già molto in- 
nanzi negli anni, sicché non a lui dal collegio, bensì a questo 
dalla sua fama era data gloria (2). Il Maffei ricordava del col- 
legio, in particolare, il P. Anton Francesco Bellati, Maestro di 
retorica, al quale professò sempre < distinta gratitudine per lo 
buon gusto sin d'allora insinuatogli nella poesia latina » (3). 

Feste solenni e loru effetti. — Siffatto ordinamento di studi 
e l'intimo legame, onde il collegio era stretto alla corte ducale, 
per modo che qualunque avvenimento lieto o triste dell'una si 
ripercuoteva sull'altro, dovevano dare frequenti occasioni a feste, a 
spettacoli, a saggi letterari, ad esercizi cavallereschi, a gare di 
dottrina, insomma a manifestazioni, che mostravano luminosamente 
la vita rigogliosa dell' istituto e ne ingrandivano il nome anche con 
la pompa e la solennità. Le biblioteche e gli archivi ce ne hanno 
conservato memoria in numerosi libri manoscritti e a stampa. E 
da essi spigoleremo le notizie, che verremo qui esponendo intorno 
a questo soggetto. 

Sappiamo che, tra i vari acquisti fatti per ingrandire la 
sede del collegio, vi fu nel 1648 quello d'un orto della confra- 
ternita di S. Brigida. Quest'acquisto non fu cosa di poco momento ; 
fu anzi < un'impresa da mille nodi imbrogliata », che potè 
condursi a termine solo per l'intervento della duchessa reggente, 
alla quale fu dimostrata - la necessità d'aver quel posto pei- or- 
dinarvi il giuoco del pallone, « tanto desiderato dai Collegiali », 
e necessario per interrompere gli esercizi di studio e sollevare gli 

(1) Zaccaria, Storia letteraria rV Italia^ XIV, 238. 

(2) I. Pi.vDEMo.vTE, Elogi di Letterali Italiani^ Ediz. 1825, I, 9. 

(3| (rior/i%ie d-ìi. Lìtteniti <VItdia, Jii-etto Ja A. Zaso, voi. 32, p. 204 



84 li' COI.l-KGlO DEI NOBILI 

auiini. Il rettore A-lorui, recatosi a riagraziare la duchessa, la 
indusse a permettere che i figliuoli Alessandro, Orazio e Pietro 
visitassero il collegio. 

La visita ebbe luogo un pomeriggio. Mentre i convittori più 
grandicelli si movevano a ricevere i principi, i più piccoli si 
schierarono lungo la loggia de' primo cortile. Tre di essi, il 
conte Ferdinando Panigarola, Ippolito Provali e il Marchese Al- 
berico Aragonia Appiano, offersero tre mazzetti di fiori. Subito 
dopo die saggio di maneggio della bandiera Annibale Magnoca- 
vallo. Dal cortile passarono i principi nel salone antico, al piano 
superiore, che serviva allora di teatro, dove, dopo aver ammirato 
lo scenario, e il macchinario, assistettero a vari balli. Uno di 
questi fa eseguito da sei convittori : Agostino De Franchi, Ono- 
rato De Franchi, Andrea De Mari, Marco Cavalca e i conti 
Giacinto Sannazzaro e Carlo Cicogna. Dal teatro scesero nel 
cortile di S. Marcellino, dove i convittori, dispostisi in forma 
d'anfiteatro, giuocarono alcuni di spada (Gio. Batta Della Rovere, 
Camillo Scroffa, Conte Carlo Cicogna, Andrea De Mari, Cosimo 
Centurione e Luca Pallavicino), e altri di picca (Andrea De Mari 
e Annibale Magnocavallo). Una pioggia improvvisa disturbò altri 
giuochi, tra' quali quello del pallone, preparato in altro cortile. 
Allora tutti passarono nella foresteria, dove furono cantate « arie 
diverse e bizzarre sopra liuti e tiorbe, toccate con molta perizia » . 
Canto e musica ascoltarono i principi anche nella cappella, dalla 
quale furono condotti nel refettorio, dove era preparata « una ricca 
e lauta merenda, che compariva splendida per tre credenze in 
capo, fornite di vasi d'oro e d'argento spettanti a tal servizio, 
et a fianchi altre due, l'una carica di frutti, che porta la sta- 
gione, e l'altra imbandita copiosa e vagamente, di confetture e 
robbe dolci ». 

Nulla di strano in questa sontuosità e anche che i principi 
si degnassero di restar serviti. Ma non si può non sorridere al 
sentire che, essendo i principi molto temperanti e avendo gustato 
poco di tutta quella grazia di Dio, « le principali di quelle robbe 
non tocche furono la mattina seguente mandate e presentate in 
Corte ». 



DI PARMA 85 

Prima di prender commiato i principi assistettero a due altri 
trattenimenti : il salto del cavallo, e il giuoco del trucco da 
scuola, e si degnarono di graziosamente accettare « alcune cose 
divote, ma uuove e curiose », che il conte Francesco Gambara, 
il Marchese Ranuccio Pallavicino e Luca Pallavicino offersero in 
nome di tutti. 

Questa visita fu seguita da un'altra fatta dalla duchessa 
coi tre figliuoli e le due figliuole, ed è lecito supporre che sia 
stata determinata dalla prima. 

Nel carnevale di quest'anno, 1648, in occasione delle nozze 
della duchessa Vittoria col duca di Modena, era stato dato un 
dramma. Vi assistè la duchessa, ma, essendo di notte, non aveva 
potuto vedere gran che del collegio. Promise di tornarci e lo 
fece a Pasqua. Vi furono i soliti giuochi : maneggio della ban- 
diera, balletti, salto del cavallo, saggi di scherma, spadone a 
due mani, due spade nude, picche lanciate « con partite diverse 
e giuochi bizzarri ». Non mette conto farne la descrizione: fu, 
su per giù, come nell'altra visita. Va notato però che in questi 
esercizi compariscono, pare, per la prima volta convittori fore- 
stieri, come il conte Giacomo e Cristoforo Wolchenstein e Vir- 
gilio de Thunn, che si mostrarono eccellenti in tutti i giuochi, 
mentre Andrea De Mari, sopra ricordato, destava meraviglia con 
un giuoco « ben lungo e faticoso, che sigillò con venticinque o 
trenta caprivole interzate con universale applauso ». E fu allora 
per la prima volta adoperato Torto di S. Brigida, già ridotto a 
cortile comodo per siffatti esercizi. (1) 

Una data di importanza straordinaria pel collegio è segnata 
dall'anno 1652. Trovandosi di passaggio per Parma gli arciduchi 
Ferdinando Carlo e Sigismondo Francesco d'Austria, l'Arcidu- 
chessa Anna di Toscana ed altri principi, madama la duchessa 
volle mostrar loro il Collegio; e però diede ordine al rettore 
« che si preparasse a riceverli con una bella Tragedia » . Ne con- 
tenta di ciò volle prima legger essa stessa l'opera, alla quale 
fece osservazioni, suggerendovi mutamenti e l'aggiunta di prologo 
e intermezzo. La tragedia era il Ciro, scritta in latino dal P. 

(1) 0. Smeraldi, cofì. N. 561 cit., pp. 37-43. 



86 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

ScipioDe Sgambati d. C. d. G., e voltata in italiano da un altro 
gesuita, Francesco Serafini. 

La rappresentazione ebbe luogo il 3 aprile, mercoledì di 
Pasqua, nel vecchio salone, presenti tredici Serenissime Altezze. 
Vi assistettero l'Arciduca Ferdinando con la moglie, sorella della 
duchessa, il duca e la duchessa di Mantova, tutti .i principi di 
casa Farnese, cavalieri italiani e tedeschi. La rappresentazione 
durò dalle tre alle dieci di sera. Le parti erano distribuite così: 
quella del re al conte Vittorio Baronzis, di. Ciro ad Anton Maria 
Visconti, di Idalia al conte Nicolò Ponte, del Mago al marchese 
Kanuccio Pallavicino, di Ariano al conte Lucrezio Gambara, etc. 

Nulla era stato trascurato pei- dare del collegio e dei col- 
legiali un'idea altissima. Tutte le scene possibili erano raccolte 
in quella tragedia « la tragica, la cittadina, la boschereccia, la 
grottesca, l'infernale, la marittima ». Si vedevano scogli marini, 
fiumi, giardini, templi, sale regie, padiglioni, eserciti accampati, 
galere accompagnate con salve di mortaletti e squillar di trombe, 
nuvole « varie e sempre diversamente apperte. e calate sopra 
'1 palco». Tra le macchiue spiccava un carro « cinto di nubi 
che portando dal cielo Diana Cantante in musica spiccattosi 
affatto e speditamente dal Cielo medesimo e ricevendo ìq se stesso 
le nuvole à caminato leggiadramente sopra tutta la superficie 
del palco e poi dall'altro lato levatosi di nuovo et investito delle 
sue nuvole se ne è tornato all'alto » . 

Nel primo intermezzo comparvero, a un tempo, dal cielo 
cinque macchine. Una, la più grande, nel niezzo, sosteneva tre 
personaggi. Ciascuna delle altre quattio, che facevano corona alla 
prima, ne sosteneva due. « Ammirabile fu il volo dell'Angelo 
per il Prologo tirato per la larghezza del palco con riguardevole 
velocità » . 

Vi fu, in mezzo del palco, il sorgere e lo sprofondarsi su- 
bitaneo di « un'alta torre incantata da gragnuole, tuoni, folgori 
et oscurità di tenebre accompagnata » . Vi furono lotte e duelli, e 
perfino assalti con l'ariete al modo antico. Né mancarono, come 
ben si può immaginare, canti, suoni e balli; anzi si videro anche 
« capricciose moresche battute da diavoli da fivoni e da satiri ». 

E l'arcliitetto rli tante e sì straordinario meravisrlie fu anche 



DI PARMA 87 

egli un gesuita, napolitano, di nome Francesco Micheli, « da 
molti forastieri non sol lodato, ma desiderato e per poco non 
rubato ». 

L'arciduca Ferdinando, temendo di annoiarsi, come gli era 
capitato altrove, aveva portato t:on sé le carte di picchetto. In- 
vece a poco a poco fu talmente attratto dalla bellezza dello 
spettacolo che rifiutò da bere per non distrarsi, anzi « per non 
perder punto.... e per sentire intera tutta la tragedia ». La sua 
ammirazione non ebbe più confini. Lo si vedeva applaudire so- 
disfatto ai recitanti, ai meccanismi e ai mutamenti di scena dif- 
ficili e sorprendenti, « acehettar il plauso che si sollevava da 
circostanti, risalutare i medesimi reccitanti, quando a Lei facevano 
riverenza in occasione del predicarsi il suo serenissimo nome negli 
intermezzi ». Avendo dallo « scenario, che teneva in mano », 
rilevato l'omissione di una scena, volle che il P. Rettore, che 
gli sedeva vicino, la facesse rimettere. « Nel fine della tragedia 
recitata egli fu che levato in piedi e fattosi con voce alta sentire 
fece seder tutti quei che s'erano rizzati avvisando restarvi un 
balletto che fu da otto convittori vagamente condotto ». 

Molti cavalieri, anche del seguito dell'arciduca Ferdinando, 
Tiou poterono godere dello spettacolo per mancanza di posto. Basti 
dire che il duca di Mantova, Carlo II, e la sua consorte, per 
precauzione, si erano recati al collegio, in incognito, due ore 
prima. E però ad essi, come ad altri forestieri, fu concesso poi 
di prender posto in fondo al salone il sabato seguente, in cui fu 
fatta una seconda rappresentazione per le dame. Anche questa 
volta intervennero la duchessa con le altre principesse Farnesi e 
il principe Pietro. E finalmente, per dirlo in gergo teatrale mo- 
derno, a richiesta generale, ebbe luogo il successivo lunedì « con 
infinito plauso » una terza rappresentazione. Molti forestieri dis- 
sero non aver altrove visto tanto, neanche in Roma e in Venezia, 
« con pace di tante splendide città ». 

Qualche lettore sospetterà forse che un'applicazione tanto 
intensa ad esercizi, nobilissimi è vero, ma non essenziali, avrà 
dovuto nuocere agli studi. Si rassicuri. Il buon Smeraldi, preve- 
dendo sin d'allora questo dubbio, si aft'retta ad avvertire che la 
buona prova fatta dai convittori, quattro giorni dopo la recita 



88 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

«Iella tragedia, nelle discussioni scolastiche piibbliclie, dimostrò 
che l'applicazioue allo studio iiou l"u [)unto intiepidita, o rallen- 
tata. E in vero, non la quantità e intensità degli esercizi, salvo 
giusti confini, ma la razionale distribuzione del lavoro assicura 
il vero profitto. 

Prima di partire l'arciduca Ferdinando volle ringraziare il 
convittore Anton Maria Visconti, autore della dedica a lui fatta, 
regalandogli una rosa di diamanti, legata in un anello d'oro 
riccamente smaltato. E al rettore dichiarò che, tornato in patria 
avrebbe mandato giovani dei suoi paesi a educarsi nel collegio 
di Parma. 

Questa fu forse la conseguenza più importante dell'avveni- 
mento, che, con intenzione, abbiamo raccontato un po' distesa- 
mente: la gran fama cioè che dopo questo tempo acquistò il 
Collegio dei Nobili lucri di Europa. Essa vi era portata da per- 
sonaggi di conto, che potevano attestare d'aver visto coi propri 
occhi con quanto splendore e con quanta magnificenza i giovani 
nobili vi fossero educati, e con quanto profitto e progresso di 
coltura intellettuale e civile. Da allora l'ascensione nel numero 
dei convittori stranieri fu continua. L'arciduca Ferdinando man- 
tenue la promessa e anche i suoi seguaci ne seguirono Tesempio. 
11 conte Spaur, suo camerier maggiore, mandò nel collegio l'unico 
figliuolo che aveva. Il conte Lodroni, paggio dell'arciduchessa, 
chiese congedo per entrare in collegio. E altri signori non tarda- 
rono a fare passi simili. 

Ma anche in questo abbiamo una medaglia, di cui si deve 
guardare il rovescio. Il duca di Mantova, inteso che l'arciduca 
Ferdinando aveva fatto fare un teatro, che dicevano gli fosse 
costato 100.000 ducati, volle anch'egli provarvicisi con l'aiuto di 
alcuni cortigiani, già alunni del Collegio dei Nobili di Parma. Ma 
cominciò anche a vagheggiare l'idea di fondare a Mantova un 
collegio come quello di Parma (1). 

Saggi accapemici e rappresentazioni sceniche. — La prima 
« Accademia >\ nel senso attribuito a questa parola dopo la 

(\) Ivi, pp. 45 53. 



DI PARMA 89 

costruTiionc del teatro grande, ebbe lungo neiranno 1656, alla 
presenza della duchessa K, bt-ncliè il teatro fosse imperfetto, fu 
alloia data anche una rappresentazione scenica in onore della 
regina di Svezia, che era di passaggio per l'arma (1). 

Nel 1668 se ne fe^-e una per il battesimo del principe 
Odoardo, dal titolo « Gicìo e Terra, Accademici creati nel por- 
tarsi su l'onde sacre il Serenissimo Principe Odoardo Farnese 
sotto l'oroscopo de' gigli d'oro e dell'Aquilla stellata », composta 
in cinque giorni dal P. Carlo Cusani. Oltre alla parte letteraria 
vi furono giuochi, esercizi cavallereschi, etc. (2). Accademie no- 
tevoli furono anche quelle del 1670. Una ebbe luogo pel ricevi- 
mento del principe Rinaldo d'Este, e ne fu stampata una rela- 
zione col titolo : L(i lega (Ielle muse e rielle (irti cavalleresche. 
In quella occasione, fu presentato al principe il catalogo dei con- 
vittori del 1669, nel quale anno i convittori erano stati 210. 
Un'altra fu fatta in onore dei duchi, col titolo : « Gara delle 
A})/ e dell'' Muse, espressa neHa solenne Accademia, etc. » Nel 
teatro erano schierati 170 convittori (3). 

Col tempo i saggi dati dai convittori aumentarono in modo 
da potersi quasi dire che erano diventati loro cibo quotidiano. Nel 
1686, fra dispute, difese solenni e accademie semplici e miste 
ne furono annoverati centododici (4), Alle accademie esistenti 
si aggiunsero le ebdomadarie per gli esercizi cavallereschi, che 
continuavano anche durante la villeggiatura, a Sala. Tutti gli 
alunni erano riuniti nel salone e tutti davano prova di loro va- 
lentia. E, quasi ciò non bastasse, si introdusse la accademia 
solenne di tutti i maestri degli esercizi, da farsi una o due volte 
l'anno in presenza dei sovrani. Però quest'accademia, che certo 
sarà stata difficile e faticosa, venne meno ben presto per la op- 
posizione che vi fecero i maestri stessi (5), 

La spada, usava dire, è necessaria al cavaliere. Di qui altra 
forma di accademia mensile, quella di sola spada. 11 più bravo 

(1) Ivi, pp. 78 e 121. 

(2) Ivi, pp. 78-9. 

(3) Ivi, p. 80. 

(4) Gakuffi, op. cil. Introduzione. 

(5) Catalogo dei Rettori, cit., p. 19. 



90 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

era. proclamato princip)e per quel mese e i nomi dei più bravi 
venivano esposti in apposito quadro. Il qual esercizio non è da 
confondersi con quelli dell'Accademia degli Scelti. « A questo 
Cimento — scrive un cronista contemporaneo — non concorrono 
i Signori Accademici Scelti d'Arme, per esser'ellino in isfera su- 
periore, ma solamente quei Signori Convittori, che col merto in 
questo Esercizio si sono abilitati al merito d'Accademici di 
Spada » (1). 

Alcune « Accademie », per la grandiosità e lo splendore di 
che furono circondate, assunsero importanza di avvenimenti pub- 
blici. 

Una di queste fu il Teatro d'Onore del 1686. Il principe 
degli Scelti « con bizzarria di stile poetico » accennò ai meriti 
degli accademici e dei promovendi. Subito dopo sei cavalieri 
« intrecciarono un ballo francese ». Di seguito, altri quattro 
cavalieri eseguirono una danza intitolata: La Galleria d'Amore, 
e due un assalto di spada. A ciò tennero dietro un concerto di 
mandolini e violini, un altro ballo francese, assalti di picca e una 
danza dal titolo : Follia eli Spagna. Perchè poi proprio di Spagna ? 
Vattelapesca. Seguirono i saggi nelle lingue straniere. « Com- 
parvero quattro Cavalieri, i quali fingendosi di paese straniero, e 
spiegandosi in linguaggi non intesi, diedero mottivo che alcuni 
altri, volendo servir loro d'interpreti, favellassero in lingua Spa- 
gnola, Francese, Schiavona, tedesca. Boema, etc. ». In tutte 
queste lingue furono lodate le virtù del duca : in tedesco la ge- 
n erosila dell'animo; in boemo, la tranquillità dello stato; in 
polacco, la pietà nella religione; in ungherese l'ampliazione del 
dominio; in francese, la gentilezza del tratto; in spagnuolo, la 
m aestà del grado; in italiano, la prudenza del governo; in schiavone, 
(chi lo immaginerebbe?) l'università di tutte le virtù! Dopo di 
che si ripresero gli altri esercizi Alcuni cavalieri eseguirono « una 
spiritosa danza », giocando con bandiere e facendo con esse molte 
figure. Con cavalli di legno e eoa tavolini si diedero vari saggi 
di equitazione. Si rinnovò l'assalto di spada. Un altro ballo fran- 
cese fu eseguito da dodici cavalieri. Dopo, una squadra di cava- 
fi) Ivi, p 20. 



DI PARMA 91 

lieri, « armata di fulmini, e preceduta da tre Soggetti », che 
rappresentavano il genio di Cesare regnante, il re polacco e la 
repubblica di Venezia, diedero saggio del profitto nell'arte delle 
fortificazioni, alludendo nello stesso tempo alla guerra contro il 
turco. Negli intervalli si diedero lezioni di fortificazioni, « ed 
insieme una succinta notizia delle bombe di nova invenzione ». 
Chiuse l'accademia un ballo italiano. (Meno male!) (1). 

Nel 1688, contando il collegio 220 alunni, furono notevoli, 
tra le altre, due accademie pubbliche, una delle quali ebbe luogo 
alla fine di febbraio e l'altra il venerdì santo. 

Per questa seconda era stato eretto nel salone del collegio 
un catafalco circondato da gran numero di doppieri accesi. Sul 
catafalco giaceva il cadavere del Redentore. Gli accademici, na- 
turalmente, erano vestiti a lutto. Il segretnrio dell'accademia 
degli Scelti, Agostino Balbi, genovese, annunciò l'argomento della 
funzione: I deliri deìV Universo agonizzante nella morte del Be- 
dpìtore. Il principe, Francesco Maria Balbi, anch'esso genovese, 
dopo aver rappresentato l'Orrore, che ingombra le menti a ca- 
gione dell'Universo delirante, esortò le Muse Accademiche a can- 
giare i soliti canti in lagrimosi singulti. Allora il segretario, 
mentre con verso eroico accennava agli sconvolgimenti della natura 
per la morte di Cristo, fu preso da tale commozione che, « ab- 
bandonando lo stile primiero, lasciossi trasportare da metri diversi 
quali risuonarono tanto più propri, quanto più sregolati ». Gli 
altri con varie poesie accennarono « i deliri » delle funi, delle 
spine, dei flagelli, della croce e così di seguito (2). 

Quella del febbraio fu piìi propriamente cavalleresca e vi 
campeggiò l'esercizio di picca. Quest'insegnamento era dato allora 
da Antonio Vezzani modenese, maestro, nel collegio, di spada, 
picca e bandiera, scolaro di Bartolomeo di Lei. 11 Vezzani in- 
ventò molte figure nuove, che davano campo a movimenti leg- 
giadri, e le pubblicò, raccolte in volume, quello stesso anno. I 
giuochi in esso volume descritti furono <v esercitati e provati » 
dai convittori e specialmente dai seguenti: D. Alessandro Sforza 
romano, conte Carlo Domenico San Martino Parella torinese, ha- 

(1) Garuwi, op. cit., pp. 364-67. 
l2) Ivi, p 3fi0. 



92 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

ione Giovanni Cristoforo d'Abele viennese, Benvenuto Benaglio 
Moioli bergamasco, conte Luigi Porto vicentino, marcbese Alessan- 
dro Pallavicino parmigiano, Gio. Batta Orsi forlivese, ronte Filippo 
Vezzani reggiano. Luca Soardi riminese, conte Alessandro Mez- 
zabarba, pavese, marchesi Francesco Maria e Agostino Balbi 
(fratelli) genovesi, marchese Lodovico Andreasi mantovano, tutti 
accademici scelti (1). 

Non era del resto un giuoco semplice. L'arma era lunga 
biaccia sei e mezzo. Si raccomandava molto agli inesperti di usare 
picche non armate di ferro, peiò tinte nella punta, perchè nelle 
volate si potesse riconoscere « il dovuto rivolgimento della picca, 
et opportunamente valersene >. Lp figure della volata sono cen- 
todue. Ed ecco come le descrive il Vezzani: 

« 11 volar della Picca altro non è, che vibrarla in alto in 
modo che rotando compisca un perfetto giro, cioè a dire, che la 
punta della Picca, rotando torni nello stesso sito, ove principiò 
il giro: Onde la mezza volata non è, se non mezzo giro. Può 
anche la volata formarsi d'un giro, e mezzo, ed ancora raddop- 
piarlo sino a due giri compiti; ma ciò non è permesso, se non 
a chi possiede destrezza, pratica e finezza nell'arte (2) ». 

Vi erano anche le Fl/sciafe, cioè volate eseguite con mag- 
giori « bizzarrie di giuochi », ossia con maggiori difficoltà, tutte 
però eseguite dai convittori nelle Accademie dei maestri, già 
ricordate. Il Vezzani ne descrive quarantuna. Le fìiseiate si pote- 
vano eseguire anche sulla spada ciò che fece nell'accademia del 
1 688 Gio. Batta Orsi, accademico di lettere e armi (3). 

Nella quale occasione il Vezzani rivolgeva ai suoi colleghi 
la seguente singolare osservazione. « Perchè il maneggio della 
Picca nell'Accademia a tratta la sua origine dagli esercizi mi- 
litari, dovrà il Professore nel dar principio all'operazione compa- 
rire con bizzarria, portamento e sprezzo militare, secondo le cui 
regole avvertirà di tenere il dito police teso alla Piccai » (4). 

fi) Aktomo Vezzani, L' Esercizio Accademico di ficca, etc. Parma, 
stamperia ducale, 1688. 
(2; Ivi, pp. 12-3. 
(Z) Ivi, p. 1(17. 
(4) Ivi, p. 12. 



DI PVKMA 93 

Per le nozze di 0<loardo Faniese >oa Dorotea SoHa di Neii- 
biirgo, celebrate nella primavera del 1690, ebbero luogo feste 
grandiose, alle quali il collegio prese parte notevole, con acca- 
demie e rappresentazioni sceniche. Fu anzi in questa occasione 
che il teatro venne ingrandito ed abbellito nella forma di cui si 
è fatto renno a suo luogo. Contava quell'anno il collegio 270 
convittori, sicché possiamo immaginare Tabboudanza degli eser- 
cizi d'ogni sorta. Il 19 maggio vi furono nel collegio in presenza 
dei sovrani, dei principi e del rispettivo seguito assalti di spada, 
giuochi di picca, maneggio di bandiera, ballo, suono e componi- 
menti oratori in molte lingue. Il 20, di giorno, esercizi nella 
cavallerizza del collegio come il maneggio dei cavalli e la corsa 
all'anello ; di sera, nel Teatrino di Corte, un balletto, preceduto 
da un Introduzioìie in musica, intitolata L'Idea di tutte le Perfe - 
zioni. I versi erano di Lotto Lotti, bizzarro spirito bolognese, 
che avuto qualche « infelice incontro » a Bologna .si rifugiò a 
Parma, dove rimase a lungo al servizio e sotto la protezione 
del duca, prima, di andarsene a morir di fame a Venezia (1). 
Li aveva musicati Giuseppe Tosi, pure bolognese. E vi aveva 
introdotto grande varietà di congegni, scene e voli Stefano Lolli 
architetto del duca. Quella sera « era pieno tutto di scelta No- 
biltà quel vaghissimo Teatrino, ammirabile per la qualità del- 
l'architettura, e per la ricchezza degli ornamenti, opera del sig. 
Stefano LoUi, che veramente in questo, come nell'altre sue ope- 
razioni, si è molto segnalato ». Dopo l'Introduzione ebbe luogo 
il ballo, eseguito dai Principi Francesco Maria e Antonio, accom- 
pagnati da dieci cavalieri loro coetanei, il marchese Gaetano lian- 
goni e nove convittori. Il 21, nel teatro del collegio, « fu reci- 
tata da quei Nobili Convittori un'Opera bellissima, intitolata 
L(i Teodolinda, nella quale si viddero Inette e Balli, fatti da 
quei signori con ammirabile agilità, apparendo nella varietà delle 
scene l'impareggiabile virtù del famoso Pennello del sig. Ferdi- 
nando Galli detto il Bibiena » (2). 

(1) Lotto Lotti, Idea di tutte le perfezioni, Poesia per musica per 
i Serenissimi Sposi di Parma Principe Odoardo e Principesca Dorotea 
Sofia di Neuburgh. Piacenza 1690, per il Bazzacchi. - Cfr. Fantozzi, No- 
tizie degli scrittori bolognesi, Bologna, 1786, V, 83-4, 

(2) G. No TARI, Descrilioiie delle feste fitte eseguire con R- ^laijnifi- 



94 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

L'ultimo Teatro cFOnore del reguo di Ranuccio II, che ebbe 
luogo nel 1694, fu anch'esso uno dei più splendidi. Vi si se- 
gnalò Scipione Maftei « tra gli Scelti di Lettere, e d'Armi Vlnor- 
(ìinato » ; il quale non solo eccelse nelle arti liberali, ma anche 
in « cavalcare, Correre all'anello, S 'berma. Ballo, lingua fran- 
cese. Spinetta, Chittara, Accompagnar su la parte » (1). 

« Corpo di Accademici » della Corte, — Le accademie e 
gli spettacoli sinora ricordati sono di quelli dati dai convittori 
privatamente, per proprio diletto e istruzione, o in forma pubblica 
e solenne, per saggio del profìtto fatto negli studi o per prender 
parte ad alcun avvenimento importante. Ma, come 'si è notato 
parlando dei privilegi, sul teatro del collegio dava rappresenta- 
zioni, non di rado, il « Corpo di Accademici ■* della Corte, perchè 
i convittori potessero aver sollievo, specialmente nel carnevale, 
senza toglier tempo agli studi e allontanarsi dall' istituto. Certo 
per quegli artisti non doveva essere un lavoro leggiero, e tal- 
volta essi tentarono di liberarsene. Ma il duca non lo permise. 
Scriveva difatti Ranuccio II al rettore, in una di tali occasioni : 
« Farò intendere in così buona forma a' Soggetti eh' erano soliti 
recitare le Accademie Comiche nel Teatro di cotesto mio Collegio 
de' Nobili, e e' bora con qualche mendicato pretesto, si vorreb- 
bero ritirare, che non dubito, che non siano V. P. e cotesti Si- 
gnori Collegiali per restar sodisfattti » (2). E difatti quell'anno 
vi fu dato, fra gli altri, il dramma Gli Eventi di Filandro ad 
Edessa, versi di Gaddo Gaddi, nobile Forlivese e musica di Marco 
Uccellini, maestro di cappella del Duca (3). Un'altra volta, 

cenza nella Città dì Panna^ il mese di maggio 1690, ete. Parma, Rosati, 
1690; pp. 42-4. 

(1) Il Teatro d'onore, aperto li 10 agosto di quest'anno 1694 nel 
Ducale Collegio de' Xobili di Parmdy per rimeritare que' signori convit- 
tori; che nello studio delle lettere e delle Arti Cavalleresche si sono sopra 
gli altri segnalati; e consacralo all'Altezza Serenissima di Ranuccio II, 
Duca di Parma^ Piacenza, ete. - lu Parma, per gli Eredi di Galeazzo Ro- 
sati, MDC. XCIV. 

(2) Lettera del duca al rettore, 31 deceiiibre 1075, nell'Archivio del 
Convitto. 

(3) Parma, M." Vigna, 1675, 



DI PARMA 95 

avendo saputo che i convittori uou avrebbero adoperato il teatro 
« per rappresentarvi i loro soliti Drammi, o Comedie erudite, » 
dispose subito che vi recitassero i suoi « Accademici », che egli 
stesso col figliuolo andava a sentire qualche volta (1). Nel 1681 
vi fece dare V Amaìasiinia del Guidi (2), musicata dal maestro 
di cappella Giambattista Policci, con sostituzioni di uomini alle 
donne, che vi hanno parte. Così V anno dopo consentiva che si 
rappresentasse « l'opera tragica di Carlo Stuard », a patto che 
non vi intervenissero Dame, « non convenendosi, diceva, inviti 
di Dame, o Gentildonne quando uou v'intervengono i Padroni». 
E intanto ordinava a Stefano Lolli di approntare tutto l'occor- 
rente per la recita delle « opere facete » (3). Nel 1(584: volle 
prima esaminare lo scenario d'im' opera del P. Pedrusi ; e poi, 
avendo saputo che la prima rappresentazione era andata bene, 
ordinò che fosse subito ripetuta, perchè potesse assistervi il fi- 
gliuolo primogenito (Odoardo). Nello stesso tempo raccomandava 
di « avvisare i soggetti che recitano, di procurare di tenerla a 
memoria, perchè — aggiungeva — dopo Pasqua desidero di sen- 
tirla colla signora Duchessa mia » (4). 

La costruzione del teatro piccolo, nel 1685, diede novello 

impulso alle rappresentazioni sceniche e specialmente alle facete 

tradotte dal francese, talché fu necessario ingrandire il teatrino, 

Iche, come si è già detto, fu, poi, quasi raddoppiato nel 1697. 

< Difese » al termine degli studi. — Con le accademie e le 

\ rappresentazioni teatrali non hanno legame diretto, le « difese, » 

! ossia discussioni, che sostenevano i convittori al termine dei loro 

i studi. Ma la solennità che le accompagnava e l'importanza loro 

attribuita attestano qual posto notevole esse avessero nella vita 

^ del collegio. Erano feste nel pieno senso della parola. EJciascuno 

cercava di renderle imponenti, procacciandosi Y assistenza di 

principi e persone ragguardevolissime, ai quali le difese venivano 

perciò dedicate. Non di rado era lo stesso imperatore. Il quale, 

(1) Lettera del 30 novembre 1680, ivi. 

(2) Parma, Rosati, 168L 

(3) Lettere del 6 e 14 febbraio 1582, ivi. 

(4) Lettere del (? e 8 febbraio 1684, ivi, 



.r 



96 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

nou potendo, s" intende, assist^*re personalmente, incaricava il duca 
di rappresentarlo. 

Ricorderemo le conclusioni, sostenute, nel 1778, dal conte 
Giovanni Leopoldo Cob della Slesia e, nel 1681, dal barone 
Gian Giacomo De Kriechpaum di Linz sul Jas iiniversam di 
Francesco Bonvicino, professore all' università e al collegio (1) ; 
e il Prohleina Phisico - Matheiiiaficaiìi (xdocrsas Astrologoruin 
offacias, diiuostrato nel 1(591 dal cjnte Francesco Napoleone 
Spinola, genovese. Per il Cob, come per lo Spinola, V imperatore 
Leopoldo I, non solo chiese al duca di rappresentarlo, ma lo 
pregò anche di consegnare ai disserenti, in suo nome, una collana 
d'oro. La lettera riguardante lo Spinola ci pare degna . d' esser 
conosciuta, anche perchè si abbia un esempio della forma usata 
dall'imperatore in tali oecasioui. 

Quod Illustris Syucere dile.tus, Comes Franciscus Spinula 
tantum studiorum suorum in Collegio Parmensi decursorum de- 
monstret profectum, ut non dubitet, suas de ijsdem compositas 
theses auspicijs, et nomini Caesareo dedicare, pergratum mihi ex 
literis paternis fuit iutellectu : Espectationem etenim per hoc 
magnam de se se facit, quod avitis inhaerendo vestigijs, haud 
mediocrem tam Siero Romani Imperio, quam Augustae domui 
Austriacae in toga, et sago, opportuno tempore praestiturus sit 
operam. Quam in viam eximiae laudis ut tanto certius dirigeretur, 
uequaquam dedignatus sum dictarum thesium oblatarum patro- 
cinium omni Caesareae beuignitatis siguiticatione prompte, et li- 
benter suscipere : Dil.em V.ram bisce benigne requirens, velit 
loco, et vice mea disputationi memorai arum thesium assistere, 
et sub Auspicijs Caesareis in literaria ista pugna fortiter prae- 
liantem bravio aurei torquis, quem ad manus honorabilis P. 
Costae deferri feci, in signum honoriticum singularis Caesareae 
gratiae, nomine et dextera mea Imperatoria condecorare. 

(l) Copia di lettera dell' imperatore al duca, da Vienna, addì 2 giu- 
gno e lettera del duca al rettore, addì 11 luglio 1678, nelF Archivio elei 
Convitto. 



J 



DI PARMA 97 

Qua fuuctioiitì lite peracta imiltuin Dil.'* V.ra iiioaiii erga 
se beQevoleutiam Uaesaream iaiu autea copiosain adaugebit. 
Datum Vienuae Maij 1(391. 
Ad Principetu Purmensem 
iu Italia (1). 

E ci piace ricordare ancora due solenni difese di « tutta la 
tìlosotia » : quella « gloriosamente sostenuta e dedicata al Prin- 
cipe Odoardo Farnese * (pare nel 1690) da Pier Maria Dalla 
Kosa Prati (da non confondersi con 1' omonimo Cavaliere Gran 
Croce dell' Ordine Costantiniano), di cui ci ha lasciato memoria 
quel cervello balzano di Giampaolo Sacco (2) : e quella fatta 
il 26 giugno 1694 da Scipione Maftei « alla presenza dell' A. 
S. del signor Duca Padrone e Protettore, che assistette alla 
fuu/.ioue iu nome della Sacra Cesarea Maestà di Leopoldo Impe- 
ratore, a cui erano dedicate le conclusioni » (3). 

Di solito le difese erano date alle stampe. Se ne trovano in 
tutte le biblioteche e alcune non mancano di pregio. Quella del 
Cob, stampata dal parmigiano Mario Vigna, forma un volume 
in 4.° di circa 300 pagine (4). 

Questa fu la vita del Collegio dei Nobili durante il cin- 
quantenne regno del suo più grande benefattore. 

lianuccio II morì agli 11 decembre 1694. I Convittori lo 
commemorarono (24 gennaio 1695) con una pomposissima acca- 
demia funebre (5), che un contemporaneo così descrive : « Nel 

(1) Copia, ueir Archivio del Convitto. 

(2) G. P. Sacco, op. eit., p. 582. — Pezzana, op. cit., VII, 5. 

(3) Il Teatro (V Onore dol 1694, citato. 

(4) Eccone il titolo preciso: Jus Unioer^mn Decfótalium, CoiUcis^ Di- 
gestorum, Inslitutionum, Consuetìidimun, Feudaliuin, nec non Theoricae 
Praxis Civilis, et Criminaìis prohlematice disquisitiim, respondente iltu- 
slrissimo Domino Io : Leopoldo S. R. I. Comite Cob Silesio, CoUegii No- 
bilium Parmensis Conoiciore, et inter Selectos Academico Inculto^ expli- 
cata probleinaiice L. Digna Vox C. de Legibus, Alidore Francisco Buon- 
viciNio, I. U. Doclore, in Patrio Parmensi Gymnasio Publico Civiti In- 
terprete Ordinario^ et in eodem Collegio Nobilium ejusdem Jiiris, ac Pon- 
tificii, et Fcudoruin Lectore. Parma, Typis Marij Vignae, 1678. 

(5; Catalogo dei Bellori, cit.^ p. 41-2. 

Arch. Stok. Parm., 2." Serie, I. T. 



98 IL COLLKGIO DEI NOBILI 

veramente nobilissimo Diical Collegio di Nobili, da quegli Spinti, 
che sono estratti del più fino sangue d' Europa, si sono nobilitate 
le Lagrime colla Libertà conceduta loro dalla Munificenza del 
Dolore: perchè si sapesse che si versavano alla Tomba del Se- 
renissimo Protettore, non da servile adulazione, ma da generosa 
ingenuità : e solamente legate da vivaci Metri, ed intrecciate da 
leggiadre armoniche simmetrie, e bizzarrie Cavalleresche han 
tatto conoscere, che un frutto nobile non sa comparire tra altre 
catene, che della Virtù » (1). E nei solenni funerali di Piacenza 
un lato del grandioso catafalco « rappresentava il famosissimo 
Ducal Collegio do' Nobili in Parma, contrasegnato dall' Impresa 
del medesimo, tanto nobilitato da S. A. e con ampliazione di 
Fabbriche, e col numero della più cospicua nobiltà Forestiera 
rapita dalla sua Magnanima Protezione, e dagl' inHiissi da esso 
dati alla più eroica educazione. Si leggevano intorno le parole : 

GENEROSUS AMOR VEL NON SUBDITOS COGIT. 

Coir ultima voce di doppio senso s'esprimeva, che il gene- 
roso Amore verso la Nobiltà non solo ragunava, ma astringeva 
il Fiore d' essa sparso per 1' Europa anche di sangue Dominante, 
non che non Suddito, a soggettarsi all' amabile, dolce, e fruttuoso 
freno della sua benefica, e splendida direzione » (2). 



(1) G. I. Giorgi, La Censura del, dolore e dell' Amore neW esequie 
celebrate con pompi funebre al S'irenissimo sig. Duca Kannccio II dalla 
ciilà di Piacenza eie. — Piacenza, Bazachi, 1695, pag. 10. 

(2> Ivi, p. 20. 



DI PARMA 99 



Capitolo Settimo 



Il Collegio durante il piiucip.ito degli ultimi Farnesi, 
Francesco e Antonio. 

// duca Francese >. Mdssiiiia prosperità e primo centenario del 
collegio. — Decadenza. — Ristrettezze fìnanziarie. — Ri- 
lassatezza della disciplina. — Gli studi. — Feste e saggi 
accademici. Torneo del 1720. — Il P. Poggi « Accade- 
mico » e il Teatro Gesuitico. — « Difese ». — In morte 
di Francesco I. — Il duca Antonio e la villeggiatura in 
Sala. — Il matrimonio di Antonio e la festa nel gran 
Teatro Farnesiano. — Estinzione della Casa Farnese. 

Il duca Francesco. — La morte di Ranuccio li e le idee 
del suo diciassettenae successore intorno al collegio furono an- 
nunziate al rettore (1) con la seguente lettera : 

« Molto Rev. P.re Rettore 

« Da poi d' havere adorati i Sovrani decreti della divina 
Provvidenza nel levare à questi Stati un Principe in congiun- 
ture, nelle quali era più necessario il suo vivere, ed à me un 
Padre, quando m'era più opportuno, per rendermi istrutto alla 

(I) Sotto i duchi Francesco e Antouio Farnese, il collegio, dopo del 
Martinelli, ebbe i seguenti rettori: Francesco Bevilacqua Lazise, veronese 
(■28/6, 1703 - 30/7, 1705); Antonio Chiapponi, piacentino (31/7, 1706 - 
13/9, 1710); Gian Paolo Scaratti (14/9, 1710 - 31/1, 1711); Livio Pagelli, 
vicentino (1/2. 1711 - 3/3, 1716); Ottavio Bernieri, pvrmigiano (4^3, 1716 
- -26/12, n-ìi); Nicolò Maria Della Torre, goriziesef 27/1 2 1724-30/6,1732). 



lOO 11' coi,m-:gio dki nobili 

gi-avissima iutrapresa di regger Popoli, e governare doininij, 
prendo animo, et abbandonate le mie speranze in Dio medesimo, 
mi si risvegliano gli spiriti, e sento suggerirmisi alla mente, 
che se in età di pochi anni ho perduto il Padre da ascoltare 
nelle sue Maestre direzioni, mi restano le memorie delle sue 
degne operazioni da immitare co' fatti. 

« Come però io hq osservato, e so molti) bene, con quanta 
distinzione, gelosia, ed affetto 1' A. S. rimirasse cotesto nostro 
Collegio, quale attenzione avesse nella nobile, e cristiana educa- 
zione^ de" Cavalieri, che vi sono s*-ati, e vi sono Alunni, e quanta 
Protezione tenesse de medesimi non solo in tempo, in cui si 
trovavano in Collegio, ma dopo ancora nelle loro occorrenze, così 
tra' primi miei pensieri, U'io è questo, di significare à V. P., et 
al l'.re Ministro, e per mezzo loro à Sigg. Convittori, eh' io, 
emulatore in ciò de' sentimenti del Ser. Padre, liavrò la mede- 
sima premura del lor progresso nelle lettere, e nel vivere ono- 
rato, e Cristiano proprio d' un Griovine buon Cavaliere, che terrò 
la stessa vigilanza sopra la quiete del Convitto, e che niente 
minore sarà la protezione, che havrò di ciascuno di cotesti Sigg. 
in qualunque occasione, che sarà per presentarsi. 

« In ordine però à tali sentimenti, distinguendo questa 
tra le prime cure del mio Governo, pongo subito il guardo sopra 
cotesta mia Casa, e seguendo le idee del Ser, Padre, confermo, 
e per quanto sia di bisogno coll'aiitorità mia Ducale, rinuovo 
gli oi-diui pi-escritti dall' A. S., che in fatti son tutti dirizzati 
<iil una vantaggiosa condotta di cotesti Cavalieri da me siugu- 
larmente stimati. Passo poi, come ho accennato, ad assicurare i 
medesimi non solo d'una peculiare benevolenza, e di un cordiale 
Patrocinio verso di loro, nel che protesto di voler non solo se- 
guire le traccie, ma precorrere fors'anche i sentimenti di parzia- 
lità, che per ciascuno de Cavalieri, che sono stati in cotesto 
riguardevole Convitto, ha avuto il Sig. Duca mio Padre. 

« Benché io sappia esser superfluo l'incaricare à V. P. ed 
al P.re Ministro, che sono tutto spirito, e tutto zelo, la sollecita, 
e cordiale assistenza al mio amato Collegio, non voglio con tutto 
ciò lasciare di pregarli à guardarmelo come una delle più gelose 
mie pupille, onde io possa velerò in cotesti Cavalieri il frutto 



DI PARMA 



101 



d'una Cristiana, e nobile educazione, eh' è quello appunto, che 
hanno sempre preteso i miei Predecessori, e che io da loro esi- 
gerò con tutta la più accurata sollecitudine. So che la P. V., il 
P.re Ministro, e gli altri P. P. rifletteranno, che cotesti Giovani 
Nobili sono raccomandati da lor Congiunti à me, e per dir così 
tolti dalla loro cura, ed abbandonati nelle mani de Principi di 
questa Casa, e da questi confidati alla fedeltà, e direzione delle 
P.P. V.Y. 

« Sarà ella persuasa, che niente minore è la premura mia di 
quella ha sempre havuta il Ser. Padre d'essere informato degli 




andamenti, de' costumi, del profitto, e del diportamento di ciascun 
Collegiale, sia di che età, e condizione esser si voglia. 

« A tal effetto ella mi ragguaglierà, e in voce, e con sue 
lettere di quanto andrà succedendo, senza alcun riguardo d'altre 
occupazioni, ò di tempo ò di ore. perchè per questi affari sempre 
sarà tempo, ed ora proprin. liavendo già dat* ordine, che occor- 
rendo anche di meza notte, mi sian portati al letto i. biglietti 
di V. P., del P.re Ministro col ragguaglio di quanto potrà 
mai loro occorrere. Ne dubitando punto dell' esecuzione precisa 



102 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

della mia mente, attesto alla P. V. la somma stima, che fo del 
suo merito, e le auguro dal Signore ogni [liìi vera contentezza. 

« Parma, 14 X.mbre 1694. 

« Al piacere 

« Francesco Farnese » (1). 

Le promesse del novello duca furono mantenute sempre du- 
rante il non breve suo principato. 11 quale del resto, rispetto al 
collegio, può dividersi in due periodi distinti, di durata e carat- 
tere molto disuguali, comprendenti: il primo, gli ultimi sei anni 
del secolo XVII, e il secondo, i primi ventisette del secolo XVIII. 

IMaSSIMA prosperità e primo CENTENARIO DEL COLLEGIO. — 

Sino al 1700 la prosperità del Collegio non venne mai meno. 
In quell'anno anzi si raggiunse il rarissimo nel numero dei con- 
vittori, onde il duca, che Tanno prima compiaeevasi che il suo 
collegio fiorisse ancora * sempre piìi sopra tutti.... non ostante 
la multiplicità de* Collegi introdotti, od eretti da poco tempo 
anche nelle città circonvicine », ait'ermava ora che era «grande 
e fuor d'ogni misura, ed esempio il numero di quasi trecento 
giovani Cavalieri Convittori, accolti in esso » (2). Il qual nu- 
mero fu confermato, poi, da un panegirista, che, nell'elogio 
funebre del duca, ricordando 1' indefessa premui'a di lui per 
quell'istituto, affermava che i nobili convittori erano « saliti 
in que' giorni di pace fino al numero di dugentonovantanove 
della piti scelta fiorita Nobiltà di tutta 1' Europa » (3). La 
verità è che, come si rileva dal diario di persona appartenente 
al collegio e in grado di conoscere la verità, i convittori in 
quell'anno furono 285, << numero — aggiunge il diarista — 
non mai più vedutosi tale » (4). Comunque, anche in questo 
caso sono giustificati il compiacimento e il vanto del duca, cui 

(1) Archivio del Convitto. 

(2) Lettere del duca al rettore, 20 gennaio 1(99 o 19 ponnaio 1700, ivi. 

(3) P. Salvatore da Parma, Orazione in lode di Franee><co I Far- 
nese, etc. - Parma, Monti, 1777, p. 11. 

(4) Cafaìof/o dei Hetlori, eil., \\ 'i8. 



DI PARMA 103 

l»arve k'cito adoperai e il uuiiiero tondo di trecento per dare 
più efficicf espressione al suo pensiero. Fu ordinata allora 
unaltra camerata, la veutesiina. K il rettore cominciava a te- 
mere di non poterli allogar tutti durante le vacanze autunnali 
nella rocca di Sala, già resa angusta dal concorso dei principi 
della famiglia regnante e dei nobili, che vi si recavano per 
prender parte ai divertimenti e alle cacce dei convittori (1). 

Alla fine del secolo si volle solennizzare anche il primo 
centenario della fondazione del collegio. E certo in quelle con- 
dizioni la commemorazione dovette essere splendida e sontuosa. 
Ma, disgraziatamente, non ci è stato concesso rintracciarne al- 
cuna descrizione. 

Decadenza. — Cominciavano intanto le dolenti note. L'alba 
del nuovo secolo era foriera di agitazioni e tempeste, che 
nulla di buono potevano promettere a un'istituto come il nostro. 
Dopo due anni, i convittori erano discesi già a poco più di due- 
cento. Nel giugno del 1702, il duca, costrettovi dalle tristi condizioni 
del paese, riduceva a tre per settimana i giorni di esercizio della 
cavallerizza (lunedì, giovedì e sabato), « come si costumava dap- 
prima » (2). Negli anni seguenti le Numenclaiurae non cessarono 
dal segnare una persistente e desolante diminuzione. Nel 1709 
il duca dichiarava che, tenendo conto delle « strane contingenze 
d'Europa », aveva creduto di « trovarlo anche assai più dimi- 
nuito » (3). Ma col tempo le cose giunsero al punto che si 
dovette pensare a diminuire anche il numero dei maestri (4). 

liiSTKETTEZZE FINANZIARIE. — La diminuzione degli alunni 
fece subito sentire i suoi effetti inevitabili nell'azienda del col- 
legio, tanto più che la grande prosperità degli ultimi anni del 
secolo XV 11 aveva indotto a fare spese notevolissime per ingran- 
dimento e abbellimento dei locali e miglioramento dei comodi, 

(1) Ivi. 

(2) Catalogo dei rettori, cit., p. 48. 

(3) Lettera del duca al rettore, 21 gennaio 1709, nell' Archi viu del 
Convitto. 

(4) Lettera, etc, 16 novembre 1724, ivi. 



104 II- COLLEGIO DEI NOBILI 

sia in città sia nella rocca di Sala. Jl rettore Bevilacqua, nel 
170G, col consenso del duca, prendeva in prestito dal collegio 
gesuitico di S. Pietro di Piacenza lire 80 mila piacentine, uguali 
a 8<i mila di quelle di Parma, dando ipoteca sulle tre case 
nuove, fatte fabbricare pochi anni avanti dal rettore Martinelli 
nella piazza del collegio. Queste case erano stimate del valore 
di 60 mila lire parmigiane, e del reddito annuo di duemila (1). 
Il contratto fu concluso dal P. Chiapponi, successore del Bevi- 
lacqua. Il Chiapponi stesso poi. sul principio del 1708. propo- 
neva di fare un altro prestito per mille genovine, e, pochi mesi 
dopo, di vendere addirittura, però con diritto a ricupero, una 
delle tre case sopra menzionate, per faie le « provvisioni » clie 
occorrevano (2). 

KiLASSATEZzA DELLA DISCIPLINA. — Né il male era tutto nel 
diminuito numero dei convittori e nel conseguente disagio finan- 
ziario. 

Nella primavera del 1699 una disgrazia grave, benché ca- 
suale, la morte di un convittore, certo conte Pastroni di Casale, 
durante la caccia, aveva dato motivo di diffondere notizie sfavo- 
revoli al collegio. Veramente il padre del defunto, non solo non 
aveva elevato querela per il fatto, che anzi aveva mandato in 
collegio, subito, un altro figliuolo. Tuttavia il duca Francesco ne 
fu molto scosso e volle senza indugio provvedere, perchè, non si 
continuasse « a tener esposta Gioventù nobile, e Primogeniti, e 
forsanche Unigeniti di famiglie qualificate a cimentar la vita per 
ricreazione, e lasciare in timore i Padri, e le Madri, che i loro 
Figli possano soggiacere alle disgrazie dell'accennato cavaliere, et 
ad altre accadute purtroppo nella medesima congiuntura >. Poiché 
in quella caccia la duchessa, che vi aveva accompagnato il duca, 
vide coi propri occhi « l' incontro di tre Collegiali, che con lo 
schioppo calato, per prevalere ciascun di loro in colpire una lepre, 
furono in azzardo di ferirsi scambievolmente ». Restrinse pertanto 
l'esercizio, anche per non dare nuova soddisfazione a coloro che 

(1) Copia autentica del contratto, ivi. 

(■.'; Tcltere tiel (liirn al roltoic, \'ì gc^nnaio e 4 piugno 170S, ivi. 



DI PAKMA 105 

miravano il collegio « con guardo livido », bramosi di danneg- 
giarlo (1). 

Già i Collegi di Siena e di Milano erano in disordine e 
qualche cosa faceva temere al duca pericoli simili pel suo. E 
però egli, avendo saputo che il maestro di francese parlava con 
convittori di novità, gli faceva intimare il silenzio, pena lo sfratto 
dallo Stato (2), Gravi disordini dovettero aver luogo anche nel- 
Testate del 1701, se qualcuno proponeva addirittura di chiudere 
l'autore di essi (pare fosse un Doria) nella prigione della Roc- 
chetta. E ceito i timori sopra accennati suggeiivano al duca la 
seguente risposta: « Il mio parere òdi non aprire, per correzione 
di un giovinetto, le porte di ferro della Rocchetta, esponendolo 
a perire d'orrore: se ha mancato ed il Padre lo vuole emmen- 
dato, non mancherà una prigione in un castello: ma come si 
prenderà senza esporre il Collegio a qualche mormorazione degli 
Aristarchi? ». E molto opportunamente, osservando che in casi 
di indocilità « non vi è altro carcere che quello della Porta », 
rimandava il giovine alla famiglia (3). Più tardi dovette punire 
severamente un tal Giorgio Federico di Schroth, stirieuse, per 
trattenere altri dall' imitarne le indisciplinatezze (4) ; mentre, 
alla loro volta, i maestri d'esercizi cavallereschi e i prefetti delle 
camerate suscitavano tali conflitti da far temere che il Collegio, 
! sinora modello d'ordine e di disciplina, avesse a diventare « una 
) scena di contenzioni e di disordini » (5). E non era il peggio. 
Al duca toccò anche sentire che qualche convittore aveva osato 
atterrar porte, farla da padrone assoluto, e minacciare chi non 
voleva prender parte « ne' suoi temerari eccessi ». « Capo e 
fomentatore dell'insolenza » era stato il conte Luigi Lombardi 
veronese. Il rettore lo aveva punito, ma leggermente. Il duca lo 
fece espellere. Se non che, pregatone dalla famiglia e dagli amici 
del giovane « a riguardo ancora della molta Nobiltà Veronese >■>, 

(1) Lettera del dnca al rettore, 7 maggio 1799, nell'Archivio del 
Convitto, 

(2) Lettere dello stesso allo stesso, ^S aprile e 17 maggio 1701, ivi. 

(3) Lettera, etc, 16 agosto 1701, ivi. 

(4) Lettera, etc, 19 decembre 1705, ivi. 

(5) Lettera, etc, 29 marzo 1706, ivi. 



lOfì IL COLLEGIO JjEI NOBILI 

(he trovavasi iu collegio, lo naniraisc; mostraudo cosi coi fatti 
che anche egli, che dichiarava unico rimedio « quello di porre il 
ferro alla radice », non era esente dal difetto che si rimprove- 
ri! va ai PI-*. « di troppa indulgenza a secondare lo spirito, ed il 
genio delln gioventù »; onde appariva evidente essere « rilasciata 
di molto l'antica disciplina » (I). Si aggiunga che non si rie- 
sciva ad evitare litigi e conflitti tra i convittori e gli studenti 
dell" università (cosa, a dir vero, non nuova), per cui il duca 
una volta fece arrestare due di questi ultimi, che avevano com- 
messo un « atto di disprezzo » contro i collegiali (2). E, come 
se tutto ciò non bastasse, una malattia contagiosa, manifestatasi 
in Austria, indusse molte famiglie a ritirare i figliuoli dal col- 
legio, per timore che essa avesse a superare le alpi e a diffon- 
dersi in Italia (3). 

Gli studi. — Qualche danno ebbero a risentirne, com'era 
naturale, anche gli studi. Nel maggio del 1710 si pensò di raf- 
forzare l'insegnamento del diritto canonico e feudale. Il duca 
dubitava che si potesse trovare la persona adatta; però, avendo 
il rettore suggerito di invitare il dottor Giuseppe M. Bolzoni, 
che dal 1702 era professore di diritto civile all'università e che 
il rettore suddetto stimava molto abile e capace, glie ne scrisse. 
11 Bolzoni accettò. Ma, passati pochi mesi, dichiarava « che dopo 
le fatiche, e spese da lui fatte in preparare le lezioni » non tro- 
vava « tutto r incontro favorevole all'applicazione datasi per tale 
funzione » ; sicché il duca, sperimentate vane tutte le esortazioni, 
scriveva malinconicamente al rettore: « Mentre non inclinano 
cotesti SS. Convittori di prendere le lezioni di Canonica e di 
materie feudali, e non è conveniente obbligarli contro lor voglia 
a tale studio, come V. P. prudentemente dice, io non ho che ag- 
giungerle in tal proposito » (4). 

Eppure questo insegnamento gli importava molto. Scriveva 

(1) Lettere, etc, 19, 23, e 80 marzo 1711, ivi. 

(2) Lettera, etc, 5 aprile 171'^, ivi. 
C-i) Lettera, etc, 27 aprile 1718, ivi. 

(4) Lettere, etc, 29 maggio, 15 dicembre e 2 giugno 1710, e 11 gen- 
naio 1711. ivi. 



DI PARMA 107 

ilitatti itoclii mesi dopo: « Sou couteiito che il dottor Dt- Nobili 
succeda ni dottor lllariuzzi nella lettura della Canonica e Feudale 
importantissime, rispetto massime alla seconda (che pero in qualche 
Insigne Pubblica Università è la prima Cattedra) a" Scolari Ca- 
valieri investiti per lo più in feudi con giurisdizione, che ricerca 
buoni ammaestramenti per saperlo esercitare » (1). E maggior- 
mente insistè su questo, più tardi, quando accordò il terzo corpo 
all'Accademia degli Scelti, raccomandando che « i Lettori di 
\.Qgg^ uon manchino al loro dovere, e con attenzione ed esattezza 
soddisfacciano alle loro incombenze, e procurino di ben istruire i 
Cavalieri che applicano allo studio d"una facoltà sì necessaria, 
tanto per le proprie giurisdizioni, ch'essi possono avere, quanto 
per le giudicature e comandi, che col tempo vengono loro ap- 
poggiate, ed anche finalmente per gli atfari politici, che dalle 
leggi, e dal giusto debbono sempre prendere norma e dire- 
zione »• (2). 

Feste e saggi accademici. Torneo del 1720. — Non è 
per altro ad intendersi che tutto e sempre andasse male. L'im- 
pegno di tener su il collegio era grande in tutti e niente si tra- 
scurava per conservargli anche la esterna magnificenza. E poi si 
può dire, senza tema di errare, che il peggioramento si aveva 
nei periodi di guerre e sconvolgimenti degli stati, ma ad esso 
seguiva subito dopo un miglioramento nei periodi di calma e 
tranquillità. 

Nel 1714. il collegio prese parte alle feste, che ebbero luogo 
in Parma per l'arrivo del cardinale di Santa Cecilia, Francesco 
Acqnaviva, incaricato di chiedere in isposa Elisabetta Farnese per 
Filippo V re di Spagna. Da un contemporaneo sappiamo che in 
quella occasione i convittori « fecero miriibilmente spiccare la 
forza, ed il frutto della veramente signorile loro educazione in 
quel luogo » (il collegio), con una « Accademia di Lettere, e 
d" Armi insieme, interrotta da sinfonie, e danze misteriose, tutto 



(li Lettera, etc, 17 agosto ITU, ivi. 
(2) Lettera del duca agli Accademici Scelti, 2'2 novembre 1717, ivi. 



]08 IL COJ.I.EGIO PEI NOBILI 

allusivo alla cagioue della venuta a questa Corte di Sua Emi- 
uBDza, ed alle glorie della medesima » (1). 

11 1720 fu Dotevole pel ricevimento che i convittori fecero 
a Carlotta di Valois, sposa del principe ereditario di Modena, di 
passaggio per Parma. Essi rappresentarono « una imagine degli 
oramai quasi dimenticati Tornei, die un tempo si resero tanto 
celebri in tutta V Europa, nell" Italia, e in questa illustre città. 
Elessero di combattersi a piedi, poiché il tempo, che rimaneva 
assai corto, non avrebbe permesso il poter operare a Cavallo... 
Fu in appresso destinata per Campo la Piazza della Lizza nel 
Ducale Collegio; e fu pensiero del Signor March, di Nibbiano 
riddurla a modo di Teatro per gli spettatori, così che riguardo 
alla sua angustia per tale funzione, servisse tutta di steccato per 
li combattenti, senza frammezzarla di sbarra, onde restasse libero 
il Campo al balletto de* Cavalli, che doveva succedere » (2). 
/ Lo spettacolo riesci splendido in tutte le sue parti. E non 
I spiacerà, credo, sentire dalla bocca d'un contemporaneo in qual 
modo fu rappresentato il Valore. 

« Formati gli Squadroncelli, e aggiratisi pel Campo con 
breve ordinanza, si diede dal sig. Maestro di Campo il segno di 
combattere in folla. Corsero al rincontro della Picca, indi allo 
Stocco, e si vide espresso tutto l'orrore di una vera battaglia in 
un abbattimento concertato a tiuzione. Spiccò per l'una, e per 
l'altr.i parte il valore de' Combattenti in maniera da non iscernersi 
a quale si dovesse l'onore della vittoria. Né si sarebbe sì age- 
volmente quietata la pugna, se oltre il segno della ritirata fatto 
suonare dal sig. Maestro di Campo, non si fosse udito un ollegro 
festeggiale di Trombe, ripigliato da altre Trombe, che suonavano 
una Marcia Trionfale. Si divisero le due Squadre, ed entrò in 
Campo per mezzo ad esse una Comparsa di nuovi Guerrieri a 
Cavallo. Precedevano due Trombetti, vestiti nobilmente alla mi 

(I) Maggiali, Ragguaglio delle nozze delle Maestà dì Filippo V e 
di Elisabetta Farnese. Parma, stamperia di S. A. S., 1717. pag 20 

(w) Il Trionfo del Valore. Ricevimento festoso, concertato da Si- 
gnori Convittori del Ducale Collegio de' Nobili di Parma in un torneo 
a piedi, misto a varie azioni cavalleresche, e coronato da un Balletto 
a cavallo, etc. Parma, Rosati, 1720, p. 3. 



DI PARMV 109 

litare. Le Valdrappe de' loro Cavalli erano di scaldato listato 
d'oro. Alla testa di tutti li Guerrieri manliiava il signor Co: 
Gio : Battista Gentili Genovese. Il generoso Destriero, da cui 
veniva portato, sembrava farsi gloria del Personaggio, che reg- 
geva. Kra bizzaramente abbigliato e crini, e coda di ricchi nastri 
ricamati d'oro, e in capo portava un ricc^) pennacchio di piume 
a vari colori; la briglia, e statfe messe a oro: e così la valdrappa, 
come la sella di veluto cremese d'inestimabile valore, non tanto 
per l'oro, di cui erano ricoperte, quanto per la eccellenza del 
lavoro, che compariva ne" ricami. II sig. Cjiite vestiva petto, e 
girello di tela d'argento arabescato di gentilissimi lavori, di 
veduto cremese, e tutto tempestato di gioie a seconda de' ricami. 
Consimile era il lavoro, e la preziosità del Manto, che dalle 
spalle veniva cadendo sulla groppa del Destriero, e raccoglievasi 
alla spada. Il capo era coronato d'alloro, e dalla corona sorgeva 
un'altissima cresta di Fiume bianche, e rosse, terminata dalla 
parte di dietro come in una gran coda di penne di Pavone. Kat- 
Hgurò egli il Valore, il di cui trionfo si celebrava, e appunto a 
j celebrarlo traeva seco le due Squadre di Guerrieri abbigliati a 
trionfale comparsa, l'una delle quali rappresentava la Nazione 
Alemana, l'altra l'Italiana, N;izioni ambedue accreditate, nell'opre 
di valore, e nell'arte Cavaleresca di maneggiare Destrieri. Spiegò 
il fine, a cui era venuto, imponendo a' Combattenti il cessare 
, dall'armi, e cedere il Campo, giacche abbastanza aveva per loro 
j trionfato, e alle due squadriglie, che lo seguivano, comandò di 
I celebrare il suo Trionfo col mettere in festa, e allegria di ballo 
i suoi Destrieri » (1). 

Il P. Potìai v< accademico » e il Teatro Gesuitico. — Il 
collegio fece allora un ottimo acquisto nel P. Simone M. Poggi, 
I nativo di Castel Bolognese, nominato Accademico, ossia, come si 
I è già altrove notato, direttore degli studi poetici e storici e del 
teatro. Col P. Poggi, noto a Parma pel suo valore e molto stimato 
dalla corte, l'ufficio di Accademico assunse nuova importanza. Il 
Poggi scrisse per i convittori un gran numero di tragedie, drammi, 

H) Il trionfo del Valore^ cU., pp. 18-20, 



110 II, COLLEGIO DEI NOBILI 

favole pastorali, comedie e intermezzi satirico-comici, che furono 
poi recitati spesso anche in altri collegi e che tanto contribuirono 
a promuovere il i)en noto Teatro Gesuitico. L' Idomeìieo, di cui 
egli non poco si compiaceva, fu recitato, la prima volta, dai 
convittori del collegio di Parma nel carnevale del 1721. E negli 
anni seguenti furono recitate le tragedie : Antenore^ Agricola, 
Simile, Bajazette, Enzio, Cosroe, Don Ferdinando di Castro 
e i drammi: Ciro, Erminio di Frit/ia e I due fratelli amici, 
ma nel terzo dramma « tali sono le tenerezze d'affetto, di cui 
abbonda, che i passionati uditori, e singolarmente il sesso più 
debole, struggevansi in lagrime sino all'eccesso. Lo che avvertitosi 
da superiori, ne divietaron le recite ». Recitate furono anche 
alcune sue comedie, come / Fittagorici, Il Tamburlano e Scr 
Zaccliero o sia un cizio corregge Valtro. E ricorderemo ■ infine 
che, come Accademico, scrisse pure prefazioni, orazioni panegi- 
riche e versi italiani e latini, che i convittori recitavano, in oc- 
casione di saggi accademici (1). 

« Dipese ». — Nello stesso anno 1720, lo illustrissimus 
come dice il titolo a stampa (2), ac doclissinms doìuinus Fer- 
dinandus Aloysius Josephus L. B. De Furstenhusch, viennese, 
Accademico Scelto e scolare del Bolzoni, diede un saggio di jus 
universum senza assistenza d'alcun lettore. E forse fu l'ultima, 

(1) Pantuzzi G., Notizie degli Scrittori Bolognesi, VII, 75-7. Cfr. S. 
Bettinelli, Opere (ed. 1799-1801), XX, 216 e segg. 

(2) Il titolo preciso è il seguente : Quaestiones aliquot selectae, in 
universo jure canonum, civili et feudorum ab interpretihus excitatae, 
et ad mentem dicti Juris resolutae, quan coelestibuR sub Auspiciis D. 
Caroli Borromaei in Ducali Collegio Nubilium Parmensi publice 
defendendas proponif, Nemine Praeside, illustrissimus ac doctissimus 
Dominus Pkrdinandus Aloysius Josephus L. B. Db Furstenbuscu Acstriaccs 
ViEX.vKNSES, ejusdem DucaHs Collegii Nobilium Parmensis Convictor, 
et inter Selectos Severiorum Litterarum Accad. Apprehensivus, nec 
non J. U in quartun Annum Auditor, ev praelectionibus praestan- 
tissimi J. C. Josephi Mariae Holzoni, in inclita Parmensi Universitate 
luris civilis, et in eodem Ducali Collegio Canonum, et Feudorum In- 
terpretis. Pannae, Typis Joseph Rosati, MDCCXX. — Le prelezioni del 
Bolzoni, qui mentovate, furono stampite dal Rosfvti <i Parma nello stesso 
anno 1720. 



DI PARMA 111 

una delle ultime « difese » sostemite dal solo studioso seuza 
assistenza dei professori: perchè qualche anno dopo il duca Fran- 
cesco decretava, essere necessaria la immediata personale assi- 
stenza dei lettori delle materie che erano oggetto di discussione. 
Così, p. es., nel 1723, ordinava al dottore Alessandro Andreoli e 
al Bolzoni di assistere nella difesa che farebbe il convittore barone 
Giuseppe Antonio di Beroldingheu, ciascuno per la propria di- 
sciplina (1). 

In morth; di Francesco I. — Fraiicesco l morì d" apoplessia 
il 2(3 febbraio 1727. Un mese dopo, ai 28 maggio, se ne fece 
la funebre commemorazione nel collegio, presente il duca Antonio, 
con un'accademia di versi composti dal P. Poggi e recitati, pare, 
parte dall'autore e parte dai convittori. Eccone la descrizione. 

« Apertasi la porta, che introduce nel maggior Cortile del 
Collegio, apparve questo nobilmente apparato a lutto, e con Co- 
lonnati, con Archi, con Statue, e con altri ornamenti trasformato 
in una ben lunga, e magnifica Galleria, in capo alla quale fin- 
gevasi triplice ordine di appartamenti vagamente anch'essi ornati 
a lutto. A destra di questa Galleria era aperto l' ingresso alla 
gran Sala, che fiancheggia appunto detto Cortile ; e questa ch'esser 
doveva il maestoso Teatro della Funzione, coperta era tutta a 
gramaglia bizzarramente ornata a bianco, ed oro, non solo nelle 
pareti, e nelle Logge, che tutta la corrono intorno, ma sino nel- 
l'ampia soffitta ; e aggiunto quel vaghissimo ornamento, che a sì 
nobile, e sontuoso apparato veniva, e dalle Lampane di Cristallo, 
che pende vau dal tetto, e dalle molte lumiere, che affisse intorno 
intorno vedevansi alle pareti, e da preparati doppieri, che parte 
giù al piano della Sala, e parte tramezzati da Urne funebri su' 
parapetti delle Logge erano tratto tratto disposti, la cosa riusciva 
sì bella a vedersi, che sorprese gli Spettatori ; e se ne sparse tal 
grido per la Città, che per soddisfare alla giusta curiosità del 
popolo, fu necessario lasciare intatto l'apparato tutto il seguente 
giorno, e dalle otto ore, in cui furono aperte le porte, fino alle 24, 

(1) Lettera del Duca al rettore, 13 maggio 1723, nell'Archivio de] 
Convitto, 



112 IN COLLKOIO DKI NoHILl 

ili cui furouo chiuse, restò sempre il Cortile, e il Saloue pieno 
ed affollato di geute uon mai sazia di vederlo, e d'ammirarlo. 

« Veuuta la sera comparve illumioata, al basso con Torce 
da veuto, iu alto con faci alle finestre, e fino su i tetti delle 
Case capricciosamente disposte, la Piazza del Collegio : Illuminato 
j)ure con Torce di cera, con urne, e con lampane, altre di 
Cristallo, altre dorate, si vide il Cortile; E illuminata anch'essa 
si fé' veder la gran Sala con ta! dovizia, e con sì bella dispo- 
sizione di cer.' ardenti, che difficilmente, chi questa illuminazione 
non vide, può figurarsi qual mai vaga comparsa facesse ; ed 
empiutasi in poco tempo la platea di sì per altro vasto Teatro, 
di Nobiltà dell'uno, e dell'altro sesso concorsa con la solita gen- 
tilezza a favorire iu questa occasione il Collegio; empiutesi tutte 
intorno le Logge superiori, e di Letterati; E venuto poi Monsignor 
illustrissimo Vescovo di Parma, venuti i Signori Consiglieri, ed 
altri personaggi qualificati, e preso posto nel Palco, che sotto a 
dette Logge, sta sopra la porta del Salone, ad un'ora incirca di 
notte giunse al Collegio col grande suo Corteggio di Guardie, di 
Servidori, di Paggi, e di Centiluomiui di sua Camera, tutti vestiti 
a lutto, il Serenissimo Signor Duca Antonio P, degnatosi di 
onorare colla Serenissima sua presenza questa funzione ; ed accolto 
allo scendere, che fé' di Carrozza, dal P. Rettore, e dagli altri Padri 
del Collegio, e da due Signori Convittori, deputati dall'Accademia 
degli Scelti, e dal Collegio a ringraziare S. A. S. dell'alto onore, 
che far loro degnavasi, ed a pregarla anticipatamente di un 
benigno compatimento, fu introdotto al suono d'una tlebile Sin- 
fonia nella Sala, e accompagnato fino al suo Trono, su cui assisa 
che si fu l'A. S., i Recitanti, che in faccia stavano al Trono, 
fatte le dovute profondissime riverenze al Sovrano, presero i loro 
posti: e si die principio all'Accademia, 

« Fu questa divisa in tre parti corrispondenti alle tre parti 
delle rime; e due Sonate, una patetica, e flebilissima, l'altra 
strepitosa, e lieta, venne interrotta 

« Nella terza parte recitò la metà in circa della Canzonetta 
ch'ivi si veb, il Sig. Conte Aurelio Bernieri Parmigiano, tra 
gli Scritti di Lettere, di speculativa, e d'Armi il Volubile, e 
Principe Emerito dell'Accademia, 



lU l'AUMA 



113 



« Finite che furono di recitarsi le llime si cominciò dall'Or- 
chestra un'alta Sinfonia; e sceso allora dalla Cattedra il Padre 
Accademico [era il P. Poggi] andò co' Signori, che seco avevano 
recitato, a rinnovare a S. A. S. colle suppliche di clemente com- 
patimento i ringraziamenti per l'eccelso onore, che lor fatto avea. 

Così terminò la funzione altamente gradita non solo dalla 
foltissima Udienza, ma dal Sovrano medesimo, che il cleraentis- 
simo suo compiacimento espresse con formolo degne veramente e 
di quella affabilità, onde è pieno, e di quell' amore Paterno, 
ch'egli ha per quello suo Ducale <."ollegio » (1). 




Il Duca Antonio e la Villeggiatura di Salv. — Anche 
il Duca Antonio non indugiò a promettere al collegio la sua 

(1) NiMESO Ergatico (P. S. M. Pog';i) L". Rime etc, per la morte dì 
Francesco Farnese, 1727. — La relazione dell' • Apparato ;* si legge, non 
nnmerata, in fondo al volume. — Cfr. Fantlzzi, op. cit. VII, 76. 

Arch. Stor. Parm , 2.' S-srie, I. °- 



(, 



114 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

protezione e a confermargli i privilegi, concessi dai suoi prede- 
cessori (1). 

E in verità promosse « pratiche in molte parti per insi- 
nuare alle Famiglie Nobili » di presciegliere il suo collegio per 
l'educazione dei giovani cavalieri; continuò a favorire l'istituto 
con ogni sorta di largizioni; consentì che si ripigliasse l'uso di 
esercitarsi alla cavallerizza tutti i giorni; concorse all'esecuzione 
di nuovi lavori nei locali del collegio; e sopra tutto diede prova 
della sua benevolenza, non tralasciando, anzi aumentando le sue 
visite ai convittori durante la villeggiatura in Sala, dove il suo 
appartamento era stato « amplificato e abbellito con magnifi- 
cenza da pari suo » e dove egli stesso si fermava a pranzo con 
i principi e la Corte (2). 

Chi voglia avere idea della sontuosità di quella casa di 
campagna, legga il seguente sonetto del Frugoni: 

Nobili donne, che in sì lieto giorno 

Da eletti Cavalier guardate e cinte, 

A veder quanto Sala offre d'adorno 

Veniste da gentil desio sospinte, 
Oro e cristalli, e rari marmi, e pinte 

Tele pendenti giù dai muri intorno, 

E scelte sete in color varj tinte 

Fregiano il nuovo signori 1 soggiorno; 
L'opra è d'Antonio; e fin d'allor ch'elesse 

Questa a begli ozi suoi sede, apparia 

Di regnar degno, pria che regno avesse ; 
Ed or che ha un trono, a lui dovuto in pria, 

Parma, che tutta del suo amor s'impresse, 

Fin gli Alessandri, ed i Ranucci oblia. (3) 

Il matrimonio di Antonio e la festa nel Gran Teatro 
Farnesiano. — Ma altre e maggiori cure premevano. 

Il destino, a cui andavano incontro per la mancanza di eredi 
maschi nella casa regnante, cuoceva molto ai Parmigiani; e, poi- 

(1) Lettera del duca al rettore, 17 marzo 1727, nell'Archivio del Convitto. 

(2) Lettere di un ufficiale ducale al rettore, 6 marzo 1727 e lettera del 
rettore all'Infante Don Carlos, 26 giugno 1736, nell'Archivio del Convitto. 

(3) C. L Frugoni, Opere poetiche Parma, Stamperia Ducale, 1799; I, 32. 



DI PARMA 115 

che la speranza è sempre ultima a sparire, non pa';ve fuor di 
luogo che il novello principe, benché non più giovine e « mo- 
struosamente pingue » (1), tentasse il matrimonio: tanto più che 
i primi suoi atti, confermando la buona opinione che si aveva 
di lui, come di persona d'animo mite e portata al bene, davano 
speranza per l'avvenire. E Antonio deliberò di prender moglie, e 
sposò -Enrichetta d'Este, che fece la sua solenne entrata in Parma 
ai 16 luglio del 1728. 

Forse non mai prima d'allora Parma vide feste tanto solenni 
e sontuose quauto quelle con le quali fu accolta la nuova sposa; 
come non mai forse a un avvenimento privato di famiglia so- 
vrana regnante tutto un popolo prese parte così viva e piena di 
aspettazione e speranze. 

Anche il Collegio dei Nobili vi concorse in modo particolare. 
Anzi, perchè la festa riescisse più splendida, i collegiali diedero 
saggio di lor valore nel grande teatro farnesiano. « Quattordici 
sublimi Ordini di sedili — così descrive uno scrittore il teatro 
Farnese — a foggia di gradi in giro condotti, a tre superiori am- 
plissime Loggie comodamente presso che diecimila persone rice- 
vono. Quindi è che il primo sorprendente spettacolo sono gli 
spettatori medesimi quivi in sì bella e numerosa comparsa rac- 
colti » (2). 

Due furono gli spettacoli dati dai convittori: una danza a 
cavallo (carosello) e una rappresentazione allegorica. 

La danza fu preceduta da una favola con essa strettamente 
collegata e detta: Le nozse di Netluno F Equestre con Anfitrite, 
alla quale il Frugoni premise il sonetto : 

Ben quella in cui stringi aurea catena, etc. (3). 

La scena rappresentava il vestibolo della reggia, dove Net- 
tuno esercitavasi, incavato in uno scoglio con fenditure, che 

(1) Carlo Malaspina, Compendio della Storia di Parma, etc. Parma 
Grazioli, 1845-56, IV, 189. ' 

(2) Le nozze di Nettuno VEguestre con Anfitrite, Parma, Stamperia 
Ducale, 1728, pp. 5-6. 

(3; C. I. Phugonf, op. cit., I, 41. 



^ 



116 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

lasciavano vedere il mare e mostri marini nuotanti e fiumi 
tra' quali Parma e Panaro, entro nicchie, con urne versanti acque 
in tributo all'oceano. La reggia ern dipinta nel prospetto oriz- 
zontale della scena. 

Nettuno e Anfitrite, di fresco sposati, uscivano dalla reggia^ 
seduti su splendido carro e preceduti da Proteo marittimo, anche 
esso sopra un cocchio. Di qui si faceva manifesta la sostanza 
della favola. Nettuno era anche detto Ippico, perchè a lui attri- 
buivasi l'aver per prinìo ritrovato e domato cavalli. Era quindi 
naturale che egli, a somiglianza delle nozze di Tetide e Peleo^ 
avesse raccolto eminenti maneggiatori e domatori di cavalli per 
dare alla sposa « illustre diporto » ; e che a sedici di quelli, i più 
esperti e valenti, avesse imposta « l'Kquestre maestevole Danza ». 
I sedici « illustri » erano rappresentati da sedici convittori, i 
quali, scendendo dal palcoscenico nella platea, eseguirono la danza 
disposti in quadriglie, come si può vedere dall'unita tavola. 

Intanto, preso da estro. Proteo vaticinava nelle nozze di 
Nettuno e Anfitrite quelle di Antonio ed Enrichetta (1). 

Lo stesso concetto inspirava l'altro spettacolo. Eiferendosi 
alla discesa di Enea agli Elisi in traccia del padre, i convittori 
immaginavano che il Genio della Parma scendesse anch'esso ai 
Campi Elisi per dare ai Farnesi ed agli Estensi Eroi, da cui 
discendevano i serenissimi sposi, « la giocondissima novella di 
quelle felicissime nozze già celebrate, e per colà vedere i venturi 
Figli e Nipoti de' loro gloriosissimi Ptognanti Sovrani ». Lo spet- 
tacolo, che fu aperto con una poesia cantata da Cornelio Pepoli 
Musetti, accademico di lettere ed armi, vestito in abito eroico, fu 
veramente grandioso. Vi presero paite 107 collegiali, fra i quali 
Prospero Manara, che trovavasi nel collegio sin dal 1725 (2). 

(1) Le nozze, etc ^ p. 6-7. — Piazza F. A, Notizie Istorìche sopra 
la città di Parma, etc. — Codice N. 1185 della Keale Biblioteca di 
Parma, f. 24, r.o. 

(2) Racconta il Pezzana (op. cit., VII, 283), a proposito del Manara, 
che il giorno, in cui doveva uscire di collegio, il rettore lo pregò di aspet- 
tare qualche ora, finché non fosse arrivato un nuovo convittore, col qualfr 
si sarebbe raggiunto il numero di trecento. Abbiamo vislo che quel numero 
non fu mai raggiunto e che fu adoperato qualclie volta soltanto per figura 



II l'AU.MA 



117 




oTcuaelry/ie a cavallo nei />iano àel^ran'^ 



yeatra 



118 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

I convittori — assicura una relazione a sta.npa della festa 
— pieni di giubilo pel matrimonio « e pieni di fermissima spe- 
ranza di mirare tra poco assecurata da quelle felicissime nozze 
la continuazione dei Kegnanti Farnesi », avevano voluto in forma 
non comune « dare di tal giubilo e di tale loro speranza, pubblica 
mostra » (1). Ironia del destino! Due anni e mezzo dopo, con la 
morte di Antonio (20 gennaio 1731), si estingueva la casa Farnese. 

Estinzione della Casa Faenese. — Anche le virtù di An- 
tonio furono celebrate dai convittori, in una solenne accademia 
letteraria, con sontuoso apparato del cortile e del salone (2). Ma 
ognuno sentiva che la pietra sepolcrale, scesa sui resti mortali 
del principe, suggellava anche la fine di una dinastia. 

II collegio, morto il duca Antonio, si era aftVettato a ren- 
dere omaggio alla duchessa Eurichetta ; e questa, rispondendo» 
aveva rinnovato le consuete promesse di protezione, e, nello stesso 
tempo, pregato il rettore di raccomandare « caldamente alle ora- 
zioni de' Suoi Religiosi e di tutta quella Nobile Gioventù l'Anima 
del Sereniss. Defunto ed un evento felice alla sua gravidanza » (3). 

È nota la piccola commedia, rappresentata dalla vedova 
Eurichetta d'Este per prolungare il governo nelle sue mani. Ed 
è anche noto che gli imperiali, condotti dal Lichtenstein, occu- 
parono subito Parma, non ostante le proteste del papa, i cui 
stendarJi, d'ordine della reggenza, erano stati inalberati sulle 
mura nella speranza di trattenere gli invasoli. Ma il fatto è che 
la quistioue fu risoluta soltanto nove mesi dopo, quando cioè fu 
accertata in modo irrevocabile la inesistenza della supposta gra- 

retorica. Ai tempi del Maiiaia poi ciò era assolutamente impossibile. Basterà 
notare clie le stesse nomenclaturae dei deceuni 17JU-oO e 1730-40 danno, 
rispettivameute, i?30 e 180 alunni, ciroa. 

(Ij Festa in Teatro per le gloriosissime e felicissime nozze del- 
l'Altezza di Antonio I, etc.^ fatta da' Signori Convittori del D. Collegio 
etc. Parma, G. Eosati, Ìli8, p. Vili. 

(2) Ne stampò una desciizione il Monti. Una copia è inseriti nella 
Cronaca del Borra, di cui forma le pp. 45-6, esistente nel E. Archivio di 
Stato in Parma. 

(3) Copia di lettera della reggente al rettore, 30 gennaio 1731 nel- 
rArchivio del Ccuvittc, 



DI PARMA 119 

vidanza della duchessa vedova. A mezzo settembre il conte Bor- 
romeo Arese prendeva possesso dello stato in nome dell'Infante 
Don Carlo, primogenito di Filippo lY re di Spagna e di Elisa- 
betta Farnese, destinatovi signore dal trattato di Londra del 1718. 
Ai 29 decembre poi aveva luogo la investitura solenne della 
duchessa Dorotea Sofia di Neuburgo, avola e tutrice del mino- 
renne Don Carlo. 

C'On la estinzione della casa Farnese si può dire che termina 
anche il periodo veramente glorioso del Collegio de' Nobili di 
Parma. Esso continuerà a vivere, e, chiuso temporaneamente 
durante il dominio francese, risorgerà ancora forte e vigoroso; 
la sua efficacia non verrà meno ; la sua fama neppure ; vi ac- 
correranno ancorai giovani nobili, italiani e stranieri; splenderà 
ancora di vivida luce e qualche volta rifletterà sprazzi dell'an- 
tica gloria; non gli mancheranno illustri maestri e scolari, che 
diventeranno non meno illustri dei loro maestri. Ma il carattere 
impressogli dai Farnesi non lo avrà più. Checche dicano e pro- 
mettano e anche facciano, in piena coscienza di far bene, i go- 
verni che si succederanno, nulla potrà più uguagliare la protezione 
farnesiana, nulla rinnovare quello stretto legame, che teneva 
avvinto il collegio alla casa ducale, sicché formavano come una 
casa sola e non era vocabolo vuoto di senso quel pronome 
mio, che ogni duca Farnese adoperava parlando di esso. Il col- 
legio ora si dibatterà fra difficoltà e lotte d'ogni genere, non più 
in diretta comunicazione col sovrano, ma quasi sempre per il 
tramite di terze persone, anche quando il sovrano non sarà lon- 
tano, come durante il dominio borbonico e il governo di Maria 
Luigia austriaca, anche quando e sovrani e ministri si industrie- 
ranno, in tutti i modi, di ridargli l'antico splendore. Dovrà lottare 
con la malevolenza degli uni come contro la inditferenza degli 
altri. Dovrà difendersi dalle insidie di cortigiani e funzionari 
egoisti, come dalla concorrenza dei numerosi nuovi collegi, molti 
dei quali sono sorti inspirandosi alle sue splendide tradizioni. E 
tuttavia l'efficacia dell'opera sua, benché col tempo sempre mag- 
giormente ristretta, permarrà e imporrà rispetto anche agli animi 
invidiosi 0, addirittura, ostili. 



120 ir. COLLEGIO DEI NOBILI 



Capitolo Oitavo 



Il Collegio durante le guerre 
per le successioni polacca e austriaca. 

U lìifinte Don Carlo e il collegio. — La nuova villeggiatura 
in Fontevioo. — La dominazione austriaca e i lìrivilegi 
del collegio. — Gii studi — Pietro Verri. — Cesare 
Beccaria. — Le condizioni economiche. 

L'Infante Don Carlo e il collegio. — L'entrata solenne 
del nuovo signore in Parma ebbe luogo ai nove di ottobre del 
1732 e fu accompagnata e seguita da feste spettacolose, promosse 
e pagate dal Comune. Come quattr'anni prima, sedici convittori, 
tra i quali era Prospero Manara (1), eseguirono nel gran Teatro 
Farnesiano una danza a cavallo, diretta da Carlo e Jacopo Ver- 
celliui, cavallerizzi della corte, e preceduta dalla solita introdu- 
zione in musica, che questa volta aveva per titolo : La venuta 
d'Ascanio in Lfalia, con intermezzi di canti, suoni, quadri alle- 
gorici, etc. Lo spettacolo, ripetuto il successivo giorno 15 (2), 

(1) I uomi dei sedici convittori si leo-goiio nella Relozione della Danza 
a Cavallo, etc. (Panna, Rosati, 173"2), a p. XVJII. Essi furono ripubblicati 
ultimamente dal eh. dott. Emilio Casa (Archivio Storico per le Prov. 
Parmensi, II, 39). Giova per altro osservare che nell'opera del Sabini 
sono compresi quasi tutti nel decennio 1720-1730 {op. cit.^ pp. 143-57) e 
non nel successivo ; sicché si può presumere che forse furono gli stessi a 
eseguir la danza nel 1728 e nel 1732. la relazione di quella del 1728 po- 
trebbe risolvere il dubbio; ma a me non è riuscito rintracciarla. 

(2) Sanseverini e Mezzi, Notizie storiche, p. 202. Cod. mss. nell'Ar- 
chivio di Stato in Parma. 



DI l'AlLMV 121 

fu preparato e diretto dall'abate Frugoni e dallo scenografo Pietro 
Eighini, allievo del Bibiena, ed ha una importanza speciale, 
perchè fu l'ultiino spettacolo dnto nel Teatro Farnese (1). 




I> Carlo Borbone 

Sia per propria iuclinazioue, sia per suggerimento della vecchia 
duchessa Dorotea Sofia, l'infante Don Carlo si mostrò benevolo al 
collegio, che visitò anche insieme con l'avola, alla quale piaceva 
assistere ai saggi accademici e alle rappresentazioni dei convit- 
tori (2). Ma, durante il breve suo dominio, o, per essere esatti, 
sotto il governo dei suoi spagnuoli, il collegio menò vita stentata, 
non tanto per la rapacità dei miiiislri e ofiìriiili strnuieri, quanto 
per i continui torbidi e rivolgimenti, che la guerra si tirava 
dietro. I PP. tentarono impietosire i governanti con la espo- 
sizione delle condizioni e dei bisogni del collegio : debiti da tutte 
le parti, anche con fornitoli di ( oinmestibili, senza mezzi per 

(1; r. E. Fekraki, Spettacoli drammatico-musicaU e coreografici 
in Parma. Parma, Battei, 1884, p. 11. 

(2) Cfr, la Cronaca del Gozzi, iiiss. ueirArcliiviu di Stato iu Parma. 



122 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

estinguerli; necessità di restauri nei locali; la cavallerizza « che 
una volta consisteva in quaranta cavalli | veramente erano an- 
che io numero maggiore] instruiti ad ogni sorte di maneggio », 
ridotta allora a soli diciotto, « quasi tutti invalidi ed inabili »; 
ostinazione dei gabellieri e daziari a non voler rispettare i pri- 
vilegi sempre goduti ; le residenze del collegio, quella di città 
come quelle di campagna, quantunque « secondo la mente dei 

Sei*. Fondatori cosa medesima colla Corte »,• assoggettate 

nulla meno a quartieri militari; obbligate al servizio militare 
anche le persone da esso dipendenti ; i diritti di caccia e pe- 
sca « totalmente abusati e distrutti ». Tutte cose vere e di 
molto dannose al collegio, tranne l'ultima, cioè i diritti di caccia 
e pesca, che si risolvevano in aggravi ai privati. Ma si sentirono 
rispondere: che la necessità fa legge, che, se la guerra poteva 
aver diminuito il numero dei convittori, « questo doveva portare 
minor spesa alla Casa per la minor quantità del servizio » ; e 
che infine non solo i Farnesi non avevano mai dato sovvenzioni 
al collegio, ma, al contrario, da esso « avevano avuto in fine 
d'anno avanzi ». Supplicavano i PP. che S. M. invogliasse le 
nobili famiglie, e in Ispagna e in Italia, a mandare i loro figliuoli 
nel collegio di Parma. Ma la risposta fu questa : « Non è più 
sperabile che il Collegio rifiorisca a norma dei tempi trasandati, 
mentre allora si poteva dir unico e da quel tempo a questa 
parte sono moltiplicati in tanti luoghi d'Italia che ognuna si 
vale di quello del proprio o vicino Paese » (1). 

La NUOVA VILLEGGIATURA IN FoNTEVivo. — Gravc fu la per- 
dita della rocca di Sala, dove i PP. avevano spese senza risparmio 
somme ingenti, considerandola come « donata » da Kanuccio II 
« al sollievo autunnale del suo Collegio de' Nobili con piena libertà 
di farvi tutte quelle alterazioui che si fossero giudicate oppor- 
tune alla buona disciplina del Collegio »». Nel marzo del 1733 
l'infante Don Carlo « avendo provata l'aria di Sala piìi confa- 

(1) « Aiuti di cui aboisogiia il Collegio dei Nobili di Parma per ritor- 
nare allo stato, in cui era sotto la ser. Casa Farnese ». Archivio di Stato 
in Parma. Busta: Collegio dei Nobili, Ì600-Ì784. 



DI PARMA 



123 



cevole alla sua reale conservazioDe, che quella di Colorilo, de- 
terminò di prendere per se quella Rocca » e di dare al collegio 
la badia di Fontevivo, con promessa di farvi eseguire tutti i 
lavori occorrenti, per renderla atta ad accogliervi i convittori. E 
dispose perchè i lavori fossero incominciati e compiuti nel più 
breve tempo possibile. Intanto il primo anno, « in cui la Fab- 
brica di Fontevivo non poteva essere usuale », concesse al col- 
legio il palazzo di Borgo S. Donnino (1) ; e, con grida de 



«WPt^pw^li 



-^^m^' 



Badia di Foi. lesivo. 



1 agosto, foimò anche sullo stesso territorio una riserva di 
caccia, comprendente, oltre la villa di Bargone, il comune della 
Parola (per la parte spettante a Borgo) e le ville di S. ]\Iarghe- 
ritii, Borghetto, Siccomonte Cogoloncio, Lodesana, Carretto ossia 
Vaj, Cabriolo, Fargnia, Eivale, Castione de' Marchesi, Bastelli, 
Castellina e Chiusa (2). 

La Badia di Foutevivo (Fontana Viva) fu fatta costruire, 
suir esempio di quella di Chiaravalle della Colomba, per i ci- 

(1) Minuta di lettera del rettore del collegio al « Magistrato » di 
Parma, senza data, ma del 1737, nell'Archivio del Convitto. 

(2) Avviso a stampa, Tarma, eredi Monti, 1738. 



124 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

sterciensi da Lanfranco, vescovo di Pavia, che la dotò anche con 
molta larghezza. Cominciata nel 1136 fu terminata nel 1142 e 
dedicata alla Beata Vergine. Passò più tardi ai cassinesi (1518). 
Da costoro la comprò Ranuccio I nel 1605, dandola ai cappuc- 
cini, ai quali, con testamento del 26 maggio 1620, assegnò un 
legato annuo di lire parmigiane 34,348 sullo rendite della tenuta 
di Fontevivo. I tre quadri dello Schedoni, che molto lavorò pei 
Farnesi, V Ultima Cena, il Sepolcro e le Tre JSLirie, ora nella 
Pinacoteca parmense, ornavano il convento di quei frati cappuc- 
cini. Ammirabile, osserva il De Lama, è la luce, che si diffonde 
dall'angelo seduto sul sepolcro : « effetto bellissimo, non cono- 
sciuto da molti, ed espresso da pochi (1) »>. 

I lavori dunque furono co;Tiinciati su disegno dell'architetto 
Magnani, che ne stimò la spesa in lire parmigiane 220 mila, 
ma subito dopo sospesi, per mancanza di mezzi. Il rettore (2), 
in nome del collegio, propose di continuarli per suo conto, a 
patto che l'Infante gli desse in affitto per undici anni la tenuta 
di Fontevivo, Era sua intenzione « d'impiegare in Fabbrica tutto 
quell'annuo vantaggio che. avesse ricavato dalla suddetta tenuta, 
detratta la pensione dell'affitto ». Il progetto piacque, ma, come 
non di rado accade, in ultimo non fu accettato. Si rinnovò in- 
vece il fitto coi vecchi affittuari per altri sei anni, con l'obbligo 
di sborsare, oltre la solita pensione, 70 mila lire nelle mani 
dell'intendente Voschi, che avrebbe dovuto impiegarle a pagare 
le maestranze. Il materiale e i ferramenti necessari dovevano 
essere forniti dalle tenute e feriiere camerali. Questo, in nome 
di Don Carlo, prima che ])artisse per Na[ioli, dissero il conte 
governatore Girolamo M. Suz/.aui, uno dei consiglieri di gabi- 
netto, e il segretario di S. A. li., iiiiii'chese Giuseppe Gioacchino 

il) F. Dk Lama, Storia della Badia di Fontevivo, mss. n. ~-1222, 
dalla Pi. Biblioteca di Parma. — Cfr. Mol ssi, op. cit. 

("2) Furono rettori, in questo periodo di tempo, i PP. : Lelio Comini, 
bresciano (1/7, 1732 - 28/^, 1737; ; Nicolò M. Della Torre, per la seconda 
volta (l!9/'4 1737 - iO/b, ilii); Carlo Ai.guissola, piacentino (21/5, 1742 
- 3i/l2. 1747); Giuseppe Bajardi, parini;,'iano (l/l, 17i8 - 1-VI2, 1756). - 
Si noti per altro che il Mss. N. 561, cit., a pag. 4 pone il termine del 
rettorato dell'Anguissola al novembre del 1748 ; e pare che questa sia la 
data giusta. 



DI PAKMA 125 

di Montealegre, mentre la duchessa Dorotea, avola e curatrice 
dell'Infante, « assicurava lo stesso rettore in voce, che tali ap- 
punto erano le intenzioni, e gli ordini del Reale Padrone, che 
voleva fosse il suo Collegio provveduto di tutti i comodi d'una 
compita villeggiatura ». 

Con un po' di buona volontà il lavoro poteva compiersi in 
un anno. Ma questo uou era il pensiero dei ministri, che dove- 
vano eseguire gli ordini sovrani. Quindi il collegio sarebbe ri- 
masto per qualche anno senza villeggiatura, « e conseguentemente 
in pericolo prossimo di dissiparsi [gli alunni] alle ville Paterne, 
e di disfarsi il Collegio »; tanto più che la guerra e la carestia 
rendevano ancor più diffìcili le condizioni del paese. Se non che 
il rettore, fatto un debito con la speranza di un rimborso, mise 
la badia in condizioni di poter essere abitata. Quanto al rim- 
borso delle spese, esso, a vero dire, ebbe effetto, ma solo in 
parte, nonostante gli ordini mandati da Napoli. L'intendente 
Voschi, pur confessando d'essersi servito del danaro per altri usi, 
non mostrava fretta alcuna di sollecitare, almeno, la fabbrica. 
Finalmente nel maggio del 1735 si scosse e, recatosi a Fonte- 
vivo col Cav. Maghenzi e col rettore Comini, dispose la conti- 
nuazione del lavoro per modo che ogni anno se ne facesse una 
parte sino al compimento totale. Ma, venute, l'anno dopo, le 
milizie imperiali, e mancando di nuovo i mezzi, il lavoro nuova- 
mente languì. Allora il rettore, « vedendosi nelle maggiori sue 
premure abbandonato, si risolse di umiliare a S. A, il S. Prin- 
cipe Lobkovitz una supplica rivereutissima, affine di ottenere il 
dovuto riparo ad un tale disordine. La ricevette con somma 
benignità, e la passò di poi alla notizia, e considerazione » del 
magistrato comunale, i cui componenti, « dopo maturo consiglio 
ebbero la bontà di rassegnarsi a quanto S. A. avesse determi- 
nato ». E così la quistione parve risoluta e con sodisfazione di 
tutti. Ma il rettore, se volle avere i lavori, dovette pensare, 
ancora una volta, a procacciarsi i danari con un prestito. Solo 
per tal modo gli riuscì fare il necessario, « lasciando il rima- 
nente tutto imperfetto e inusuale ». Fi Dio sa con quanto stento 
fu rimborsato di queste spese e di quelle « delli due anni ante- 
cedenti, e nominatamente di quella della piantata degli alberi per 



126 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

l'ombreggio de' Giuochi fatta in vigore della mente, e degli 
ordini del Sovrano (1) ». In conclusione, nel 1737 la nuova 
villeggiatura di Foutevivo, benché manchevole di molte cose, era 
pronta. Negli anni seguenti essa fu migliorata; anzi nel 1738 il 
P. Ministro Bosi faceva piantare nei prati tanti pioppi quanti 
sono i giorni dell'anno (2), E rimase poi sempre la villeggiatura 
autunnale del Collegio dei Nobili, essendo falliti tutti i tentativi 
di riavere la rocca di Sala (3). 

La dominazione austriaca e i privilegi del collegio. — Il 
passaggio del governo dagli spagnuoli agli austriaci segnò qual- 
che leggero miglioramento : almeno vi fu maggiore benevolenza. 

Un affare serio fu quello dei privilegi, che, in tempi così 
burrascosi e in condizioni economiche così poco floride, erano di 
importanza capitale per il collegio. I duchi Farnesi solevano con- 
fermarli di propria iniziativa nel dare annunzio ufficiale della 
loro elevazione al trono. Durante la reggenza, un po' per tacito 
accordo e un po' per necessità di cose, non si venne ad alcuna 
decisione, anche perchè il dominio del figliuolo di Elisabetta 
Farnese poteva riguardarsi . come continuazione di altra linea 
della stessa casa. Ma ora si era in presenza di una dominazione 
straniera effettiva. Tuttavia il rettore, supponendo che un discen- 
dente di Leopoldo I e Giuseppe I, che si mostrarono sempre 
propensi al collegio, non solleverebbe difficoltà a ristabilire una 
« casa oppressa da mille infortuni], benché per l'addietro sì flo- 
rida e benemerita della Germania, che da ogni sua parte, e 
dalle principali sue famiglie vi mandava alunni in gran copia », 
chiese la conferma degli antichi privilegi. Ma quale non fu la 
sua maraviglia qnando sentì che, non ostante il parere favore- 
vole degli ufficiali imperiali di Parma, da Vienna si chiedeva un 

(ì) « Ristretto dell'oblazione fatta a' Regìj Ministri dell'Infante Don 
Carlo sulla Locazione della Badia », neH'.Vrchivio del Convitto; lettera del 
rettore a S. A. ("^6 giugno 1736); e minuta di lettera dello stesso al 
« Magistrato » (del 1737), già citate. 

(2) Sabini, Nomenclatura etc, cit., p. 202. 

(3) Lettera del segretario di Stato Giuseppe Carpintero al rettore Bajardi, 
3/7, 1750, nell'Arcliivio del Convitto. 



DI PARMA 127 

esame più accurato? Egli sospettò subito di intrighi di persone 
avverse, di qualclie occulto avversario, che avesse <;ontrari inte- 
ressi e promovesse perciò « la sottrazione o la restrizione delle 
grazie fino allora godute senza contrasto », di arti subdole di 
malevoli, dei quali principale scopo fosse di combattere il collegio 
per ferire la Compagnia (a dire il vero i gesuiti non erano più 
ben visti come prima, e già i PP. avevano dovuto ricordare che 
il collegio era diretto sì dai gesuiti, ma proprietà dello stato), 
non parendogli cosa naturale che si richiedesse quasi di legitti- 
mare e provare giuridicamente privilegi, goduti da quasi un 
secolo e mezzo e per i quali si domandava soltanto un generale 
nihil innovetur. E però per rimuovere le difficoltà andava pen- 
sando di guadagnar per sé il P. Telemann, che poteva avere 
influenza sull'animo dell'imperatore. Nel che si manifestava il 
grande svantaggio di non poter più trattare direttamente col 
sovrano, come al tempo dei Farnesi (1). A dire il vero i timori 
erano vani. La richiesta del supremo consiglio d'Italia, sedente 
a Vienna, era naturale e doverosa. La quistione non riguardava 
soltanto il collegio, ma anche altri enti, tra i quali l'università, 
per i cosidetti privilegi di onoranza. Quindi era naturale che non 
solo si esaminassero i privilegi, ma che si sentissero le parti, 
ugualmente interessate nell'uso o restrizione dei medesimi, e il 
fisco e l'università degli studi e il rettore, prima di passare a 
una risoluzione definitiva. Il che, ordinato a Vienna ai 10 de- 
cembre 1738, fu eseguito nei mesi successivi, sicché a Neustadt, 
il 15 agosto del 1739, Carlo VII firmava la conferma di tutti 
i privilegi, con qualche piccola restrizione di poca importanza, 
resa necessaria dalla lontananza della corte e dalle mutate con- 
dizioni dei tempi (2). 

Lo stesso Carlo VI, con rescritto del 9 marzo 1737, aveva 
già concesso nuovamente i cavalli per la cavallerizza ai convit- 
tori e l'uso della carrozza di corte (resp. del governatore) al 
rettore. Queste concessioni, nonostante i ricorsi del fisco in con- 
fi) Minuta di lettera del rettore al P. Telemann, senza data, ma evi- 
dentemente del 1739, ivi. 

(2) L'originale, un elegante fascicolo, si trova nella Busta: Collegio dei 
Nobili, 1600-1784^ ueirArchivio di Stato in Parma. 



128 ir. COLLEGIO ItEl NOBILI 

tnirio, e quantunque quello della carrozza, per caso o delibera- 
tamente, fosse stato revocato dall'art. 7 del rescritto 15 agosto 
1739, confermò egli ai 28 settembre 1740, con un nuovo rescritto 
indirizzato al conte di Trami, governatore imperiale in Italia, 
col quale, nel tempo stesso, prendeva altri provvedimenti a fiivore 
del collegio. Una scossa di terremoto aveva recato danni non 
lievi al Salone delle Accademie (Sala d'Armi) e in particolare al 




Carlo V[. 



soffitto. L'imperatore comandò che i lavori di restauro fossero 
eseguiti a spese dell'erario. E dopo aver di nuovo raccomandato 
di rimettere « nel pristino stato » la cavallerizza, soggiungeva: 
« Finalmente per dimostrare la particolare protezione che Noi 
abbiamo presa di quel collegio, ed il nostro desiderio di mante- 
nerlo nel suo maggior lustro e decoro, poiché la Corte Sovrana 
è assente da quella città, vi appoggiamo questa cura, ed incom- 
benza, e perchè Voi quivi non risiedete, vi comandiamo di elli- 
gere per vostro deputato il Conte Sanvitale [Jacopo-Antonio, 
1699-1780] Cavagliele a Noi cognito per le sue buone qualità 



DI PARMA 



129 



acciochè presti ia nostro nome la dovuta assistenza al sopradetto 
collegio, e lo protegga in tutte le occorrenze » (1). 

Si mostrò benevola al collegio anche Maria Teresa, la quale 
suH'entrar del maggio 1739, di passaggio per Parma col marito 
e col fratello, provenienti dalla ^ Toscana, vi era stata ricevuta 
molto onorevolmente. Con dispaccio datato da Vienna, 10 no- 
vembre 1742, essa incaricava il Conte di Traun di esaminare il 




Maria Teresa. 

ricorso fatto dal rettore contro il commissario di Parma, il quale, 
in onta ai privilegi, faceva occupare la villa di Fontevivo dai sol- 
dati e l'appartamento nobile in città dagli ufficiali, e di prov- 
vedere (2). E il Traun, dichiarando giusta la domanda di esen- 
zione « da qualunque militare alloggiamento » invitava il vice 

(1) Copia autentica del docaiiiento nell'Arcliivio del Convitto. 

(2) Documento originale, con firma autografa di Maria Teresa, ivi. 
Arch. Stoe. Pabm., 2.* Serie, I. 9- 



130 IL COLr>EGIO DEL NOBILI 

governatore, marchese Erba, a dare gli ordini necessari perchè 
il collegio fosse rispettato (1). L'ordine fu eseguito, anche più 
tardi, dai generali austriaci, e vi si uniformarono nel 174G anche 
il maresciallo di Lichtenstein, comandante in capo, e il generale 
Botta Adorno (2). La occupazione di Fontevivo per parte degli 
Spagnuoli ai 15 settembre 1746 (3) fu momentanea. Del resto 
a spiegare la relativa mitezza del governo cesareo, non sarà 
forse inopportuno ricordare che nel collegio erano allora non 
pochi convittori sudiiti di casa d'Austria. 

I lavori di restauro al Salone non furono eseguiti con grande 
premura e non è da raeravigliiirsene. A ogni modo nel 1750 
erano finiti. Vi lavorarono i pittori Antonio dal Co, Antonio Re, 
Giacomo Miller, il Betti e il Marchesi (4). 11 « risarcimento * 
degli alfreschi sono unanimi le fonti a dirlo fatto « da non 
troppo felice pennello ». Anzi lo Scarabelli-Zunti scrive addirit- 
tura che un barbaro ristauratore « imbiuttava » (imbrattava? 
sciupava?) quegli egregi dipinti. 

Checche sia di ciò, il Salone così restaurato ebbe nuovo or- 
namento dalle inscrizioni, che vi furono apposte, opera del P. 
Guidone Ferrari « della fu Compagnia di Gesù » (5). 

Gli studi. — È probabile che in un periodo così burrascoso 
gli studi non siano stati curati sempre con molto zelo, per colpa 
non degli uomini, bensì dei tempi a quelli poco favorevoli. Ma i 
buoni frutti non mancarono. Abbiamo notizia di saggi e di qualche 
Teatro d' Onore importante. E sappiamo che, dopo il 1736, l'uffi- 
cio di Accademico fu tenuto, per alcuni anni, dal P. Giovanni 
Granelli (6), favorevolmente noto anche come scrittore di tragedie 

(1) Copia di lettera del 16 luglio IT^o, dal quartier generale dì Carpi, ivi. 

(2) Lettere patenti del Lichtenstein, 6 marzo 1746; e lettera del Botta 
Adorno al rettore, 3 agosto 1746, dal quartier generale di Valera, ivi. 

(3) DoTT. E, Casa, op. cit, II, 112. 

(4) Archivio di Stato. Busta: Collegi diversi, 1749-52. 

(h) Notizie intorno alle Belle Arti Parmigiane. Cod. N.° 1106 della 
R. Biblioteca di Parma, pag. 47. — Scauabelli-Zunti, op. cit., N.° del 3 
marzo 1892. — Le dieci iscrizioni sono in fondo alla Nomenclatura del 
Sabini, già pivi volte citata. 

(6) BETTfNELLi, op. cit., XX, 258. 



J 



DI PARMA 131 

i!i collegio, e, verso la fine della doraiuazione austriaca, dal P. 
G. B. Hoberti (1), clie dovremo ricordare tra poco. Sappiamo 
inoltre che in questo tempo il collegio, tra gli altri giovani, che 
si resero più tardi famosi, albergava Pietro Verri e Cesare Bec- 
caria, dei quali anzi gioverà, per diverse ragioni, discorrere al- 
quanto distesamente. 

Pietro Verri. — Dopo aver passato alcuni anni nel collegio 
gesuitico di Monza, nelle scuole dei barnabiti di S. Alessandro a 
Milano, nel collegio del « Nazzareno » di Roma, diretto dagli 
scolopi, e nelle scuole dei gesuiti di Milano, Pietro Verri nel 1747 
fu accolto nel Collegio dei Nobili di Parma, « che in allora, dice 
l'abate Isidoro Bianchi, nei nostri contorni più d'ogni altro Col- 
legio fioriva », per suggerimento del cugino, D, Francesco Trotti, 
alunno del collegio parmense. « Ivi trovò che le cose tutte erano 
con buon ordine, con ragione e con nobile decenza stabilite ; trovò 
che il capriccio, Y ipocrisia e lo spionaggio non avevano luogo in 
quel governo regolato con leggi chiare, generali ed invariabili, e, 
quel che è più, con imparzialità eseguite ; trovò che le pene dei 
trasgressori si riduce vano ad un efficace punto d'onore senza re- 
care alcun torto alla loro estimazione; insomma trovò che in 
quel Convitto si possedeva l'arte di ragionare e di persuadere 
anche i giovani più indocili e traviati ». Molto profitto trasse il 
Verri dalla scuola del P. Camuzzi, che insegnava matematica e 
fisica, e che nell'agosto del 1747, dopo aver assistito al saggio 
dato dal Verri « dichiarò che, presiedendo egli già da molti anni 
al Collegio (vorrà dire: come « Accademico »), quella era la 
prima funzione, che Egli avesse con piacere ascoltata ». L'anno 
dopo, eletto principe dell'Accademia degli Scelti, sostenne un 
pubblico esperimento di filosofia, dedicato al conte Carlo Pertu- 
sati, presidente del Senato milanese. Nel terzo ed ultimo anno 
di sua dimora in collegio ebbe a maestro il P. Belgrado, nel 
tempo che l'ufficio di Accademico era stato già assunto dal P. 
G. B. Roberti, del quale fu sempre molto amico, tanto che una 
diecina d'anni più tardi, fervendo la polemica intorno alla riforma 

(1) C. UtìONi, nella Continuazione al Cobniani (Brescia, Bettoni, 1820-2), 
II, 103-4. - G. B. Roberti, Opere. Venezia, Antonelli, 1830-31 ; I, XXVI-VII. 



132 l\. COl-LKGIO OKI NOBIM 

goldoniana, il Roberti iscriveva al Goldoui (da Bologna, 1." Set- 
tembre 1758): « Il signor conte Verri giovane cavalier milanese 
è a me notissimo. Siamo vissuti insieme alquanti anni nel Col- 
legio dei Nobili di Parma; ed io fui persona dell'ultima sua 
confidenza non solamente negli affari che aveva con Apollo, ma 
ancora in quelli che aveva con suo padre senatore » (1). Fece 
ritorno a Milano nel 1749, e già l'anno dopo era chiamato a 
sostenere un ufficio pubblico, quello di protettore dei carcerati, 
che era il primo passo alla carriera ioreuse (2). 

Cesare Beccaria. — 11 Beccaria fu alunno del Collegio 
Farnesiano per otto anni. Pare vi entrasse nel 1745 e ne uscisse a 
diciassette anni, dopo che, compiuto il corso filosofico, volle consa- 
crare nuovamente due anni allo studio della retorica (3), la cui 
conoscenza sicura riteneva indispensabile a chi desideri esprimere le 
sue idee con chiarezza ed efficacia vera (4). Scrivendo al Morellei 
della educazione avuta in collegio, la chiamò « fanatica » e tale 
che per molti anni impedì ai nobili sentimenti dell' umanità di 
svilupparsi nella sua anima (5). E però i suoi biografi sono presso 
che unanimi nell'affermare che di quella educazione « soleva 
nell'età più avanzata dolersi amaramente ». Forse è vero quel 
che alcuni dicono, che, cioè, i PP. non ne indovinarono il genio: 
il che spiegherebbe quella persistente scontentezza di qualunque 
studio, a cui dava opera, quel facile passaggio dalla filosofia alle 
lettere e da queste alla matematica, « sola scienza che in col- 

(1) Lettere inedite di illustri italiani, che fiorirono dal principio 
del secolo XVIII fino ai nostri tempi. Milano, Classici Italiani, 1835; 
p. 366. 

(2) Bianchi Isidoro, Elogio Storico di Pietro Verri. Cremona, 1806 ; 
pp. 14-35. 

(3) CoRNUNt, I secoli della letteratura italiana, etc. — Brescia, Bet- 
toni, 1818. 

(4) C. BEOCARrA, Opere. Milano, società tipografica dei classici italiani, 
1821-22; voi. I, p. Vili. 

{^) A. MoRELLET, Traité des Délits et dcs Peines par Beccaria, traduit 
de ritalien et précède d'une correspondence de l'auteur avec le traducteur. 
Paris, 1797 ; p. XLIV. — Cfr. le Notizie della Vita, premesse alla edi- 
zione parigina dei « Delitti e Pene » del 1828. 



DI PAH MA 133 

legio non si poteva adulterare », e quel non appagarsi neppure 
della matematica, cui attese poi sempre e che gli tu d'aiuto nello 
studio deireconoraia politica (1). Ma, prescindendo dal fatto, in 
questo caso speciale non privo di importanza, che, nel saggio 
finale degli studi del 1751. accanto al suo nome, per la siiprema. 
si legge: « Imperadore, Diligentissimo, ha recitato, e due volte 
in Lingua Francese, Ottimato », e inoltre che in quell'anno ri- 
portò « lode distinta » nella storia e nella cronologia (2), gli 
stessi biografi ci dicono che il Beccaria in collegio « si distinse 
per la sua immaginazione fervida », che manifestò subito « in- 
dole varia e mutabile: ora eccitato ed eccitabilissimo per qualche 
nuova idea, ora, e più di frequente, stanco, abbandonato, quasi 
pigro ed inerte »; e che, sentendosi fatto per altro, passava tal- 
volta lunghi giorni ozioso, stanco, senza leggere, senza pensare, 
annoiato di tutto ; che la sua immaginazione aveva d' uopo di 
eccitamento per esser posta in azione, senza di che pareva si 
lasciasse vincere dall'inerzia; che la lettura delle lettere persiane 
lo piegarono alla filosofìa; che impressione grandissima ebbe a 
risentire la sua anima fervida e perspicace dalle nuove dottrine 
e specialmente dalla lettura dei filosofi francesi. Or chi tenga 
conto di ciò e consideri inoltre che il Beccaria visse in un'età di 
transizione, quando i passaggi da un modo di vivere ad un altro 
non possono non essere violenti, e che « in Italia il regno del- 
l'autorità e della dottrina scolastica stava per crollare a quei 
giorni, né per avventura gli si potea sostituire l' impero della 
ragione se non passando per un tempo quasi di distruzione » (3): 
ohi dia il giusto valore a tutti questi elementi diversi, deve 
riconoscere che il giudizio del Beccaria sulla educazione rice- 
vuta nel collegio farnesiano pecca di molta, anzi moltissima esa- 

(1) P. ViLLARi, Discorso premesso alle Opere del BECCARrA. Firenze, 
Lemonnier, 1854. — Cfr. Cistodi, nella Vita del Beccaria, premessa alla 
edizione delle opere economiche dello stesso, Milano, 1804. 

(2) Il Teatro d'Onore. Accademia dedicata, da' Signori Convit- 
lori del Regio Ducale Collegio de' Nobili di Parma alle Altezze Beali, 
etc. — Parma, Rosati, 1751 ; pp. 8 e 10. 

(3} Beccaria, Opere, ed. milanese dei classici, 1821-2 ; voi. I, pp. VII-X. 

— Cfr. VlLLARI e MORELLET, Op. Cit. 



\- 



134 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

gerazione. Nel pronunziarlo egli sacrificava la verità un po' a 
qualche non gradevole impressione della sua adolescenza, ma più 
ancora alla tendenza allora prevalente di considerare pessimo 
sotto ogni aspetto il vecchio ordinamento didattico ed educativo, 
rappresentato dalle scuole gesuitiche. Il Parini (1), tra gli altri, 
e il Foscolo (2) sentenziarono: la grandissima maggioranza degli 
scrittori segui, ripetendo e rincarando la dose. Certo l' insegna- 
mento dei gesuiti non rispondeva piìi ai tempi in tutte le sue 
parti; ma non ancora meritava l'ostracismo assoluto. La vita stessa 
del Beccaria dimostra che nel collegio non furono tarpate le ali al 
suo genio. Egli, uscendone, non fece altro se non quello che hanno 
fatto e faranno tutte le persone di genio, o solamente intelli- 
genti e volonterose, dopo la educazione del collegio : cioè, « rias- 
sunse, come saggiamente osserva Camillo Ugoni, gli studi mal 
fatti » (3). 1. Bianchi aveva scritto, a proposito di P. Verri, le 
seguenti parole, che si possono appropriare benissimo anche al 
Beccaria e che risolvono, a parer nostro, la quistione in modo 
definitivo : « Disciolto pertanto il nostro Verri dal metodo servii 
della scuola e restituitosi da Parma a Milano ... la sua più 
grande occupazione fu quella di sublimare i studj già fatti, e 
di intraprenderne dei nuovi, secondando in ciò la vivacità del suo 
genio, l'originalità del suo spirito e l'ampiezza dei suoi ta- 
lenti » (4). 

Condizioni economiche. — Fra tanti malanni le condizioni 
economiche non potevano essere eccellenti. E ben lo seppe il 
P. Della Torre, il quale, tornato rettore nel 1737, trovò il col- 
legio così gravato di debiti che, oltre a soffrire « infestissime 
molestie da' creditori », dovette ricorrere a nuovi debiti, pren- 
dendo denaro a censo, con estinzione a rate semestrali d'una 
quarta parte, da certo Antonio Re, reggiano, o dare in pegno 

(1) G. Parini, Opere, Milano, 1803, 147-58. 

(2) U. Foscolo, Gazzettino dei Bel Mondo, in Opere inedite e po- 
stume. Firenze, 1850; IV, 89-90. 

(3) Camillo Ugoni, Della Letteratura Italiana nella seconda vieta 
del secolo 18°. Milano, Bernardoni, 1856; II, 177. 

(4) I. BiAAcei, op. cit., p. 35. 



J 



DI FARM A 135 

trenta oggetti d'iirgeuto dolio cappelle, cioè sei angeli, dodici can- 
deliei-i e dodici vasi (1). l*]rauo lire 42000. Nel 1740, essendone 
stata restituita una sola metà, per l'altra metà furono impegnate 
le dozzene, che pagavano i convittori conti Taccoli, fratelli, un tal 
Pozzetti, un conte Parisetti e un conte Penci. L'estinzione totale 
di questo debito ebbe luogo soltanto nel 1749. L'anno dopo, col 
pagamento di lire 24000 si estinse anche l'altro, di lire 30000, 
fatto sin dall'anno 1706. In fondo il caso, direbbe im medico, non 
era disperato. Del resto giova notare qui una novità, che mostra 
come i PP. si ingegnassero di tenersi a galla anche con altri mezzi. 
Durante la reggenza essi avevano preso in affitto dalla E. Ca- 
mera, sotto il nome di certo Orazio Mazza, una porzione dei 
« Beni della Fattoria di Sala » per lire 4800 ; e abbiamo visto 
che tentarono di far lo stesso con i beni della badia di Fonte- 
vivo, donde ritenevano poter cavare tal frutto da rifarsi in pochi 
anni delle spese non lievi richieste dai lavori occorrenti al fab- 
bricato. Subentrata la dominazione austriaca, il Della Torre rin- 
novò il tentativo di ottenere la locazione dei beni della badia di 
Fontevivo, « non più a fine di perfezionare la Fabbrica ridotta 
già in istato sufficiente al presentaneo bisogno; ma solo affine 
di liberarsi da debiti, che lo aggravano, impiegando se non con 
profitto maggiore della Imperiale Camera, certamente con maggior 
gloria della Maestà imperiale, que' profitti, che per l'addietro 
anno servito, e serviranno sempre ad impinguare qualche famiglia 
privata, o estera, o affatto aliena dalla Corte Cesarea ». Il red- 
dito di quei beni era di circa sei mila Filippi, dei quali, come 
si è già ricordato, due mila, per disposizione testamentaria di 
Ranuccio I, spettavano al mantenimento dei PP. Cappuccini e 
ad opere di beneficenza. E poiché per la cavallerizza l'erario non 
poteva spendere meno di 2500 Filippi annui, il rettore proponeva 
di lasciare questa spesa a carico del collegio e di adoperare il 
resto del provento, nei primi anni, per la estinzione dei debiti e, 
dopo, a beneficio comune per « il sostentamento de' Padri, e delle 
persone necessarie al Collegio, con qualche sollievo de' Convittori, 
a' quali poteva farsi un qualche tenue ribasso delle dozine, per 

(1) Scritture private originali, neirArcliivio del Convitto. 



186 



II; COLLEGIO DEI NOBILI 



agevolare loro l'accesso al Collegio, overo per il mantenimento 
di due convittori graziabili da Sua Maestà ». Ma ne questa 
proposta fu accettata, uè Taltra, fatta dallo stesso Della Torre 
per i beni di Sala, d'essere, cioè « prosciolto dalla Locazione, e 
costituito in libero godimento delle accennate rendite » '(1). 1 
PP. non rinunziarono mai alla speranza di veder appagato il loro 
desiderio, e più volte, in seguito, tornarono alla carica, ma inu- 
tilmente. Per altro piìi tardi ottennero in fitto dalla camera 
erariale una parte della tenuta, l'orto cioè e i « Prati », che 
in ultimo furono concessi liberamente, perchè col loro reddito si 
potesse far fronte alle spese di manutenzione della vecchia badia, 
diventata col tempo un vastissimo edificio; mentre la tenuta, 
alla fine del secolo 18.", era alienata. 

Registreremo infine una dimostrazione notevolissima di af- 
fetto e riconoscenza al collegio, fatta da un ex convittore, già 
ricordato, il conte Don Francesco Trotti milanese, il quale con 
testamento del 13 novembre 1748, rogato in Milano dal notaio 
Anton Maria Bononi, legò al collegio la somma di venti Filippi 
milanesi annui, coll'obbligo di un servizio religioso e di tratta- 
mento speciale ai convittori in un dato giorno dell'anno. Questo 
legato è costituito oggi da un piccolo podere, detto : La Gaiffa, 
vicino a Fontevivo, del reddito annuo di lire trecento. 



(\] Minuta di lettera del rettore al Bali conte Pai Verme, direttore 
generale delle Finanze, li? novembre 1737, ivi. 



DI PAIIJIA 137 



Capitolo Nono 



Il Collegio 

dall'assunzione ni trono di 1). Filippo Borbone 

alla espulsione dei gesuiti. 

TJìtimn fìolennc conferma e ampìiamcnfo dei privilegi. — Pro- 
gressi vegli studi per 0})era del rettore Bajardi e degli 
« Accademici » Poggi, Grrmcììi, lìoherfi e Bettinelli. — 
I/'Accacìemicato di Saverio Bettinelli. — Ajìertura del 
Collegio Lalatta. — Espulsione dei gesuiti. 

Ultima solenne conferma e ampliamento dei privilegi. — 
Con l'Infante Don Filippo, secondogenito di Elisabetta Farnese, 
comincia in Parma il dominio borbonico, che rialzò le sorti del 
collegio, pur non potendo restituirlo all'antica grandezza. Tutta- 
via per ciò che si riferisce ai privilegi già più volte ricordati, 
la faccenda non fu regolata tanto presto. Dopo le molte espe- 
rienze fatte, i PP., persuasi della necessità assoluta di ottenere 
la conferma dal nuovo signore, si affrettarono a chiederla. 11 
duca fece conoscere la sua intenzione benevola di togliere ogni 
restrizione e ne diede anche prova con vari favori. Poi per 
mezzo del segretario di Grazia e Giustizia, G. B. Serrati, ai 24 
luglio, ordinò che il cons.*" Rinaldo Ceroni prendesse in esame i 
privilegi e riferisse. Nell'agosto fu esentato il collegio da ogni 
pagamento per il passaggio del Taro nell'andare e tornare dalla 
villeggiatura ; e subito dopo ebbe anche assicurata la riserva di 
caccia di Fontevivo. Ma la conferma officiale dei privilegi si fece 
aspettare ancora tre anni. Così lungo indugio, nonostante la vo- 
lontà nota del sovrano di favorire un istituto, che egli conside- 



138 



II, COLLEGIO DEI NOBILI 



ravii come « uuo dei più Ideili e preziosi ornamenti » del suo 
stato, si spiega, almeno in parte, pensando all'opera di tutti quei 
l»arassiti spaguuoli e francesi, che il duca si era tirato dietro, 
e che, agli inizi del suo regno, smunsero e tiranneggiarono il 
ducato con estorsioni e angherie, sino a provocare i popoli ad 
aperta sollevazione. Ma non appena il Du Tillot cominciò ad 
avere potere effettivo, le cose mutarono anche pel collegio. Il 
Ceroni fu invitato ad affrettarsi. Anzi il ministro gli disse, senza 
sottintesi, che il duca desiderava non solo confermare, ma am- 
pliare i privilegi grduti dal suo Collegio dei Nobili. E difatti le 
proposte di nuovi privilegi in aggiunta ai vecchi fatte dal Ceroni 
furono accettate e la sanzione per tutti fu data. 




h'iLIPPO BORB'iNi- 



Gioverà riportare il preambolo del rescritto sovrano, che spiega 
il criterio direttivo dell" opera e come il Du Tillot avesse ben 
compreso la importanza politica del collegio pel pi?colo stato 
borbonico. 



DI PARMA 139 

« L'edueazioue della Nobile Gioventù fu sempre da tutte le 
colte Nazioni risguardata come una delle parti più essenziali di 
un ben ordinato governo dipendendo da essa la felicità, e la 
tranquillità de" Popoli, e particolarmente di quei che per la Dio 
mercè professano la Fede Ortodossa ; poiché coU'acquisto delle 
scienze, e di quelle arti, che fanno l'ornamento di un Cavaliere, 
serve dessa a ripulire l' intelletto per anche rozzo, ed incolto de' 
Giovani, e conseguentemente a portargli alla cognizione de' loro 
doveri verso Iddio, e la Religione, la Patria, i Genitori, i Principi, 
ed i Magistrati, e serve infine a disporli, e prepararli a riem- 
piere degnamente li varii impieghi, che loro destinati sono nella 
Repubblica, in cui senza di queste, e simili cognizioni non fareb- 
bero (e chi noi vede?) che l'infelice, e disdicevol comparsa di 
oziosi, ed inutili Cittadini. 

« Persuasi dunque li Ser.'^" Duchi Farnesi Nostri Precessori 
della costante verità di un principio di Etica così irrefragabile, 
cominciarono per tempo (ed è già un secolo e mezzo) ad appli- 
carsi seriamente a riordinai'e, e ripulire col mezzo di nove, e 
saggie provvidenze, e di gratuiti, e magnifìi-i privilegii il Col- 
legio de" Nobili, il quale sotto la lodevole direzione de' PP. della 
Compagnia tuttavia felicemente sussiste nella nostra Città di 
Parma, e che da deboli priucipii già veniva quasi allora di na- 
scere, e vi si applicarono in maniera, che la rendettero ben presto 
la più celebre, e la più illustre Accademia, che l'Italia avesse 
giammai veduta io addietro, essendo già re/ente la tradizione 
lasciataci da' Nostri Padri, che a tutto l'ultimo secolo concorsero 
a folla a questo acclamatissimo Collegio li Figliuoli delle più 
illustri, e più conosciute Famiglie di tutte le Nazioni, anche le 
più remote dell'Europa, li quali poi rivestiti da' rispettivi Sovrani 
di eminenti, e supreme cariche sì in Lettere, come in Armi, con 
le grandi, e strepitose loro azioni fecero in faccia di tutto il 
Mondo una gloriosa testimonianza di quell'ottima, e perfetta edu- 
cazione, che ricevuta avevano in questa incomparabile Accademia. 

« Appena poi avemmo Noi preso le redini del Governo ne' 
Stati, e Domini nell'Italia dalla Divina Provvidenza confidatici, 
che tosto gettammo gli occhi sopra di questo Augusto Luogo, e 
p erchè trovammo, che mercè le troppo note fatali e luttuose 



140 IL COLLEGIO DEF NOBILI 

vicende alle quali questa bella parte di Mondo ha dovuto nel 
Secolo presente reiteratamente sog<,Macere, era alquanto decaduto 
dall'antico suo splendore, d'allora a questa parte non abbiamo mai 
lasciato di pensare, come sempre pensaremo a' mezzi convenevoli 
per rimetterlo, e per quanto sia possibile, reintegrarlo al primiero 
luminoso suo lustro. 

« E per dare intanto al Pubblico una pruova autentica, e 
reale di questi vantaggiosi Nostri sentimenti per un Collegio, 
che fa, e sempre farà l'oggetto d'una delle principali Nostre 
attenzioni; di moto proprio, e certa scienza Nostra siamo venuti 
nel sentimento di confirmare, ampliare, anzi di concedere di 
nuovo, quando abbisogni, a favoie del Collegio medesimo, de" 
Nobili suoi Convittori e de' PP. della Compagnia, che indefes- 
samente ivi travagliano alla educazione loro, li Privilegii, e con- 
cessioni da' prelodati Ser.*"^ Farnesi generosamente a tutti loro 
donati come colla pienezza della Sovrana Nostra Podestà li con- 
fermiamo, e come sopra, concediamo di nuovo, ed ampliamo, e 
nella maniera che segue, per chiarezza maggiore, distribuendoli 
nelle sottonotate tre Classi cioè: 

In Pbivilegii 

di Onoranza — di Concessione — e di Esenzione ». 

Dall'esame dei privilegi così confermati si rileva che fu 
ristabilito quello che concedeva al rettore di andare all'udienza 
dalla scala segreta per poter prendere dalla viva voce del sovrano 
(I ordini e previdenze, nelle gravi e repentine occorrenze o del 
Collegio de' Collegiali » ; e l'altro riguardante il Corpo degli 
Accad emici, destinati a recitare comedie sopra i teatri del col- 
legio ìd carnevale « solo divertimento dei Convittori », con l'ag- 
giunta del gratuito ingresso in tutti i teatri della città anche 
ducali, « ogni volta che in essi faranno i comici venali le pub- 
bliche loro recite >►, acciocché gli « Accademici di questa specie » 
(erano, in altri termini, filodrammatici) potessero « formare la 
loro abilità » sul modello e sull'esemplare di coloro che eserci- 
tano la comica per professione. Dei nuovi privilegi due erano 
veramente notevoli. Il primo concedeva « il distinto Privilegio 
della Prelazione a qualsiasi carica sì di Toga che di Spada », 



DI PARMA 141 

negli Stati parmeusi ai Convittori, che, dopo aver fatto l' intero 
corso di studi nel Collegio, avessero sostenuto 1' « illustre dignità 
di Principe dell'Accademia degli Scielti », purché con gli altri 
requisiti, fosse concorsa parità o luaggioranza di meriti relativa- 
mente agli altri competitori. E con ciò, evidentemente, si volevano 
allettare, in particolare, i forestieri (1). 

Il secondo è così singolare che piacerà, ne siamo certi, di 
conoscerlo testualmente. 

« Se mai si trovasse Persona di qualsivoglia rango, o con- 
dizione, che fosse così ardita, e temeraria che si avanzasse ad 
otfendere alcun Convittore di detto Nostro Collegio, se l'offesa 
sarà verbale e grave, incorrerà nella pena della Nostra Indigna- 
zione; nd inoltre anche maggiori, che secondo le circostanze del 
fatto riserbiamo al Nostro arbitrio ; che se poi l'offesa fosse 
reale, ancorché senza sangue, l'Offensore in questo caso incorrerà 
nella pena della vita da eseguirsi ad arbitrio Nostro ». 

A sua giustificazione il Ceroni osservava essere quest'uso 
anche in altre università: leggersi difatti a Bologna, nell'archi- 
ginnasio, scolpita in una lapide, la legge: « Chi offenderà, anche 
leggermente di un solo e semplice schiaffo uno scolaro di detta 
Università, incorrerà nella pena di morte ». Fortunatamente non 
è memoria che sia mai stata • applicata una legge così ultra 
draconiana. 

La dichiarazione, con cui si chiude il rescritto, meglio d'ogni 
altro argomento, dimostra la premura del principe per il suo 
collegio e anch' essa merita di essere conosciuta. 

« In virtìi della parzialissima premura con cui ci siamo fatti 
a beneficare e favorire questa Nobile adunanza specialissimamente 
da noi amata e protetta ci persuadiamo, che i fedelissimi nostri 
Sudditi vorranno Essi pure confornidrsi a questa nostra volontà 
coll'onorarla e distinguerla in ogni circostanza ed in ogni tempo. 
E dal ceto nobile singolarmente aspettiamo che vorrà ciascuno, 

(1) Da una minuta di lettera dell'Archivio del Convitto si rileva che 
questo diritto fu conferito poco dopo al conte Giovanni Antonio Morandi, 
piacentino, e al conte Paolo Trotti, padovano. Lo Zìcoaria, op cit., Vili, 
■iSO, nomina anche D. Ignazio Busca, milanese, e il conte don Giuseppe 
Trotti, anch'egli milanese. 



143 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

sull'esempio Nostro, dar prova della stima e rispetto, da tutti 
ben dovuto a questo Nostro Collegio, e specialmente con concor- 
rere a gara, quando ne pervenga l'invito, alle pubbliche funzioni 
che frequentemente da' Nobili convittori si fanno in detto Col- 
legio, facendosi anche legge della Nostra premura e compiacenza 
di rendere onorata da numeroso concorso e animata quella Nobile 
Gioventù a dar pubbliche prove del loro studio e valore, sì nelle 
scienze come nelle Arti Cavalleresche. 

« Così dunque manifestato il Regio Ducale Nostro animo, as- 
senso e perpetua e costante Nostra volontà intorno alla conferma 
ampliazione e concessione rispettivamente e come sopra delle tre 
sovrariferite specie di privilegii di Onoranza, cioè di Concessione 
e di Esenzione a favore del dilettissimo Nostro Collegio de' No- 
bili di questa Città, dichiariamo e solennemente protestiamo 
d'avere tutto ciò fatto di moto Nostro proprio e certa scienza e 
deliberatamente e di Kegia Nostra Ducale autorità, togliendo 
perciò annullando ed irritando coli' uso della Suprema Nostra 
Podestà tutto ciò che a' medesimi Privilegi far possa, o potesse 
ostacolo, repugnanza talmente che niuna Legge, Statuto, o 
Decreto e simili siauvi ne' Nostri Stati che vaglia, o valere possa 
a resistere in qualunque modo e maniera in giudizio, o fuori di 
giudizio a questo Nostro moto proprio ; con la Sovrana Nostra 
autorità a quest'effetto derogando quando abbisogni a dette Leggi, 
Statuti e Decreti e simili, de" quali dichiariamo avere piena 
scienza e cognizione. 

« Vogliamo in oltre, ordiniamo, e per modo di regola dispo- 
niamo, che ogni qualvolta ne' tempi avvenire succederà che si 
debba esaminai'e il valore, importanza e siguitìcato de' Privilegii 
suddetti e di cadauno di essi, come di sopra da Noi confirmati 
e rispettivamente conceduti a detto Nostro dilettissimo Collegio 
in giudicio, fuori di giudicio od in qualsivoglia altro modo, o 
maniera l'esame ed interpretazione de' medesimi debba farsi ampia, 
larga e benignamente in favore dello stesso Collegio, ed a se- 
conda appunto della Sovrana illimitata e benefattiva Nostra vo- 
lontà ed intenzione, le quali dichiariamo singolarmente rivolte al 
maggior bene, utile e vantaggio di questa illustre Accademia. 

« E perchè è di Nostra precisa mente, che i Privilegii sud- 



DI PARMA 143 

detti sieno uè" tempi tutti avvenire iu violabilmente osservati ed 
illesi mantenuti (con quelle riserve e limitazioni però che da Noi 
sono state accennate di sopra) perciò ordiniamo e comandiamo a 
tutti li Governatori politici ed Economici, che per tempo saranno 
iu questi nostri Domini, alli Presidenti, e a tutti gì' Individui 
che compongono e per tempo comporranno i Nostri Magistrati 
Camerali, a tutti li Ministri e (.Tiusdiceuti. li quali immediata, o 
mediatamente riconoscmo e riconosceranno la suprema Nostra 
autorità ; a tutti li Comandanti ^lilitari e generalmente a tutti 
li Vassalli e Sudditi nostri di qualunque rango e condizione essi 
sieno, di non opporsi, né diretta ne indirettamente al libero pieno 
corso ed osservanza de' Privilegii medesimi, anzi di cooperare ed 
efficacemente contribuire perchè sortischino in ogni luogo, in ogni 
tempo ed iu ogni caso il pienissimo loro elletto, sotto la pena 
della K. Nostra indignazione ed altre pene maggiori, che riser- 
biamo all'arbitrio Nostro in caso di contravvenzione. In fede di 
che saranno le presenti firmate di propria Nostra mano, munite 
col sigillo delle Nostre armi e sottoscritte dal Nostro Segretario 
Interino di Stato, Guerra, Grazia Giustizia ed Azienda. 

« Dato in Coloruo li 7 settembre 1752. 
(L. S.) Soscritto: Filippo 

Soscritto: Maurizio Caracciolo. 

« Nel piede: S. A. Reale conferma e di nuovo concede ed 
amplia li Privilegii al suo R. D. Collegio de' Nobili Convittori 
di Parma » (1). 

Progressi negli stqdi per opera del rettore Bajakdi e 
DEGLI « Accademici » Poggi, Granelli, Roberti e Bettinelli. 
— Siamo pervenuti col racconto a un periodo di tempo singolare 
nella storia dei ducati parmensi, i quali, per opera di un ministro 
veramente illuminato, Guglielmo Du Tillot, e di una pleiade di 
ingegni, dei quali egli seppe circondarsi, acquistarono vanto di 
stato bene ordinato e degno d'essere ammirato e preso a modello. 
Sventuratamente questa età aurea durò poco. Ma non tutte le 
conquiste della civiltà andarono perdute. I germi erano sani e 

(1) R, Archivio di Stato in Parma. Busta: Collegi diversi, Ì749-53. 



141 11. C01J,EGIO DEI NOBILI 

deposti iu torreuo favorevole, si che fruttitìcarouo, almeno in parte, 
più tardi. 

Dal nuovo indirizzo venne non picciolo giovamento agli studi 
anche nel collegio, che, da questo lato, visse per alcuni anni vita 
prospera. Trovavasi alla direzione di esso, all'inizio della nuova 
signoria, il P. Giuseppe Bajardi, parmigiano (2), del quale ab- 
biamo già notata Tabilità nell'ottenere non solo la conferma, 
ma anche l'ampliamento degli antichi privilegi. Altrettanto ei 
fu accorto e persistente nel procacciare al collegio persone 
idonee. Così, dopo il Roberti, gli riesci avere il P. Saverio 
Bettinelli, per il quale già da tempo il P. Provinciale, Gius. M. 
Bianchi, residente a Bologna, gli aveva promesso di impedire 
« la sua andata a Venezia, quando ivi fosse cercato, e doman- 
dato » (3). Solo desiderava il P. Bianchi che assumesse l'uf- 
fìcio dopo le vacanze, non parendogli opportuno che cominciasse 
« a servire il Collegio nelle maggiori divagazioni della Badia », 
ossia della villeggiatura in Fontevivo. E scriveva poi più tardi 
da Bologna: * Avviso in questa mia a V. lì., che ho destinato 
il P. Saverio Bettinelli a cotesto Collegio in qualità di Accade- 
mico, cangiando al detto Padre in questo ufìcio quello che eragli 
nella lista de' Maestri stato assegnato. A questa mutazione han- 
nomi indotto sì la premura d'assicurare via meglio la salute di 
tale Soggetto, e sì il desiderio di fare, che migliore servizio ne 
abbia, siccome spero, e V. P. ed il. suo numeroso Convitto a cui 
verrà per tal modo restituito il decoro del proprio Accademico » (3). 
Ed al Bajardi stesso aveva già prima scritto: Sono avvertito 
« de' sei mesi, che soli le restano a finire i tre anni di cotesto 
suo governo. Toccherà al futuro P. Generale il disporre di lei; 
ma mi figuro che non si darà fretta sapendo con quanto van- 
taggio di codesto insigne Convitto ella l'abbia sinora governato » (4). 

(1) Furooi rettori, dopo del Bajardi siuo alla cacciata dei Gesuiti dal 
collegio e dallo stato, i seguenti PP. : Gian Saverio Valcavi, reggiano 
(I61XII, 1756 — 18[XI, 1760); Giann' Ettore Tieue, vicentino (lOjXI, 1760 
— 28iV, 1764); Giorgio Diotallevi, rimiueso (29[V, 1764 — 81II, 1768). 

(2) Lettera del Bianchi al Bajardi, "26 maggio 1751, neirArchivio del 
Convitto. 

(3) Lettera del Bianchi al Bajardi, dei 5 ottobre 17.51, ivi. 

(4) Lettera come sopra, dei 24 aprile 1751, ivi. 



DI PARMA 145 

1] nuovo P. Generale fu eletto nella persona di Ignazio Visconti 
e il Bajardi rimase rettore ancora alcuni anni. Ma giova notare 
che il Visconti era stato alunno del collegio, del quale, subito 
dopo la sua elezione al generalato, così scriveva: « Io non mi 
SODO mai dimenticato di quel bene speciale, di cui ho avuto co- 
modo di profittarmi in cotesto Convitto nella mia gioventìi, e 
COSÌ adesso, oltre agli altri titoli, ancora per motivo di gratitudine 
non mi potrò dimenticar dell' istesso, facendo in suo favore quanto 
sarà in mia mano » (1). 

Il Poggi, il Granelli, il lloberti e il Bettinelli furono molto 
benemeriti del Collegio de" Nobili di Parma : ma il Bettinelli li 
riassume, a dir così, tutti insieme, sia per lefficacia dell'opera 
sua, sia per ciò che si riferisce alla persona. 11 vero teatro ge- 
suitico, 0, più specialmente, il teatro per collegi è loro fattura e 
il Bettinelli vi die l'ultima mano. Egli conobbe i primi due a 
Bologna, intorno al 1730, e il terzo a Brescia, nel 1744 (2). 

Il Roberti influì sul Bettinelli piìi specialmente come pro- 
satore e come professore di storia. Ecco in qual modo egli in un 
saggio accademico faceva parlare un alunno, il marchese Antonio 
Lodi, jier dimostrare la utilità e la necessità di dare il posto 
principale, nello studio delle storie, alla storia moderna. 

« Certa cosa è che la disamina d'ogni quantunque antichis- 
sima antichità otterrà sempre lode dai savj, qualora il fine della 
squisita ricerca qualche sodezza si abbia e qualche gravità: ne si 
vada a cagion d'esempio investigando, se il destro piede o il si- 
nistro del pio Enea fosse il primiero a toccare il lido d' Italia ; 
uè si speculi in qual geometrica natura fosse probabilmente la 
linea curva che formavano le spalle di Platone 

« Ma la storia che narra, o ascoltanti, la storia che e' intro- 
duce nel silenzio di misteriosi gabinetti e nel tumulto de' campi 
militari, che le fortune ci rappresenta dei re e dei regni, che 
l'intrigaraento ci sviluppa de' cortegianeschi interessi, questa storia 

(I) Lettera del Visconti al Bajardi, da Roma, 13 settembre, 1751, ivi. 

('2} Bettinelli, op. cit., XX, 216 e segg. — RoBEnTi, op. cit., I, 
XXIV — V. — Cfr. F. CoLAGROsso, Saverio Dettinelli e il « Teatro Ge- 
suitico », iu Atti della Reale Accademia di Archeologia, Lettere e 
Belle Arti, Napoli, 18'J9. 

Arch. Stor Parm., 2." Serie, I. 10. 



146 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

piacevole è tutta uostra, e alle condizioni del nostro vivere ma- 
ravigliosamente si adatta. Niente può avvivar meglio una lieta 
adimanza di gentili persone, che ricordare con certa nativa op- 
portunità il consiglio di un sovrano, lo stratagemma di uu generale, 
il detto di un ministro di Stato : purché si stia lungi sempre 
dal vezzo di colui, che, al dir di Plutarco, tenendo nella memoria 
due tre libri della storia degli Efori da mane a sera descrivea 
la battaglia di Leuctra guadagnata per Epaminonda, onde Epami- 
nonda egli veniva soprannome to. Che se la storia è novella in 
modo che ci leghi e intrecci co' pubblici e solenni alfari de' nostri 
giorni, allora tocca più addentro gli animi, e più utilmente si 
diletta. Sieuo pur chiare e maggiori le antiche cose, le moderne 
ci passionano più genialmente: onde più volentieri io ascolto le 
imprese del principe Eugenio di Savoia, e del maresciallo di Turena, 
che i trionfi di Cesare e di un Pompeo ; più volentieri mi fermo 
a mirare Luigi XIV che passa il Reno, che un Alessandro che 
passa il Grauico ; e d'ordinario i leggitori meglio diletterannosi 
di un Czar Pietro ohe ingentilisca il Settentrione, che di un Se- 
sostri che addottrina l'Egitto; ed ameranno meglio intendere gli 
impeti delle audacie di Carlo XIII, che gì' impeti delle vittorie 
di un Ciro : e gli uomini tutti oggi filosofano con più attenzione 
sulle glorie dell'Olanda, e su gli equilibri dell' Inghilterra, che 
sui timori di Grecia, e sulle gare sospettose di Cartagine e di 
Eoma » (1). 

11 Bettinelli integra la dottrina con queste parole: « E perchè 
gli umaui costumi sono l'oggetto di questa scrittura sopra la 
storia, e rare volte s'incontrano storici, che particolarmente gli 
mostrino, e cerchino, essendo essi d'ordinario occupati a ripetere 
le battaglie, gli assedj, l'ambasciate e le risposte, insomma le 
piccole vanità, e sempre le stesse, dei sovrani e dei privati ; così 
uno studio sarà di farvi assai considerare le usanze varie degli 
uomini, e le loro sorgenti intorno alle arti, al commercio, agli 
studj, alle invenzioni, e agli uomini inventori, che sono i veri 
benefattori del genere umano, i fondatori delle nazioni più colte, 
e quindi esser debbono i nostri esemplari, e i nostri eroi, Concios- 

(1) Roberti, op. cit, XVII, 123-:J0. 



DI PARMA 147 

siachè molto più caro mi deve essere l'inventor dell'aratro e degli 
orologj, che il più celebre conquistatore, o devastatore, e la mia 
patria, e la vostra saran sempre molto più obbligate a chi loro 
insegnò l'arte di regolare i fiumi, e d'asciugar le paludi, o d'al- 
lagarle secondo il bisogno, che non a coloro, i quali pretesero 
d'illustrarle con molte stragi, e con profondere molto denaro in 
genere non necessario » (1). 

È dunque fuor di dubbio che le loro idee, e specialmente 
quelle del Bettinelli, intorno alla storia, benché di seconda mano, 
perchè imitazione francese, avevano certo sapore di piacevole 
novità. 

Lo stesso non può dirsi per le lettere e molto meno per la 
poesia. Tuttavia non è inopportuno ricordare che il Bettinelli 
compose, o cominciò, o ideò molte delle sue opere più note nel 
tempo che rivestiva in collegio 1' ufficio di Accademico, sia che 
dimorasse a Parma, sia che, per ragioni d'ufficio o private, viag- 
giasse per r Europa. E fu proprio l' incarico affidatogli nel col- 
legio che lo piegò a quegli studi, i quali, insieme con molte 
cose buone, lo indussero alla nota aberrazione delle Lettere Vir- 
gììiane. « Fui destinato, scrive egli stesso nella Dissertazione 
Accademica sopra Dante, ad istruir cento e più giovani in Parma, 
e di guidarli in Parnasso per le vie più sicure, e con propor loro 
gli ottimi esemplari dell' italica poesia, giacche negli anni miei 
primi non avea dovuto insegnare ad altre molte centinaia di di- 
scepoli che la latinità e la poesia latina con sol qualche lieve 
conoscimento della nostra. Nel nuovo impegno pertanto e più 
serio credei mio debito disaminar più dappresso quegli esemplari 
italiani di poesia, e lessi Dante » (2). 

L'AccADEMiCATO DI SAVERIO BETTINELLI. — Posto eminente 
nella storia del collegio spetta al Bettinelli qual direttore del 
teatro. Scrivendo intorno a una tragedia inedita (VAdonia) di 
G. B. Roberti al nipote di lui conte Tiberio, egli, dopo aver ricor- 
dato che in Brescia le esercitazioni scolastiche li condussero a colti- 



(1) Bettinelli, op. cit., VII, 14-15. 

(2) Ivi, XXII, 159-60. 



148 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

vare la poesia, soggiungeva: « Occasion somigliante ci diede poi 
spinta a scrivere pel teatro de' nostri Collegi dietro l'esempio degli 
ottimi esemplari domestici » (2). In queste parole vi è molto 
d'esagerato, ma anche molto di vero. La necessità di procacciar 
sollievo ai convittori durante il carnevale, pur tenendoli rinchiusi 
nei collegi, suggerì l' idea di quelle, che poi furono dette : Tra- 
gedie di collegio. La buona fortuna d'alcune di esse, l'esempla 
degli altri collegi, l'emulazione, il desiderio di provare le proprie 
forze anche in quel campo favorì tali esercitazioni drammatiche^ 
per modo che, aggiuntovisi il favore di qualche principe, non 
parve impossibile dar vita a un Teatro gesuitico come si erano 
create delle Biblioteche gesuitiche (3). Di qui il tentativo, ch& 
ebbe per suo più illustre rappresentante Saverio Bettinelli. Questi 
da giovane aveva assistito a Bologna nel collegio di S. Luigi 
alle rappresentazioni delle tragedie del Poggi e aveva anche re- 
citato in alcune di esse, cioè noW Agricola e nel Saul. Succeduto 
al Poggi il Granelli, fu testimone del gran plauso con cui furono 
accolte le tragedie di costui, Serlecia, Manasse e Dione, dal 1732 
al 1734 (4). Del Granelli ebbe egli sempre stima altissima, anche 
quando, molto più tardi, non volle approvare il tentativo che 
quegli fece, con la Scila figlia di Jefte, di introdurre le donne 
nel teatro gesuitico; e il Granelli fu senza dubbio il suo primo- 
modello. 

Con studi, amicizie e tendenze siffatte e dopo aver dato alle 
scene in Bologna, nel 1747, la sua prima tragedia, il Gionata (4)^ 
si recava il Bettinelli a Parma nell'autunno del 1751. Vi andava 
per esercitarvi l'ufficio di Accademico nel Collegio dei Nobili, 
ma vi trovò anche un campo vastissimo alla sua operosità e alla 
sua ambizione: un vero centro di coltura, uè esclusivo né plebeo,, 
dove trovavano posto tutte le opinioni e tutte le scuole, intese 
ad aiutarsi scambievolmente e a perfezionarsi: un cenacolo, dove 
fu subito bene accolto e vi raccolse allori non pochi, il favore 
dei principi e, quel che più vale, preziose amicizie. Quegli anni 

(1) Bettinelli, op. cit., XX, 213 14 

(2) Ivi, p. 219. 

(:3) Ivi, XVII, p. -220. 
4) Ivi, XIX, 78. 



D[ PARMA 149 

e quella vita ricordò poi sempre con affetto ; e iu particolare le 
dispute « con i Coudillac i Keralio i Collet i Fumeron, e più 
graditamente col siiriior Tillot ch'era intendentissinio e fino giu- 
<Jice in letteratura benché ministro. No, non faceva il Mecenate 
a pompa, come altri ministri non francesi, né italiani a noi noti, 
■che fecero sì grandi spese in mille libri sceltissimi senz'anima 
da gustarli, tempo da leggerli, modo da pagarli. 11 signor du 
Tillot era un francese spregiudicato quanto potea, ed era il miglior 
gustatore de" versi di Frugoni, a cui fece tanto bene » (1). 

Col teatro del collegio i principi avevano fatto conoscenza 
subito dopo la loro venuta a Parma, e ne avevano avuto sì grata 
impressione che non trascurarono poi mai di recarvisi, quando vi 
si recitava. Molti anni dopo si ricordava ancora la grande mera- 
viglia dell' Infante Don Filippo al vedere la prima volta « la 
famosa scena praticabile del Campidoglio disegnata e dipinta dal 
<!avaliere Bibiena, coperta da 120 e più nobili attori splendida- 
mente ornati d'abiti e d'anni analoghe all'intromessovi sog- 
getto » (2). E nello stesso anno 1749 il collegio prestava alla 
corte ducale la nuova scena, detta : Sala Regia, « dipinta dal 
famoso Kighini » (3), 11 Bettinelli trovò in essi terreno favore- 
vole per coltivarft il suo teatro gesuitico; e difatti i principi 
sentirono e gustarono le tragedie del Granelli e le sue : il Gio- 
nala e il Demetrio, la seconda scritta appositamente pel teatro 
del collegio. Egli affetta una certa indifferenza per queste due 
sue tragedie, affermando d'averle scritte ?)ar liazard, il Gionata 
in tre mesi e mezzo e il Demetrio in pochi giorni, per subitanea 
ispirazione, venutagli mentre si era accinto a tradurre una tra- 
gedia del P. Valori (4). Già, quello di mostrare che i suoi lavori 
gli uscivano dalla penna in poco tempo era una delle sue debo- 
lezze. A ogni modo, che gli stessero a cuore traspare troppo evi- 
dente, non solo dai suoi scritti, ma anche e più dalla cura, di cui 
fece oggetto il Serse, la tragedia del suo cuore, la tragedia per 
eccellenza. 

(1) Bettinelli, op. cit.. XXI, 110 

(2) Sabini, op. cit., p. 199. 

(3) I{. Archivio di Stato in Parma. Busta : Collegi diversi, 1749-52. 

(4) Bettinelli, op. cit. XIX, 19-20 e 35. 



150 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

Dopo aver assistito alla recita del Gionata e del Bemetrio^ 
l'Infante Don Filippo aveva chiesto all'autore notizie sul teatro 
italiano, del quale conosceva ben poco. 11 Bettinelli glie le diede 
con una lettera scritta in francese (1), che pili tardi, tradotta e 
ampliata, fu data alle stampe col titolo di « Discorso intorno al 
Teatro italiano e alla Tragedia » (2). In essa, discorrendo dei 
« theatres des Gollèges qui m'iutéressent personellement », ac- 
cennava alle difficoltà peculiari a tal forma drammatica, che non 
consente nò donne uè personaggi femminili. E, riconosciuto che- 
questo era un difetto e che egli perciò aveva fatto intravedere 
una madre nel Gionata., e nel Demetrio una sposa ; e che in una 
nuova tragedia, che meditava e che forse non sarebbe stata con- 
siderata del tutto « comme une pièce de Collège ", avrebbe in- 
trodotta una regina come madre e sposa, ma rappresentata dalla 
sua tomba, soggiungeva: Perciò non mi insuperbisco delle mie 
tragedie, anche se son date come il Demetrio, a Venezia, in un 
teatro pubblico. Dopo che il Granelli, mio maestro e mio modello, 
ha percorso questo cammino con tanto onore, nulla più mi resta 
a sperare. Manteniamo il teatro di collegio « comme utile à la 
jéunesse pour la former à la déclamation, à la prononciation, et 
comme un' école d' éducation approuvée de tout le moude (3) ». 

La nuova tragedia che meditava era il Serse, la cui genesi 
l'autore medesimo ha voluto farci conoscere. Nel carnevale, du- 
rante le recite in collegio, il Bettinelli aveva colloqui privati coi 
sovrani, colloqui che quasi sempre si aggiravano intorno al teatro. 
Un giorno disse al duca: « Je ne serait content, Monseigneur, que 
je n'aye travaillé sous vos ordres, et sur un sujet donne par 
V. A. R. » . L'Infante rispose con l'usata cortesia; ma il discorso 
non andò oltre. Un altro giorno, discorrendosi delle parole indi- 
rizzate da Luigi XIV al suo successore ancora fanciullo, delle 
quali Don Filippo aveva una copia, il Bettinelli osservò che quelle 
massime, ottime per formare un re, potevano ben servire di base 
a una tragedia « le thèatre étant l 'école des princes plus que 
tonte autre classe de spectateurs » ; e che Serse gli avrebbe offerto 

(1) Bettinelli, op. cit., XIX, 10- 36. 

(2) Ivi, XIX, 59 - 1 14. 

(3) Ivi, XIX, 22 - 5 e 36. 



DI PARMA 151 

stoffa adatta: perchè, secondo la storia, fa proprio il contrario di 
quelle massime; sicché si poteva rappresentare il contrasto fra 
la libertà e il dispotismo, le virtù repubblicane e la mollezza 
persiana, e rendere l'azione più interessante e attraente contrappo- 
nendo a Serse un ragazzo, cioè l'innocenza alle prese col delitto. 
Il duca capì subito che il Bettinelli aveva messo gli occhi sopra 
un alunno che era valentissimo attore, il conte Alessandro Carli 
veronese; e approvò, aggiungendo che avrebbe visto volentieri Serse 
sulla scena, tanto più che né il Orébillon né il P. Vionnet lo 
avevano sodisfatto. Dopo questo colloquio il Bettinelli si mise 
all'opera e presto presentò al duca un abbozzo della tragedia con 
il disegno dei principali personaggi, riportandone nuove approva- 
zioni, nuovi incoraggiamenti, consigli, suggerimenti e notizie 
importanti sugli intrighi delle corti (1). 

Un viaggio in Germania interruppe il lavoro. Ma « en tra- 
versant le bois et les montagnes de la Souabe, et de la Franconie, 
en descendant et en remontant le Khiu » , non cessava di pen- 
sare alla sua tragedia (2). Era del resto il solo modo di resi- 
stere alla noia del lungo viaggio. Ancora però non si era deciso 
a farla passare da abbozzo ad opera finita; e come ciò ac- 
cadesse, gioverà sentirlo dalla sua bocca. « Mais troiivant à mon 
retour à Parme, que le plus beau spectacle de Paris y avoit été 
transporté, que Corneille et Eacine, deux horames, que j'admirois 
dès ma première jeunesse sans les bien connoitre, etoient venus 
se moutrer a cette Cour, et qu'on y voioit sous' leurs traits na- 
turels Athalie, Polieucte, Cinna, Britannicus, Zaire et Brutus; 
mes idées tragiques se reveillerent et je voulus essaier mes 
forces (3) ».La tragedia fu rappresentata sul teatro del collegio 
l'ultimo giorno di carnevale del 175(3, e piacque tanto che il 
duca volle mandarne delle copie alla corte francese e ni Voltaire, 
e la duchessa consigliò insistentemente di farla stampare. 11 Bet- 
tinelli se ne schermì; ma scriveva più tardi, melanconicamente : 
« Je me répens de cette modestie déplacée, car son nom à la 



(1) Bettinelli, XJX, 48 - 52. 

(2) Ivi, XIX, 39. 
(3; Ivi, XIX, 37. 



152 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

téte aiiroit protégé l'ouvrage contre toutes les critiques et raéme 
les calomuies (1) ». 

Del valore letterario e politico (il Bettinelli scrisse più tardi : 
« Giovar volli col Serse ad una Corte ») di queste tragedie, 
come dell'opera dell'autore in relazione al teatro italiano, non 
spetta a noi discorrere. Ben dobbiamo rilevare che l'operosità 
drammaturgica del Bettinelli si riferisce quasi interamente al 
periodo di tempo ch'ei passò nel Collegio dei Nobili di Parma, 
e fu di molto giovamento ai suoi scolari. Egli stesso ci avverte 
che il Serse può dirsi gli sia stato suggerito dall' Infante, 
che gli die l'argomento e gli « permise di consultarlo per le 
persone di corte e di politica, di vizi e di virtù messe in contrasto 
tra Clearco e Artabano ». Avrebbe mitigato alquanto la odiosità 
del carattere di Artabano ; « ma un certo sdegno dissimulato dai 
principi verso i troppo potenti ministri parca compiacersi di farne 
qualche vendetta per sua mano in teatro » Molti pensieri del 
duca espresse nelle « parlate » di Serse, e più in quella scena 
sesta dell'atto primo, che finisce colle famose parole dategli dal 
principe e dette da Luigi XIV al fanciullo suo successore: 

la pace 

Coi viciu serba, dai tributi oppresso 
11 popol sgrava, nò credi «esser mai 
In refi^no impoverito un Re possente. 
Grande sarai, se giusto sei, felice 
Se per te molti son felici. In questo 
Sta il destino dei Re (2). 

E sappiamo che la Ronia Salvata del Voltaire, rappresentata 
sul teatio del collegio, nel 1753, toltone il personaggio femminile 
di Aurelia moglie di Catalina, fu da lui tradotta in italiano per 
espresso desiderio dell'Infante. 11 principe, scriveva il Bettinelli 
al Voltaire nel mandargliene un esemplare, « a souhaité de voir 
sur le théatre votre tragèdie et n'ayaut pas encore ime troupe 
de comédieus fran90is, il a falla se servir de ceux du College » (3). 

(1) Bettinelli. XIX, 52. 

(2) Ivi, XIX, 78 e 217-8. 

(3) Ivi, XIX, 5f.-6. 



DI PARMA 153 

Il teatro bene inteso è quello che forma e fissa di più lo spirito 
e il gusto dei giovani; e il Bettinelli si apponeva al vero preve- 
dendo il vantaggio che ai « giovani nobili » a lui affidati sarebbe 
derivato dalla conoscenza del teatro francese, anche se conosciuto 
a traverso le sbiadite imitazioni e i raffazzonamenti del teatro 
gesuitico di collegio. Il « coup d'oeil » , raccontava egli più tardi, 
ebbe maggior effetto che tutto un quinquennio di istruzioni e di 
tentativi (1). 

L'opera del Bettinelli a favore del collegio dovette superare 
difficoltà, talvolta non lievi. Nei primi tempi del dominio bor- 
bonico la influenza francese era preponderante, oltre che per ra- 
gioni generali di coltura, per essere la duche-sa francese. Ma 
questa preponderanza oltrepassava di molto i limiti ragionevoli, 
riconosciuti alle letterature più progredite di fronte a quelle 
meno progredite. In Corte si sprezzava tutto che fosse italiano, e 
il Bettinelli, se volle far leggere gli scritti suoi dovè rassegnarsi 
a tradurne alcuni in francese. E anche le tragedie, recitate in 
collegio, « le premuniva sempre di prefazioni, e osservazioni scritte 
in francese, perchè le persone reali, alle quali ne presentava copia, 
allor che le onoravano di lor presenza le gradissero più facil- 
mente e le gustassero un poco.... Insomma bisognava in qualche 
modo adattarsi al predominio di quella lingua, siccome bisogna 
pur anche render giustizia a tanti scrittori, che la innalzarono 
ad una perfezione ben rara » (2) Ma il peggio era che si rideva 
della educazione e della istruzione che impartiva il collegio, e si 
mostrava di credere che i giovani trascorressero in esso inutilmente, 
anzi con danno, gli anni più belli. E gli si contrapponeva il col- 
legio di Luigi il Grande. E non solo la corte pensava così, ma 
anche la duchessa e l'ambasciatore Chauvelin, messo su, pare, 
dal i*. La Tour, già suo superiore nel collegio di Luigi il Grande, 
e dal principe di Conti. Il Bettinelli lottò da par suo. Oso so- 
stenere, ei diceva: « que si notre méthode u'est pas en general 
la nieilleiire, elle Test assùrément pour des italiens ». Ogni na- 
zione ha qualità proprie. In Francia i giovani escono presto dai 



(1) Bettinelli, XIX, 38. 

(2) Ivi, XXI, 112-3. 



154 II. COLLEGIO DEI NOBILI 

collegi, perchè trovano subito in che adoperarsi utilmente e ono- 
revolmente; in Italia le famiglie non sanno che farsi dei loro 
figliuoli. I primogeniti si prendon fuori per ammogliarli, come 
usa con le ragazze ; i cadetti bisogna tenerli dentro, perchè non 
si buttino troppo ] Testo alla vita oziosa e alle male compagnie. 
Sono i parenti « qui nous obligent à trainer les études en 
longueur, et à en faire de docteurs latins, selon l'expression de 
Mr. de Crussol » (1), E certo, dicendo ciò, il suo pensiero sarà 
corso al Eoberti, testimone dello spavento provato da un nobile 
veronese, che aveva un figliuolo in collegio e voleva lasciarvelo 
a lungo per godersi la vita in pace, al sentirsi promettere da un 
ministro, desideroso di usargli cortesia, che al fanciullo sareb- 
bero state accorciate le grammatiche per mandarlo a casa più 
presto (2). 

Hanno biasimato, proseguiva, i cambiamenti fatti al vecchio 
metodo « comme de nouveautez dangereuses, et des torts faits 
à la latinité », in cui dicono aver impiegato molti anni della 
loro gioventù senza servirsene per niente. E « voilà pourquoi 
nous gardons ces vieux gar^ons, dont Madame, et les courtisans 
fran90is se moquent souvent ». Eppure cerchiamo sempre di mi- 
gliorare, di rendere più pratici gli studi, anche malgrado le 
famiglie. Seguiamo i progressi che fanno la scienza e l'educazione. 
Solo non vogliamo infeudarci a nessuna opinione e a nessun 
sistema. « C'est pourquoi nous avons depuis long-temps donne la 
meilleure philosophie, et vous avez vù (scriveva all'abate, poi car- 
dinale, De Bernis, allora ambasciatore francese a Venezia, che 
aveva visitato il Bettinelli a Panna) notre chambre des machines 
de physique, un cabinet d' histoire naturelle et plusieurs professeurs 
de geometrie vous sont counus par leurs ouvrages ». Le belle 
lettere hanno in collegio piena libertà ; poesia ed eloquenza vanno 
di pari passo con la geografia, la cronologia, la storia sacra e 
la profana, « depuis les basses classes jusqu' à la mienne, dont 
vous avez eu la bont.é d'approuver les exercices (3) ». 

Lasciando stare se ciò risponda al vero in tutte le sue parti 

(1) Bettinelli, Op. cit., XIX, 3-6. 

(2) Roberti, op. cit, XV, 2S4. 

(3) Ivi, XIX, 6-8. 



DI PARMA 155 

(e del resto abbiamo già manifestata la nostra opinione intorno 
a siifatto argomento), è fuor di dubbio che il Bettinelli ottenne lo 
scopo che si era prefisso: l'avversione cessò, il biasimo, se anche 
ritenuto necessario, assunse forma più mite, e non fu escluso il 
rispetto. Insomma la quistione fu posta nei suoi veri termini e 
trattata con equanimità. Ma l'effetto piìi importantaute fu l'aver 
persuasa la duchessa; l'averla resa favorevole, anzi « portée 
méme à s'interesser à nos travaux pour le bien de la jeùne 
noblesse du Collège » (1). Il viaggio in Germania, fatto nel- 
l'autunno del 1755, fu consigliato, se non voluto addirittura 
dalla duchessa (2). Il Bettinelli vi era stato invitato dal prin- 
cipe di Hohenlohe zio dei conti di Styrum, allievi del collegio, 
per affidargli due figliuoli che desiderava fossero educati nell'an- 
tico collegio faruesiano. E, col maggiore dei due Hohenlohe, invi- 
tatovi dalla duchessa, sulla fine del 1757 si recò in Francia, 
donde, tornato per Genova a Parma, nel 1759, chiese l'esonero 
dalla carica divenutagli ormai troppo gravosa (3). 

L'ufficio di Accademico col Bettinelli divenne il più impor- 
tante del collegio ; e dopo di lui non perde mai del tutto la 
importanza in quel tempo acquistata : basta ricordare soltanto i 
nomi dei PP, Dalla Cella e Borgo e degli abati Francesco Ghi- 
rardelli e Girolamo Euggia. Similmente l'esempio del Granelli e 
suo indussero a « non risparmiar le loro erudite penne » pel 
teatro del collegio il conte Castone Della Torre di Rezzouico, il 
conte Aurelio Bernieri, il teatino P. Paolo Paciaudi, il segretario 
Angelo Mazza, il carmelitano P. Giuseppe Maria Pagniui e altri 
non pochi (4). 11 gusto degli spettacoli teatrali si diffuse anzi 
e prese piede più del convenevole, sì che lo stesso Du Tillot 
stimò opportuno tempei'arlo, costringendolo entro confini più mode- 
rati (5). 

(1) Bettinelli, XJX, 5. 

(2) Ivi, XIX, 39. 11 Bettinelli dice : « entrepris par vos ordres ». 

(3) Galeani-Napxone, op. cit . pp. 102-207. — C. Ugoni, nella Conti- 
nuazione al CouNiANi, op. cit, li, 66-9. 

(4) Sabini, op. cit., p. 199. 

(5) Lettera del Du Tillot al rettore. 25 decembre i759, nell'Archivio 
del Convitto. 



156 II- COLLEGIO DEI NOBILI 

Molti buoni scolari ebbe il Bettinelli nel collegio, ma ricor- 
deremo soltanto, per il posto notevole che gli spetta nella storia 
parmense del tempo, il conte Gastone Della Torre di Kezzonico. A 
dieci anni, mostrando già prontezza d'ingegno e singolare attitu- 
dine agli studi letterari, bello così da esser chiamato dal Frugoni 
il <c redivivo Adone », entrò il Rezzonico in collegio. Il Bettinelli 
De indovinò il valore e subito l'ebbe caro e, vaticinando di lui 
grandi cose, lo accompagnò amorevolmente negli studi letterari, 
indirizzandolo e stimolandolo alla poesia. Ce lo assicura il cugino, 
G. B. Giovio, anch'egli alunno del collegio parmense dal 1764 
al 1767 (1), nell'elogio che premise all'edizione delle opere di 
lui (2). E certo del Rezzonico come d'altri avrebbe il Bettinelli 
fatto ricordo onorevole, se molti anni più tardi, e non nel 1753, 
avesse avuto occasione di scrivere il poemetto, che allora dedicò, 
in nome dell'Accademia degli Scelti, alla duchessa Madama Luigia 
di Francia, di ritorno da Parigi, e che contiene i seguenti versi, 
glorificanti il collegio e i suoi alunni (3). 

Quindi all'ombra fiorir de' Gigli d'oro 

Vedi (4) tra le mie cure, e i miei pensieri 

Kaccolto in giovenil nobile coro 

11 fior degl'italiani Cavalieri. 

Già trenta lustri albergano con loro 

L'arti di pace, e i bei studi guerrieri, 

Io gli coltivo ed alla lor cultrice 

Rendon d'utile onor messe felice. 

Perchè tornati al lor terren natio 

Eiccbi ed adorni di sì attenta cura 

Con l'opre belle, e col costume pio 

Fan testimonio della mia cultura. 

Quanti sorgerne, e quali non vid' io 

Con Marte, e Palla alla stagiou matura 

Chiari spirti portando in ogni lido 

Con quel delle lor Patrie anco il mio grido ! 

(1) Rezzonico, Opere. Como, 1815-1830; X, bl 

(2) Ivi, I, XLV. 

(3) Bettinelli, o/>. cif , XV f, 201-40. — Fu pubblicato la prima volta 
in bella edizione a Parma, nel 1753, dal Rosati. Le ottave citate nel testo 
si leggono alle pp. iX-XI dell'edizione parmense. 

(4) la città di Parma che parla a quella di Parigi. 



m PARMA 157 

Qua:iti fur della Fé scudo, e colonna 
Della Romana Porpora splendenti: 
Veggio Landi, e Delfin, veggio Colonna, 
Veggio l'ouor del Vatican Valenti, 
Veggio colei, che della Terra è Donna, 
Di me Prelati, di me trar Sapienti, 
E benché in umil vesti in fra i più conti 
Mostrar col dito il Lojoleo Visconti ( I ) 

Ma tacendo mill'altri alunni miei 

D'un sol, come Chiron mi pregio tanto. 
Quanto mi veggio per un sol Maffei 
D'ogni aite aver d'ogni scienza il vanto. 
3e te Accademie, e Catedre, e Licei, 
Me con Verona ei sol tregia altrettanto, 
E contro invidia, ed il livor ruhello 
Alla fedel posterità m'appello. 

Ella dirà, come ai negletti studi 

Ei con l'ingegno suo por-ie restauro, 

E io u lir come per lei scriva, e studi 

Crescendo ogni anno al bianco crine un la .irò, 

Per la memoria delle sue virtudi 

Ne vorrà sculti i fatti, h il volto in auro. 

Perchè non sian ne' tempi piti remoti 

Dall'esempio degeneri i nipoti. 

Apertura pel Collegio Lalatta. — Nou mancarono io 
questo tempo avveiiimeuti lieti, (coinè il matrimonio dell'Arciduca 
Giuseppe con la Infanta Isabella di Borbone, celebratosi nel 1760), 
dei quali ci mancano notizie speciali per la parte indubbiamente 
avutavi dal collegio. Ma ve ne furono anche dei molto tristi, 
come la misteriosa morte del duca Don Filippo, avvenuta nel 
1765, e di quelli, che, lieti in sé, o solo non tristi, riescivano 
di qualche danno. Uno di questi fu l'apertura, seguita il 1." no- 
vembre 1755, del nuovo collegio, fondato per disposizione testa- 
mentaria del canonico Antonio Lalatta e da lui denominato, che 
indirettamente veniva a danneggiarlo. Ond'è che fin d'allora sorse 
l'idea, posta poi in atto da Maria Luigia nel 1831, di riunire 
il vecchio Collegio dei Nobili con il nuovo Lalatta. 11 rettore 

(1) Il generale dei Gesuiti, Ignazio Visconti, già ricordato 



158 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

Valcavi anzi ci si mise di proposito. Ne parlò, ne scrisse e fece 
perfino stendere pareri legali, parendogli questo il mezzo migliore 
per assicurare la prosperità del Collegio dei Nobili. E scriveva 
al Du Tillot, servendosi « dell' ignobil suo carattere » per tener 
segreto l'affare : « io mi veggo infinitamente imbarazzato a man- 
tenere il Collegio, né veggo come si possa senza accrescimento di 
nuovi debiti, se V, E. annualmente e generosamente non aiuta 
questa Keal Casa ». Ma il progetto, per allora, non ebbe effetto. 
D' altra parte tutto andava prendendo altra piega ; e ben presto 
i PP. ebbero ad occuparsi di cose per loro ben altrimenti gravi. 

Espulsione dei gesuiti. — Perchè e in quali circostanze i 
gesuiti furono allontanati da Parma, come dagli altri stati bor- 
bonici, è noto e non fa duopo ripeterlo. È certo però che essi 
prevedevano un sì fiero colpo e non avranno trascurato di prov- 
vedere a se e alle cose loro, in modo da renderlo raen duro a 
sopportarsi. 

Da parecchi mesi nel ducato si parlava di prossima espul- 
sione della Compagnia, e talvolta si credeva di potere indicare 
anche il giorno, in cui la bomba scoppierebbe (1). I gesuiti non 
potevano ignorarlo. E quelli preposti alla direzione del Collegio 
dei Nobili avranno pensato a preparare uno stato di cose tale da 
rendere, se non impossibile, molto difficile ai successori il governo 
pacifico dell' istituto. Ciò scaturisce dall' insieme dei documenti 
del tempo. Ai 25 gennaio del 1768, due settimane prima del 
loro allontanamento dallo stato, il collegio contava solo 60 
convittori, dei quali 31 pagavano 88 scudi annui e gli altri 
meno (2). 

Intanto il Du Tillot aveva più o meno segretamente prepa- 
rato la sostituzione degli scolopi, ai quali in quei frangenti si 
volgevano gli occhi volentieri, perchè ritenuti buoni educatori e 
capaci, come successori dei gesuiti, di dare alle scuole un indi- 

(\) « Documenti origÌDali relativi alla cacciata dei PP. Gesuiti da 
Parma e Piacenza, dal 1766 al 1770 ». Cod. mss., n. 581^ nella R. Bi- 
blioteca di Parma. 

(2) R. Archivio di Stato in Parma. Busta : Collegi diversi, 1860-69. 



DI PARMA 159 

rizzo più consentaneo alle condizioni dei tempi. Si recò a Firenze 
<jual rappresentante del marchese di Felino il conte Filippo Maria 
Ponticelli per trattarne col P. Luigi Barducci, provinciale delle 
scuole Pie di Toscana, e ai 15 gennaio furono firmati i patti 
seguenti. L'ordine darebbe sette religiosi (Rettore, Ministro, Con- 
fessore, Accademico, maestro di rettorica, maestro di umanità e 
grammatica, più un laico), tutti toscani, o in Toscana educati. 
Occorrendone, ne darebbe di più. Gli uffici sarebbero distribuiti 
così: il Barducci, rettore; Stanislao Canovai, fiorentino, Accademico, 
Dionisio Pieri, fiorentino, maestro di rettorica, Pietro Mansanti, 
toscano, maestro di umanità e grammatica. Paolo Antonio Fabri, 
toscano, ministro. Non avrebbero nessuna ingerenza nella ani- 
mhiistrazione, che il duca affiderebbe a persona di sua fiducia. 
Starebbero sotto la sorveglianza del Magistrato dei riformatori. 
Darebbe il duca a ciascuno dei religiosi settanta scudi romani a 
titolo di vestiario, oltre il mantenimento, e quanti preti occor- 
ressero per coadiuvare i religiosi nelle basse classi e per Taccom- 
paguamento e la sorveglianza degìi alunni. Abiterebbero tutti nel 
collegio (1). 

Per la esecuzione del decreto di sfratto dei gesuiti essendosi 
fissata la notte dall'otto al nove febbraio, gli scolopi ricevettero 
ordine di trovarsi a Parma per quel giorno. Intanto si attendeva 
con alacrità agli altri provvedimenti. All'abate don Giovanni Ra- 
minzoni fu affidato l'ufficio di economo, con avvertenza di non 
mutar nulla nei primi giorni, ma di informarsi di tutto e bene. 
Lasciasse anche immutato l'uso di ospitare in collegio i parenti 
dei convittori, che avevano occasione di recarsi a Parma. Al Bar- 
ducci fu mandata Li lista dei nuovi ecclesiastici, lettori all'uni- 
versità, che dovevano aver alloggio nel collegio. Erano quattro. 
Il canonico Luigi Dodici, lettore, all'università, di logica, e, ai 
convittori, di legge. « Anticamente si sceglieva dai gesuiti un 
professore secolare a loro volontà. Ora lo nomina il Principe ». 
Il dottor Ubaldo Cassina, lettore di morale ; l'abate Formenti, 
di matematica e l'abate Felice Silvani. La Camera ducale pa- 
gherebbe per essi la pensione al collegio; però dell'opera degli 

(I) R. Archivio di Stato in Parma. Busta: Collegi diversi, 1770-75. 



160 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

ultimi tre il rettore si gioverebbe solo se lo stimasse opportuno (1). 
11 consigliere Misuraccbi ebbe incarico di recarsi al collegio, di 
ricevervi i PP. delle Scuole Pie e di farli riconoscere. 

All'una ora dopo la mezzanotte una schiera di soldati cir- 
condò l'edifìcio di S. Caterina. Subito dopo, ;irrestato il portinaio, 
il rettore fu preso e condotto nel salone, dove in breve furono 
raccolti l'un dopo l'altro tutti gli altri religiosi. 11 Misuraccbi 
intimò l'ordine di partenza ai gesuiti e fece la consegna del col- 
legio agli scolopi. Verso le ore sei tutto fu pronto. I gesuiti 
partirono su vetture, già preparate in antecedenza. Kimase in 
collegio l'unico laico cbe vi dimorava, perchè, vecchio di novanta- 
quattro anni e malato, non si era potuto rimuoverlo dal letto (2). 
Il mutamento fu eseguito con tanta accortezza e così silenziosa- 
mente che i convittori di nulla ebbero sentore. Solo al mattino 
si accorsero che nel collegio al posto dei gesuiti erano subentrati 
gli scolopi. Anche la cittadinanza ne ebbe notizia il giorno se- 
guente da un proclama fatto pubblicare dal governo. E un cro- 
nista, con mal dissimulato rincrescimento, annotava nel suo 
diario: Fu annunziato il «nuovo regolamento tanto per la chiesa 
che per gli studi col aver ritrovato Maestri così regolari, che 
Ecclesiastici per insegnar tutte le virtìi a chi ne aveva volontà 
d'impararle, echi le volesse legere si porti alla stampa del Oar- 
raignani che le vederà » (3). 



(1) Minute di lettore della segreteria ducale del 6 al Eaniinzoui e del 
7 febbraio al Barducci, nel R. Archivio di Stato in Parma. Carte clu Tillot 
— Mazzo C, N. 313-27. 

(2) Lettera del Misuraccbi al Du Tillot, 9 febbraio 1768, ivi. 
.3) Cod. mss. N. 466, della R. Biblioteca di Parma; fol. 351. 



DI PARMA 161 



Capitolo Decimo 



Il Collegio diretto dai PP. delle Scuole Pie. 

Come fu accolto il nuovo indirizzo. — Ordiiuuiienti scolastici 
al tempo degli scolopi. — Riunione della Faggeria al 
Collegio dei Nobili. — Scadimento della disciplina e prov- 
vedimenti per ristabilirla. — Visita deW arciduca Giuseppe. 
Matrimonio di Ferdinando con M. Amalia. — Nuovi 
disordini disciplinari. — Inchiesta del dottor Giuseppe 
Compari. — Trattative per sostituire agli scolopi altre 
persone. — Sostituzione dei preti secolari agli scolopi. 

Come fu accolto il nuovo indirizzo. — Il mutamento 
avvenuto nel Collegio dei Nobili era in relazione col nuovo indi- 
rizzo prevalente nello stato parmense, e si ricollegava a quel 
movimento intellettuale, che si andava aiferraando in quasi tutta 
l'Europa, preludiando ai mutamenti ben maggiori e di ben altra 
natura, che la rivoluzione francese doveva poi rendere inevitabili. 
Per ciò che si riferiva agli studi, tutti i provvedimenti nuovi, 
riassunti nelle norme dettate dal teatino P. Paolo Paciaudi (1), 
attestano il desiderio di « laicizzare », come usa dire, le scuole, 
alle quali fu preposto un magistrato di otto persone, con poteri 
quasi illimitati, denominato Magistrato dei Riformatori degli 
studi. E, di conseguenza, la sorveglianza immediata del collegio 
dei nobili fu affidata a due di quei riformatori : il conte Aurelio 
Bernieri, preside della Scuola di San Francesco e sin dal 1746 
professore eminente di diritto pubblico; e Prospero Man ara, allora 

(l) Costituzioni per i nuovi regi studi. Parma, Carnaignani, 1768. 

Argii. Stor. Par.m., 2.» Serie, I. 11. 



162 



IL COLLEGIO DEI NOBILI 



maggiordomo di settimana del duca : tutti e due già convittori 
nel collegio. Il primo loro atto non fu, a dir vero, molto glo- 
rioso: essi sequestrarono e consegnarono al Du Tillot tutte le 
lettere che i convittori avevano scritte alle loro famiglie, non sì 
tosto ebbero notato il mutamento introdotto nella direzione del 
collegio. Né possiamo liberarci da un tal quale sentimento di 




i). !• i:niiiNANi.o L 

umiliazione leggendo la risposta del ministro, indirizzata al Ber- 
nieri, che suonava, testualmente, così: « Ritorno alle mani di 
V. S. 111.* le lettere dei Convittori perchè possi farle mettere 
alla Posta per il loro destino. Conviene alla gloria di S. A. che 
i Convittori possine scrivere con libertà ai loro Parenti, e son 
persuaso ch'Ella penserà egualmente » (1). 

(1) Minuta di lettera del Du Tillot al Bernieri, 9 febbraio 1768, nelle 
Carte Du Tillot, mazzo C, n." 313-337. — R. Archivio di Stato in Parma. 



DI PARMA 163 

Ma il Du Tillot aveva compreso che un mutamento di quella 
Datura non era cosa di poco momento, e che occorreva giusti- 
ficarlo. E però lo stesso giorno no\e così scriveva ai genitori 
■degli alunni : 

» Eccellenza, 

« L'allontanamento de' PP. Gesuiti da questi Stati, e Dominij 
fa necessariameute trasmettere ad altre mani la cura, e direzione 
di questo R. Collegio de' Nobili, in cui V. E. trovasi aver un 
Figlio. S. A. R. che in tale circostanza è per dimostrarsi vieppiù 
Protettore sollecito de Nobili Convittori, ha stimato di non poter 
meglio sperare la loro ottima educazione, che chiamando a tal 
oggetto dalla Toscana alcuni dottissimi Padri delle Scuole Pie. 
Si è pur degnato il R. Infante d' incaricare due saggi, e chiaris- 
simi Cavaglieri, cioè il Conte Aurelio Bernieri, ed il March. 
Prospero Manara, d'invigilare in R. suo Nome, perchè le sue 
premure vengano secondate, ed adempiute. Quindi può V. S. 
restar persuasa, che con tali disposizioni non potranno i Convit- 
tori desiderare di più, sia per la Cristiana Istruzione, sia per 
l'acquisto delle Scienze, e delle Arti degne di un Cavagliere: E 
mentre sono Io di supremo comando a renderla di tutto intesa, 
passo con distinto rispetto a riconoscermi 

« Di V. E. 

« Parma, 9 Febbraio 1768. 

« Dev.mo obb.mo serv. 
« G. Du Tillot » (1). 

Ben pensata e opportuna era la lettera. Ma dai documenti 
officiali si impara che la sostituzione degli scolopi ai gesuiti dai 
più non fu accolta molto favorevolmente. Il ministro stesso rico- 
nosceva che i genitori si mostravano titubanti, non sapendosi 
risolvere a lasciare i loro figliuoli in un collegio, la cui vita era 
stata a un tratto così gravemente turbata. E però, nella speranza 
di ovviare a possibili inconvenienti, ordinava (ai 25 febbraio) non 
solo ai condelegati Bernieri e Manara, ma alla direzione del col- 
ei) Collegio de' Nobili, 1600-1784, nel R. Arch. di Stato in Parma. 



164 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

legio e anche ad altre persone di informarlo di ogni avvenimento- 
interno, quotidianamente, E pochi giorni dopo, volendo allettare^ 
con restauri e miglioramenti appariscenti, faceva rilevare la pianta 
del palazzo S. Caterina dal colonnello Carderini (1). 

Ordinamenti scolastici al tempo degli scolopi. — Giova 
avvertir subito che il Du Tillot non si lasciò scuotere nei suoi 
convincimenti e nei suoi piani ne da queste né da altre difficoltà 
anche più gravi. Anzi attese subito a mettere in pratica la parte 
più importante dei suoi progetti, ossia l'applicazione del nuovo- 
ordinamento degli studi. Con lo spirare del mese di febbraio il 
rettore Balducci ricevè da lui nella seguente lettera le istruzioni 
occorrenti. 

« Molto Ttev. Padre P.ron CoLmo, 

« T principi d'onore, e di una saggia Educazione, che cer- 
tamente sono impressi negli animi di codesti Nobili Convittori, 
devono loro far sentire tutto il pregio della particolare Protezione, 
che S. A. R. si è degnata di Loro manifestare con sì benigne 
maniere. E non sarà fra codesti Cavalieri Chi richiamando alla 
memoria il giorno onorevolissimo, in cui un tanto Sovrano si 
compiacque di visitare le Camerate, non debba riguardare questo 
atto di Clemenza come un'Epoca per se illustre, e felice. Desi- 
deroso però il R. infante di mostrar Loro maggiormente un par- 
zialissimo Padrociuio, è venuto in deliberazione di dare una forma 
sicura ai loro studi, per cui possa compromettersi vieppiù il Loro 
avanzamento nelle Lettere. Divenuto il Sovrano doppiamente 
Protettore di codesti chiarissimi Cavalieri, si degna secondare le 
premure dei nobili Loro Parenti, che giustamente aspettano di 
rivederli un giorno uscire da codesto Convitto dotti, istruiti, 
scienziati. La Loro utilità adunque, il tine, per cui le Loro Fa- 
miglie Li trattengono in Collegio, l'amor benefico, che per essi 
nodrir deve il Principe, hanno indotta S. A. R. a fissare in co- 
desto suo Collegio la piena ed esatta osservanza della sua Costi- 
tuzione emanata per i Regj Studj. 

(1) Collegi diversi, Ì760-69, nel R. Arch. di Stato in Parma. 



DI PARMA 165 

« È perciò sua assoluta iDviolanda volontà, che la Scuola 
■della Filosofia si tenga due volte il giorno ; Che la mattina ella 
duri un'ora, e mezza, e il dopopranzo un'ora, ed un quarto. 
Ordina S. A. R. che il Padre Professore divida questa quantità 
di tempo in tre parti ; l'una nel dettare, la seconda nello spiegare 
e l'ultima nella ripetizione di ciò, che avrà dettato il giorno an- 
tecedente, e tre volte la settimana dovrà far esercitare vicende- 
volmente fra gli studenti la Scolastica argomentazione. Nel sabbato 
il Padre Professore dovrà esigere dai Cavalieri l' intera recapitu- 
lazione di quanto sarà stato insegnato nel corso della Settimana. 

« La sera il P. Professore )nedesimo dovrà agli studenti 
Filosofi dare la lezione delle Matematiche, le quali sono una 
necessaria preparazione all'intelligenza della buona Fisica. Con 
tal metodo, che S. A. R. prescrive come immutabile legge, il 
Padre Professore potrà agevolmente disporre almeno due Cava- 
lieri a sostenere una pubblica Tesi di Filosofia, alla quale ordinerà, 
-che assista in suo Real nome in pubblica forma il suo Magistrato 
<lei Riformatori. 

« Le Dispute private, che si sono praticate nel tempo pas- 
sato, comanda S. A. R., che si osservino, e se gliene renda conto 
e potrà V. P, Molto Rev., occorrendo, pregare i Professori della 
Università di venire in Collegio per argomentare in simili oc- 
■casioni. 

« La Scuola della Rettorica dovrà durare due ore tanto il 
mattino, quanto la sera, e V. P, Molto Rev. dichiarerà al Padre 
Maestro, esser deliberazione positiva di S. A. R., che si conformi 
a tutto ciò, che viene prescritto nella nominata Regia Costitu- 
zione. Istruirà i Cavalieri in modo, che ogni due mesi si tenga 
una privata accademia, alla quale interverranno i due Cavalieri 
•deputati. E nel fine dell'anno scolastico ordina S. A. R., che si 
faccia il pubblico solenne Esercizio Accademico coli' invito della 
Nobiltà, al quale si degnerà di assistere, per riconoscere perso- 
nalmente i Progressi de' suoi Collegiali, e onorare quelli, che 
sapranno meritare le Beneficenze. Nel rimanente lo studio della 
Storia, della Mitologia, delle Lingue, e quanto è definito nella 
R. Costituzione dovrà esser presente al P. Maestro, a fine di 
nulla preterire di queste Sovrane Leggi. 



166 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

« Due ore, e mezzo diirerauno le Scuole iufeiiori, e qua- 
lunque sia il metodo dei nuovi Maestri, V. P. Molto Rev. farà 
Loro sapere, che il K. Infante desidera vivamente, che si unifor- 
mino a tutto ciò, che leggesi nella R. Costituzione, tutto tendendo- 
all'ncquisto della buona Letteratura. 

« A Giovani nati di illustre sangue, educati con massime cor- 
rispondenti alla Loro nobile origine crede inutile S. A. R. prescrivere 
quella disciplina fissata per le altre Scuole. Non deve dubitare il 
R. Infante della Loro compostezza nelle Scuole, del Loro rispetta 
ai Maestri, della Loro urbanità, docilezza, ed attenzione alle le- 
zioni; ed ha S. A. R. la ferma persuasione, che ninno de' Cava- 
lieri sia per disonorare se stesso con azioni indecenti alla sua 
condizione, e dimostrare o poca riverenza ad una Casa Reale, in 
cui si ritrovano, o poca gratitudine alle sollecitudini, che per essi 
prende il Principe. 

« V. P. Molto Rev., comunicata la Presente ai due Cavalieri 
Deputati, ne farà fare pubblica lettura in ogni Camerata, e pre- 
gherà i detti Cavalieri ad assistere alla promulgazione di queste 
Reali Prescrizioni. Per l'adempimento di esse in ogni più ampia 
forma mi comanda S. A. R. di ordinare a V. P. Molto Rev. due 
cose: di ricordare di tratto in tratto tutte queste Leggi ai Con- 
vittori, se mai trovassero ripugnanza nell'animo di alcuno, e di 
ricordarle come Leggi fondn mentali del Collegio. Inoltre farà in- 
tendere ai Professori, e Maestri di notare quotidianamente con 
ogni schiettezza, e fedeltà i nomi, cognomi, patria, camerata di 
ogni Convittore della sua Scuola, il quale o si distinguerà nella 
diligenza, e nella applicazione, oppure trascurerà i prescrittigli 
doveri. Questa Nota la farà trascrivere ogni Sabbato sera, e me 
la spedirà costantemente ogni settimana. 

« Ha saggiamente risoluto S. A. R. di voler essere infor- 
mata dell' indole, dello studio, del profitto di ognuno dei Convit- 
tori. I loro nomi, e le Loro qualificazioni Le saranno ognora 
presenti per onorarli al suo tempo; ed a quelli particolarmente» 
che anno avuta la sorte di nascere suoi Sudditi, V., P. Molto 
Rev. potrà dichiarare, che la Loro fortuna, e le distinzioni delle 
Loro Famiglie dipenderanno dai presenti Loro portamenti. 



DI PARMA 167 

« Adempiti così i Sovrani Comandi passo a rassegnarmi con 
piena stima 

« ParTrutt 29 Febbraio 1768. 
« Di V. P. Molto Rev. 

« Dev.mo ed obb.mo serv. 
« Guglielmo Du Tillot. 

« P. Rettore del Collegio de' Nobili di Parma » (1). 

Non era per altro intenzione del governo di comprendere in 
questi limiti tutta la istruzione da impartirsi ai nobili convittori. 
Nella lettera sopra riportata sono enumerate le discipline, che 
noi oggi diremmo di coltura generale e che dovevano essere stu- 
diate tutte in collegio nel corso di otto anni. Ma per coloro che 
avessero voluto continuare gli studi si provvedeva diversamente, 
come può rilevarsi dalla informazione pubblicata subito dopo la 
espulsione dei gesuiti. In essa difatti si legge: « Che se ad al- 
cuno di essi (convittori) piacerà l'Architettura Civile, e Militare, 
la Nautica, ovvero la Sacra Teologia, potrà apprender questa, 
portandosi, accompagnato da uno de' Prefetti del Collegio, o da 
altra Persona, a questa Regia Università contigua, in cui sarà 
ricevuto, e collocato con ispecial distinzione; e potrà imparar 
quelle per mezzo d' un Reale Ingegneie pratichissimo di tali Studj. 
E perchè i Nobili Convittori abbiano modo di osservare in pratica 
ciò, che vieu loro in teoria, ed in astratto insegnato; giacché si 
è compiaciuta la R. A. S. di concedere ad uso, e vantaggio della 
Reale Università quello, che ha servito per la stessa sua scienti- 
fica Educazione; cioè le macchine per la Fisica Sperimentale, gli 
Strumenti per le Osservazioni Astronomiche, i Piani d'Attacco, e 
di Difesa per la Scienza Militare, e le Navi per la Nautica; così 
potranno aneli" Essi godere con l'ultra Gioventù studiosa di questa 
Reale beneficenza • (2). 

Questo provvedimento era in relazione con il progetto di 
istituire nel Collegio una « R." Accademia de' Nobili », forse 

(1) Originale, nell'Archivio del Convitto Naisionale. 

(2) Istruzioni per V ingresso dei Signori Convittori nel Reale Col- 
legio di Parma, p. 3. Senza indicazione di anno, ina indubbiamente 
del 1768. 



168 IL COliLEGIO DRI NOBILI 

ideato dal Du Tillot, ma certo elaborato dal Paciaudi allo scopo 
di render possibile ai giovani nobili la permanenza in convitto 
dopo gli otto anni di studi letterari e cavallereschi, senza essere 
costretti a rimandarli in famiglia ancora immaturi, o a far 
loro ripetere cose già studiate. 

Questi giovani avrebbero dovuto essere « separati dal com- 
plesso degli altri Convittori per ornarsi l'animo e lo spirito negli 
studj e nelle maniere, che l'uso del Mondo, e i varj impieghi 
della società addimandano ». Si intendeva insomma di dare una 
istruzione superiore e di perfezionamento. Fu perciò « ordinata 
nella Regia Università la erezione di alcune nuove Cattedre, per 
le quali furono chiamati da stranieri Paesi egregi Professori per 
fama d' ingegno e di sapere chiarissimi. Le principali erano : la 
cattedra di gius pubblico universale con scienza diplomatica, quella 
di gius germanico, la cattedra di storia, « il di cui Professore 
non tanto rammemori ordinatamente le epoche e gli avvenimenti, 
quanto insegni 1' uso opportuno, che di essi può farsi ne' diversi 
ufficj della vita e della Repubblica »; la cattedra della « grande 
e vera eloquenza latina e italiana », la cattedra della scienza 
militare in tutta la sua estensione e quella dell'arte nautica (1). 

Di questa nuova « Accademia » non si hanno altre notizie, 
sicché si può ritenore che, mnlgrado la sua bontà intrinseca, 
r idea non ebbe effetto pratico. 

Per ciò che si riferisce alla Cattedra di Storia, che acqui- 
stava importanza straordinaria dal metodo e dal fine che le ve- 
nivano assegnati, gioverà ricordar subito che essa fu affidata al- 
l'abate Millot, con questa avvertenza: L'ubate « farà lezioni in 
francese, a cui non saranno ammessi studenti se non dietro ap- 
posito permesso de' R. Conservatori del Collegio dei Nobili » (2). 
Il Bettinelli scrisse, più tardi, die il Du Tillot fece « ridere il 
mondo, col dar la cattedra di storia all'abate Millot, che la in- 
segnava parlando Francese a scolari parmigiani non sapendo esso 

(1) Carte Du Tillot, mazzo C, n.« 16-25, nel R.» Archivio di Stato 
di Parma. 

(2) Antonio Lombaudini, Notìzie cronologiche riguardanti alla du- 
cale Università degli Studi di Parma dall'anno 1768 al 1814. Mss., 
nell'Archivio dell' Università Parmense. 



DI PARMA 169 

l'italiano » (1). Il fatto è che il noto storico francese, il quale 
chianaato a Parma dal ministro Dii Tillot, rinunziò all'ufficio 
dopo la caduta ài questo ministro, insegnò la storia ai convittori 
per oltre due anni con molto zelo. E se anche non fu da quelli 
capito, cosa poco credibile in un'epoca di tanta preponderanza 
francese e in un istituto, dove si insegnavano parecchie lingue 
viventi, si parlava e si recitava in francese (e proprio l'anno 
prima erano state recitate dai convittori Le siège de Caìais e 
VAthalie), non si può negare che la cattedra occupata nel Col- 
legio dei Nobili di Parma gli diede occasione a scrivere quel 
Piano di lezioni di storia generale, che, ordinatogli dal duca, 
costituì poi la trama su cui egli tessè i famosi Éìémens d' ìn- 
sioire generale (2), che tutti conoscono. 

Il nuovo « programma » fu completato con prescrizioni 
riguardanti le « Arti Cavalleresche », l'ammissione a corte e il 
vestiario. Rispetto alla seconda concedeva il duca ai convittori 
« la special grazia di portarsi a vicenda a corte ogni quindici 
giorni ; d' intervenire in numero determinato alle Gale tanto or- 
dinarie, quanto straordinarie; di assistere alle Feste, e Funzioni 
nel Reale Palazzo; e di essere spettiitori, qualche volta delle 
Opere nel Regio Teatro; sempre però onorevolmente accompa- 
gnati, e fino ad un'ora discreta, a fine di non interromper nel 
giorno i loro domestici studj, e passeggi, e nella notte il loro 
opportuno riposo » (3). E, per il vestiario, la prescrizione suonava 
testualmente così: « Essendo sembrato a S. A, R., che ad as- 
suefare i Convittori ad un nobile, e disinvolto portamento della 
persona, molto contribuisca la forma dell'Abito, è perciò piaciuto 
alla R. A. S. di ordinare che all'Abito, e gran Mantello nero si 
sostituisca un' uniforme di suo grado, e più confacente alla nuova, 
e miglior forma, che prende questo Collegio; lasciando, che i 
Nobili Convittori, inclinati per la carriera Ecclesiastica, vestano 
con maggior decenza quello, che conviene al loro stato. Il nuovo 
Abito adunque è alla Francese, di color turchino, comunemente 

(1) Bettinelli, op. cit., XXI, 111. 

(2) Giornale dei Letterati. Pisa, 1774 ; voi. XIV, pag. 336. 

' (3) Istruzioni per V ingresso de' signori Convittori nel Reale Col- 
legio di Parma (1768); p. 8. 



170 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

detto Bleu-de-Roi, con bottoni di bronzo dorato, senza altri or- 
namenti, calzoni, e calzette nere, cappello liscio con bottone, ed 
occhiello d'oro, e piuma bianca. Quest'Abito in tempo d'inverno 
è di panno fino con mostre di velluto cremisi; e nella state di 
ciambellotto d' Ingliilterra, e mostre di Moire. Adorna quest'Abito 
de' Signori Convittori un amovibile elegante gruppo di nastri 
bianchi, e rossi di seta, con ricca frangia d'oro, affisso al manco 
lato del petto, a cui i Cavalieri, che hanno il titolo di Accade- 
mici, appendono di più la Medaglia d'oro, che è il distintivo del 
loro valore » (1). 

Il Du Tillot non si tenne pago di dar norme teoriche e 
utili suggerimenti, e neppure si affidò interamente ai due rifor- 
matori delegati alla sorveglianza immediata del collegio, ma 
osservò tutto egli stesso con occhio vigile, e intervenne personal- 
mente e provvide senza indugio, quando gli parve utile o neces- 
sario. Così, per ciò che si riferiva agli studi, ai sette scolopi 
fissati nel contratto fece aggiungere altri due per la logica e me- 
tafisica e per la fisica e matematica. Così, visto che, dopo un 
mese dalla espulsione dei gesuiti, non ancora era arrivato il 
maestro di logica, « classe importantissima all' Istruzione di alcuni 
de' Cavalieri Convittori », pregava il Dodici, lettore di quella 
disciplina all' università, di sostituirlo temporaneamente. E così 
similmente, avendo sentito a parlare con molto favore del P. 
N. Compstoff, maestro di retorica nelle pubbliche scuole di Fi- 
renze, lo chiedeva al duca e l'otteneva pel collegio, dove poi 
invece gli affidava il carico di Accademico (2). Per parecchi mesi 
infine e da solo e con la coopcrazione di persone dotte ed esperte, 
e specialmente del Paciaudi, andò escogitando riforme e miglio- 
ramenti utili non soltanto agli studi in generale, ma più special- 
mente al Collegio dei Nobili, che, si rileva da ogni suo atto, egli 

(1) Istruzioni per l'ingresso de' signori Convittori nel Reale Col- 
legio di Parma (1768); p. 7. 

(2) Lettere del Rosemberg, da Firenze, 1 marzo, e del Pieri, da Parma, 
18 luglio 1768, nelle Carte Du Tillot, Mazzo C, n.i 313-37 nel R. Ar- 
chivio di Stato in Parma. — Lettera del Du Tillot al rettore, 11 marzo 
1768, neir Ai'chivio del Convitto. 



DI PARMA 171 

avrebbe voluto rendere un istituto modello. Però, mentre da una 
parte si dimostrava, e si sente in ciò il Paciaudi, la necessità di 
dar la preferenza al latino, dall' altra si insisteva sulla oppor- 
tunità di coltivare il francese, indispensabile per la letteratura, 
per il teatro e per formare il goùt (1). Piti tardi avvertiva il 
rettore che l'insegnante di leggi, certo dottor Mondelli, non era 
idoneo all' ufficio e consigliava di sostituirlo con 1' avvocato Del 
Mastro. Però, soggiungeva, deve cominciare dallo spiegare la storia 
delle leggi a chi studiò le Instituzioni Fanno avanti. Abbondano 
i libri di storia legale. Sarà difficile trovar vendibile in Parma 
lo Struvio, il Brunquellio, il Pkituero, il Hausotter, ma può 
trovarsi 1' Historia Juris del Bacchio, ristampata a Lucca di su 
l'edizione di Lipsia. Per le Instituzioni, se non sono pronte quelle 
del Vinnio, o del Cirillo, o del Gasparri, si può adoperare il 
Lovy, di cui « il libraio francese ha molte copie » . Per 1' Ordi- 
naria, il professore non detti, bensì proponga un libro. Devono 
essere lezioni erudite; e però i « Cavalieri » potranno procac- 
ciarsi gli opuscoli di Eineccio (2). 

In sostanza il nuovo ordinamento distruggeva completamente la 
vecchia costituzione del collegio farnesiano. Questo era sì proprietà 
del sovrano, che vi faceva sentire la sua autorità, secondo i casi, 
in maggiore o minore misura, specialmente nella ammissione degli 
alunni e per gli ordinamenti disciplinari ; ma, sia per gli impie- 
gati e la direzione economica, sia per gli studi, si poteva consi- 
derare come affatto indipendente. 11 nuovo invece doveva essere 
una emanazione diretta del principe, che ne avrebbe regolato la 
vita, quotidianamente, in tutte le manifestazioni di esso, secondo 
il proprio beneplacito. 

RlUNIONH DELLA FaGGEBIA AL COLLEGIO DEI NoBlLI. — Di 

un altro provvedimento relativo al collegio occorre far cenno. 
Era io Parma già da tempo un altro istituto, detto la 

(1) Nelle Carte Du Tillot, Mazzo C, n.i 3 i 1-37, del R. Archivio «li 
Stato, già più volte citate, Hono, iutorno a questo argomento, numerosi pro- 
getti, studi, proposte e relazioni d' ogni genere. 

(2) Minuta di lettera al rettore, 18 novembre 1768, tra le Carte Die 
Tillot, Mazzo C, n.t 313-37, ivi. 



172 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

Faggeria (1), e destinato, come il uonie stesso rivela, alla 
educazione dei paggi per la corte ducale. Ne era direttore il 
somasco Francesco Venini, milanese, e tra gli insegnanti si an- 
noveravano il P. Soave, luganese, somasco anch'egli, e il P. M. Giu- 
seppe Pagnini, di Pistoia, carmelitano, e discepolo del Venini, tutti 
e tre nominati in questa occasione professori dell'università, il 
Venini di matematica sublime, il Soave di poesìa latina, greca 
e italiana e il Pagnini di eloquenza e lingna greca (2). Ora 
parve che, essendovi il Collegio dei Nobili, un istituto come 
quello, separato, fosse di troppo. È vero che dagli scolari della 
paggeria non si chiedevano le stesse condizioni. Ma si poteva 
trovar facilmente una via di mezzo. L'idea dell'unione era già 
sorta molti anni prima, sul principio del governo di Don Filippo, 
ma non se ne era fatto niente, forse in particolare per la oppo- 
sizione del rettore del Collegio dei Nobili, il Bajardi, del quale 
si legge in tal proposito la seguente, non certo oscura dichiara- 
zione: « Crediamo affatto necessaria la totale separazione dei 
Sig. Paggi dai Sig. Collegiali per quei motivi medesimi pe' quali 
al tempo dei Ser.mi Farnesi fu provveduto che non mai s'intro- 
ducesse in collegio quel genio di maggiore libertà inseparabile da 
un tenore troppo diverso di vivere » (3). 

Il Du Tillot, riassumendo il vecchio progetto, comprese nella 
vasta riforma degli studi nel ducato anche ruuiuue della Pag- 
geria al Collegio dei Nobili. E l'unione fu effettuata ai 20 aprile 
dello stesso anno 1768, Importava al Du Tillot che non vi fosse 
« la menoma apparenza di distinzione fra i Paggi ed i Convittori 
massimamente ne' luoghi pubblici » . Questo egli impose al ret- 
tore, in nome del duca e su questo insistè molto. Ma fu un 
errore, perchè realmente esistevano le diversità, alle quali accen- 

(1) Non mi è riescìto appurare quando precisamente la Paggeria fu 
istituita. Vane sono state anche le ricerche del eh. prof. Alberto Del Prato, 
che se ne è occupato con intelligenza e amore, e che son lieto di poter qui 
ringraziare, in particolare, per questa come per tutte le altre cortesie, che 
ha voluto usarmi. 

(2) Cerati, Opuscoli, I, 32 e 39 — Cfr. la Nuova costituzione, etc. 
citata. 

(3) Lettera 2 agosto 1750, nel E. Archivio di Stato in Parma, busta: 
Collegi diversi, 1749-52. 



DI PARMA 173 

Dava il Bajardi. Lo stesso Du Tillot sentì il dovere di racco- 
niandare che si usasse « tutta la indulgenza con que' Cavalieri 
Paggi, che fossero di scarsi talenti, massime se l'età loro fosse 
già alquanto avanzata ». E, sapendo che a molti di essi manca- 
vano le attitudini agli studi superiori, suggerì di occuparli nello 
studio della storia e della geografìa, o di altre discipline, in ar- 
monia con lo stato militare, cui verisimilmente erano destinati. 
E più tardi, come si vedrà, dovette consentire altre norme più 
appropriate alla condizione sociale dei giovani. A ogni modo, 
poiché si desiderava parificare e riunire i due istituti, non si 
guardò tanto per il sottile. Conseguentemente si decretò che in 
avvenire nessuno potesse essere ammesso a servire in Corte da 
paggio se non fosse stato di nohile famiglia, suddita e residente 
nello stato ducale (1). 

Con i paggi passarono al collegio dei nobili tutti i maestri 
delle arti cavalleresche e anche quelli di grammatica, don Ber- 
nardo Mazza e don Girolamo Peroni. A questi due il ministro 
aveva partecipato la deliberazione alla vigilia dell'espulsione dei 
gesuiti. In particolare, al Mazza, che chiamava « giovane di pro- 
batissimi costumi, d'indole soave, di prudenza (2) », aveva fatto 
questa raccomandazione: « Procuri, se alcuno de' Paggi mostrasse 
dispiacenza del seguito cambiamento, di acquietarne le doglianze 
lungi dall'approvarle ». E al Peroni, che pare avesse corso peri- 
colo d'esser licenziato per poca attitudine all' insegnamento del 
latino, dava questo singolarissimo monito: « Ella però dovrà 
abbandonare l'antico inutile metodo, e seguire quello, che i Dot- 
tissimi Padri delle Scuole Pie, che dirigeranno gli studi del col- 
legio prescriveranno » (3), 

Scadimento della disciplina e provvedimenti per ristabilirla. 
— Ohimè! I « dottissimi » padri delle scuole pie avevano pre- 
Ci) Rescritto 6 febbraio 1768, nel R. Archivio di Stato in Parma. — 
Lettera del Du Tillot al rettore, 30 aprile 1768, nell'Arcbivio del Con- 
vitto. 

(•2) Lettera del Du Tillot, 30 aprile 1768, citata. 
(3) Minuta di lettera 7 febbraio 1768 nelle Carte Du Tillot, mazzo 
C, num. 313-339, nel R. Archivio di Stato in Parma. 



174 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

giinto troppo delle loro forze e i governanti si erano purtroppo 
illusi sul valore e la capacità di quei religiosi. Le idee dei mi- 
nistri e consiglieri ducali erano belle ; egregio e bene armoniz- 
zato in tutte le sue parti il piano di studi, di disciplina e di 
amministrazione da essi elaborato : ma la materia non rispondeva 
all'iuteuzion dell'arte. 

Non era passato un mese dall'insediamento degli scolopi e 
già il ministro doveva invitare i deputati Beruieri e Manara a 
recarsi in collegio per rimproverare e minacciar castighi, in nome 
del duca, sorpreso della « indocilità ed irregolare procedura » 
che tenevano i convittori, e per ammonire « che non ai convit- 
tori, ma al P. Rettore, ed ai Professori spetti il prescrivere il 
tempo, e la durata dello studio, etc. » (1). Dalle quali parole 
si capisce subito che il male risiedeva nella direzione. Il rettore 
Barducci difatti si chiarì subito troppo debole. Ma insufficiente 
del tutto era l'Accademico, ossia il Compstoff, del quale il Du 
Tillot, scrivendo al generale delle scuole pie, non si peritò di 
affermare che aveva -< dato l'ultima mano all'urto fatale della 
buona disciplina ». Si mostrava inattivo, ozioso, intento solo 
a raccogliere intorno a sé convittori, anche di quelli piccoli, 
coi quali nulla aveva a che vedere, pur di potere raccontar 
fole. « Oh ! — esclamava il Du Tillot — quanto mai incerti 
sono e fallaci i giudizi degli uomini ! Si credeva di fare un 
acquisto singolare nella persona del P. Compstoff, e si è 
invece accresciuto il male, e la confusione, a cui tanto contri- 
buisce ». 11 Paciaudi ne mosse lagnanze col Barducci; ma questi 
attribuì tutto alle perverse insinuazioni dei gesuiti proscritti. 
Certo gli « espulsi » , come li chiamavano, facevano realmente 
un'atroce guerra alle scuole pie in tutt' Italia e cercavano di 
screditare il collegio in tutti i modi. Ma appunto per ciò i loro 
successori avrebbero dovuto tenere una condotta migliore e mo- 
strarsi meglio atti all'ufficio loro affidato. Invece oramai tutto 
era « disordine, confusione, indisciplinatezza ». I convittori, vista 
la insufficienza e debolezza dei superiori, se la pigliavano comoda: 
non studiavano, non ubbidivano, e, incredibile, ma vero, disprez- 
zi) Lettera del Du Tillot, 5 marzo 1768, nell'Archivio del Convitto. 



DI PARMA 175 

za vano perfino le pratiche religiose, senza che alcuno osasse rim- 
proverarli (1). 

Impensieriti, i governanti cercarono rimedi; ma non vollero 
uscire dalla famiglia degli scolopi. Il Pieri, maestro di retorica, 
suggerì di sostituire al Compstoff nella carica di Accademico il 
P. Giovan Luigi Buongiochi, toscano « della Provincia di To- 
scana, e il miglior pezzo che questa abbia » ; e al Barducci, nel 
rettorato, il P. Everardo Andrich, lettore di filosofia a Firenze ; 
e di adoperare provvisoriamente, come vice rettore, il P. Malvolti, 
reggiano, già noto ai convittori e molto stimato. Egli stesso si 
diceva disposto a sacrificarsi accettando l'ufficio di ministro, se 
fosse stato necessario : della quale dichiarazione gioverà tener 
conto per quel che narreremo fra breve. Il consiglio fu seguito 
e si scrisse per ottenere questi religiosi. Sopra tutto si desiderava 
una persona di merito vero per Accademico, ricordando ognuno 
che « a' tempi de' Gesuiti era sempre un uomo almeno di fama, 
e di non mediocre valore ». Ma dopo molto trattare, salvo il 
Malvolti, nessuno volle addossarsi quel carico: nemmeno il P. Sinxay, 
valente professore di fisica sperimentale, cui si era fatta sperare 
anche una cattedra all'università (2). 

Il Malvolti arrivò a Parma ai 12 agosto 1768 e pochi giorni 
dopo se ne partirono il Barducci e il Compstoif. È fuori di 
dubbio che il mutamento giovò, ristabilendo la calma nel collegio. 
E meglio andarono le cose col principio del nuovo anno scola- 
stico, essendo stati allontanati, intorno alla metà del settembre, 
i preti Pietro Martini e Ludovico Mora, dopo che fu dimostrato 
che erano in segreta corrispondenza coi gesuiti (3). Al ritorno 
del collegio dalla villeggiatura i delegati Bernieri e Manara 
notarono che i convittori erano « quietissimi, perchè corretti, 
sgridati, puniti a tempo », e che il Malvolti dirigeva bene, onde 
conveniva « sostenerlo e animarlo (4) ». E il Du Tillot lo so- 

(1) Collegi diversi, 1770-75, nell'Archivio di Stato di Parma. 

C^) Lettere e minute di lettere diverse dei mesi di luglio ed agosto 1768, 
nelle Carte Du Tillot, mazzo C, nr* 35-37 e nella busta : Collegi di- 
versi, 1770-75, ivi. 

(c5) Collegio Lalatta, nelle Carte Du Tillot^ mazzo C, nj' 26-45, ivi. 

(4) Carte Du Tillot, e specialmente lettere del Bernieri e del Manara, 
"25 ottobre e del Du Tillot, 4 novembre 1768, ivi. 



176 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

steDoe e lo animò. E, tra gli altri provvedimenti presi a tal 
fine, fu quello di ridurre a dieci le recite degli accademici comici 
in collegio, « intermediate » s'intende da altre ricreazioni e dalle 
opere serie, che solevano farsi nelle due ultime settimane del carne- 
vale. Ciò era conforme alla « pratica tenutasi in addietro, in cui 
si regolavano le comiche rappresentazioni a misura della mag- 
giore, minore durata de' Carnevali », e giovava a restringere- 
le spese, che, per queste rappresentazioni, dovevano essere soste- 
nute in parte dalle famiglie (1). 

Visita dell' Arciduca Giuseppe. Nozze di Ferdinando con 
M. Amalia. — Così passarono tranquilli l'inverno e la prima-, 
vera del 1769. 

Nel maggio di quest' anno il collegio ebbe la visita del fu- 
turo imperatore Giuseppe II, che, accompagnato dal duca, entr^ 
anche nella camera d' un convittore, il conte Antonio Re di Reggio, 
molto lodando la magnificenza e la comodità dell' edificio. Id 
memoria della visita il convittore Re fece incidere sull' archi- 
tettura della porta della sua camera una iscrizione latina (2), 

Al torneo, fatto nel giardino pubblico per il solenne iugresso- 
di Maria Amalia d' Austria (24 agosto), sposata a Ferdinando, 
presero parte notevole molti paggi e convittori. Anzi sei di essi, 
i conti Luigi Rocca, Nicolò Politi, Alessandro Moroni, Francesco' 
Chizzola, Ferdinando Riva e Luigi Bondani, vi entrarono in qua- 
lità di Paggi de' Giudici d'Armi. A ciascuno il duca fece regalare 
un esemplare della relazione delle feste, che, per concorde testi- 
monianza dei contemporanei, furono veramente straordinarie. Un 
particolare curioso: la nota degli alunni fu « rubricata y> di sua 
mano dallo stesso Du Tillot (3). 

Nuovi disordini disciplina ri. — Ma già le acque si intor- 
bidavano di nuovo. Anche l' abate Raminzoni, nella direzione 

(i) Lettera del Du Tillot al rettore, J8 novembre 1768, uell' Archivio- 
dei Convitto. 

(2) Sabini, op. cit., p. 203. 

(3) Lettera del Du Tillot al rettore, 27 settembre 1770, nell'Archivio- 
del Convitto. 



DI PARMA 177 

amministrativa, lasciava molto a desiderare. Il Malvotti aveva 
Dotato subito che si « conduceva equivocamente e che aveva bi- 
sogno di una buona saponata ». Pur si era andati avanti alla 
men peggio. Ma nell'estate del 1769 il Du Tillot, senz'altro, 

10 licenziò, sostituendogli tal Artensio Varcari. Il Paciaudi, che 
guardava al collegio sempre con occhio vigile, avvertiva che l'am- 
ministrazione era mal diretta e che una delle cause principali del 
malessere del collegio era appunto il modo di spendere poco 
razionale. « Il Collegio di Parma, scriveva, ha grande riputazione; 
non conviene che perisca colla esclusione de' Gesuiti, e che si 
dica, che essi soli eran abili a mantenerlo. Cinquanta Convittori 
forestieri portano in paese per lo meno 5400 zecchini. I Principi, 
che non avevan Collegi, li hanno recentemente instituiti. Noi lo 
abbiamo, conviene sostenerlo » ; ma deve vivere coi suoi mezzi : 
e ciò si ottiene con una buona amministrazione. In quella occa- 
sione l'uomo egregio presentò un piano di riforma economica, 
scritto tutto di suo pugno, al quale attinse più tardi chi fu in- 
caricato di riformare 1' amministrazione del collegio (1). Anche 
Prospero Manara fece sentire la sua opinione. Anzi per suo sug- 
gerimento si esperimentò l'unione della direzione amministrativa 
con la didattico-disciplinare, ma non se ne ebbe buon frutto (2). 

Intanto ricominciavano le dolenti note anche per la disciplina. 

11 Paciaudi, non si sa per qual ragione, aveva consigliato di 
trasferire il P. Pieri dalla cattedra di retorica, affidata poi al 
P. Braghetti, all' ufficio di ministro, o di vice rettore, al qual 
mutamento, effettuato nell'autunno del 1769, il Pieri, come ci è 
noto, si era mostrato disposto sin dall'estate dell'anno innanzi. 
Ma in questo il Paciaudi non fu bene avvisato. Il Pieri si chiarì 
assolutamente inetto al nuovo ufficio. In breve perde ogni pre- 
stigio e divenne lo zimbello degli alunni. Peggio poi fu quando, 
perdendo addirittura la bussola, volle punire con battiture alcuni 
alunni. Ne nacque uno scandalo, e dovette intervenire il governo. 

(1) Lettera del Du Tillot al rettore, l** settembre 1769 e 23 gennaio 
1770, ivi. — Letter.i del Paciaudi a S. E. (con annessovi il " piano » di 
riforma economica), 19 ottobre 1769, nelle Caì'te Du Tillot, mazzo 5., 
n.i 16-25 del R. Archivio di Stato in Parma. 

(2) Collegi diversi, 1770-75, ivi. 

Arch. Stor. Parm., 2.» Serie, I. 12. 



178 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

Il quale, nonostante le preghiere del Pieri e le minacce degli 
altri religiosi di abbandonare il collegio, destituì il troppo ma- 
nesco ministro, dichiarando che « i nobili Convittori giammai si 
sono frenati col nerbo, destinato ai soli condannati al remo », e 
che quel provvedimento, cioè il licenziamento del Pieri, era « l'u- 
nico mezzo di impedire la spopolazioue del Collegio (1) ». 

Ritornò la calma. Ma non era lontana una piìi grave bur- 
rasca. Il Malvolti, che si era sentito a disagio sin dai primi giorni, 
e che aveva visto malvolentieri 1' allontanamento del Pieri, non 
appena potè farlo onestamente, prese congedo. Chi abbia soste- 
nuto l'ufficio di censore durante l'anno accademico 1770-71 non 
abbiamo potuto sapere. Un diarista afferma che non vi fu rettore 
in quel tempo (2); e ciò, per quanto strano, può anche esser vero, 
se si intende nel senso che 1' ufficio fa disimpegnato temporanea- 
mente, e secondo le occasioni, or da questo or da quel religioso. 
Ma ben più strano è, e si direbbe incredibile se non fosse vero, 
che dopo quest" interregno, si sia nominato rettore proprio quel 
P. Compstoff, che da Accademico aveva fatto così cattiva prova. 
Comunque, il fatto è che nell'autunno del 1771 il collegio aveva 
per rettore il Compstoff. Il quale pertanto non tardava ad infor- 
mare il governo di un « sanguinoso oltraggio » , fattogli da una 
intera camerata di convittori, i quali, non che prestargli obedienza, 
lo avevano schernito e strapazzato. Alcuni anzi avevano dichia- 
rato « di andarsene più tosto via, che sottomettersi alle regole 
e ad un'esatta discreta disciplina ». E il povero rettore, dopo averne 
segregato uno, rinchiudendolo nella sua stanza, « per timore di 
nuovi insulti » non ebbe coraggio di fare altro (3). Caporione 
era un conte Branciforti, spalleggiato da un conte Linati, i quali il 
Compstoff paragonava alle pecore infette, che devono esser allon- 

(1) Lettere diverse del novembre 1769, nell'Archivio del Convitto e nelle 
Carte Du Tillot, citate nella nota precedente. 

ii) Catalogo dei Rettori, etc. cit., p. 4. Mss. n. 56 i della E. Bi- 
blioteca di Parma — Il Sabini, op. cit. (foglio non numerato), registra, tra 
l'8 febbraio 17fì8 e il IO ottobre 1772, i PP. Balducci, Malvolti e Comp- 
stoff, soggiungendo queste parole : « Reggono a vicenda con quest' ordine, 
ma per confusi intervalli ». 

(3) Lettera del Compstoff, 3 marzo 1772, nella busta: Collegi diversi) 
1760-69, nel R. Archivio di Stato in Parma. 



DI PARMA 179 

tanate dall' ovile. Costoro spregiavano la religione, i dorami, i 
«agramenti e ogni sentimento onorevole ed onesto. Del Branci- 
forti, in particolare, scriveva il rettore : « ba letto quanto può leg- 
gersi di tendente al libertinaggio : ora non ba cbe le opere teatrali 
■del Voltaii'e.... uscendo a pranzo spendeva il più bel tempo a 
leggere libri infetti in compagnia d'altri nella camera superiore 
-alla bottega del Libraio Francese » (1). 

In queste geremiadi del Compstoff è evidente la esagerazione, 
generata in parte dallo spavento dei disordini, cbe la sua debo- 
lezza e la sua inettitudine rendevano possibili, e in parte anclie 
^al vedere gli alunni accostarsi e bere avidamente alla fonte 
del movimento riformatore francese. Ma la decadenza del collegio 
era evidente. E proprio in questo tempo il governo era costretto 
a cacciare dall'istituto un P. Clemente Fasce, cbe pare eserci- 
tasse l'ufficio di aiuto all'economo, perchè, appropriatesi alcune 
somme pagate dai marchesi Lomellini e Piana genovesi, non le 
aveva mai restituite (2). Aveva un bel dire il Compstoff cbe da 
per tutto il suo ordine aveva fatto buona prova e godeva il fa- 
vore dei principi, specialmente delle case di Borbone e in parti- 
colare di Carlo III in Spagna. Aveva un bel dichiarare di esser 
pronto a sottomettersi a tutti gli ordini del duca, e a mutar per- 
sone, metodo, etc, protestando contro le false notizie e gli esagerati 
rapporti intorno ad inconvenienti, che accadono in tutte le comu- 
nità (3). Il fatto è che il collegio realmente, e anche per la parte 
economici), andava a rotta di collo. 

Inchiesta del dottor Giuseppe Campari. — Occorrevano 
dunque provvedimenti energici ed immediati. 

Nel giugno del 1772, sotto pretesto di una revisione dei 
conti, il governo affidò al dottor Giuseppe Campari, qual delegato 
amministrativo, l'incarico di far indagini sull'andamento generale 
del collegio. Il Campari rivide i conti dal febbraio 1768 a tutto 
il giugno del '72 e si trovò in mezzo a tanta confusione e a 

(1) Lettera del CorapstoiF, 30 settembre 1772, ivi. 

(2) Minuta di lettera della segreteria di stato al rettore, 22 settembre 
4772, nella busta : Collegi diversi, 1770-75, ivi. 

(3) Lettera del Compstoff, là novembre 1772. ivi. 



180 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

tanto disordine da rimanerne stordito. Gli parve di essere « ud. 
Fisico eletto a curare la malattia d'un Corpo, che abbia perduto- 
l'equilibrio del meccanismo per una sregolata condotta di vita » . 
Pur si accinse alacremente a mettere a nudo le piaghe per potere 
escogitare e suggerire i rimedi. 

Osservò, anzi tutto, che occorreva infervornre i giovani nella 
pietà, in cui gli pareva fossero « intiepiditi e forse mal guidati *, 
e restaurare la disciplina. Solo nelle arti cavalleresche notava 
vero progresso, perchè il temperamento dei giovani trovava favore 
nella indulgenza dei superiori, che permettevano fossero coltivate 
più quelle che non gli studi, « che formano l'uomo morale e 
scientifico ». Come rimediarvi? Sottoporre, diceva, la direzione 
intiera del collegio a una sola persona, autorevole e capace, con 
autorità di eleggersi due coadiutori, uno per la parte discipliuare». 
l'altro per la economica, intieramente dipendenti da lui per la 
nomina, il mantenimento e il licenziamento eventuale. Mettere 
alla esclusiva dipendenza del rettore ogni altro impiegato di qua- 
lunque grado, sempre con diritto al rettore di poterli correggere 
e anche licenziare, se colpevoli di gravi mancanze. 1 maestri di 
grammatica e di retorica abitino fuori di Collegio e vi si rechino 
solo per la scuola. ■«< Dove minor famiglia qualificata: ivi maggior 
quiete ed unione; e maggior facilità a guidarsi la discipliua ». 
Per gli altri insegnamenti, si mandino i convittori all' università 
« come costumavasi in tempo degli Espulsi ». E si rifletta un 
po' se non convenga addirittura trasferire il convitto nel palazzo 
dell'università « e per maggior comodo, e per maggior decoro,- 
e per maggior emulazione o. Sia l'Accademico uno dei maestri, 
p. es., quello di retorica, purché non sia un impiegato a parte.. 
E, poiché l'avere in collegio un confessore ha cagionato e cagiona 
inconvenienti, si affidi l'ufficio della confessione ad altri, p. es., 
ai signori delle missioni, che dirigono la chiesa degli espulsi 
gesuiti. 

Per la parte economica, faceva notare che, non solo alla 
decaduta disciplina era da imputarsi la deficienza annuale, ma 
anche alle troppe spese per l'esuberante e superfluo numero degli 
impiegati, superiore anche a quello che avevano i gesuiti, i quali,, 
nonostante la sobria e parca amministrazione, pure negli ultimi 



DI PARMA 181 

anni dovettero ricorrere ai debiti. E il fjampari riconosceva (e 
qui giova ricordare il « piano » del Paciandi) nel buon ordina- 
mento della parte economica la salute del collegio, ma a patto 
che vi fosse ristabilita la disciplina. Sinora tutte le provvidenze 
del duca erano riuscite infruttuose. « L'educazione dei Convittori 
è minata, la buona fede de' suoi Parenti tradita; la critica uni- 
versale contro il Collegio sottrae ingratamente la dovuta gloria 
al 11. Sovrano, che con tanto dispendio del R. Suo Erario for- 
nisce inutilmente tutti i mezzi necessari, per ottenere un più 
fortunato intento. La causa originale di questo massimo incon- 
veniente procede dai Religiosi destinati alla direzione della di- 
sciplina ». Si riformi qui, e se ne gioverà anche la disciplina. 
Dove sono molte persone addette a diversi uffici deve esservi 
un' « armonia causata da un principio d' Istituto che fra sé li 
-obblighi » . Questo era nei gesuiti, non è nei religiosi ad essi 
sostituiti, e non vi potrà essere anche se mutassero le persone, 
perchè « hanno questi altri Collegj suoi proprj. I migliori sog- 
getti li tengono in essi collocati perchè si tratta del loro inte- 
resse ». Adunque anzitutto si riducano i dirigenti da nove, quanti 
sono adesso, a tre: un rettore capace e due coadiutori. Meglio 
ancora se si lasciasse al rettore piena balìa di scelta dei due 
subalterni. A-U'uffìcio degli altri supplisca, in parte, l'università 
« come fu praticato sempre ne' tempi del maggior fioiimento 
del Collegio », in parte, l'opera di persone residenti in città, alle 
-quali non occorre dare alloggio nel convitto. 

In conclusione: manca la buona economia, perchè diminui- 
scono gli alunni; questi diminuiscono, perchè manca la buona 
educazione. È necessario quindi « pensare simultanea mente tanto 
all'Economia quanto alla direzione della educazione, perchè l'una 
coU'altra giovar si debbono, come giovansi lo spirito col corpo ». 
Né questo è diffìcile a farsi. Abbiamo un priucipe disposto a 
qualunque sacrifizio per rimettere l'istituto nelle « Regole, che 
un tempo gli diedero tanto lustro e per cui molti Regni del- 
l'Europa anno contato e tutt'ora contano personaggi luminosi, 
che sono stati coltivati in questo R. Convitto ne" primi anni 
della loro educazione » (1). 

(l) Relazione, in minuta, nell'Archivio del Convittn. 



182 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

Evidentemente il Carapari aveva messo il dito sulla piaga 
e aveva capito che in collegio la parte tecnica e l'amministrativa 
SODO troppo strettamente legate insieme e non si possono sepa- 
rare senza danno. Quindi la necessità di un' unica direzione. 

Vedremo come furono accolte le sue proposte. 

Trattative per sostituire agli scolopi altre persone. — 
Che fosse necessario mutar rotta non era oramai chi non vedesse. 
Ma la difficoltà era di trovare persone idonee e sicure. Si erano- 
avute notizie molto favorevoli di un abate, di nome Paolo Giro- 
lamo Franzoni, di famiglia nobile genovese del portico vecchio^ 
uomo sulla cinquantina, libero di impegni, esemplare, ricco, amante 
degli studi e delle belle lettere, molto stimato in patria e fuori 
per le sue buone qualità, e specialmente a Milano, dove aveva 
dimorato a lungo. Questo ecclesiastico parve adatto a « rimet- 
tere nell'antico suo lustro il collegio, ed ingerire sodj principj di 
Religione, e di pietà nella Nobile Gioventìi ivi collocata in edu- 
cazione, con profitto anche di molti suoi Fatriotti che vi concor- 
revano ». Fu dunque scritto al marchese Ranieri Grimaldi di 
Genova perchè, con destrezza e sopra tutto segretamente, sentisse 
se il Franzoni sarebbe stato disposto ad assumere la direzione 
disciplinare del Collegio, con facoltà di scegliersi due collabora- 
tori in tutto a lui sottoposti. Non volendo o non potendo accet- 
tare in modo definitivo, sarebbe bastato che esercitasse l'ufficio 
temporaneamente, finche non fosse ristabilito l'ordine. Intanto, 
nell'attesa della risposta del Fran/oui, si chiedevano informazioni 
anche intorno a certo abate Lomelliui (1). 

Il Franzoni, prima di risolversi, volle informazioni pre- 
cise degli ordinamenti del collegio; e, avutele, notò subito che^ 
secondo lui, la rilasciatezza era da imputarsi, oltre che allo svago- 
e al lusso determinato dalla qualità dell'abito, all' uso di conce- 
dere ai convittori l'accesso alla Corte, di che si gonfiavano e- 
insuperbivano, e alla riunione dei paggi coi convittori. •« Si tenga 
il Collegio sull'antico piede di chi vuol allevati i proprj figliuoli 
nobilmente sì, ma secondo il generale avviso dello Spirito Santo: 

(1) MÌQute 'i lettere della Segreteria di Stato, 4, 11 e 29 agosto 1772^ 
nella busta: Collegi diversi, 1770-75, nel K. Arch. di Stato in Parma. 



DI PARMA 183 

Fiìii Ubi sunt? eriuìi iìlos, et curva ilìos a pueritia eorum 
{EccJ. 7, 25). Per gli altri poi si formi (lontano però dal Col- 
legio) un'Accademia, dalla quale abbiano libero accesso alla Corte, 
etc, ed ecco in tal modo tutti i Giovani secondo le varie idee 
dei loro Genitori, e le proprie disposizioni attirati da tutte le 
parti a godere della beneficenza e protezione del Sovrano; e ces- 
sato un miscuglio di Accademia e Collegio che vien a non essere 
ne Tuno ne l'altro; e che non pare riuscibile senza aspettarsi 
gravi disordini, come l'esperienza in appresso dimostrerà ». E 
concludeva col dire: si unisca la paggeria all'accademia, ma la 
si tenga separata dal collegio. 

A dire il vero questi consigli non rivelano nell'abate così 
famoso ne mente larga, ne conoscenza piena della natura del 
collegio, che egli abbassava al livello di un qualunque seminario, 
pensionato. Ma il governo ducale, che sperava di uscir dal- 
l'impiccio coll'aiuto del Franzoni, si accinse a confutarne le 
obiezioni, osservando che l'accesso alla Corte era consentito solo 
due volte l'anno; e che esso, come i permessi di recarsi e rimanere 
a lungo in famiglia, poteva generare inconvenienti, è vero, ma 
sempre di natura tale da potersi rimuovere, con provvedimenti 
opportuni, 0, come oggi usa dire, stringendo i freni. Che nessuna 
influenza poteva avere l'abito, il quale era sì nobile, ma serio, 
come rilevavasi dalle istruzioni stampate. Che infine i paggi, 
avevano dimora a parte, segregati in modo da non vedersi neanche 
coi convittori, senza dire che essi erano di questi assai più do- 
cili e quieti e nessun disordine avevano mai promosso: prova 
certa questa della loro separazione dai convittori, i quali appunto 
erano dissipati per essere stati « cotanto blanditi dai presentanei 
Religiosi 7>. D'altra parte i paggi, mantenuti a spese del sovrano, 
avevano doppia dipendenza: dal collegio, per l'educazione: dalla 
Corte, pel servizio che dovevano prestarvi, ma che prestavano 
di rado, nei giorni di « gran treno ». Ed erano la maggior parte 
sudditi, mentre lo stesso non poteva dirsi dei convittori. A ogni 
modo sarebbe stato facile mandarli in un altro refettorio, e as- 
segnare loro un luogo separato in chiesa e in iscuola, per togliere 
anche l'apparenza di promiscuità (1). 

(1) Lettera 22 settembre 1772, nel R. Ardi, di Stato in Parma. 



184 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

Sostituzione dei preti secolari agli scolopi. — Col Fran- 
zoni non fu possibile intendersi, E pare che nuove pratiche non 
sieno state avviate con altri religiosi fuori di Parma, neanche 
con quell'abate Lomellini, che abbiamo di sopra menzionato. Ma 
la persona adatta si trovò non lontana, anzi tanto vicina che fa 
meraviglia come non vi avessero pensato prima. Era un prete 
sessantenne, don Giovanni Montriiccoli già da alcuni anni rettore 
del neoistituito collegio Lalatta. A lui dunque si affidò l'ufficio 
di rettore. La direzione della disciplina fu data a don Sante 
Carvi, ministro nello stesso Collegio Lalatta, lasciando tempora- 
neamente la parte amministrativa al dr. Giuseppe Gampari. Nello 
stesso tempo furono nominati l'abate Pacchioni, che da dicias- 
sette anni insegnava a Keggio Emilia (1), maestro di retorica, 
e l'abate Grazioli maestro di umanità e grammatica superiore. 
Fu stabilito poi che, oltre ai due condelegati, Bernieri e Manara, 
sopraintendesse al governo del collegio lo stesso ministro del- 
l'interno. E infine che, « giusta l'antico uso del Collegio », i 
convittori tornassero alle scuole di filosofia dell'università. I 
parenti degli alunni furono avvertiti che, avendo parecchi « gra- 
vissimi disordini » imposto la risoluzione « indarno procrasti- 
nata » di congedare i PP. delle scuole pie, i quali non potevano 
più « virilmente » operare, forse perchè « soggetti smembrati » 
dalla forza dell'istituto, non autorizzato a tener casi regolare 
negli stati parmensi, il collegio verrebbe affidato a sacerdoti se- 
colari. Molti dei suggerimenti del Campar! erano stati adunque 
accolti e messi in pratica dai governanti. Ma in quale sfacelo 
fosse caduto il collegio si rileva dal fatto che alla minuta della 
lettera ai parenti degli alunni sono uniti gli indirizzi di sole 
ventidue famiglie. È quindi ragionevole il supporre che il numero 
dei convittori raggiungesse, a dir molto, la trentina. 

Dopo questi preparativi ebbe luogo il nuovo mutamento. Alle 
ore 4,30 pomeridiane del 22 novembre 1772, i condelegati Ber- 
nieri e Manara si recarono al collegio, e, licenziati gli scolopi, 
che furono provvisoriamente alloggiati nel convento di S. Giovanni 

(1) Notizie biografiche degli Scrittori Estensi, V. 8. 



DI PARMA 185 

Battista, diedero ai nuovi direttori il possesso deirufficio e li 
presentarono ai convittori e ai paggi (1). 

Del piccolo colpo di stato i convittori mostrarono « gradi- 
mento » e « rassegnazione » : di che il duca fu lieto. Ma a chi ha 
■esperienza di convitti uon parrà strano che, anche dopo la partenza 
degli scolopi e sotto il governo d'un uomo capace ed esperto 
■come il Montruccoli, la disciplina nel collegio ancora lasciasse 
a desiderare. Sull'entrare del marzo 1773 il governo ducale pre- 
gava il Grimaldi di Genova di indurre il Marchese Carrega a 
ritirare i due figliuoli che aveva in collegio. Veramente questi 
giovani erano stati allontanati da due altri collegi e non si vede 
bene per quali ragioni fossero stati ammessi in quello di Parma. 
Inoltre, negli ultimi tempi del governo degli scolopi si era già 
tentato di farli ritirare, ma poi, dovendo a-vvenire il mutamento 
4i direzione, si era soprasseduto, sperando in un miglioramento 
che Don venne. Ciò dimostra che il male era molto radicato e 
che non jJotevasi togliere in breve tempo. E proprio in quei 
giorni un ministro ducale, visitando il collegio d'improvviso, ebbe 
a scandalizzarsi del contegno dei convittori a tavola : contegno, 
che egli nou si peritò di qualificare per indecente (2). 

Non era ancora trascorso un anno del nuovo regime e già 
il numero degli alunni era tanto diminuito che il rettore propo- 
neva di ridurre a tre le camerate (3). 



(i) Minute di lettere dei miaistri ducali, 6, IO, 15 e 21 novembre 1772, 
nella busta: Collegi diversi 1770-75, del R. Archivio di Stato in Parma. 

(2) Minute di lettere dei ministri ducali, 13 ottobre, 10 novembre 1772, 
e 2 febbraio 1773, ivi. 

l3) Lettera del Montruccoli, 14 ottobre 1773, ivi. 



186 IL COLLEGIO DEI NOBILI 



Capitolo Undecimo 



Il Collegio diretto nuovamente dai preti secolari. 

Lento, graduale miglioramento. — Il teatro nuovamente in fiore. 
— Saggi accademici. — L' Accademia degli Scelti, — La 
grande riforma del 1779. — Nuovi programmi didattici. 

Lento graduale miglioramento. — L'autore delle ardite 
riforme, che avevano richiamato gli occhi dell'Europa sul minu- 
scolo stato parmense e al nome di lui dato fama imperitura, 
Guglielmo Du Tillot, non assistè alla cacciata degli scolopi dal 
Collegio dei Nobili. Proprio un anno prima egli, privato degli 
onori, in odio alla Corte, spoglio d'ogni potere, aveva dovuto 
allontanarsi da Parma, lasciando la direzione del governo in mano 
de' suoi avversari, nemici non solo di lui e del principio da lui 
rappresentato, e della influenza francese, ma anche delle riforme 
da lui volute e con costante risolutezza attuate. L'amministra- 
zione del Du Tillot segna un periodo di progresso e di prospe- 
rità singolari e il suo nome è per sempre legato alla storia del 
ducato borbonico. Come mano mano l'opera sua venisse in mas- 
sima pai-te distrutta, è noto; né sarebbe ufficio nostro raccon- 
tarlo. Questo però è da notarsi che per il Collegio dei Nobili il 
duca Ferdinando ebbe sempre predilezione speciale e non rifuggi 
mai da spese e incomodi per mantenerlo in onore. Anzi con 
l'andare degli anni aumentò, non diminuì la benevolenza. In lui 
il collegio trovò un altro Ranuccio II pei favori, un altro Antonio 
per l'affetto. Anch'egli si compiaceva di vivere in mezzo ai col- 
legiali, sì che fece della badia di Pontevivo quel che Antonio 



DI PARMA 187 

aveva fatto della rocca di Sala. A Fontevivo aazi morì, mentre 
cercava svago in mezzo a quei giovani cavalieri. 

Il collegio fu diretto dai preti secolari per lo spazio di 
venti anni, durante i quali, salvo il periodo di tempo dal 29 
maggio 1789 al 10 ottobre 1791 (1), rimase rettore il Montruccoli, 
nonostante il desiderio, da lui più volte manifestato, d'essere 
restituito alla quiete della vita domestica. Egli era vecchio, ma 
energico ed esperto; perciò il governo non volle privarsi dell'o- 
pera sua. 

Lentamente, ma sicuramente, il collegio si andava rimet- 
tendo in forze. Nel 1773 il Carvi e il Grazioli si scambia- 
rono r ufficio, non sentendosi il primo di essi adatto al 
posto di moderatore della disciplina (2). L'ufficio di Accademica 
fu affidato al Pacchioni, ritenuto capace di « creare » il buon 
gusto letterario nelle tenere menti degli allievi. Ma, dopo alcuni 
anni, chiese costui ed ottenne di congedarsi (1779), per malattia, 
dicono (3), ma in realtà perchè, essendo il solo ammogliato nel 
collegio, non era ben visto dal rettore (4). Allora, su proposta 
dei Bernieri e del Manara, fu nominato ministro l'ab. Gualazzi, già 
rettore del collegio Lalatta, e al Grazioli, oltre la cattedra di 
retorica, « fu addossato » provvisoriamente anche l'ufficio di 
Accademico (5). Ma la perdita del Pacchioni fu compensata am- 
piamente con Tacquisto del bussetauo P, Francesco Delfo Ghi- 
rardelli, maestro di retorica all' università. « La sua prestanza 
nell'Oratoria e nella Poesia determinarono il Keguante a nomi- 
narlo Accademico ». Era il Ghirardelli lento, non pigro come si 
diceva; e basterebbero a dimostrarlo « gli eloquenti discorsi e le 
poesie di che si componevano i trattenimenti e gli sperimenti 
accademici del collegio e le tragedie che vi si recitavano ». da 
lui composte. Ben avrebbe egli voluto liberarsi di quell'ufficio,, 
disgustato dalle contrarietà, che gli cagionavano gli emuli ed 

(1) Fu rettore durnnte quel tempo il cau. don Pietro Toracchi, fio- 
rentlDo. 

(2) Collegi diversi 1770-75, nel R, Archivio di Stato in Parma. 

(3) Notizie biografiche degli ScHttori Estensi, V. 7-10. 

(4) Collegi diversi 1770-75, nel R. Archivio di Stato in Parma. 

(ò) Lettera del ministro Giosetfo Sacco ai Deputati, 9 novembre 1779, ivi. 



188 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

invidiosi; ma il duca noi permise, e « ne andarono lieti gli im- 
parziali, scornati i contrarii, deluso egli stesso che voleva torsi, 
diceva, da quel caos ». Gli furono anzi conferiti altri uffici, come 
quello di professore di poetica all'università nel 1783, dove, 
quattr'anni dopo, ebbe a scolaro il Pezzana (1). 

Sventuratamente, al collegio non riesciva fermarsi in un 
ordinamento didattico definitivo. Nel 1779 si era ancora alla 
ricerca d'un « piano di studi » migliore. Il Rezzoniro proponeva 
che il Paguini insegnasse, la mattina, l'eloquenza e la poesia 
latina e che, nel' pomeriggio, un altro, l'abate Or. B. Tani, 
professore di lingua toscana all' università, esercitasse prima i 
giovani nella traduzione di qualche poeta latino già scelto 
dal Pagniui e dato da studiare ai giovani, e^ facesse poi la 
sua lezione di lingua toscana. Questa divisione della retorica 
«ravi prima e così si faceva anche altrove; onde il Rezzonico 
osservava che, accettando la sua proposta, oltre a sollevare il 
Pagnini d'un peso alquanto grave, si poteva trar frutto più ab- 
bondante dalla cattedra di lingua toscana occupata dall'abate 
Tani, perchè questi, invece di pochi scolari, che aveva ordina- 
riamente, avrebbe avuti tutti quelli della classe di retorica. Il 
progetto del Rezzonico piacque ai riformatori (2); ma non in- 
contrò il favore del Manara, al quale parve che due anni non 
potessero bastare per lezioni ed esercituzioui di eloquenza e di 
poesia latina. « Non pur nella lingua — osservò — ma nella 
Toscana eloquenza e poesia al mio tempo istruivansi i Rettorici 
convittori di questo R. Collegio; assegnando il Maestro la mat- 
tina de' Giovedì una parte della scuola ordinaria alla prosa To- 
scana e una parte della scuola pomeridiana alla Toscana poesia 
ne' giorni più lunghi. Chi sa, che il metodo prodotto in esempio 
•di Torino e d'altre Università non sia forse simile a quello » (3). 

Se la piccola riforma sia stata fatta e come, non risulta 
dagli atti, ne importa saperlo. Importa invece notare che dopo 
tanti anni non ancora la vita didattica del collegio avesse tro- 

(1) Pezzana, Scrittori, etc, VII, 519-20. 

(2) Lettera del Rezzonico al ministro, 20 novembre 1779, in Collegi 
diversi, 1770-75, nel R. Archivio di Stato in Parma. 

(3) Lettera del Manara al ministro, 22 novembre 1779, ivi. 



1)1 l'AU.MA 189- 

vato jiosa, e come, d'altra parte, i migliori iogegni dello stato 
si affaticassero a dargli un aspetto vantaggioso e durevole. Del 
resto l'opera del Manara fu ben presto tolta al collegio, perchè 
alla fine del 177U, nominato aio del principe Ludovico, fu sosti- 
tuito, nell'ufficio di Condeputato al collegio col Bernieri, dal 
marchese P. Luigi Dalla Rosa (1). 

Il teatro nuovamente in fiore. — L'opera del P. Ghirar- 
delli fu molto proficua. Ma conviene avvertire che nel 1778, dopo 
quattro anni d'esilio, era ritornato in Parma e faceva di nuovo 
sentire la sua benefica influenza nella vita intellettuale il P.. 
Paciaudi. A ogni modo si poteva dire che ogni anno segnasse 
pel collegio un nuovo passo avanti. Si ripresero pertanto con 
nuova lena le rappi-eseutazioni sceniche e furono rimessi in onore- 
i saggi accademici. 

Sarebbe fuor di luogo fermarci a lungo su questo argo- 
mento. Ma non possiamo esimerci dal farne breve ricordo. 

Negli ultimi due anni del governo dei somaschi erano stati 
recitati dai convittori il Mitridate di Racine, tradotto da G. lì. 
Richeri, patrizio genovese (2), e V Orosmane, tradotto anch'esso 
dal francese (3). Nel 1775 fu recitato Ugolino conte della Ghe- 
rardesca, tragedia inedita d' un gesuita. L'anno dopo, il Mele- 
sindo del Padre Clemente Bondi (noto autore della « Giornata 
villereccia », descrizione degli spassi e divertimenti dei convittori 
del collegio di Bologna durante le vacanze passate in villa), « i 
due ultimi atti della quale, dice lo Sgavetti, non essendo stati 
dall'autore limati bene non erano leggiadri come i tre primi, anzi 
eranvi delle scene nemmen probabili ». In compenso « il ballo 
dopo l'atto quinto fu villereccio intrecciatovi gran parte delle 
follie di do: Chisciotte » (4). 

d) Minuta di lettera, 24 decenibre 1779, nel R. Archivio di Stato in 
Parma. — Il Manara fu poi nominato (12 agosto 1781) ministro di Stato, 
gaerra^ grazia, giustizia ed azienda. Cfr. la lettera sua al Dalla Rosa e al 
Bernieri, 17 agosto 1781, nell'Archivio del Convitto. 

(2) Parma, Carmignani, 1771, 

(3) Parma, Carmigiiaui, 1772. 

(4) Giornale di Parma del 1775, cronaca mss., nel R. Archivio di. 
Stato di Parma. — Ufr. Pezzan», op. ctt., VII, 493 4. 



190 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

Il 1780 segna una novità degna di nota, che, oltre ai Tre 
Oboli, rappresentati nell'onomastico della principessa Amalia, 
presenti, come ad altri spettacoli, il duca e la duchessa (1), e al 
Sedecia del P, Granelli (2), fu recitato in latino, sull'esempio 
del collegio Salviati di Roma e per suggerimento del Paciaudi, il 
Trinummus, introducendovi anche gli esercizi cavallereschi (3). 
L'anno dopo, oltre alla Morte di Nice, dramma pastorale di 
Panemo Cisseo, pastor arcade e accademico Inimohile, recitato 
dai « Piccioli Cavalieri » (4), fu dato il Socrate (di nuovo nel 
giorno onomastico della duchessa), parafrasi italiana delle Nubi 
di Aristofane. Dopo il felice esito del Trinummus^ gli « Acca- 
demici » del collegio si erano rivolti al Paciaudi, perchè sugge- 
risse loro un altro lavoro latino. E il dotto uomo, ritenendo 
Terenzio non adatto, e di diffìcile esecuzione i Captivi di Plauto, 
aveva consigliato di ricorrere alle Nubi di Aristofane, prendendo 
e depurando la traduzione del Martirano. Il consiglio fu seguito. 
La rappresentazione riesci splendida. Prestarono l'opera loro al 
direttore dello spettacolo, Mr. PeneuUe, architetto e capitano in- 
gegnere di S. A, R., il dott. Melegari, ripetitore di filosofia e 
accurato operatore di fisici strumenti, e Nicolò Jobbi, direttore 
delle macchine teatrali del collegio. E vi furono balli e pantomime, 
dimostranti la tendenza a imitare i « due celebri ristoratori del- 
l'Arte Pantomimica in Francia, Quinault et la Mothe ». Alla sua 
volta il Rezzonico « favorì » un erudito discorso sulle macchine 
astronomiche antiche, avendo i convittori desiderato che egli 
dirigesse « la mano degli Artefici nell'adornare il ginnasio di 
Socrate coll'antica suppellettile delle macchine astronomiche a' 
suoi dì conosciute » . Questa festa diede occasione a celebrare 
anche la munificenza del duca Perdinando, che, per facilitare gli 
studi scientifici e di perfezionamento aveva largamente dotato (si 
potrebbe anzi dire: fondato) i gabinetti di fisica e di storia natu- 
rale del collegio, sulla porta del primo dei quali era stata posta 



(1) Sabini, op. cit., 200. 

(2) Giornale di Parma, cit. 

(3) Collegi diversi, 1779-85, nel R. Archivio di Stato di Parma. 

(4) Parma, Stamperia Reale, 1781. 



DI PARMA 191 

l'anno innanzi un'iscrizione del Paciaudi (1), e regalato, tra altro, 
l'ingegnoso lavoro in rilievo di M. Parcher d'Aubancour, a lui 
donato dal re di Francia nel 1766. Erano « vari pezzi d'un 
corpo di fortificazione esprimente l'assedio e la difesa d'una piazza 
di guerra, ed occupava un spazio di oltre 50 piedi parigini » (2). 

Nel Cìorloaldo, tragedia recitata l'anno 1783, prese parte 
un Bernardino Mandelli, che molti anni più tardi (3) legò al 
collegio una rendita annua di lire duecento. 

Il Forniione (4), tradotto in italiano dal P. Pagnini, che 
vi premise anche un nuovo prologo, fu recitato nel 1784 dai 
convittori universitari ; i quali poi nella Pasqua di due anni dopo 
recitarono la tragedia Cristo di Cornelio Martirano, vescovo di 
Cosenza, trasportata in versi toscani, non sappiamo da chi, ma 
forse dal Tani, o dallo stesso P. Pagnini, Questa tragedia doveva 
essere recitata l'anno prima, accompagnata da un discorso del 
Paciaudi, che, come sempre, era stato ispiratore della scelta. Ma 
la morte di tanto uomo, avvenuta ai due marzo, mandò a monte 
tutto. Ricorderemo, per rapporto a questa rappresentazione, che, 
essendovi nella tragedia il coro, si credette necessario di « usar 
eziandio la condecorazione dell'antico scenario, qual fu in uso tra 
i Greci e i Romani, e qual rinovollo il Palladio nel celebre Teatro 
Olimpico di Vicenza ». In fondo si trattava di un incompleto 
tentativo di rinnovazione parziale del teatro antico, che, comin- 
ciato con i Tre Oboli, il Socrate e il Formione e bene accolto 
dagli intelligenti, avrebbe dovuto ora essere continuato e perfe- 
zionato. Gli attori precisarono il loro concetto con queste parole: 
Basta « che nel rappresentare soggetto cotanto serio nulla in 

(ì) Socrates, fabula ex Aristophanis nubihus, etc. (con la parafrasi 
italiana, la iscrizione del Paciaudi, il discorso del Rezzonico, etc). — Parma, 
Stamperia ducale, 1781. — La iscrizione del Paciaudi si legge anche nel 
Sabini, op. cit., p. 204. 

(2) Donati, op. cit., p. 98. — Cfr. Scarabblli-Zunti, op. cit., n." del 
18 febbraio 1872. 

(3) Disposizioni testamentarie, 24 maggio e 10 ottobre 1825 e 20 
marzo 1827. 

(4) Phormio, fabtila (con la traduzione italiana). Parma, Stamperia 
Reale, 1784. 



192 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

noi di comune si vegga co' moderni istrioni » (1). Ma con In 
scomparsa del Paciaudi, ideatore e consigliere della cosa, quel 
tentativo venne meno. 

Anche del Ghirardelli furono recitate nel collegio, in questo 
torno di tempo, alcune tragedie, di una delle quali così egli scriveva 
a un suo amico : « Il mio Carone ha fatto fanatismo. Ho avuto 
il piacere di veder per due volte gli spettatori sensibilmente 
commossi. Arese (un convittore) ha intenerita l'udienza, ed il 
giovinetto Cappi (un altro convittore) l'ha fatta piangere » (2). 

Saggi accademici. L'Accademia degli Scelti. — Fra i saggi 
di studio fu notevole la disputa di filosofia morale, sostenuta 
pubblicamente nel collegio dal marchese F. M. Barzi (3), prin- 
cipe emerito degli Scelti, nel 1775. Vi intervennero tutti i pro- 
fessori dell'università, e il Pagnini, « mentre argomentava col 
disputante, recitò moltissimi versi italiani all'improvviso e di 
sommo pregio : cosa che fu da tutti ammirata » (4). 

Fu ridato lustro, per opera dei deputati, al Teatro d'Onore, 
andato quasi in disuso negli ultimi anni (5). E conseguentemente 
fu ripristinata nel collegio la scuderia pel maneggio, che nel- 
l'aprile del 1779 era stata unita provvisoriamente a quella della 
Regalata. 11 duca nominò anzi un cavallerizzo addetto esclusiva- 
mente al collegio, certo Domenico Andrighetti, cui diede anche un 
« Aiutante in sella » nel figliuolo Giuseppe,, perchè potesse e 
dovesse « compiere a tutte le parti delle precise sue obbliga- 
zioni » (6). 

Anche V Accademia degli Scelti diede nuovamente segno di 
vita in questo tempo. Fra il 1782 e il 1784 si cercò di rialzarne 
le sorti, deliberando di « ristabilire a poco a poco il vigore delle 

(1) CoRioLANi Maktirani Consentjni Episcopi, Ghristus, Tragoedia (con 
la versione italiana). Parma, Stamperia Reale, 1786. 

(2) Pezzana, op. cit, VII, 520. 

(3) Parma, Tipografia Reale, 1775. 

(4) Giornale di Parma, cit. 

(5) Collegi diversi, 1779-85, nel R. Archivio di Stato di Parma. 
{&) Lettera di Girolamo Obacli ai deputati, 11 marzo 1880, nell'Archivio 

del Convitto. 



DI PAKMA 193 

leggi, ed accostarsi a passo a passo alla prima istituzione, da cui 
per tante vicende si era deviato con grave scapito delle scienze 
e dell'arti ». Furono quindi richiamate in vigore le antiche norme 
rigorose circa l'àramissione, la elezione agli uffici e gli obblighi del- 
l'Accademia, con qualche riguardo ai tempi. Le accademie private, 
p. es., che erano ebdomadarie, « quando correvano tempi più 
felici » , e poi erano state abbandonate, furono ristabilito, ma 
quindicinali. « Quattro erano una volta le prove, clie si davano 
dai Concorrenti. Si contenta oggi di una sola dovendosi noi ot- 
temperare in qualche maniera alle circostanze de' tempi.... Spera 
l'Accademia di veder rifiorire le scienze, e tornare i tempi felici 
che resero sì celebre questo Convitto a tutta l' Italia. Secondino 
i desiderj nostri, e i nostri voti quei giovani alunni, che vanno 
crescendo nelle scienze, e nelle arti per abilitarsi ai gradi e agli 
onori di questa nostra Accademia ». 

Il Collegio dei Nobili aveva diritto all'ammissione di due 
suoi convittori all'Arcadia di Roma, e questi erano aggregati 
all'Arcadia Parmense. Or nel 1782 l'Accademia degli Scelti 
emanò il seguente decreto : 

« Hanno li Signori Accademici voluto... eccettuare da ogni 
prova coloro, che saranno insigniti del titolo onorevole di Arcade, 
come che la nostra Accademia si riconosca dipendente dall'Arcadia 
di Roma, crede di dovere in questa sol parte derogare alle sue 
costituzioni, e dimostrare quanto ella abbia in venerazione il 
Giudizio, che forma degli Uomini quella Primaria Poetica adu- 
nanza di tutta r Italia » . 

Un ripicco e dei pettegolezzi per essere stato nominato prin- 
cipe, nel 1785, Camillo Serina, laddove a molti sembrava ne 
fosse più meritevole Manfredo Dalla Rosa, portò al ripristina- 
mento dell'uso antico di nominare, non uno, ma due principi, di 
sei in sei mesi. Questo provvedimento, poco importante in sé, 
merita menzione, perchè il governo lo giustificò dichiarando che 
conveniva farlo ora « che il numero dei Convittori era molta 
aumentato » (1). 

(I) Collegi diversi, 1779-85, nell'Archivio di Stato in Parma 
Arch. Stoe. Paem., 2 fi Serie, I. 13. 



194 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

La grande riforma del 1779. — Il fatto più importante 
del rettorato del Montruccoli è il nuovo ordinamento economico, 
che, per l'ampiezza sua, determinò mutamenti notevoli anche in 
materia disciplinare. 

Licenziati gli scolopi e affidato il collegio ai preti secolari, 
era rimasto provvisoriamente a dirigere la parte economica il 
Campari; il quale, quando ebbe poste le cose in ordine, prima 
di ritirarsi presentò proposte concrete di ampie riforme. Ma queste, 
dovendo essere esaminate con agio, non potevano adottarsi subito: 
e però il Campari propose che intanto si nominasse un economo 
stabile, il quale abitasse in convitto per poter sorvegliare da 
vicino e di continuo, e dipendesse dal rettore ; ma fosse tale che 
anche a lui si potesse adattare la « superiorità ai Convittori, 
e Paggi, con cui sostenere li regolamenti economici ». E sugge- 
riva di nominare, come idoneo a tal ufficio, don Gio. Serafino 
Bassetti, consorziale della cattedrale. 

Il Manara, letto il rapporto, ne fu tanto sodisfatto che di 
sua mano, con quella scrittura, che fece dire al Bramieri « che 
i suoi caratteri ben dissegnati, armonizzati, da giusto spazio divisi 
(cosa in uomo letterato singolarissima) bastavano soli ad invogliare 
della lettura » (1), vi scrisse subito sotto la seguente annotazione: 

« L'inserire nella direzione della disciplina del R. D. Col- 
legio la direzione dell'Economia, come in questa Memoria si 
propone, l'ho io sempre creduto principio di buon regolamento, 
alla stessa Economia vantaggioso, al buon ordine, e alla disci- 
plina. All'Economia per la maggiore opportunità di osservare, e 
di togliere gli abusi, e i disordini. Al buon ordine per la maggior 
subordinazione de' serventi, e de' subalterni, non più divisi fra 
due Padroni, e naturalmente rispettosi sempre e ubbidienti a chi 
li paga: e per quella responsabilità del buono, o tristo tratta- 
mento, non più riferibile a cagione estranea, la quale cadrà su i 
direttori della disciplina. Alla disciplina pel freno che verrà posto 
alle doglianze indebite de' convittori, le quali non forniranno ai 
pretesi Malcontenti gli usati pretesti di mormorare del Collegio, 



(1) Bramieri L., Memorie per servire alla Storia leti, e civ. etc, 
Venezia, iSOO. 



DI PARMA 195 

•e di sprezzare l'osservanza, quando non possano più essere ascoltate 
con indifferenza, o con indulgenza sofferte, e compatite. 

« Inerendo a questi principj io stesso al tempo del Rettorato 
•del P. Malvolti progettai l'unionfì che qui si propone. Le stesse 
ragioni meritarono allora la suprema approvazione. 11 fatto non 
•corrispose. Non per questo ho mutato sentimento: persuasissimo, 
che il cattivo riuscimento debba imputarsi a vizio dell'esecuzione, 
non della Massima ; e però non posso non approvare il nuovo 
Progetto; supponendo, che il Sacerdote, D. Gio. Bassetti, sia 
conosciuto per abile all'esecuzione da Chi lo propone » (1). 

Accettata la proposta, fu nominato il Bassetti. 

Ma la grande riforma fu compiuta soltanto nel 1779 come 
si raccoglie da un « Piano economico provvisionale », decretato 
con rescritto sovrano del 12 settembre di quell'anno. Il criterio 
informatore fu questo : Liberare l'amministrazione da ogni aggravio 
-e specialmente dai debiti, e darle una forma nuova e tale che essa 
« tutta in se stessa concentrata », assicurasse « con regolato si- 
:stema economico il conveniente trattamento ai Convittori, la sus- 
sistenza, lo splendore, ed il decoro del Collegio ». 

Lo « sconcerto » economico risaliva al 1768 e si riassumeva 
in « un non indifferente ammasso di Debiti », che avevano reso 
impossibile alle successive amministrazioni di mantenersi in equi- 
librio. Occorreva dunque anzi tutto estinguere i debiti. Fu stabilito 
che si vendessero le quattro case di proprietà del collegio, dalle 
quali si aveva un reddito di L. 2240, di gran lunga inferiore a 
quello corrispondente al valore intrinseco di esse, si pagassero i 
debiti e si investisse il di più in rendita. 

Per ragioni di equità si equiparava la pensione, pagata dal- 
l'erario pei paggi, a quella dei convittori, cioè a L. 2322, con 
•che veniva indirettamente al collegio un piccolo aiuto pecuniario 
costante, e provvisoriamente un aiuto notevole nel fatto che non 
solo non si doveva spendere subito per biancheria dei paggi, 
avendo il duca regalato il fondo destinato ai paggi, esistente nel 
guardaroba ducale, ma era rimesso a tempo più favorevole l'ag- 
gravare il collegio degli stipendi dei maestri e professori di 

11) Collegi diversi, 1770-75, nel R. Archivio di Stato di Parma. 



196 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

arti cavalleresche, assunti pei paggi. 11 duca si contenta « che- 
li Collegio vi pensi col tratto del tempo, a misura delle vacanze» 
che per qualsiasi motivo o causa succederanno. E qui certa-- 
mente — diceva il rescritto — è sembrato alla R. A. S. che 
durante la temporanea concessione dei Professori e dei Maestri, che 
erano destinati per la E. Paggeria, debba il Collegio in questa 
necessaria parte di nobile educazione, oltreraodo risplendere ». 

Nello stesso tempo fu ridotto il numero delle persone im- 
piegate nel collegio : furono giubilati alcuni inservienti ; soppressi 
gli uffici di cappellano e di maestro di scoletta pei paggi, resi inutili 
dal momento che questi erano ora realmente equiparati in tutto 
ai convittori ; tolta la concessione della sedia e dei cavalli, poten- 
dosi provvedere volta per volta con piccola spesa. Tuttavia rima- 
nevano sempre trenta persone « partecipanti alla tavola », tredici- 
fra dirigenti e insegnanti e diciassette inservienti. Si stabilì inoltre 
di sostituire all'assegno in danaro effettivo generi di prima ne- 
cessità, da somministrarsi al collegio ogni anno dai fìttabili ed 
agenti della casa ducale. 

Ed ecco come erano riassunti i vantaggi di queste riforme 
nella chiusa del rescritto : 

« In questo Piano provvisionale spirano ovunque i senti- 
menti del R. Sovrano per l'ampliazione, pel sostegno, per la 
gloria del suo R. Collegio; qui la Economia nelle sparse Massime 
può rinvenire la base di una ben regolata amministrazione. Que- 
sta si stabilisce tranquilla nel suo essere: tutta occupar devesi 
di se medesima. Da Lei si bandisce persino il pensiero degli esi- 
stenti debiti. Nel primo suo nascere ha il vantaggio dei generi, 
esistenti nel Collegio; acquista nei Paggi numero maggiore di. 
Convittori con eguaglianza di Pensione; attrae a se per Sovrana 
inclinazione un fondo di Biancheria : i Maestri della Paggeria al 
Soldo Reale si concedono al collegio; questo va a sgravarsi di 
superflue spese di mantenimento, e può gloriarsi di ritrovare nel 
R. Sovrano la più graziosa disposizione ai necessari soccorsi ; ma 
se ciò non ostante, non fosse compreso nel presente piano prov- 
visionale tutto ciò che può aver relazione all'Economico, o avesse 
questo in alcuna parte a schiarirsi potrà il rettore del Collegio- 
fare le sue rappresentanze in iscritto al Direttore della R. Azienda 



DI PARMA 197 

€ Casa, affincb" Egli, sentiti i R.R. Oracoli pel Canale di S. E. il 
Sig. Conte Ministro, possa provvedere, come crederà meglio ; rite- 
nendo che le successive disposizioni dovranno essere considerate, 
e formare una parte integrale delle presenti ». 

Benché il piano fosse detto economico, esso regolava per 
altro anche la parte disciplinare; e le disposizioni in questo campo 
non erano meno importanti delle ailtre. 

Rettore ed economo erano messi alla diretta dipendenza del 
Ministro dell'azienda per la parte economica. Al rettore e per 
esso all'economo, in materia amministrativa, « la più ampia facoltà 
ed autorità sopra gli impiegati ed inservienti sino al segno di 
sospenderli dall'impiego ». E, rispetto al primo, « oltre il pri- 
mario dovere che ha il Rettore del Collegio di presiedere alla 
disciplina scolastica, alla Pietà, ed alla nobile educazione dei 
convittori tutti, vuole S. A. R. ch'egli attenda anche seriamente 
al Dipartimento Economico, ed eserciti le funzioni di Capo prin- 
cipale del medesimo, e come tale sia riconosciuto, e rispettato 
da tutti gli Impiegati, ed Inservienti, compreso l'Economo. Sarà 
pertanto l'Economo del Collegio pienamente subordinato al Ret- 
tore ». 

Infine: « È tale l'analogia, e la concessione fra i rapporti 
dell' Educazione, e quelli della Spesa, che quanto i primi riflettono 
sili secondi, altrettanto questi a quelli si dirigono. E però S. A. R. 
nell'affidare al Rettore, ed all'Economo, l'Amministrazione del 
suo R. Collegio, ha inteso di unire per siifatto modo questi due 
soggetti, -che siano fra loro con perfetta armonia inseparabili. La 
superiorità non deve rendere cieca, e taciturna la dipendenza: 
questa non deve arrogarsi l'altrui diritto ; e quindi, se fra il Ret- 
tore, e r Economo gli oggetti tutti d' interesse verranno dialoghiz- 
zati, e dibattuti con ispirito tendente al fine della più regolata 
amministrazione, si otterrà il contemplato guiderdone degno di 
Loro, desiderato dalla R. A. S. » (1). 

Tutti adunque i suggerimenti, dati dal dottor Campari fin 
dal 1772, erano stati accolti. Si può solo aggiungere rhe, col- 

(1) Piano Economico del Collegio Reale de' Nobili sotto il titolo, 
•di Santa Caterina. Decreto (io copia) 12 settembre 1779, ueirArchivio 
-del Convitto. 



198 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

l'entrare del 1779 il governo ducale aveva ritolto il privilegio- 
delia esenzione dei dazi, forse per le condizioni economiche non 
liete dello stato, forse anche per evitar conflitti con gli appalta- 
tori e le autorità cittadine. Aveva però pronaesso di rimborsare 
il collegio delle spese che gli avrebbe cagionato questa disposi- 
zione. Ma sappiamo che ancora nel 1782 nessun rimborso era 
stato fatto (1). Altri piccoli provvedimenti accompagnarono e 
seguirono questa vasta riforma, dei quali alcuni intesero a re- 
stringere le spese personali accessorie o superflue, specialmente 
quando, a cagione del grande rincarimento dei viveri, il governa 
ducale, ministro Prospero Manara, seguendo l'esempio dato dagli 
altri collegi, aumentò di dodici scudi annui la retta pagata dai con- 
vittori (2). Inoltre a fine di rimuovere un'altra specie di abusi fu- 
decretato che nessuno più dei paggi o dei convittori uscendo dal 
collegio, potesse essere ammesso a servire in qualità di ufficiale 
« senza aver fatta la più esatta e rigorosa scala, e così di sem- 
plice guardia nella compagnia delle guardie del corpo, e di vo- 
lontario nei due reggimenti delle RR. guardie e di Parma » (3). 
Quando il Bassetti chiese e ottenne il congedo, dell'ufficio 
di economo fu interinai mente incaricato il prete don Sante Sbarra^ 
che aveva già servito nel collegio al tempo dei gesuiti. Un de- 
creto del 17 decembre 1788 lo nominò economo del collegio, del- 
l'università e della casa e chiesa di S. Rocco, con lo stipendio 
annuo di lire parmensi tre mila, portate poi, con decreto 25 
aprile 1797 a lire 4800 (4). L'ordinamento contabile del collegio- 
fu più tardi aspramente censurato dai francesi, perchè non aveva 
« altra base che la sola buona fede de' diversi impiegati »; i 
quali, d'altra parte, non avevano esperienza d'altri metodi. Tut- 
tavia quell'ordinamento, dopo favorevole parere del computista 
generale di quel tempo, fu approvato dalla R. Corte con decreto- 
13 decembre 1791; e lo Sbarra, che ebbe ordine di conformarsi 

(1) Da una minuta frammentaria di ricorso, Eell'Archivio del Convitto. 

(2) Lettera del Manara al Bernieri, 30 settembre 1 786, ivi. 

(3) Lettera dpi duca al conte Giuseppe Pompeo Sacco, 8 settembre 1779,. 
in copia, ivi. 

(4) Relazione della commissione provvisoria, sostituita all'antica compu- 
tisteria generale, 28 gennaio 1807, ivi. 



DI PARMA 199 

ad esso, amministrò il collegio molto bene sino al 21 luglio 
1806 (1). 

I convittori, al momento della attuazione di queste riforme, 
non raggiungevano il numoro di 50, sapendo noi dallo stesso 
rescritto 12 settembre 1779 che le camerate erano 4, ciascuna 
di 10 a 12 alunni. E ancora nel 1781 il ruolo degli alunni se- 
gnava 33 convittori e 19 Paggi (2). Ma il numero andò pro- 
gressivamente aumentando. E abbiamo già visto che nel 1785 
per esso si giustificò nell'Accademia degli Scelti il ritorno alla 
nomina di due principi annuali. E lecito quindi ritenere che le 
riforme del 1779 furono utili e vantaggiose. 

Nuovi PROGRAMMI DIDATTICI. — Ma non quietò il solletico 
dei mutamenti nei programmi didattici. Si è già notato che il 
lungo rettorato del Montruccoli, « uomo d'ogni merito, ma di età 
avanzata, » fu interrotto, non si sa perchè, tra il 1789 e il 
1791 da quello del Toracchi, fiorentino. Questi, cui era stata 
data mano libera, stimando che la disciplina non fosse sodisfa- 
cente, aveva preso provvedimenti severi, i quali avevano generato 
un po' di reazione, sì che parecchi convittori si erano dovuti 
rimandare alle loro famiglie, per aver « insolentito in diverse 
guise » (3). Intanto, da buon toscano, aveva suggerito al mi- 
nistro Cesare "Ventura di adattare al Collegio dei Nobili di Parma 
il regolamento del collegio di Prato. Il ministro si lasciò per- 
suadere; e, per non perder tempo, incaricò lo stesso Toracchi di 
presentarne uno su quella falsa riga, che comprendesse però 
tutto, anche la parte economica. Detto fatto. Il nuovo regola- 
mento fu subito pronto e un decreto del 4 novembre lo san- 
zionò. No riporteremo per curiosità un paragrafo, il 64.*^, che suona 
testualmente così: « La disciplina, e l'Educazione, è specialmente 
affidata ai Superiori del Collegio: ma è necessario, che ciascuno 

(i) Rapporto dell'Ispettore delle contribuzioni dirette, C. lìaroni ai 
membri del consiglio d'amministrazione dei collegio di S.ta Caterina, 22 luglio 
1807, nell'Archivio del Convitto. 

(2) Collegio dei Nobili, 1600-1784, nel R. Archivi© di Stalo ia 
Parma. 

(3) Pjazza, cocl. N. 1185 cit, fol. 97. 



200 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

pure de' Maestri anco fuori della Scuola, 1' Accademico, e il Di- 
rettore di Spirito se oe facciano carico di Coscienza, e intendano 
che è raccomandato a ciascuno ne se ne tirino fuori con quel- 
l'odiosa espressione = a me non tocca, = indegna di chi vi- 
vendo in Comunità deve e per onoratezza, e per coscienza farsi 
un impegno, che la comunità stessa vada innanzi con ordine e 
decoro (1) ». 

In applicazione di questo nuovo regolamento don Bernardo 
Mazza fu nominato fer^o superiore, « attesi i lunghi e lodevoli 
suoi servigi in esso Collegio prestati »; il Toracchi, lettore di 
istituzioni civili e canoniche, sapendosi del < pubblico applauso », 
con cui aveva « impiegati i suoi talenti e dottrina per parecchi 
anni nel Collegio di Prato nella suddetta Cattedra »; il dottor 
Ignazio Melegari, lettore di logica, metafisica e geometria, pur 
continuando negli altri uffici che aveva nell' università ; e An- 
tonio Cocconcelli, lettore di fisica e matematica. Al Toracchi, al 
Melegari e al Cocconcelli « il titolo di Professori Onorari col- 
l'aggregazione alla R. Università degli Studi » con tutti gli o- 
nori e tutte le prerogative, senza però che 1' università avesse 
ingerenza nelle scuole del collegio, dipendenti « immediatamente » 
dal duca. Infine a don Ottavio Ferrari fu affidata la scuola di 
suprema ; a don Paolo Brunelli, di Panicale (diocesi di Sarzana), 
una scuola di grammatica, e a don Biagio Adorni quella già 
diretta dal Mazza (2). 

Al rescritto del 4 novembre 1789 tennero dietro altri due; 
l'uno in data 12 agosto 1790, riguardante il tempo della vil- 
leggiatura (3), l'altro in data 15 settembre dello stesso anno, 
riguardante la disciplina interna (4). 

( 1 ) Collegio a. dei Nobili. Istruzioni dettagliate per V universale 
Regolamento di detto Reale stabilimento di pubblica Istruzione, nel 
E, Archivio di Stato in Parma. 

(^l) Lettera del ministro Ventura al rettore, 6 novembre, e R. decreto 
23 novembre 1789, nell' Archivio del Convitto. 

(3) Collegio R. dei Nobili. Regolamento approvato per la disci- 
plina scolastica dei Nobili Convittori, durante il tempo della villeg- 
giatura.^ nel R. Archivio di Stato in Parma. 

(4) Collegio R. dei Nobili. Nuove discipline o Regolamento interno 
per la pulitezza, e per il decoroso vestire ed abbigliamento personale 
dei signori Convittori. Ivi. 



DI PARMA 201 

Ma è certo che, o i nuovi regolameuti, suggeriti dal To- 
racchi, non diedero i frutti sperati, o la Corte non fu contenta 
del suo governo, perchè, verso la metà di ottobre del 1791, egli 
lasciava V ufficio, e, a farlo apposta, tornava alla direzione del 
collegio il Moutruccoli ormai decrepito, che già nel 1789 si era 
ritirato, forse per l'età avanzata. Il Moutruccoli ebbe 1' ufficio 
interinalmente (1). A ogni modo, o non si sapeva chi prendere, 
questo veglisi rdo la vinceva su tutti. Un nuovo rescritto, in 
data 21 novembre, dava nuove regole per assicurare il buon an- 
damento dell'istituto (2). 

Il fatto è che si andava compiendo la evoluzione, per cui 
l'opera massima del Du Tillot e l'affermazione, forse, più ener- 
gica e solenne dell' indirizzo riformatore sarebbero state distrutte : 
cioè il ritorno dei gesuiti. E oramai a Parma il momento era 
propizio, il frutto era maturo. La direzione interinale del Mou- 
truccoli servì appunto a preparare il terreno. 



(1) Piazza, cod. N. 1185 cii., fol. 100. 

(2) Collegio S. Catterina. Statuti e leggi che S. A. R. dettava ai 
Nobili Convittori tutti di quel Beale Collegio per la rigorosa loro 
osservanza, nel R. Archivio di Stato in Parma. — Devo la notizia della 
maggior parte di questi rescritti al Signor Nestore Merini, che della cor- 
tesia ringrazio di cuore. 



202 IL COLLEGIO DEI NOBILI 



Capitolo Dodicesimo 



Il Collegio dal ritorno dei gesuiti alla morte 
del duca Ferdinando. 

Ritorno dei gesuiti alla direzione del collegio. — Periodo di 
quiete. Camillo Tigoni. — Secondo centenario del collegio. — 
Affetto del duca per il collegio. — Il collegio a Fonte- 
vivo. — Morte del duca Ferdinando. 

KiTORNO DEI GESUITI ALLA DIREZIONE DEL COLLEGIO. — Dalla 

lettera dei 10 settembre 1792, indirizzata dal duca al ministro 
conte Cesare Ventura, si impara quale fosse il nuovo indirizzo, 
assegnato al collegio, e quali dedizioni esso avesse rese inevi- 
tabili. 

« Per assicurare la migliore stabile direzione, ed Ammini- 
strazione del nostro R. Collegio de' Nobili siamo venuti nella 
determinazione di affidarlo intieramente alla conosciuta capacità, 
e saviezza dell'Abate Conte Porcia, che in qualità di Rettore del 
medesimo Convitto penserà poi a provvederlo di tutti gli altri 
soggetti, che nelle rispettive Classi di Subalterni Superiori, e di 
Confessori, Maestri, ed Economi riputerà necessarj al buon rego- 
lamento di e.sso, ed alla lodevole disciplina, educazione, ed instru- 
zione della Nobile Gioventù, che racchiude. Ordiniamo pertanto 
che sia allo stesso Conte Porcia fatta immediatamente la consegna 
de' Fabbricati tutti tanto di Città, che di Campagna attualmente 
inservienti ad uso dello stesso Collegio, e così pure di tutto quanto 
essi contengono in linea di Mobili, effetti, generi, attrezzi, ed 
Utensigli di qualunque sorta. Ordiniamo del pari, che sia d'ora 
in avanti spedito in testa del surriferito nuovo Rettore il solito 



DI PAKMA 203 

Mensuale Mandato riguardante la Nostra K. Paggeria iocorporata 
al Collegio, e così pure l'altro meusuale Mandato di lire settemila 
per muDifica Sovvenzione, che a carico del Nostro Erario ci piace 
continuare a prò' di questo stabilimento per una migliore, e più 
decorosa manutenzione del medesimo; Volendo nel resto, che tutto 
quanto il maneggio sì politico, che economico rimanga a carico, 
e responsabilità del mentovato Conte Porcia, il quale sarà sola- 
mente tenuto di presentarci ogni anno col mezzo del Nostro Mi- 
nistro, il Conto della sua Amministrazione, e ciò per Nostra unica 
particolare intelligenza. Il succennato Rettore, ed il Ministro del 
Collegio godranno, oltre la Tavola, e l'Alloggio cogli occorrenti 
Mobili, l'annuo Onorario di cento Pezze di Spagna per ciasche- 
duno, gli altri Sacerdoti Forestieri settanta due Filippi pure per cia- 
scheduno, ed a Nazionali sarà aumentato l'assegno, che ora percepi- 
scono, fino alla Somma di annue lire due mila pure per ciasche- 
duno. Ordiniamo pertanto al Ministro Segretario del Nostro Uni- 
versale Dispaccio di comunicare a Chi conviene questa Sovrana 
Nostra Risoluzione, e di disporne contemporaneamente il più pronto 
ed esatto adempimento. Dato dal Nostro R. D. Palazzo di Parma 
questo giorno dieci settembre Mille sette cento novanta due. 

Ferdinando » (1). 

Inutile aggiungere che un nuovo rescritto sgombrava il ter- 
reno di tutto ciò che era in opposizione con gli ordinamenti sco- 
lastici dei gesuiti (2). 

Aveva ragione quindi un contemporaneo, scrivendo: « Il 
Rettore dal Sovrano ha avuta l'ampia facoltà sopra l'economato 
educazione etc, insomma dispotico affatto di quanto possa ac- 
; cadere » (3). 

Il Porcia prese possesso del suo ufficio a Fontevivo, donde 
ai 24 ottobre ricondusse in città il collegio. Dei preti, che 

(1) In copia, nell'Archivio del Convitto. 

(2) Collegio R. di S. Caterina ossia de' Nobili. S. A. R. richiama 
in vigore alcune antiche costituzioni di quello stabilimento, e detta 
alcune nuove discipline per il migliore andamento di esso collegio. 
Rescritto del •22 dicembre 1792, nel R. Archivio di Stato in Parma. 

(3) Piazza, ms. 1185 cit., fol. 105. 



204 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

per venti auni avevano governato il collegio, restarono soltanto 
l'economo Sbarra e il maestro di scoletta e il prete di cappella 
dei paggi, perchè voluti dallo stesso rettore (1). Così, se non 
trionfalmente, certo con sommo gaudio e giustificata compiacenza 
ritornarono alla direzione del collegio i gesuiti, o, come pudica- 
mente li chiama il Sabini, gli « Individui appartenenti una volta 
all'Istituto di S. Ignazio » (2). E non soltanto riprendevano il 
collegio, ma a poco a poco anche le altre scuole e quindi, in 
gran parte, il potere di prima. Difatti pochi mesi dopo ritorna- 
rono a S. Eoeco, sotto colore di attendere agli uffici divini, so- 
stenuti dal 1768 in poi dai P.P. delle missioni. E, tra i tor- 
nati a S. Rocco, era quel Bevilacqua, già adoperato nel Collegio 
dei Nobili al tempo dei gesuiti, il quale, succeduto poi al Porcia, 
il 1° di giugno 1795, rimase alla direzione del collegio, ultimo 
rettore gesuitico, sino alla chiusura dello stesso. 

Periodo di quiete. Camillo Ugoni. — A questo radicale 
mutamento, di lunga mano preparato, seguì un periodo di calma, 
che fu al collegio di molto giovamento. Non che mancassero cure 
e timori. Gli eventi bellici del tempo non potevano lasciar tran- 
quillo nessuno. Certi sentimenti conquistano tutti. Così nel 1793, 
a proposito di un confronto fra gli esercizi cavallereschi del col- 
legio e i ludi della Grecia antica, rAccademico faceva dire ai 
convittori le seguenti parole: « La polve, e il sangue da noi 
non temesi ; ma al solo comando serbasi della ragione : e noi 
pure all'uopo faremo come ora fanno que' tanti, che in questo 
nido di vera gloria nutriti o sulla Mosa adesso, e sul Reno, o 
sulle roecie scoscese della minacciata nostr'Alpe a tutti i Diritti 
di un tempo, e alle Virtìi tutte fanno dei loro, ed anche teneri 
petti difesa o scudo. Care anime generose de' nostri o compagni, 
o amici congiunti, ricevete, che ben vi sta, questo da noi e in 
tal luogo, e in tanta celebrità pegno amoroso d'onore. Qui appunto, 
qui in essi si svilupparono que' nobili sentimenti, che in noi altresì 
sentiamo già riscaldarsi da questo gruppo di circostanze di ma- 

(!) Piazza, ms. H85 cit., fol. 105. 
(2) Sabini, op. cit., 205. 



ni PARMA 205 

guificeuza e decoro; magnificenza ch'è sprone, decoro cli'è l'anima 
delle grandi imprese » (1). Ma, in fondo, il collegio visse un de- 
cennio relativamente tranquillo, principalmente per la malleabi- 
lità del duca, che riesci a ottenere dal Bonaparte di poter finire 
in pace i suoi giorni, nel suo stato, in mezzo ai suoi buoni sudditi, 
che egli amava veramente e dai quali era ricambiato di pari 
afifetto. Un sonetto del Ruggia, composto per un'accademia di 
lettere, tenutasi ìq collegio nel 1796, rispecchia bene quel singo- 
lare momento. 

Nero turbo «ìi guerra Ausonia aggira; 
E vicin freme in suon di terror fero : 
Scosso al grand'urto palpita ogni impero, 
E qual vacilla, e qual cadendo spira. 

Noi qual, chi ovunque il ciel sereno mira, 
Né d'offese paventa il suo pensiero, 
De^li oricalchi al truce suon guerriero 
Trattiam cantando la tranquilla lira ! 

A ! se noi non temhm di Marte il brando ; 
Se pace questi affida ozii febei ; 
Se innocuo il nembo a noi va intorno errando ; 

Se di su questo ciel ridon si bei, 
A te noi lo dobbiam, o buon Fernando ; 
Tu a tua sa^rgezza, e a tua virtiì lo dei (2). 

Di questa quiete godè Giovanni Andres, uno dei tanti ge- 
suiti spagnuoli, che, dopo l'espulsione dalla Spagna, riparatisi in 
Italia, ne studiarono la storia con vero amore, portando un forta 
contributo all'edificio della coltura nazionale. Nel nostro collegio 
egli terminò la sua opera Bell'origine, de" progressi e dello 
stato attuale d'ogni letteratura. E al collegio, benché non vi 
avesse ufficio, ma vi fosse stato accolto solo come « pensio- 
nato » (3), arrecò vantaggio col suo nome, con i consigli saggi 

(1) Accademia di Esercizi cavallereschi, etc, data dai Convittori 
del R. D. Collegio de' Nobili di Parma nell'agosto dell'anno 1793, 
Parma, Carmignani (pag. 5). 

(2) Poesie dell'Abate Girolamo Roagia, ex G. Parma, Luigi Mussi, 
1806. Voi. II, p. 1?. 

(3) Ceratf, opuscoli cit., I, 212. 



206 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

e animosi. Ve lo trovò ancora, insieme col Taschini di Novellara, 
col Ruggia, col Ricca, col Ludeua ed altri maestri allora di 
bella fama, Camillo Ugoui, quando vi entrò convittore, nel 1799. 
Della vita collegiale di questo insigne letterato, giova fare men- 
zione speciale. Egli era di buona indole e molto studioso tanto 
che una volta fu punito perchè sorpreso a leggere col lume in ore di 
riposo. Rimase in collegio sette anni, e solo la chiusura temporanea 
dell'istituto, nel 1806, potè farlo « snidare ». La famiglia avrebbe 
voluto riprenderlo prima; ma egli non volle separarsi dai suoi 
maestri, dai quali era stato subito bene accolto e coi quali aveva 
stretto legami di amicizia, che non si sciolsero mai. Questo attac- 
camento in uomo che fu più tardi dei gesuiti, o meglio del 
gesuitesimo, acerbo censore, servì di argomento a molti, e anche 
al fratello di lui, Filippo, convittore ancb'egli a Parma, per con- 
dannare senza remissione tutto intiero il sistema educativo dei 
gesuiti (1). Non ci erigeremo noi a difensori degli ordinamenti 
didattici e pedagogici dei gesuiti ; ma, come abbiamo già osser- 
vato, non ci pare che sia lecito condannar tutto in blocco, come 
se nulla di buono, o di tollerabile vi fosse, e dimenticare i tempi 
e le circostanze, in mezzo alle quali gli uomini vivono e operano. 
Per quel che riguarda poi il Collegio dei Nobili di Parma, ricor- 
deremo solo che Camillo Ugoni, dopo il 1806, recatosi a Man- 
tova per visitarvi alcuni gesuiti ivi confinati, scriveva alla sorella: 
« Il cuore mi palpita, pensando di dovermi vedere a tu per tu 
con Pinazo, Ludena, Carillo, Zanetti »; e, dopo averli visti: 
« Ho abbracciato i miei adorati superiori: chi mi diceva di aver 
parlato di me ieri, chi vi pensava in quel momento » (2). 

Secondo centenario del collegio. — I fratelli Tigoni 
assistettero alla commemorazione del secondo centenario del col- 
legio, che il duca Ferdinando volle fosse celebrata solennemente 
ai 29 ottobre del 1801, come si rileva dalla inscrizione conser- 
vataci dal Sabini, il quale ci fa sapere anche che essa, scolpita 
in marmo, fu posta nel refettorio (3). 

(1) C. Ugoxi, Della letteratura italiana, etc, op. cit., IV, 443-5. 

(2) Ivi, IV, 453. 

(3) Sabini, op. cit, p. 205. 



DI PARMA 207 

Per il tempo e le circostanze, in mezzo alle quali fu fatta, 
la commemorazione assunse un aspetto solenne. L'abate Ruggia, 
tra gli altri, compose diverse poesie, recitate dai convittori nel- 
l'accademia letteraria, che si tenne quel giorno, le quali meritano 
di non essere confuse con le altre del genere. Ricorderemo due 
canzoni in lode di due illustri uomini, già stati convittori e prin- 
cipi dell'Accademia degli Scelti: Scipione Maffei, morto da quasi 
mezzo secolo (1755), e Prospero Manara, la cui memoria era 
ancora fresca, perchè morto appena l'anno innanzi (1). A questa 
accademia, come alle altre funzioni, assistette il duca Ferdinando. 
Il quale, anzi, rimase a pranzo in collegio, ammettendo alla sua 
tavola il rettore, alcuni convittori e certo cav. Carlo Marchetti 
di Sinigaglia, che aveva condotto seco dall'estero un figliuolo, di 
nome Giovanni, per affidarlo alle cure del collegio parmense ; e, 
dopo, passò il resto della giornata visitando l'edificio e proget- 
tando d'ogni sorta ingrandimenti e miglioramenti (2). 

In quest'anno fu anche ripreso l' uso di pubblicare, ogni de- 
cennio, la Nomenclatura dei convittori (3). 

Affetto del duca per il collegio. — In verità il duca 
don Ferdinando non si intiepidì mai nell'affetto verso il collegio ; 
si può anzi dire che quello crebbe cogli anni e col crescere della 
religiosità di lui, specialmente quando, restituiti i gesuiti nelle 
scuole, egli si sentiva più libero ne' suoi sentimenti. Il duca e, 
come lui, anche gli altri di sua famiglia, corrispondono fami- 
gliarmente coi PP. Gli atti ufficiali sono preparati e comunicati 
: dai ministri; ma, privatamente, egli è informato di ciò che ac- 
cade od occorre dal rettore, e discute dei provvedimenti da pren- 
dersi col rettore, a cui scrive letterine, tutte di suo pugno, com- 
preso l'indirizzo. Di che si ha un bell'esempio a proposito del 
P. Muzzarelli, il quale, entrato nel 1801 in collegio qual diret- 

(1) G. RuGQiA, op. cit, II, 47-57. 

(2) Sabini, op. cit, 205. 

(3) Collegio di S.'" Catterina o de' Nobili. — Rescritto, perche 
ogni 10 anni venga stampato l'Elenco nominativo de' Giovani Cava- 
glieri educati in quello nel decennio stesso (2 del 1801). R. Archivio di 
Stato in Parma. 



208 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

tore spirituale, dopo poco tempo mostrava desiderio di lasciar 
l'ufficio. Ecco alcune di queste lettere: 

« P. Rettore gent. — Ricevo la vostra di jeri. Io pur sento 
la grave perdita che farebbe il nostro Collegio nella persona 
del P. MiizzarelU; e pertanto domani col Corriere ne scri- 
verò colla maggior forza all' Em.° Mattei sperando che egli si 
piegherà alle evidenti nostre ragioni. 

« Addio, P. Rettore, abbiate cura alla vostra sanità ; pre- 
gate il Signore per me, e mi ripeto, 
Vostro Aflf. 

Ferdinando. 

Colorno, 19 novembre 1801 •>>. 

« P. Rettore gent. Oh ! quanto mi affligge quello che mi 
dite del nostro ottimo P. Muzzarelìi. Mi affligge la cosa in sè^ 
e mi affligge il non affacciarmisi alla mente sul momento verun 
modo di rimediarvi. Però raccomandiamoci al Signore, e speriamo. 
Chi sa che lo stesso Signore non si degni d' illuminarci, e con- 
solarci. Voi fatelo e pregate anche per chi si ripete 
Vostro Afi". 

Ferdinando. 

Parma, 19 febbraio 1802 >. 

« (Risermfa). P. Rettore gent. Ebbi jeri l'altro la vostra " 

del , e vedo quanto mi suggerite rapporto all'ottimo nostro 

MuszarelU, la di cui perdita sarebbe pur grande per noi. Non 
sapete quanto mi sta a cuore la cosa; pertanto vi penso, e se- 
riamente. Non so se l'espediente faccia o no al caso, ma racco- 
mandiamoci al Signore, il quale spero che non tarderà ad illu- 
minarci sulla via che dovremo tenere. Addio P. Rettore ; pregate 
anche per me, e credetemi, al solito. 
Vostro aif. 

Ferdinando. 

Colorno, i° marzo 1802 » (1). 

(1) Originali, nell'Archìvio del Convitto. 



DI PARMA 209 

Molto fece Fei-dinando anche per la comodità della villeg- 
giatura di Fontevivo, specialmente negli ultimi anni. Il luogo 
era allora ameno e salubre ; i prati e l'orto adiacente alla casa 
offrivano comodità di ricreazione con l'ombra dei pioppi, piantativi 
sin dal 1738 dal P. ministro Bosi, di che si è già fatto men- 
zione. Il Sabini nel 1803 ne contò trecento sedici « torreggianti 
ancora » (1). Nel 1791 il duca fece costruire un nuovo teatrino 
a pianterreno a sinistra dell'entrata, con stanze adiacenti, adope- 
rando il locale del vecchio teatro per costruirvi una cappella (2), 
che serve ora ad uso di granaio. Del resto tutto l'edificio esiste 
ancora, benché malandato per il lungo abbandono. 

Il collegio a Fontevivo. — Quivi passava i mesi caldi il 
collegio, dal tempo dell'infante don Carlo in poi; e quivi talvolta 
composero prose o poesie i direttori, e in particolare gli Accade- 
mici, per non abbandonare i convittori all'ozio e alla noia. Così, 
p. es., pur lasciando da parte il Roberti ed altri, nella badia di 
Fontevivo il Ruggia compose e fece rappresentare dai convittori 
il suo Figlimi Prodigo (la tragedia Demetrio fu da lui com- 
posta a Parma nel 1806), che è xm' Azione drammatica (3), e 
Y Allegria giovanile, ditirambo, « recitato in un'accademia di 
campagna da un accademico Convittore » (4), Questa poesia, 
come quella che ci dà idea d'uno dei passatempi dei giovani a 
Fontevivo, durante la villeggiatura, merita d'essere qui riportata 
per intero. 

Già l'ottobre a noi sen viene ; 
La campagna se ne va ; 
E agli affanni ed alle pene 
Ci richiama la città : 
Su stiam dunque allegramente 
Questo poco rimanente ; 
Su soniamo, 
Su cantiamo, 

(1) Sabini, op. cit., 202. 

(2) Ivi, 200. 

(3) G. EuGGiA, op. cit, I, 99 134. 

(4) Ivi, II, 81-85. 

Arch. Stor. Parm., 2.* Serie, I. 14. 



,r 



210 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

Su balliamo ; 

Ma balliam senza misura, 

Senza legge e architettura, 

Senza tanta simmetria, 

Come detta l'allegria. 

Che non vuole altro maestro, 

Che il capriccio solo, e l'estro : 

Studiati, 

Misurati, 

Numerati 

Passi, e moti sono cose 

Sol da femmine leziose: 

Sono cose da palati 

Senza gusto ed isvogliati; 

E sei soffra in santa pace, 

Ed il detto mi perdoni, 

Se a quest'orrida bestemmia 

Si contorce, se dispiace 

All'allievo di Tersicore 

Compassato Berettoni (1). 

Ma or, che ferve la vendemmia, 

Mi parrebbe opportunissimo, 

Mi parrebbe arcibellissinio, 

Se in cantina ce n'andassimo 

Questa festa a celebrare, 

Per poter meglio ballare ; 

Per ballare io vuo' dir. come consiglia 

La virtù della bottiglia. 

Or là coi Satiri, 

E con Sileno 

Di vin moltissimo 

Il sacco pieno, 

Bacco e le rustiche 

Ninfe, e le Menadi 

Menan salti così fatti. 

Che rasserabran tutti matti. 

Ma l'Economo austero, inesorabile 

Guarda il loco da ognun così geloso. 

Che l'orto era già meno impenetrabile 

Delle Esperiili un dì così famoso; 

Perocché egli or celebra in cantina 

I misteri di Cerere Eleusina : 

(1) Uno de' maestri di ballo del Collegio. (N. dell'A.). 



M 



DI PARMA 211 

Io vuo' dir, ma occultamente 

Ve lo dico solamente, 

Che alle Najadi con rito 

Dalle leggi proibito ; 

E con nodo clandestino 

Ei marita il Dio del vino. 

Ma, ballar se ci è negato 

In cantina, tutti al prato (1) 

Ce n'andremo allegramente, 

E, sbandita immantinente 

L' importuna serietà, 

Ballerera tutti colà. 

Ma, compagni, facciam presto 

A goderci questo resto ; 

Che non lungi mi si affaccia 

Già l'ottobre ingrato mese 

Inamabile e scortese ; 

E di lui venir veggio in su la traccia, 

Per darci poscia lunga noja, e affanno, 

(Tal che in vederlo solo il cor m'agghiaccia) 

Quel canchero abborrito, quel malanno. 

Quel tristissimo studio sciagurato, 

Che cento pesti si conduce a lato, 

E la stitica Grammatica, 

E la magra Matematica, 

Con la piena di pazzia 

Cervellotica Poesia ; 

E con l'altra sì sofistica 

Dalla forma sillogistica, 

E quell'orrida assassina 

Insoffribil disciplina. 

Che farla diventar etica 

La salute ancor piìi atletica. 

Ma non vuo', che il pensier contaminato 

Besti da tale immagine sì mesta ; 

Ed il piacer di rose coronato, 

E di fior sparso la bizzarra vesta 

Seco ci chiama a carolar sul prato, 

E a celebrarvi una gioconda festa ; 

Perciò vada a sommergersi nel Taro 

Ogni pensier spiacevole, ed amaro. 

fi) I prati sono luoghi nel ricinto della casa, ove i convittori vanno a 
giuocare il dopo pranzo. (N. dell'A.). 



212 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

Sì l'amabile piacere 
Sol sea venga oggi con noi ; 
Né cercar curi il peusiere, 
Che seguir dovrà di poi ; 

Ed ognor d' un tenore 
Dica : evviva l'allegria, 
Il buon tempo, il buon umore, 
Il Collegio, e la Badia (1). 

Morte del duca Ferdinando. — Uno degli svaghi predi- 
letti dal duca era appunto quello di recarsi a Fontevivo, quando 
vi si trovava il collegio, o di farvelo condurre, quando vi andava 
egli per diporto, e di passare con i convittori parte del suo tempo, 
assistendo ai loro giuochi e alle loro ricreazioni. E per questo, 
e anche per intendersi col rettore Bevilacqua intorno a nuovi la- 
vori, che intendeva fare, egli si recò da Golorno a Fontevivo il 
6 ottobre 1802, dopo essersi fermato in Parma, a colazione, nel 
convento delle benedettine di S. Alessandro e, a pranzo, dal ve- 
scovo. Giunto alla badia, ammise tutti alla sua presenza, supe- 
riori ed alunni, « usando con ciascuno di essi singolari atti di 
aifabilità, ed esternando la sua compiacenza ed allegria: e fece 
loro sperare due giorni di contento e soddisfazione completa, ben 
diversa da ciò che sopravvenne bentosto ». Perchè, ritiratosi nel 
suo appartamento, cominciò a sentirsi male. Pur volle assistere 
in teatro a una rappresentazione, preparata per lui dai Convit- 
tori. La notte passò tranquilla. Ma si aggravò il male nel giorno 
seguente; e ben presto fu evidente che per il duca era prossima 
a suonare l'ultima ora. « È facile imaginare la turbazione, con- 
fusione e sconcerto di quella casa di campagna con più di 130 
cavalieri da 6 a 18 anni, con tutta la moltitudine di persone di 
servizio e di regolamento; con una corte, e suo corteggio di cava- 
lieri, guardie, medici ed altre persone addette al real servizio del- 
ì'infermo ». A nulla valsero i rimedi della scienza. Don Ferdinando 
morì alle ore quattro e mezza del giorno nove, e, secondo il suo 
desiderio, il cadavere ebbe sepoltura nella chiesa parrocchiale di 
Fontevivo, dove rimase, tranne il cuore che, deposto prima nella 
chiesa dei cappuccini di Parma, fu poi, nel 1812, trasportato in. 

(1) Luogo, ove villeggiano i collegiali di S. Caterina. (N. dell'A.). 



DI PARMA 213 

-quello della Steccata, insieme con i resti mortali degli altri prin- 
cipi (1). 

Fu opinione di molti che il duca morisse avvelenato, forse 
per ragioni politiche. Così pensarono anche i convittori. E del 
sospetto dava notizia alla madre in una lettera, che ci è ignota, 
ma che il fratello loda molto, Camillo Ugoni, che era tra i re- 
citanti sul palcoscenico, la sera, in cui don Ferdinando « avrebbe 
sentito le prime trafitte » del veleno (2). Checche sia di ciò, il 
fatto è che, morto il duca, i francesi non ebbero più obbligo di 
usar riguardi. E però ai 6 dicembre 1802 perveniva al cittadino 
rettore la seguente letterina del presidente delle finanze: « Ap- 
partiene alla Repubblica francese dal 17 Vendemmiatore scorso 
{9 8bre) in avanti il Collegio.... Intanto convenendo che sia fatto 
.r Inventario dei mobili, che ne sono la dote, vi commettiamo 
perciò di farlo seguire mediante la direzione del Cittadino Gio- 
vanni Platestainer » (3). 



(1) Andues, Vita del duca di Parma Don Ferdinando I di Bor- 
ione, etc, trad. dallo spagnuolo da Don Giovanni Rossi. Parma, Pa- 
ganino, 1849; pp. 38-46. 

(2) C. Ugoni, op. cit., IV, 441. 

(3) Originale, nell'Archivio del Convitto. 



214 IL COLLEGIO DEI NOBILI 



Capitolo Tredicesimo 



II Collegio durante l'ani ministrazione francese. 

L'amministraiore generale Mederico Moremi de Saint 3Iery e 
il nuovo teatro del collegio. — Moreau a Fontevivo. Il 
Teatro d' Onore del 1805. — Nuova espulsione dei gesuiti. 
Il collegio diretto da un funzionario francese. — La 
« Saint Napolèon » del 1806. — Chiusura del Collegio 
dei Nobili. — Il Liceo Imperiale. 

L'Amministratore generale Mederico Moreau de Saint 
Mery e il nuovo teatro del collegio. — Il primo pensiero dei 
PP, direttori del collegio fu che la morte di don Ferdinando- 
segnerebbe la fine del collegio e per essi una nuova espulsione. 
In fondo non si ingannavano, perchè l'una cosa e l'altra si av- 
verarono, ma più tardi. Per il momento essi trovarono nell'am- 
ministrazione francese non solo benevolenza, ma favore e prote- 
zione, forse, non minori di prima, però che a capo della ammi- 
nistrazione si trovava un uomo di cuore, intelligente, spregiudi- 
cato, colto e studioso, il Moreau di Saint Mery, al quale le armi 
e la politica non avevano indebolito il gusto squisito del bello 
e l'amore caldo alle lettere e alle arti. Per ciò che si riferisco 
al Collegio dei Nobili, si direbbe quasi che egli ebbe la velleità,^ 
lui cittadino francese, di emulare, se non superare, la magnifi- 
cenza dei Farnesi e dei Borboni. Gli assegnò sulla cassa dello 
stato 5000 lire mensili (1). E, avendo il rettore chiesta la re- 
stituzione della Villetta che negli ultimi anni « l'Infante aveva 

(I) Lettera del Moreau al rettore, 21 gennaio 1803, nell'Archivio del 
Convitto. 



DI PARMA 21S 

ceduto alla Sposa » (1), egli, che voleva mostrare il « desiderio 
suo di contribuire al maggior lustro di questo stabilimento *, 
agli 8 febbraio 1803 concedevala, a patto che dall'assegno, sopra 
ricordato, si deducessero lire diecimila, e che il collegio pensasse 
alla manutenzione dei fabbricati esistenti sul fondo e cercasse di 
conservar le famiglie che vi abitavano (2). Più tardi aggiunse 
nuove rendite, in territorio di Cortemaggiore, e propriamente certi 
livelli, che davano 400 stala di frumento, con obbligo però di 
pagare i diritti della finanza (3). Visitò spesso il collegio, assistè 
a saggi e ad accademie, e fu anche presente alla difesa di ma- 
tematica, che fece davanti a numeroso plaudente uditorio il convit- 
tore Girolamo Gnecco, genovese, ai 22 dicembre 1803 (4). Insomma 
non tralasciò occasione di mostrare che la prosperità e la gloria del 
collegio gli stavano a cuore. Con che ottenne di veder sempre 
fiorente l'istituto, nonostante le gravi condizioni dell'Europa in 
quel tempo. 

Ma il fatto, che più richiama l'attenzione sull'opera del 
Moreau, è la costruzione del nuovo teatro. Nonostante i molti 
lavori e restauri fatti ai due teatri del collegio — e gli ultimi 
datavano dal 1788 (5) — , essi erano ridotti a mal partito. L'eco- 
nomo don Sante Sbarra propose, e il Moreau accettò, di demo- 
lirli ambedue e di costruire, al posto del piccolo, una nuova 
cavallerizza in sostituzione della vecchia, irregolare, incomoda 
molto per quella « mostruosità » d'un « piedritto » , che, innal- 
zandosi dal centro del piano, sosteneva il tetto (6), e, al posto 
del grande, un nuovo teatro di pianta, più comodo e più adatto 
allo scopo. Il nuovo teatro fu progettato su disegno del piacen- 



(1) Piazza, cod. mss. N. 1185 cit., fol. 141. 

(2) Lettera di G. Platesteiner, ispettore economico deU'Amm.e gen., 
9 febbraio 1808, nell'Archivio del Convitto. 

(3) Lettera dello stesso al rettore, 26 ottobre 1803, ivi. 
(4j Piazza, cod. 1185, cit, fol. 146. 

(5; Collegio Die de' Nobili. — Approva S. A. R. che sia risarcito 
il soffitto del Teatro grande, e che sia messa una nuova catena nel 
Teatro piccolo per sostituire l'armatura di quel tetto, etc. Rescritto 
20 giugno 1788, nel R. Archivio di Stato in Parma. 

(6) Scarabelli-Zunti, op. cit , n.° del 24 marzo 1872. 



216 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

tino Lotario Tromba (2). L'importante è che il lavoro, decretato, 
fu incominciato immediatamente e mandato a termine in pochi 
mesi. Il Moreau cominciò dal dare subito all' Economo lire 36,000 
di sovvenzione (3): argomento veramente persuasivo e decisivo. 
La prima pietra fu posta dallo stesso amministratore, con solen- 
nità il 5 marzo 1804, e la relazione, che egli volle fosse fatta 
della funzione e firmò con altri tre, è così curiosa che vale pro- 
prio la pena di riportarla integralmente. 

Libertà Eguaglianza 

In Nome della 

REPUBBLICA FRANCESE 

Parma, Giovedì 24 Ventoso. 

ANNO XII. 

Li 5 Marzo 1804. V. S. 

Il Cittadino Consigliere di Stato Mederico Lodovico Elia 
Moreau Saint Mery, Amministrator Generale per la Repubblica 
Francese degli Stati di Parma, Piacenza e Guastalla, dopo d'aver 
approvato con suo Decreto del giorno 2 Ventoso suddetto, un 
Diseguo ed un Progetto presentatigli dall'Economo del Collegio 
di Santa Catarina, e dell'Università degli Studi, Sante Sbarra, 
per la costruzione d'un nuovo Teatro moderno sulla demolizione 
del già vecchio rovinoso, nel giorno dell'anzidetto Mese, in Com- 
pagnia del di Lui Genero il Cittadino Pompeo Dall'Asta recossi 
in Collegio in tiro a due, ed iscortato da quattro Cacciatori a 
Cavallo del 3.° Reggimento per gittarvi, come fece, la prima 
Pietra. 

La Funzione, che seguì verso le ore undici e tre quarti 
della mattina medesima fu preceduta dalla distribuzione ch'egli 
fece fare di generosa Mancia agli Artefici destinati a compiere 
l'opera e dalla nomina di tre Testimoni, che spezialmente assister 
dovessero alla ricordevole cerimonia, che furono il Cittadino An- 

(1) ScARABELLi ZuNTi, op, cit., ti." del 24 ixiarzo 1872. 

(2) Lettera del Moreau, 23 febbraio 180't, nell'Archivio del Convitto. 



DI PARMA 217 

gelo Bianchi Direttore de' pubblici Spettacoli, il Cittadino Du- 
plessis Giuseppe Keggente prò tempore deirAecademia Tragico- 
mica del Collegio ed il Cittadino Giulio Cesare Gibertini Mem- 
bro dell'Accademia stessa. 

Il Mattone di figura quadra, e della grandezza di cinque 
oncie venne posto dal prelodato Amministrator Generale nelle 
fondamenta del muro che divide il vestibolo del nuovo Teatro 
dalla Platea a banda destra verso la Sala d'Armi colla Iscri- 
zione incisa nel medesimo a lettere maiuscole. 

Prima però colle proprie mani distribuì ed inchiuse in un 
cavo preparato nel mezzo del Mattone a guisa di picciol'urna le 
seguenti monete, cioè: Nel mezzo una d'oro recata da lui stesso 
avente da una parte l' impronto del Primo Console, e l' iscri- 
zione : BONAPARTE PREMIER CONSUL DE LA REPUBLIQUE FRANCAISE, 6 

dall'altra : 20 francs. 

La seconda di metallo coli' iscrizione : Marcus Antonius 
AuGUSTUS ed i Fasci Consolari col motto : Fides Militum. 

La terza di simile materia coli' iscrizione : .Julius Caesar 
AuGUSTUS da un lato, ma poco intelligibile, e dall' altro i Fasci 
"Consolari ugualmente. 

La quarta ed ultima finalmente un soldo d'OooARDO Farnese 
Primo Duca di Parma, coU'effigie di Sant' Ilario primo Protettore 
•di questa Città da una parte e collo Stemma Farnesiano dal- 
l'altra, le quali tre ultime procuratesi dal Collegio vennero di- 
stribuite negli angoli del cavo formato nel Mattone, che fu poi 
•chiuso ermeticamente. 

In quest'epoca il Collegio era numeroso di cento vent'otto 
Convittori delle principali Città d' Italia. N'era Rettore l'Abbate 
Onofrio Bevilacqua di Ferrara, Ministro l'Abbate Giorgio Fazio, 
Economo l'anzinominato Abbate Sante Sbarra di Lunigiaua, e 
Vice-Economo l'Abbate Andrea Sabini di Borgo Taro. 

Le quali cose tutte sonosi minutamente registrate a perpetua 
memoria d'un fatto che mostri ai posteri l'impegno, lo zelo e la 
premura dell'Amministratore Generale il Cittadino Moreau Saint 
Mery, che nel beneficare, nel proteggere e nell 'accrescere lustro 
a questo stabilimento, a nome della Repubblica Francese, emulò 
i Farnesi che lo fondarono, Maria Teresa che nella breve durata 



218 IL C0LLEGI(3 DEI NOBILI 

di SUO dominio in questi Stati lo arricchì di privilegi, e fece 
eseguire quant'era stato disposto dal predefunto di Lei Genitore 
Carlo VI, rapporto al riattamento della Sala d'Armi notabilmente 
danneggiata da una scossa di Tremuoto avvenuta nell'anno 1739, 
Carlo di Borbone, Filippo e Ferdinando che ne furono sempre i 
generosi sostenitori. 

E perchè a niuno rimanga luogo a dubitare della verità delle 
narrate cose, si sono qui sottoscritti di proprio pugno l'Ammini- 
strator Generale, il di Lui Genero Pompeo Dall'Asta e gli anzi- 
nominati tre Testimoni. 

MoREAU Saint Mery. 

PoMPÉE Dall'Asta. 

Angelus Bianchi. 

Joseph Duplessis. (1). 

Secondo il Sabini il nuovo teatro era forse più elegante, ma 
meno ampio e grandioso (2). Le notizie storiche del Sanseverini- 
Muzzi dicono invece che era più ampio e maestoso ; però errano 
credendo che il nuovo comprendesse le aree dei due Vecchi (3). 
Comunque, il nuovo teatro ebbe pregevoli scenari, disegnati dal 
Marchesi di Bergamo ed eseguiti da artisti di merito ; e pitture 
di Ignazio Gasparotti parmigiano e dell'altro parmigiano, Piazza. 
Constava di quattro ordini di palchi, aveva un grande orologio 
sopra il proscenio ed altri ornamenti (4). 

L'apertura di prova, o, se si vuole, la inaugurazione, ebbe 
luogo la sera del 3 agosto, presenti il Moreau e numerosi invi- 
tati, tra i quali i convittori del collegio Lalattense, gli alunni 
del seminario, e i religiosi claustrali. Gli « Umilissimi Devot.™' 
Obblig."" servi — Gii Alunni, e i Direttori del Collegio di Santa 
Caterina » fecero una « piccola sì, ma sincera dimostrazione 
della molta riverenza e riconoscente amor loro » verso l'Ammi- 
nistratore, dichiarando che, non la poesia avea « prestato lin- 

(1) Orieriuale con le firme autografe e il disegno della lapide, nell' Ar- 
chivio del Convitto. 

(2) SABINI, op. cit., 199, 

(3) Sanseverini-Muzzi, cod. cit., pp. 305 e seg. 

(4) Ivi. — cfr. Piazza, Mss. Ii85 cit., fol. 153. 



DI PARMA 



219 



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.220 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

guaggio al cuore, ma questo sibbene a quella ». E soggiuDgevano : 
« Richiamate, o Signore, se la vostra generosità ha potuto di- 
menticarli, richiamate alla mente i benefizi che voi ci avete 
compartiti; e noi non vi potremo essere sospetti di una vile 
adulazione quando voi non ci voleste riputare gli amici i più 
insensibili ed ingrati ». Il più bello della serata fu una Cantata, 
che precedette le danze e fu eseguita da cinque Convittori, i 
signori : C. Ignazio Persico (rappresentante il Genio educatore), 
C. Gio. Marchetti, G. Gaetano Guglielmi, C. Vincenzo Guerrieri, 
« C. Pietro Pellegrini. 

L'animo dei collegiali e direttori era espresso in queste 
parole, cantate dal genio : 

* . . . Io palpitai 

Smarrito, o figli, in cor, quando improvviso 

Turbo di morte avvolse 

Il buon Fernando, e a' nostri volti il tolse. 

ma tal repente 

Luce di bel favor fé' Mederico 

Su di noi sfavillar ; tanti ci porse 

Del cor non dubbj pegni ; 

Che senza cangiar fato, 

Sol di Padre ci parve aver cangiato >. 

Dopo di che, preceduta da un suono di flauto, scese dal- 
l' alto una fiammeggiante nube, che, presso a terra, si aperse, 
lasciando apparire Melpomene e Talia, che coronarono il simu- 
lacro di Mederico Moreau de S. Mery. 

Questa cantata e la dedica furono composte dall' abate Gi- 
rolamo Ruggia (1), maestro di retorica, che alla fine del 1804, 
per il ritiro dell' abate Valerio Benincasa, fu dal Moreau no- 
minato Accademico (2). 

Moreau a Fontevivo. Il Teatro d' Onore del 1805. — 
Pochi giorni dopo, dovendo i convittori recarsi in villeggiatura 

(1) G. KuGGiA, U inaugurazione dèi nuovo teatro di S. Caterina 
di Parma, nelle Poesie, pubblicate nel 1806 a Parma dal Mussi; I, 135- 
139. Si trova anche in opuscolo separato. 

(2) Lettera del Moreau al rettore, 4 gennaio 1805, nell' Archivio del 
Convitto 



DI PARMA 221 

a Fontevivo, il Moreau volle dar loro un' altra pubblica prova 
della sua benevolenza. Lascieremo parlare un testimonio oculare. 

« Oggi andando il Collegio in villeggiatura a Fontevivo il 
nostro amministratore ha voluto condecorare tale gita con la sua 
persona e la sua famiglia. Ieri fece avvertire che alle 7 di oggi 
il Collegio si trovasse sulla piazza grande, dalla quale sarebbe 
egli passato per essere di vanguardia a tutto questo rispettabile 
corpo. Il tutto è stato eseguito a puntino, e passando egli colla 
sua carrozza nella quale era vi la Moglie e la Figlia, ed in se- 
guito con Brancale col figlio, e Genero dall'Asta scortati dalle 
solite cinque guide di Cacciatori a cavallo, e con corriere, pre- 
cedette la marcia. In seguito dopo un quarto d'ora circa com- 
parvero due battistrada succedendo a questi sei Cavalieri a ca- 
vallo con a dietro il loro Maestro di cavallerizze, ed inservienti, 
Poscia due altri Corrieri venivano appresso precedendo il corpo 
grosso del Collegio. Prima di tutti eravi il Maestro di Posta 
con due inservienti in uno carrettino ; in seguito due gondole a 
sei cavalli, ed altri carrettini al numero di 28. Compiva la 
marcia il Ministro, e 1' Economo col proprio legno ; il quale ap- 
pena fuori porta allungò il corso per essere immediatamente 
addietro alle carrozze dell'Amministratore. Giunto, che sarà stato 
a Fontevivo 1' indicato Amministratore avrà ritrovata una su- 
perbissima colazione, dopo della quale ripartiva di nuovo per 
Fontanellato a pranzo a casa Sanvitale » (1). 

Nel 1805 Parma vide entro le sue mura, a poca distanza 
di tempo, il papa Pio VII (2 maggio) e l'imperatore Napoleone 
(26 giugno). Per la venuta del secondo il collegio pubblicò in 
bella edizione il « ruolo » dei convittori, che erano 133, tutti 
italiani, preceduto da due sonetti, a dir vero, piuttosto bruttini, 
uno dei quali parto dell'Accademico (2). 

Nell'agosto dello stesso anno l'accademia di esercizi caval- 
lereschi, meglio il Teatro d' Onore « già da più anni or per 
una, or per altra causa intermesso », fu dedicato al Moreau, 



(1) Puzza, Mss. N^ ii85 cit, M. 153. 

(2) « Alla Maestà di Napoleone I^ Imperatore de' Francesi e Re 
d'Italia, in attestato, etc. » — [\\rnia, Mussi, 1805. 



222 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

cui si doveva se ridavasi l'antica « celebrità » al salone famoso, 
che « sembrava in certo modo dolersi di vedersene privo da 
tanto tempo, e il vetusto suo ornamento, onde tanto a lui con- 
ciliavasi di decoro, tacitamente ricercava ». 

In questo saggio Camillo Ugoni, che, nell' Accademia degli 
Scelti, apparteneva alle due classi di lettere e di specolativa ed 
era allora assessore di lettere, presentò : « 11 Piano, lo Spaccato, 
ed Elevazione geometrica d'un Arco d'Ordine Corìntio preso dal 
Palladio: Como pure un altro disegno d' un tempio Dorico al- 
l'uso antico con 1' annessa pianta. » 

Ma degne di nota ci sembrano le seguenti parole che si 
leggono nella dedica : «.... Nostri sensi soltanto non sono già 
questi, ma àeWIfalia tutta, che or sembra a me farsi innanzi, 
e fra noi mescendosi i suoi confondere ai nostri ringraziamenti, 
e professarvi la sua riconoscenza pel generoso favore, che Voi 
rendete a' suoi figli in questo luogo accolti a formarsi alle più 
belle e più liete sue speranze » (1). 

Nuova espulsione dei gesuiti. Il collegio diretto da 
UN FUNZIONARIO FRANCESE. — Si avviciuava intanto il momento, 
in cui i timori dei PP. dovevano avverarsi. Un primo indizio si 
ebbe nel richiamo del Moreau (gennaio del 1806), troppo mite. 
In verità del Nardon, successore di lui, il collegio non ebbe a 
lagnarsi. Ma il vento spirava contrario, e il pietoso caso di un 
convittore corso, di nome Cardi Antonio, di Bastia, che si diceva 
parente di Napoleone, e che impazzì d'improvviso, giovò mirabil- 
mente a chi desiderava dare nuova forma al collegio. Anche di 
questo fatto Camillo Ugoni, secondo attesta il fratello Filippo, 
mandò alla madre una narrazione « con istile evidentissimo, » 
dalla quale rilevavasi che la sventura era attribuita a racconti 
spaventosi di miracoli e apparizioni, dati a leggere dai religiosi 
agli alunni (2). Il certo è che il giovine, divenuto furente, do- 
vette essere legato. Il governatore, che era il generale Junot, 

(1) Accademia di Esercizi cavallereschi, dedicati etc. dai convit- 
tori dell' Imperiai Collegio di S. Caterina di Parma nelV agosto del- 
l'anno 1805. Parma, Carmignani, 1805. 

(2j Camillo Ugoni, op. cit., IV, 445. 



DI PARMA 223 

andato a trovarlo (22 marzo), inveì contro i direttori. « Non 
valsero ragioni a persuaderlo, giacche vieppiù naontasse sulle 
furie, sicché si tacquero (i religiosi) per non irritarlo davvan- 
taggio con loro discapito ». Andò poi dal vescovo, che, recatosi 
al collegio, cercò di ridar la calma ai poveri direttori, abbattuti 
per il toccato rabbuffo. Intanto il convittore fu trasportato nel 
castello, e, per ordine del governatore disciolto. Ma dovettero 
rilegarlo, perchè era matto davvero. Neanche la musica militare, 
fatta suonare dal governatore, valse a calmarlo (1). Il prefetto 
si intromise per conciliare, ma inutilmente, che verso la fine 
dell' anno scolastico giunse da Parigi il decreto imperiale, che 
sopprimeva l'ordine dei gesuiti nello stato parmense. 

Il 21 luglio 1806 fu intimato lo sfratto ai PP. e a tutte 
le altre persone appartenenti alla compagnia di Gesù, con ordine 
di allontanarsi da Parma entro cinque giorni. Da questo prov- 
vedimento non erano colpiti né l'economo Sbarra, né il vice-eco- 
nomo Sabini, perchè « persone che mai avevano vestito 1' abito 
gesuitico ». Ai convittori, che, secondo alcuni erano 117 e se- 
condo altri 135 (in ogni caso, un bel numero!), fu « inibito di 
uscire dalla loro educazione sino alla futura villeggiatura », cioè 
sino al 16 agosto (1). L' amministrazione fu affidata a un con- 
siglio composto di funzionari pubblici, e la direzione all'aggiunto 
di prefettura, M. Raynaud, al Nardon molto bene viso. Ma que- 
sta nomina, si legge in un cronista contemporaneo, « fu come 
uno sparviero veduto da lungi dagli uccelletti, che tutti da un 
giusto spavento presi fuggono e spariscono » (2). L' impressione 
della cittadinanza possiamo desumerla da ciò che registrava un 
altro cronista, uso a tener nota giorno per giorno di ogni fatto 
di qualche importanza. Ecco le suo parole: 

« Questo collegio che a memoria d'uomini è sempre stato 
quello che ha fiorito più d'ogni altro, va a mancare al momento 
a perpetuo pregiudizio di questa nostra patria, quando un sole 
benefico, che è molto lontano non lo faccia risorgere. Per tra- 
dizione antica si sa, che gli alunni sono stati sempre al di là 

(1) Piazza, AIss. n.° H85 cit., fol. 171. 

(2; Ivi, fol. 174. Cfr. Pezzana, op. cit, VJI, 523, e Sìbini, op. cit.^ 205. 

(3) Sanseverini e Muzzi, cod. cit., pag. 306. 



1 



224 II- COLLEGIO DEI NOBILI 

del centinaio, ed una volta ai tempi dei Principi Farnesi si è- 
coutato il numero di 300. La fabbrica di questo Colleggio è 
sempre stata insigne, e ne' passati anni si è sempre più resa 
bella e commoJa, nulla mancando per le arti cavaleresche di 
superba sala di ballo, di Cavalerizza di tutte le altre scienze 
letterarie, e di locali altresì per i divertimenti di giovani, come 
di pallone, etc. Per la campagna poi trovasi una superba casa 
fornita di tutto l'occorrente. Insomma si può dire che a questa 
nostra patria oltre il lucro, che ne veniva, era questo Coleggio 
una memoria continua gloriosa per noi, che attraeva una quan- 
tità di forastieri, quali assai volentieri deponevano i loro figli- 
per la loro educazione » (1). 

Lo stesso giorno, 21 luglio 1806, il Nardon indirizzava alle- 
famiglie la seguente lettera: 

Monsieur 

Le Décret de S. 31. l' EMPEREUR et BOI a pronome 
la suppression de VOrdre des Jésuites dans V Etat de Parme. 

En exécution de ce Décret, fai pourvu au reniplacement 
des Directeurs et Professeurs Jésuites du Collège de S.^^ Cha- 
terine. 

La Direction de ce Collège a été confiée provisoirement à 
un Conseiller de V Adminisiration Generale des Etafs, et fai 
nommé un Conseil d' Administration poiir Ics intéréts et affaires 
de V Etahlissemeni. 

Ce Conseil me rendra compte cliaqiie semaine de toides ses- 
delihérations. 

Et Mj le Conseiller Directeur chaque jour me fera con- 
naitre tout ce qui a rapport à la morale, aux études, aux sciences^ 
et aux arts. 

Tous les réglemens anciens de discipline sont maintenus. 
Les cours des études n\i pas éprouvé un seul instant d' inter- 
ruption; et pour metire un tenne aux désordres qui naissaient 
de la sortie des élèoes pour aller à VUniversité, fai pourvu à 

(1) Piazza, Mss n° 1135 cif., fol. 174. 



DI P\KMA 22Ó 

ce quo toutes ìes parttes de Venseigneinent soieiit traitces dans 
le Collège. 

Et dans cette circosfaiice, je me flatte que le cliamjement 
de Maitres neu apporterà ancnn dans les intentions où vous étiez 
de faire élever M31/^ vo>! Fiìs au Collège de S.'^ Catherine. 

Le chof'x des Professears nouveaux répandra un nouveau 
lastre sur le Collège. Tous ont ohtemi de la renoinniée, en Italie 
et che2 Vétranger, une récompense de leurs travaux ; je vcux 
dire., cette lìortion de céléhrité et de gioire 'qui doit vous les 
rcndre recoiìuna)idahles, et chers a vos enfans. 

Le Gouvernenient adopte ce Collège, et ils seront frailés 
coinme adoptifs tous cenx qui continueront d'g étre élecés. 

Chaque élève au sortir du Collège jouira des avantages 
■que sa naissance, sa fortune, et son éducation lui permettent de 
pretendre dans VEtat. 

Les noins des élèves soriani après la fin de leurs études 
seront adressés à Sa Majesté. 

Et vous pouvez nourrir dans votre ante cet espoir, que 
le Gouvernement récompensera et utilisera tous les genres de 
talens. 

Sans doufe vous apprécierez les sentimens de bienveillance 
de Sa Majesté, et vous ne me mettrez pas dans le cas de lui 
designer vos enfans camme trans fuges d'un établissement qu'elle 
doterà d'une affection particulière. 

Vous voulez le bien de vos enfans: je le veux avec vous, 
et je remerete S. M. d'avoir place ce Collège Imperiai sous ma 
suroeillfince. 

Comptez, Monsieur, sur les sentiments paternels que je 
porterai à vos enfans. 

Et recevez Vassurance de me considération distinguée. 

Parme, le 21 Juillet 1806. 

L'ADMINISTRATEUR-PBÉFEI 

des Etats de Parme et Plaisance 



Arch. Stok. Parm , 2" Serie, J. 



226 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

La « S.* Napoléon » del 180(>. — Parve per il momento che 
il nuovo colpo di stato non avesse a tirarsi dietro conseguenze 
dannose. Certo i nuovi governanti lo speravano. Intanto, coinci- 
dendo la chiusura dell'anno scolastico con il natalizio di Napo- 
leone, pensarono di trarne vantaggio. Ond' è che promossero 
solenni feste pubbliche, le quali, destando ammirazione e confer- 
mando la devozione all' astro napoleonico, avrebbero dovuto assi- 
curare anche meglio la vita del collegio. 

Per parte del collegio e dell' universitcà le feste ebbero luogo 
il 14 agosto a Santa Caterina. 

Vi assistettero le autorità e moltissimi invitati, tra i quali 
si notavano gli scolari delle case di educazione di Fontanellato, 
istituite da Stefano San vitale, allora Maire di Parma. 

Si cominciò con l'esame pubblico d" un aspirante al grado 
di dottore in legge. Subito dopo S. E. Ugo Eugenio Nardon, 
Amministratore-Prefetto degli Stati di Parma, Piacenza, etc, 
lesse un discorso, come si suol dire, di circostanza. Dopo aver 
ricordato che il L") agosto, natalizio di Napoleone, era anche il 
giorno in cui fu restaurata la religione cattolica, apostrofò i 
parmigiani con queste parole: « en parlant de la glorie de mou 
pays, en louant les vertus de mon Souverain, je raconte votre 
propre historie ». Rivolgendosi poi al neo dottore, disse: « votre 
discours et vos réponses font honneur à votre savoir et à vos 
principes ». Lodò il Sanvitale, chiamandolo benemerito del popolo. 
E finalmente in questa guisa parlò ai convittori : 

« Jeunes Elèves, il me tardait d'arriver à vous, mon coeur 
est presse de sentiments. Vous aussi, vous débutez dans la car- 
rière, et elle sera pour vous parsemée de fleurs : tous les genres 
de gioire et de prospérité vous sont présentés, vous serez sous 
la protection speciale du Grand Eoi, méritez ses bontés par votre 
application, votre émulation et votre dévouemeut. 

« Vous appartenez aux principales familles de l'Italie; 
rentrez dans leur sein, dites-leur que vous étes devenus Fran^aises, 
que votre éducation actuelle vous permet toutes les espérances : 
parlez-leur du zéle, des soins, de la bienveillance de votre esti- 
mable Directeur, de la sagesse de votre Conseil d'Adrainistration, 
de la protection du Gouverneraent; dites-leur qu' un instant à 



DI PARMA 227 

iiiauqiié détriiire le plus bel établissemeut d' iustruction de 1' I- 
talie : mais qiie cet instant a été, au coutraire, régÓDérateiii- et 
pi'otecteiir pour vous et pour lui ». 

Questa funzione aveva avuto luogo nel gran salone del 
collegio. Di qui passarono tutti nel teatro, dove i convittori 
rappresentarono « une petite pièce fran9aise », di soggetto sto- 
lieo, intitolata Le Dragoit de Thionville, ed eseguirono, dopo, 
una danza pirrica, dal titolo La hattaf/lia di Aasterlitz, « le 
fait d' arnies le plus ètonnant que 1' histoire nous rappèle » . 
Tutti si meravigliarono « de 1' élégauce des costumes, de la ra- 
pidità de l'action, de 1* ordonance des groupes, eufin de l'ensem- 
ble du spectacle donne par des enfans qui n' y ont été exereés 
que pendant peu de jours » (1). 

In questo spettacolo Napoleone fu rappresentato da Camillo 
Ugoui, in quell'anno principe dell'Accademia degli Scelti, Fran- 
cesco II d'Austria da Ridolfo Zauli faentino, Talleyrand da Ce- 
sare Caimi pontremolese, Bertier da Francesco Persico veronese, 
Murat da Cornelio Bandini maceratese, Junot da Luigi Baronis 
chietino, Augeraux da G. B. Politi parmigiano, Bernadotte da 
Giacomo Zauli faentino, Davoust da Alessandro Spada romano, 
etc. (2). Lo Spada, qui ricordato, è quello stesso che, diventato 
poi cardinale, fece al collegio un dono in memoria della sua 
dimora in esso (3). 

La festa durò dalle ore 15 alle 19. Ma il Nardou, colpito 
da indisposizione, non potè assistere sino alla fine, tanto che la 
premiazione fu fatta dal Dauchis, consigliere di stato, ultima- 
mente arrivato a Parma ; e però lo spettacolo fu ripetuto davanti 
a lui tre giorni dopo (4). 

Chiusura del Collegio dei Nobili. — In fondo, gli improv- 
visati direttori del collegio volevano ingraziarsi lo Junot, nuovo 

(1) Précis des Fétes doìin-'es à Parme à V occasion de la S.' Na- 
poléon. Parma, Impriraerie Imperiale, 1806. 

(2) La hattaglia d' Aìiftterlitz. Ballo in un atto solo. Senza indica- 
zioni tipografiche. — Cfr. C. Ugoni, ojy. cit.., IV, 445. 

(3) Allodi, op. cit.^ I, 137. 

(4) Piazza Mss. N.^ Ii85, cit, fol. 177. 



228 II- COLLEGIO DEI NOBILI 

governatore. Ma la magaitìcenza delle teste, la solennità della 
funzione accademica, il numeroso concorso di spettatori, gli ap- 
plausi e tutte le esteriori apparenze, proprie di spettacoli siffatti, 
potevano anche dar loro la illusioue che le sorti del collegio fossero 
assicurate. Invece la rupe Tarpea non era molto distante. Alla 
riapertura delle scuole tornarono in collegio soli trentaquattro 
alunni. E anche costoro, veduta la « fuga » generale, pensarono 
bene di tornarsene anch'essi alle loro case. Ultimo ad abbando- 
nare il collegio fu Carlo Borri, milanese, che parti ai 81 dicembre 
180G. Or che altro poteva farsi se non che chiudere il collegio? 
E così fu fatto, con danno e vergogna del paese. 

« Si chiude tale casa — scriveva melaiiconi -amente un 
conteivjporaneo — contro il decreto Imperiale segnato sotto li 
21 luglio 180(i, che annunzia la partenza degli ex-Gesuiti ma 
che nello stesso tempo obbliga il Prefetto di mantenerlo in 
tutto e per tutto con quel decoro e colle stesse leggi e disci- 
plina, che è sempre stato, promettendo l' Imperatore stesso d'as- 
sisterlo in tutto e per tutto, facendoli da Padre in qualunque 
circostanza. Altro ordine fu pure avuto dall'Amministratore Prefetto 
a tenore del decreto Imperiale dei 3 luglio ove ordina al Diret- 
tore di tale Collegio d'avere tutta la raa^ggiore vigilanza, acciò 
il tutto vadi a dovere, per cui sotto li 21 luglio uscì l'anzi de- 
scritto decreto Imperiale, che comandava quanto si è detto » (1). 

Il Kaynaud aveva promesso di compiere due opere: vuotare 
la vasca del pubblico giardino e ridare splendore al collegio. 
Della seconda è inutile parlare. Ma si sa che non riuscì neanche 
nella prima, onde corse l'epigramma : 

Rayaaud à été fonrnì d'un doublé privìlège 
De vuider le Bass'm, et remplir le Collège; 
Mais s'etant coafoudu dans ce doublé dessein, 
Il vuida le Collège, et vempli le Bassin (2j. 

Tutto ciò non fece perder di vista al Raynaud la parte 
utile. Da buon francese, quando vide inevitabile la chiusura del 
collegio, volle mettere al sicuro le cose preziose. Si fece per ciò 

(1; Piazza, Mss. N. ii85 cit., fol. 178. 
(2) Sabini, op. cit, 207. 



DI PARMA 22 P 

consegutiie gli oggelti d'oro e d'argento appartenenti alle cap- 
|i('lle, aHaccademia t'alia foresteria. L'economo don Sante Sbarra, 
rAccademico <Uo. Jiatt. Grazioli, il Bidello dell'Accademia, e 
sagrista depositario delle cappelle, don Francesco Leporati, con- 
segnarono tutto. Ma, poiché la consegua era stata fatta senza 
inventario, i poveri depositari, dopo un po' d'attesa, non sapendo 
come mettersi al sicuro per il caso di eventuali responsabilità, 
il giorno 1<» si riunirono, e. fatte le note degli oggetti, dichia- 
rarono a chi e perchè li avevano consegnati, firmando le note 
stesse. Sono due docun.enti, nella loro rozza ingenuità, veramente 
interessanti. 

« Oggetti preziosi d'oro, e d'Argento appartenenti alla già 
Accademia dell'Ex Collegio di Santa Catarina Appropriatisi sen- 
z'Iuvtnlario dal Sig. Dirett. Armand Reynaud il giorno 15 Di- 
cembre 1806. 

« CAPI X. 1. Medaglia d'Oro con Corona del Principe, Diamantata. 
» » 3. D'Oro collo Smalto. 
» » 8. D'Oro. Soglie cogli Emblemi allusivi. 
» » 12. D'Argento Sudorato cogli Emblemi esse pure. 
» » 1.' Calamaio d'Argento, compito, e con sua Schifetta 

d'Argento. 
» » 1. Sigillo allusivo, d'argento con Manico di Legno 

prezioso. 
» » 1. Bugia d'Argento. 
» » 1. Cartella coperta di Lama d'Argento, cogli Emblemi 

allusivi, 
» » 1. Simile piccola a Filagrana colle Leggi, e regole 

deirAccademia. 
>» » 2. Schifette di Metallo inargentato. 
» » 2. Candeglieri Simili. 
» » 18. Sedie indorate a oro di zecihino, con varj Stemmi, 

e coperte di velluto lavorate. 
» » 1. Cembalo assai buono. 
« Io Gio. Batta Grazioli ho consegnato, presente il Sig. Economo 
Sbarra i suddetti capi. Io come Accademico. 
Parma, 16 Decembre 1806. 



_':'.(» IL COLIJ'.niO T)FI NOHIM 

« lo 1). Fiaijcosco Leporati Bidello doiraccademia ho veduto, e sono 
stato presente alla consegna che ha fatta dei siidetti capi 
il sig. Gracioli Accademico. 

« Io Francesco Ziveri Fui Presente alla Sudetta Consegna. 

» Nota esatta dei Capi d'Argenteria appartenenti alle due 
Cappelle di questo Collegio di Santa Catteriua, consegnati d'or- 
dine suo al Sig. Dirett. di Detto Collegio, Monsig. Armand 
Reynaud Consigliere. 

« CAPI N. 2. Calici d'Argento Lavorati. 

» » 1. Detto Soglio. 

» » 1. Ostensorio tutto d'Argento. 

» » l. Scattola d'Argento p. conservare l'Ostia consecrata. 

» » 1. Incensorio d'Argento. 

» » 1. Navicella per l'Incenso. 

» » 1. Lampada pure d'Argento. 

» » 1. Asperges coli' intero Manico d'Argento. 

» » 3. Cristi d'Argento. 

» » 1. Cristo di Bronzo Sudorato. 

» » 2. Baccili d'Argento. 

» » 3. Tavolette coperte di Lastra d'Argento. 

» » 1. Croce col SS.'"° Legno lavorata a Filagrana d'Ar- 
gento. 

y> » 1. Cuore ad onore di Maria Vergine. 

» » 1. Reliquiario, d'Argento anch'esso. 

» » 4. Teche d' Argento con diverse Reliquie Legate in 
Argento. 

» » 1. Vasetto d'Argento per gli Olj Santi. 

y> » 2. Pissidi d'orgento per le Comunioni. 

y> » 0. Candelieri d'Argento detti da Mensa. 
«< Inoltre si sono consegnati tutti gli nitri Arredi Sacri consistenti 

in Camici, Pianete, Tonnicelle, Missali, Biancherie ed altri 

Servigi d'Altare di Cappella, e di Sagristia al prelodato 
Signor Direttore in presenza del Sig. Ministro Grazioli, di 

Bartolomeo Crescimbeni, e di molt'alire persone. 
« Io Gio. Batta Grazioli ho veduto a consegnare i suddetti capi 

16 Decembre 1806. 



DI l'AkMA 231 

€ Io D. Fiaucesco Leporati ho coD^eguali i siidetti effetti come 

sagrista depositario. 
< lo Francesco Ziveri Fui Presente alla Sudeta Consegna » (1). 

Non era però nelle intenzioni deirottimo Eaynaud di lasciare 
quel peso sullo stomaco dei poveri depositari. E difatti, la sera 
del 31 dicembre, ricevendo la consegna dei mobili « fin qui fe- 
delmente custoditi », e i generi rimasti nei magazzini, e, quel 
che più importava, i denari rimasti nella cassa, proprio quanti 
dovevano essere secondo 1" ultimo « cedolone », dava all'economo 
Sbarra ricevuta di tutto, e, lodandolo senza restrizioni, lo dichia- 
rava « dispensato e disgravato d'ogni contabilità, e responsabi- 
lità ». E, certo, l'amministrazione dello Sbarra, entrato, come si 
è visto, in ufficio sin dal 1770, era stata una vera fortuna pel 
collegio. Non volle i estar indietro l'amministratore-prefetto; pur 
indorando la pillola. Egli, difatti, rincarando la dose degli elogi, 
scriveva così : « La perte que le Pays fait dans le Collège sera 
bienlòt réparée: suivant les intentious de S. M, le Lycée va y 
étre établi. Mais parmi les avantages de cet établissement il en 
serait un pretieux pour lui e que je lui souhaite, ce seroit d'avoir 
un homme qui eut votre esprit d'ordre d'economie et de benne 
adrainistration » (2). 

Un liceo njilitare doveva dunque sostituire l'antico e glorioso 
Collegio Farnesiauo, al quale, dopo due secoli di vita onorata e 
feconda, toccavano in sorte, unico elogio funebre, le lodi interes- 
sate di M. Raynaud e del suo superiore all'abile ed accorto 
economo. 

Nella rovina furono tratti tutti gli impiegati. Erano tren- 
tuno. Di essi, otto, ritenuti per far la guardia al locale e pren- 
dere in consegna le robe, ebbero una riduzione di stipendio. Gli 
altri furono licenziati. Ma tutti trascinarono per lunghi anni la 
loro miseria, implorando, dai nuovi padroni, e, qualche volta, ot- 
tenendo dei sussidi. 

Lo Sbarra dunque era stato « isgravato » dalla responsa- 
bilità dei conti. Ma il Consiglio d'Amministrazione del collegio 

(1) Originali, nell'Aroìiivio del Convitto. 

{■■!) Il Rayniud e il Naiduu allo Sbarra, 31 dicembre 180«. Ivi. 



232 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

iiicaticò il l>aroiii, ispettore geuerule delle contribuzioui dirette, 
dell'esame dei conti dal 2:> settembre 1805 al 1:'. giugno 1807. 
Alla sua volta il maresciallo Pérignon, sin dal novembre del 

1806 governatore generale degli stati di Parma e Piacenza, il 
25 luglio 1807 chiedeva allo Sbarra l'inventario dei mobili con- 
segnati al Raynaud, che, dopo i fatti già narrati, si capisce che 
non potesse essere in odore di santità. Da tutto questo armeg- 
giamento venne fuori quello che, forse, troppi sapevano: che, 
cioè, A[. Raynaud aveva fatto le cose un po' sans fagon; e 
che lo Sbarra aveva sempre amministrato bene e con ricono- 
sciuta probità. Risultò anzi che questo modesto abate avrebbe 
dovuto essere rimborsato d" una piccola somma, erroneamente 
segnata a suo carico (1). 

Il Liceo imperiale. — Un decreto imperiale del 17 ottobre 

1807 assegnò l'edifìcio di S. Caterina con tutti i mobili al liceo 
imperiale, al quale era ceduta anche la Villetta, nominandone a 
Prorificur Luigi Scutellari, presidente dell'Accademia di Belle 
Arti, e a censore degli studi Angelo Mazza, segretario dell'uni- 
versità. L'articolo sesto di quel decreto vietava la instituzione di 
ogni altra scuola secondaria nella città di Parma. Di conseguenza, 
ai 10 dicembre, l'amministratore prefetto Nardon decretava la 
consegna del collegio alla mairie per la installazione del liceo, 
la quale mairie era anche invitata a provvedere sur le champ 
all'occorrente; e invitava lo Scutellari e il Mazza a presen- 
tarsi per daie il giuramento e prender possesso dell'ufficio (2). 
11 segretario generale dell'amministrazione, nel darne parte allo 
Scutellari, scriveva: * Je vois dans votre installation l'aurore 
d'un beau jour: la lumière de l'instruction nouvelle va reprendre 
son éclat sur un pays adopté par l'empereur. L'Italie fut le ber- 
ceau des lettres, elle produira sous l'aile du héros, qui la protége, 
des éléves qui marcheront sur les traces de leur devanciers (3). 

L'installazione ebbe luogo il 14 dicembre. Alle ore due, 

(I) Relazione del Barone, 2~ luglio e « aTivté » del consiglio di ammi 
nistrazione, 30 luglio 1807, nell'Archivio del Convitto. 

(2) In copia, ma autenticata, ivi. 

(3) Il Segrotaiio geremie allo Snitellnri. 11 dicembre 180~, ivi. 



DI PAI! MA 233 

scortati (lu iiu distaccaiuento della coiripagDia di riserva e prece- 
duti dai trombettieri della città, lo Sciitellari ed Angelo Miizza 
si rei'arono iu gran pompa nel palazzo dell" amministratore gene- 
rale, e lì, presenti il segretario generale, i membri del Consiglio 
del Contenzioso, il sottodelegato e il nKÙre di Parma, diedero il 
giuramento prescritto dalle leggi. Prima però uno di loro lesse 
un discorsetto che voleva parer francese (da chi composto non 
risulta), il quale, se lasciava a desiderare per la correttezza della 
forma, rispondeva per altro ai sentimenti, che piaceva ai padroni 
sentir esprimere. Eccolo nella sua integrità : 

« Monsieiir UAdìninisiraicìtr Prcfrf, Mes.^ietirf;, 

Le sermeut que nons allons préter est déja grave dans nos 
coeurs par la reconnoissance. 

La formation d'un Lycée à Parme est un bienfait qui presage. 
que nous serons dignes sans doute d'en recevoir de plus grauds. 

Les Établissemens d'une Nation puissante sont toujours 
iTaccord avec sa politique. 

Pour porter avec zéle le fardeau de nos devoirs nous avons 
hesoin que le bcnLeur de nos concitoyens applanisse les difficultés 
cu que duraoins Téspérance de les voir heureux nous encourage 
et nous soutienne. 

De quels sentimens pcurrions nous pénétrer la jeunesse si 
nous n'avioDS à leur montrer qu'un avenir orageux semblable à 
ces tems de discordes, qui fujent déja loiu de nos regards. 

La nombreiise famille à qui nous prodigiierons nos soins. 
qui nous attachera comme si c'etóint nos propres enfans nous 
exposeroit a des peines trop améres, si nous n'aurions a lui offrir 
les plus brilliantes prospectives dans le grand siede qui commenee. 

Le Genie immortel, qui regie les destiues de l'Europe a fait 
cesser ses grandes calamités avec une profonde sagesse qui l'éleve 
au dessus des hommes. 

Le Monde proclame sa gioire et les peuples soiimis ù sa 
pnissance ont pris le primier rang an milieu des nations. 

Nous obéissons aux loix du grand Napoléon nous aimons ses 
constitutioìis: nous les ferons nimer aux élèves confiés a nos soins 



234 li. COI.I,E(iIO DEI NOBILI 

et bientót n"en doutous poiut, lu plus grand des Monarques iiou.s 
fera jìarticiper les avantages quo sou Regna résérve à ses fideles 
sujets. 

Oui, Messieurs, tout est tacile quaud la justice et la con- 
fiance flattent un peuple. Lors qu' il devieut ce qu" il merit d'étre 
pour soD amour et sa soumissiou. 

Sa Majesté augmentera le respect et les honimages de ce 
peuple, bou, et docile en deiguant choisir encore parmi noiis ceux 
qui se sont consacrés à Fétude des scieci es, et des Arts à l'edu- 
catioD de la jeunesse eu un mot ceux que les pères de famille 
out dèja choisi. 

Vous nous verrés Messieurs constants à ramplir dos devoirs 
dociles à vos inspiratioDs; plain de respect, d'admiratiou pom- 
uotre Auguste Empereiir et toujours piéts à obéir aux autorités 
tutélaires de ces Etats » (1). 

Ahimè ! tanta pompa e solennità, tante parole reboanti, tante 
seducenti promesse non diedero uno solo dei frutti che si an- 
nunziavano. L'amministrazione dello Scutellari sino al 1814, cioè 
sino a che durò il dominio francese, dovette scendere sempre più 
basso dalle alte sfere, in cui si era librata, e mano mano toccar 
proprio terra. Dovette restringersi a tener su gli edifizi, ad esco- 
gitare progetti progetlini per far fronte ai molti bisogni, ven- 
dendo perfino le medaglie del principe e degli accademici degli 
Scelti, a schermirsi tra le tante autorità da Parma a Parigi, le 
quali, fja va sans dire, o si studiavano sempre di portar via 
qualche cosa, o ingarbugliavano e ritardavano tutto con le ine- 
sauribili e pedantesche formalità. E chi sa che cosa sarà passato 
per la mente del pacifico Armonide di fronte a tanto sfacelo. 
Almeno lo Scutellari si potè consolare, pensando d'avere aggiunto 
le armi napoleoniche e l'aggettivo imperiale alla parola: liceo, 
dopo che, durante un viaggio, ebbe notato che così usava fare 
in Piemonte 1 

Tra il 1809 e il 1810 la badia di Fontevivo fu adoperata 

(1) Minuta, nell'Archivio del Convitto. — È a supporre che il discorso 
sia stato corretto prima d'essere recitato, quando sarà stato « messo in 
belio ». 



1)1 PARMA 235 

per il deposito di meudicità del circoudario di Borgosandouuino, 
e il palazzo di S. Caterina e la Villetta furono invece assegnati 
air Università. 

Ai 10 luglio 1812 il Commissario di polizia Rossi, per or- 
dine del maire di Parma, si faceva consegnare da don Sante 
Sbarra, vice provvisore, « una lapide grande di marmo con una 
inscrizione ed arma gentilizia della Casa Borbone, esistente altre 
volte nel Refettorio del d.*' Liceo e levata d'ordine superiore 
sulla fine dello scorso mese di maggio » (1). 

Nell'agosto del 1810 al Fontanes, che pare pigliasse sul 
serio il liceo imperiale di Parma, e che perciò appunto chiedeva 
notizia della biblioteca, il buon Scutellari rispondeva, con can- 
dida ironia: « J' ai 1' honneur de Vous exposer, que le Licée 
de Parme n etani pas ancor en aciiviié (de cet établissement 
n'existant rien d'autre que le Locai, le Proviseur et le Censeur) 
il n'a donc jusq'à présent aucune Bibliothèque » (2). 

Ne doveva mancare la nota amena. Don Sante Sbarra, dopo 
essere stato fliscaricaio tanto volte, alla fine del 1809 si sen- 
tiva « eccitato » dal percettore Giacomo Braibanti al pagamento 
di oltre 16.000 lire di Parma per preteso reliquato della sua 
gestione qual economo dell' ex Collegio di S. Caterina. E buon 
per lui che potè dimostrare che non aveva ricevuto neanche quei 
pochi, dei quali era stato riconosciuto creditore sin dal giugno 
del 1807 (3). 

Finalmente nel 1812 potè dirsi che il palazzo di S. Cate 
rina servisse a qualche cosa. Lo Scutellari ebbe ordine di « vi- 
siter les locaux et faire dispcser les lits et meubles pour la re- 
ception des Curés provenants des Dep. de Rome et du Trasi- 
mène » ; ed egli si empressa di farlo, avvertendo però che ben poca 
cosa rimaneva dell' antica dotazione del collegio. Nel che era 
mosso, non solo dal desiderio di fare che tutto andasse arce le 
meiìleur ordrc et à la satisfactiou da Goiwernement, ma anche 
dalla speranza di veder pagati gli impiegati (4). 

(1) Dichiarazione del commissario Rossi, nell' Archivio del Convitto. 

(2) Minuta di lettera, 13 agosto 1810, ivi. 
(3) Lettera 11 dicembre 1809, ivi. 

(4) Minuta di lettera, 11 agosto 1812, ivi. 



23(5 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

11 Collegio accolse diaiqtie <' iiioJtissiii]! Parochi delia Ko- 
magiia, che sodo - — scriveva un coutemporaiieo — ima [liccola 
parte di quei tanti, die hanno ricusato di prestare il giuramento 
in quelle forine pretese dal Governo Francese, e perciò relegati 
qui in Parma, siccome tant'altri in diverse parti, e Isole ancora 
dell'Italia » (1). Vi rimasero sino alla metà di luglio del 1814. 
Chiamati in prefettura ai 14, e invitati di nuovo a prestar giu- 
r;i mento, su 89 giurarono 82 : gli altri 57, clie rifiutarono, il 
giorno dopo vennero chiusi nel reclusorio di S. Francesco del 
Prato, così come contemporaneamente quelli di Piacenza, meno 
due che giurarono, furono messi nel reclusorio di quella città (2). 

11 liceo imperiale, annunziato con tanto rumore, rimase 
dunque, sino ali" ultimo, un pio desiderio. A onor del vero però 
occorre aggiungere che parte della colpa ricade sulle autorità 
cittadine, che non mostrarono altro zelo, se non quello di trarre 
a proprio vantaggio tutto ciò che potevano portar via dal col- 
legio. 



(1) Sansevekixi e Muzzi, cocl. mss. cit„ p 306. 
i2) Ivi, p. 308. 



fìÈ 



DI PARMA 237 



Capitolo Quattordicesimo 



Il Collegio dei Nobili 
al tempo dell'Arciduchessa Maria Luigia d'Austria. 

Tenfativi e proposte per rtchlaniarc in vita il coUe</io. — 
Riapertura del collegio sotto la direzione del benedetti ni . — 
Cure dei governanti per ridar lustro al collegio. — Il 
« Genio della Parma » . — ^^'^ogi accademici. — llin- 
nione del Collegio dei Nobili col Collegio Lnlatta sotto il 
nome di Colleo^io ducale Maria Liiiofia. 

Tentativi e proposte pek richiamare ix vita il collegio. 
— Caduto l'impero uapoleouico, si ebbe prova evidente che il 
ricordo del glorioso Collegio dei Nobili era rimasto vivo a tra- 
verso tutti gli scouvolgimenti dell'epoca. Esso richiamò subito a 
sé l'atteuzione dei goveroanti non appena ebbe fine l'amministra- 
zione francese. E quali idee si avessero in alto luogo intorno alla 
violenta sua chiusura e alla necessità di ridargli vita, a ogni 
costo, ognuno può rilevare dal preambolo del rapporto G set- 
tembre 1816, col quale il ministro Magawly ne proponeva la 
riapertura. 

« Se fìi mai tempo, in che gli Ottimi Kegnanti dovessero 
por mente ai mezzi di promuovere, e di migliorare la pubblica 
istruzione, egli è in oggi dove per lung'anui essa è stata negletta, 
anzi quasi abbandonata, specialmente da quella Classe di persone, 
cui la stranezza degli errori politici aveva ormai bandita dal 
cuore del Governo, e da quella parte d'amministrazione pubblica, 
a che, e per altezza di nascita, e per elevatezza di sentimenti, 



238 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

doveva pur essere partieolarmeute chiamata. E qui ancora in 
questo bel Paese cui fortuna vuole governato dalla Maestà Vostra, 
qui dove più, che in altra parte d" Italia, fiorivano le scienze, 
le arti, e tutte le eccellenti discipline, erasi dovuto cedere alla 
forza delle circostanze, e restringersi a operare in modo, che non 
fossero intieramente diserte quelle istituzioni di pubblico insegna- 
mento, che i sovrani delle due passate Dinastie, avevano con 
tanto amore, e con tanto dispendio create, conservate, e spinte 
all'ultimo grado possibile di perfezione. Ma se valsero le solleci- 
tudini de' buoni a salvar taluno di que' provvidi instituti, superflue 
furono per altri, di cui non minore era l' importanza, e di cui 
piangesi tutt'ora la total distruzione; por si deve il primo fra 
questi ultimi il real Collegio de* Nobili, che da gran tempo 
sostenevasi, con tanto lustro, con tanto vantaggio per questi 
stati, e più ancora per questa Città, dove quel solo stabilimento 
introduceva dall'Estero in ogni anno, la rilevante somma di 30, 

e più mille Zecchini 

« Prospero era lo stabilimento, e formava alcun compenso, 
alle gravi perdite che soffriva questa Capitale, allorché dietro 
rapporti dettati dal mal genio, in che snpponevasi che vi esistesse 
ancora l'Ordine Gesuitico in Parma, e che da esso fosse retto il 
Collegio de' Nobili, a danno del Governo, e delle opinioni da 
esso protette, furono con superiore Decreto esiliati que' pochi 
ex-Gesuiti, che tenevano il Collegio, e ne fu dato il reggimento 
a persone secolari, tanto per l'economia, quanto per 1" insegna- 
mento. Ma inutili furono queste ultime disposizioni, giacche le 
persone scelte a tal opera non godevano della pubblica estima- 
zione, sì che in breve tempo furono dai Parenti richiamati gli 
alunni, e sciolto effettivamente il Collegio, senza che siasi quindi 
potuto restaurare, ne sotto il primo nome, uè sotto quello di 
Liceo, cui si vollero destinati, ed il locale, e quelle poche sostanze, 
che erano rimaste superstiti allo scialaquamento vergognoso, che 
se ne era tollerato » (1). 



(1) Rapporto a Sua Maestà sul ristabilimento del Collegio de' No- 
bili e dell' Ordine de' Monaci Benedettini, nella R. Biblioteca di '"arma, 
Mss n. 241, busta: Cloìlejio dei Nobili, ]S16-3.^,, 



DI PARMA 239 

Già il (3 di agosto del 1815 all'imperatore Frauoesco 11, che 
reggeva lo stato in nome della figliuola, aveva il Magawh' con- 
sigliato di riaprire il Collegio dei Nobili. Ma, poiché ritenevasi 
« persuaso, e dalla passata esperienza, e dalle proprie osserva- 
zioni, che le persone del secolo riescivano meno atte alla direziono 
della Gioventù, sia per essere distratte dalle cure domestiche, sia 
per essere meno legate da qiie" sentimenti di Religione, e di 
obbedienza, che vogliono essere base di una educazione bene 
ordinata » : suggeriva di giovarsi de" gesuiti, il cui ordine era 
stato da qualche anno ristabilito nei domini pontifici e in Ispagna 
e presto sarebbe ristabilito pure in altri paesi. Aveva anche 
pensato ai benedettini, già esistenti e molto stimati in Parma : 
ma questi, interrogati, avevano risposto negativamente. Si trat- 
tava in altri termini di riaprir la porta ai gesuiti. Però Maria 
Luigia, con quel fine intuito, che la guidò in tutto il lungo 
principato e che le fece perdonare molle (forse troppe) cose, 
dichiarò che non voleva saperne di gesuiti e ordinò « che si 
cercasse di nuovo di indurre i monaci benedettini ad incaricarsi 
della pubblica edu-vazione » . Rinnovate per tanto le pratiche, i 
benedettini, mutando parere, non solo si dichiararono disposti ad 
accettare, anzi « ne sollecitarono essi medesimi la concessione ». 
Chiesero soltanto, in compenso, il restauro del loro ordine negli 
stati parmensi con la conseguente restituzione dei beni da quello 
provenienti, dei quali il patrimonio dello stato potesse ancora 
disporre; e quindi anche il convento e la chiesa di S. Gio- 
vanni in Parma, di che parte era destinata agli uffici del dipar- 
timento di guerra, della direzione delle contribuzioni dirette e 
della Intendenza generale del Patrimonio. Fecero inoltre l'offerta 
di rinunziare alla pensione, assegnata loro dal governo francese e 
conservata dalla duchessa, e di sostenere, invece dello stato, tutti 
gli oneri gravanti il patrimonio dell'ordine e di reggere il Collegio 
de' Nobili, somministrandovi professori e maestri ed accogliendovi 
« a titolo interamente gratuito » dodici alunni, nominati dalla 
sovrana. 

Il Magawly, fatto un bilancio economico e morale di quel 
che i benedettini offrivano e di quello che chiedevano, ne presentò 
le conclusioni a Maria Luigia, coH'avvertenza che, accettando, si 



240 II. COLLEGIO DEI NOBILI 

sarebbe avuto « per ultimo risultamento una diminuzioue di 
rendita sul patrimonio dello stato », ma diminuzione però affatto 
trascurabile di fronte ai grandi vantaggi morali, diesi aveva diritto 
di sperare. Consigliava adunque di accettare, tanto più che forse 
il ritorno dei benedettini avrebbe rinnovato un uso lodevole, ossia 
certe adunanze serali, che un tempo si tenevano in S. Giovanni, 
e che toglievano molti giovani « all'ozio, al giuoco, ed a piìi 
dannosi bagordi ». E concludeva così : 

« Sua Maestà il Sommo Pontefice, felicemente Regnante, 
era prima della sua esaltazione al Pontetìcato, dell'Ordine di 
S. Benedetto, e passò alcun tempo di sua vita nel Convento di 
Parma. Si sa di certo, né altramente può essere, che Egli mette 
in gran pregio il restauro della sua antica Casa; facendolo V. M. 
darà prova non poca della sua deferenza al piacere del Pontefice, in 
contrario nessun ostacolo troverà nelle Negoziazioni per il traspo- 
nimento delle Congrue: sarà inoltre l'opera della M. V. consen- 
tanea alla politica delle Corti Italiane, polìtica che tende a 
vieppiù legare insieme gli interessi de' Regnanti, che hanno 
ripreso il Governo di questa bella parte d'Europa » (I). 

RiAPEIiTDRA DEr, COLLEGIO SOTTO LA DIREZIONE DE[ BENEDETTINI. 

— Questo rapporto ottenne pieno effetto. Il giorno dopo, 7 set- 
tembre 181G, nel consiglio plenario, presieduto da Maria Luigia, 
fu deliberato « a pieni voti » il ristabilimento dei benedettini 
e la riapertura del collegio (2). Un decreto sovrano, datato da 
Colorno 19 ottobre 1810, vi diede fjrma legale, incaricando 
ì benedettini « della direzione del Collegio de' Nobili, con tutti 
gli oneri, che spettar possono all' economia di tale Istituto, 
ed alla istruzione che dovrà darsi ai Convittori, conforma a 
quanto verrà da noi stabilito », oltre all'obbligo di mantenere 
e istruire dodici alunni nominati dalla Sovrana. Un altro decreto, 

(1) Rapporto a Sua Ma'ìstà sul riatabilimento del Collegio de' No- 
bili, e dell' Ordinfi de' Nobili Benedettini, nella K. Biblioteca di Parma, 
Mss n. 251, busta: Collegio dei Nobili, i8 16-33. 

(2) P. A. Gariurixi, Discorso pel solmne riaprimento 

del lor tnonastero (dei benedettini) e del Collegio de' Nobili ad essi 
affidato^ Parma, Carmio-iiani 1818, p ti 



n PAUU 



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'dato ìd Sala ad'i 15» apil^ 1^17, afp-oTaTa fl regtoiaiBaitc» 

fir^aral-D dal rr-norp OescM « dai Conserratori d^ìeg^tì alla 
tì9(T4^1ia.iii;a àt] t-: illudo: Oaàmiro di Soj-agna € AgostÙM Ma- 
■asa. Bel q-ualt-- a T'ici-r-fito M limate massimo diì «Iti, per la 
aHimisai'ODf, f ssat'j k TiL"iid aaaid, ^i-a dett-o : « Se w» dip a 




poesia legge, m ai-faniìi^ <c«£tanite, oDa sola eceedme TÌea fiiJtla 
per si^misre <dfef«£m«iie, e dcH" iiska ditfstasza dd ripràti- 
■anat® di qa^® ^^Me C^m^iii®, a ìiaTore fi qua fistnitì 
fMianetiì dtt attaalmiate mate la matena a^élena ddfat 
IL S., ttvovaHÌ ad Cdkgì» Lalatta d^iGsìtatì. e €he fai qodlo 
dà Xofeili è soa noie di tn^iaiitaie >. 

I Bonad beMdcttiù nmtnimo md eonvato di S. Girrai-i 
il 24 a^Qst® 1^17 fd i! 13 Bovcmlav deDo stesso auto, gk»iìo 

AJKca. aras P&aaa... «.j' ^ne. I. M. 



242 IL CUI.I.KGJO DEI N()BII,1 

dedicato ai santi dell" Ordino « presero il corapiruento del sacro 
lor abito » (1). 

Il collegio fu riaperto ai 4 novembre nel locale di S. Ca- 
terina, sotto la direzione del P. abate don liemigio Crescini (2). 
che rimase in queir ufficio sino al 1828, quando cioè fu eletto 
vescovo di Parma. 

Il ritardo si dovette in parte al non essere tutto libero il 
palazzo di S. Caterina, e in parte anche all' essere state asse- 
gnate (8) la Villetta e la badia di Fontevivo al Collegio Lalatta 
(per aiutarlo, come quello che navigava in acque cattive assai), 
in tempo che non esisteva il Collegio dei Nobili e non era deciso 
il suo ristabilimento (4). 

Intanto la sovrana decretava che all' abate Crescini fossero 
consegnati immediatamente il palazzo di S. Caterina e i mobili 
in essi esistenti ; e che presto si facesse la consegna anche della 
badia di Fontevivo, con i prati attigui all'edificio, « indispen- 
sabili » per la villeggiatura dei Convittori (5). Il recinto della 
Villetta invece era stato dato già al comune di Parma, perchè 
vi costruisse un cimitero (6). Una risoluzione ulteriore cedeva 
poi al comune tutto il fondo con i fabbricati che formavano 
« gran parte de' beni della Villetta », imponendogli a favore 
del « lalatta » un canone annuo di fr. 2500 (7). 

Cure dei goveknanti per ridar lustro al collegio. Il 
« Genio della Parma ». — 11 desiderio e l'intento dei go- 
vernanti era quello di richiamare in vita il collegio così come 
er a stato per ben due secoli sotto i Farnesi e i Borboni. Quindi 
m ano mano si vennero prendendo provvedimenti intesi a questo 
effetto, come per es., il riattamento del tetto della cavallerizza (8). 

(1) P. A. Garbarini, Discorsi peZ solenne riapninenfo del 

lor m ono siero (dei ben(clettiui) e del Collegio de' Nobili ad essi affi- 
dato. Parma, Carmignani, 1818, p. 6. 

(?) Sabini, op. cit, 2(i8. 

(3^ Risoluzione sovrana, 22 novembre 1815. 

(4) Rescritto del 23 aprile 1817. 

(5) Risoluzione sovrana, 23 aprile 1817. 

(6) Rescritto del 13 febbraio 1817. 

(7) Risoluzione sovrana. 15 novembre 1817. 

(8) Risoluzione sovrana, 1! giugno 1820 



DI PARMA 243 

K per il palazzo di S. Caterina si stabili ohe, qualora non 
vi fosse stata trascuratezza dei direttori, tutte le spese di ma- 
nutenzione e restauri sarebbero a carico dell'erario ducale (1). 
Anche Fontevivo non fu dimenticato (2). 

Ma cura principale furono gli studi, che vennero ordinati 
secondo l'antico sistema, fatta parte convenevole alle arti caval- 
leresche e in particolare alla equitazione. Furono anche rimesse 
in onore le esercitazioni accademiche e le rappresentazioni dram- 
matiche. Anzi ne! 1818 fu persino « ripristinata » l'antica Ac- 
cademia filodrammatica (3). Onde il collegio volle subito ringra- 
ziare la munifica sovrana, e lo fece egregiamente. Maria Luigia 
fu glorificata nel Genio delia Parwa di Jacopo Sanvitale, reci- 
tato sul teatro del collegio nel carnevale del 1818 (4). Una 
cetra, rappresentante il collegio, dopo essere rimasta pendente da 
un alloro, scherzo a Favonio, ora è finalmente per opera della 
« Real Donna Magnanima », animata da « nuova armoniosa cura ». 

Alla immaginazione del poeta si offrono i tempi andati, l'an- 
tica gloria, le antiche grandezze, e allora egli apostrofa la cetra: 

Di queste mura abbandonate, oh quanto 
Si sdegnar le farnesi ombre severe ! 
Quanto di te con l' italo destino 
Si favellò ! Mio fiume e tuo la Parma 
Seco godea rimemorar gì' insigni 
D' allor guerrieri e d' ostri mansueti, 
E d' infole e di scettri, a cui quest'aure 
Destar le prime di virtù scintille. 
D' ogni bel, d' ogni ver qui colto il pregio, 
Ricche ne fero le natie contrade, 
E oltr' alpe e il mar sonante, oltr' Elba e Spree 
Di civil culto rinomanza ottenne. 

(1) Risoluzione sovrana, 23 maggio 1823. 

(9) Documenti frammentari nell'Archivio del Convitto. 

(3) Atti riguardanti il ripìistinamento deli' antica Accademia Filo- 
]drammatica del ducale Collegio de' NoUli di Parma. Parma, Rossi 
jUbaldi, 1821. 

(4) I. Sanvuale, Il Genio della Parma. A Sua Maestà la Princi- 
[pessa Imperiale ed Arciduchessa d' Austria Maria Luigia, duchessa 

di Parma, etc, versi recitati nel Teatro Filodrammatico del Collegio 
dei Nobili di Parma il carnevale del 18 i8 — Parma, Carmignhni, 1818. 



244 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

Qui Pallade nudria V insubre spirto, 

Che mite persuase ai Re d' Europa 

Le leggi cancellar sanguinolente, 

Gote reliquie (1); e qui lattar le Muse 

Lui eh' ebbe in patria, e vivo, onor di marmi, 

E per cui dolce il materno lamento 

Di Merope ancor suona (2) ; e qui pur crebbe 

Il gentil Tamarisco: a lui concesse 

L' impari canne il gran Pastor di Manto (3). 

Parma d' ingegni altrice, inclita d'arti, 

Pioria, novella Atene ; e Italia api.rese 

Che stolto è il vanto di ricchezza e d' avi, 

Ove sia basso il cor, rude l' ingegno. 



appesa a un allòr, scherzo a Favonio, 
Famosa quando a temperar t' appresero 
Diodoro e il cultor del pasco Emonio (4) ; 
Teco, Cetra, di Pindo al sommo ascesero : 
E teco a modular buon canto Aonio 

1 giovinetti itali cigni appresero. 

Saggi accademici. — 11 primo saggio accademico di belle 
lettere e di esercizi cavallereschi fu dato Dell'agosto del 1819. 
Fu qualche cosa come un teatro d'onore, ma molto modesto. 
Dopo due anni dalla riapertura, « abbenchè a mano a mano 
cresciuto, non però giunto essendo ancora ad una certa compe- 
tenza di numero, ne dandosi per anco luogo a sperimenti di alte 
scienze », il saggio, non essendo ancora maturate « cose mag- 
giori », fu contenuto nei limiti di « quella iniziale Accademia, 
ch'esser suole la secondaria ». Oli alunni diedero difatti solo 
esperimenti di grammatica, umanità, disegno di iìgura, pae- 
saggio ed architettura civile, equitazione, scherma, ballo, musica, 
calligratìa, lingua tedesca, francese e inglese (5). 

(1) Beccaria ("marchese) — NP». Questa e le tre note seguenti sono 
dell' autore della foesia. 
(3) S. Maffei. 

(3) P. Manara, imitatore e traduttore delle Buccoliche. 

(4) Abati Bettinelli e Ghirardelli, Maestri di pcesia nel Collegio, col 
titolo di Accademici. 

(5) Saggio Accademico di Beile Lettere e di Esercizi Cavallere- 
gcM, etc. Parma, tip. ducale, 1819. 



DI PARMA 245 

Nel 1820 fu iustituita V Accademia degli Ascendenti, sotto 
gli auspici di S. Luigi Gonzaga (1) ; e Tanno dopo si ridiede vita 
airAccademia degli Scelti, del cui risorf) intento si • ha memoria 
in un gran quadro, oggi nel corridoio del teatro del Convitto 
Nazionale, dove, oltre agli stemmi di Maria Luigia e dell'Acca- 
demia, sono anche le imprese degli eletti. Questi furono : il conte 
Odoardo dall'Asta, parmigiano, principe, e il marchese Tommaso 
Spinola Marmi, genovese, segretario ; e inoltre i conti Filippo 
liaudaui, Giovanni Sanvitale, Giulio Scutellari, Salvatore Gigli- 
L'ervi, Giuseppe Tedeschi, Antonio Nasalli, parmigiani, Pietro e 
Giuseppe Salvatioo, piacentini, Giovanni Casanova, guastallese, e 
i marchesi Annibale Cavriani, mantovano, G. B. Centurioni, ge- 
novese, e Ricordano Malaspina dei Monti, parmigiano. La rico- 
stituzione dell'Accademia degli Scelti fu pensata e preparata su- 
bito dopo la riapertura del collegio mediante un sodalizio detto 
degli Immaturi (vocabolo, in questo caso, molto espressivo) di cui 
nel 1818 era principe il conte Odoardo dall'Asta, testé nominato. 

Riunione del Collegio dei Nobili col Collegio Lalatta 
SOTTO il nome di COLLEGIO DUCALE M. LuiGiA. — Ma i tempi 
erano oramai mutati. Un collegio di nobili come il Farnesiano 
non poteva più reggersi. Gli sforzi per ottener questo scopo erano 
destinati a fallire, per quanto grande fosse la riconosciuta buona 
volontà della duchessa e dei governanti, per quanto larghi fos- 
sero gli aiuti e i favori dello stato. Il primo grande strappo 
alla legge fondamentale fu fatto nel 1826. Nell'annunziare la 
riapertura del collegio era stato detto: « La stessa denominazione 
non che dell'antico, anche del rinascente collegio fa conoscere 
essere questo riservato alla sola classe privilegiata de' Nobili; 
perciò i soli figli de" nobili vi saranno ammessi così che gli 
Esteri dovranno produrre un certificato autentico de' rispettivi 
governi di far parte le loro Famiglie del Corpo Nobile dello 
Stato cui appartengono » (2). Ora questa prescrizione venne an- 

(1) God. 241 della R. Biblioteca di Parma e Archivio del convitto. 

(2) Informazione riguardante il Collegio di S. Gaterina, ossia de' 
Nobili in Parma] pp. 2-3. 



240 IL COLLEGIO DEI NOBILI 

uullata, ÌQ parte, cou uu decreto dichiaraute che i figliuoli degli 
alti funzionari dello Stato, compresovi il colonnello del Reggi- 
mento Maria Luigia, « potranno essere ammessi a titolo di 
Convittori nel ducale Collegio de' Nobili anche quando i loro 
padri rispettivi non siano ascritti alla nobiltà degli Stati confor- 
memente al Decreto Sovrano dato a Parma il di 29 Novembre 
1823 » (1). Pur tuttavia a nulla valse questa concessione, come 
a nulla erano valse tutte le altre. La Noitencìatiira degli anni 
1817-20 aveva segnato cinquantuno convittori, compresivi quelli 
a posto gratuito e i paggi, tutti italiani, dei quali ventisette ap- 
partenenti agli stati parmensi. Quella del decennio 1820-1830, 
ne segnò soltanto quaranta. Eppure il Cresciui era rimasto ret- 
tore sino alla sua nomina a vescovo, e il suo successore, don 
lldefouso Verzer, veronese, aveva assunto l'ufficio soltanto ai due 
dicembre del 1828. 

In tale stato era ridotto, così stentava la vita l'antico t? 
cospicuo istituto (né migliori erano le condizioni del collegio 
Lalatta), allorché sopravvennero i moti del 1830-31. 

Sono noti gli avvenimenti di quel tempo: il discorso, che 
Macedonio Melloni pronunziò all'apertura dell'anno scolastico nel- 
l'università: la grata sorpresa di tutti nel sentirlo parlare di 
libertà e tesser l'elogio dei condiscepoli suoi, che con sommo 
coraggio « s'erano lanciati sulle barricate nelle famose giornate 
del luglio » : l'entusiasmo, destato da quelle parole così vibranti 
e calde d'amor patrio e di libertà : lo spavento e lo sdegno del 
governo : le persecuzioni e le repressioni : e infine, per farla breve, 
la chiusura dell'università, con la sostituzione delle scuole supe- 
riori e la inibizione ai forestieri di recarsi per studiare a Parma: 
reazione su tutta la linea, e in particolare per gli studi, in ar- 
monia col « sistema politico » adottato dagli altri governi, « di 
proibire cioè che i loro sudditi fossero educati all'estero » . 

In mezzo a tanti trambusti il collegio cadeva in disgrazia. 
Nel suo teatro la sera del dieci febbraio 1831 un figliuolo del 

(1) Risoluzione Sovrana, ohe ammette nel collegio de' Nobili i figli 
d'alcuni dei prinoipali Magistrati, e funzionari dello Stato, Parma, 
2 maggio 1826. 



DI l'AUMA 



247 



cambista IJoim aveva promosso uu gran tumulto agitando uua 
carta tricolore infissa sopra un bastone. Divenuto sospetto, ridotto 
in condizioni deplorevoli, privai di ogni speranza di migliore 
avvenire finché sarebbero durate le leggi nuove sugli studi, come 
avrebbe potuto continuare a vivere con gli autiolii ordina- 
menti il Collegio dei Nobili ? E come lo avrebbe potuto il 
Collegio Lalatta, tenuto su, si può dire, sempre, e, certo, 
negli ultimi tempi, con ripieghi d'ogni sorta ? Uu provve- 




Facciata del palazzo del Convitto Nazionale Maria Luigia. 



dimento energico si imponeva. E il governo di Maria Luigia si 
appigliò al solo, che i tempi e le condizioni dello stato consen- 
tivano : chiuse l'uno e l'altro collegio e ne fondò uno nuovo, che 
intitolò dal nome della sovrana e che, pur serbando in parte le 
tradizioni degli altri due, doveva poter vivere vita più moderna 
e camminare di pari passo con la società nuova, tanto diversa 
da quella che aveva visto sorgere e prosperare l'antico Istituto 
Farnesiano. 

Con la « Disposizione Sovrana », che le « materne solle- 
citudini » per il riordinamento degli studi nel suo stato indus- 
sero Maria Luigia a firmare nel Casino dei Boschi di Sala, addì 



248 IL COLI.EGIO DKI NOBILI DI PARM A 

20 ottobre 183l', il Collegio dei Nobili uou era distrutto, ma 
trasformato. Il nuovo collegio ducale era la sola forma, che poteva 
salvarlo, almeno in parte. 

Il Convitto Nazionale Maria Luigia vive ancora di vita pro- 
spera. Ed è lecito sperare che non dimenticherà mai le antiche 
splendide tradizioni, alle quali dovrà inspirarsi sempre, se vorrà 
sfidare le offese del tempo e le insidie degli invidi e dei nemici. 



GIUOCO DELLA PICCA 




5 



o 

•H 





i, 



PIANTE PLANIMETRICHE 
DEL PALAZZO DI S. CATERINA 



d Palazzo assegnato per l'ahit(i:ioìU dr' cogniti or? I\vhìlì\ ra>it.(. 1601, 
uanrlo chhe principio, da poi consegnalo aìli Padri della Compagnia 
i Gcsii l'anno liiO-J. 



s3V 








"^^1 
j 


lU-- 


L , 


'' 




Cantina. 

Camere per la foresteria. 
Seala del 5.o cortile. 
Camera del padre Ministro. 
Cortile secondo. 

Camera del padre Comnimislro. 
Dispensa per la cucina. 
Cucina. 
Cortile primo. 
Scala del 1.» cortile. 
Porta principale. 

j Lavamano per li padri. 

Camera. 

Camerino. 

Anditello avnnti ,il KhMIovìo 

Kefetu.r'o. 

Colonnati. 

Credenza. 

Colonnati del 1.° tortile 

Hozti. 

Colonnati del 2.» cortile. 



a 

R" 
B" 


Tinello. 

Guarda cucina. 
Scala di S. Carlo. 






g 
3 
4 
5 

6 


Scuola da scrivere. 

Cortittì verso S. Marcellino. 

Portichetlo. 

Camerata di S. Giovanni Batt 

dello tine. 
Lavamano di camera. 



ila, alias luojro 



8 > Officina per il forno. 

9 I 

19 Posto per il Ballon». 

22 Porla per li carri. 

28 Uscio che mette in refettoiio. 

58 Scalini del 2» cortile. 

54 Transito avanti la camera del padre ministro. 

55 56 Uscio che mette in istrada del cortile di S. 

Giovanni Battista e Barbaccani. 



el sito acquistato da' Padri che hanno governato il Collegio dopo che 
WG fu consegnato il Palazzo, fino all'anno 1662. 



esw 







□ E3 S □ 

Ai 

□ Q Ej □ 




CnDara oscura. 
-' Ctmtn contigua che ha la finestra verso la 

strada comune. 
1; Scala alla camerata del Beato L. Gonzaga. 
1 Cortile e andito tra il salone o teatro e came- 

rat» di S. Giuseppe. 
1 Cunerata di S. Giuseppe. 
1 Portico. 

j Pilastri. 

1 Giardinetto, 
e- Camerino. 

^1 Cantine. 

K'I'ort» della cantina. 

•''tlcioa e legnami. 

'^Salone o teatro, e 

W-iceua. 

'■' ''Ciò del teatro. 

AHcn. Stor Parm , 2.* Serie, 1 



Cortile di S. Stefano. 

1 Scala della cantina. 

Cantina. 

Scala che va di sopra, camere e andito. 

Porta che va in istrada. 

[ Camere. 

Corridore. 



e 

Ribalza della cantina. 

Camere. 

Portone del suddetto cortile. 

( Luogo per la beccarla. 

Luogo per la pollarla. 
Luogo per legnami. 
Lavamano di S. Giuseppe. 



17, 



ddhdenmìmone. delia iH,rtc soltanto ,.„ lineata, ordi,u,ta da Sm Maestà 
con Venerato Suo Deereto 3 febbraio 1844 per erigere il Palazzo degli St,,di 



/"iJzijJf itteto Jrl 




Indicazione d' alcuni locali 



Cortil» che metteva alla Sala d'armi ed al Teatro 

del Collegio. 
Palco scenico del teatro e adiacenze. 
Platea del teatro ed Atrio d' ingresso. 
CaTallerizza, 

Antica cavallerizza, ora affittata. 
Gran corUle detto dell' Orolgio. 
Sopra questi locaU esisteva l'Oratorio grande detto 



di Santa Cat^srina, che fa demolito nel 18 41 
per stabilirvi la Ca-nera dei Cjnti. 

Tatti i locali compresi .sotto qaesto stesso nu- 
mero e formanti uà quadrato erano occupati 
'lalla Direzione del Matrimonio dello Stato 
da quasi dodici anni prima della demolizione. 

Tutta la part"» che formn un quadrato, compreso 
nei quattro numeri 9, sooo attualmente oc- 
cupati dalla Sala di Lavoro. 



MS^ew^iroo^f"' ' '*'°":^^^*'^^' « '^ P"'« ^«-"^^'"a semplicemente delineata, è come trovavasi a tatto il 
«a. epoca in cm furono cominciata le Fondamenta del nuovo Palazzo degli Studi. 

PiUTKo Mazzi. 



t 



APPEiNDICE 



i 



I. 



Serie cronologica de' Bettori, che ressero il Collegio de' Nobili 
di Parma dalV anno di sua fondazione sino a tutto 
il 1831. 



ì — Linatì Can. Don Giovanni, 
Parmigiano 

2 — Giugno Padre Antonio, Bre- 

sciano 

3 — Furiant Padre Girolamo, Ve- 

ronese 

4 — Miari Padre Candido, Bel- 

lunese 
Un superiore supplisce, e fa le 
veci [lo Smeraldi dice 
che il supplente fu Marco 
Garzoni, per due mesi]. 

5 — Barisoni Padre Antonio, Pa- 

dovano 

6 — Furlani Padre Girolamo, 

(2" volta) 

7 — Balbi Padre Andrea, Bel- 

lunese 

8 — Sozzi Padre Ippolito, Reg- 

giano 
— Smeraldi Padre Orazio, Par- 
migiano 



Quando assunse 
1' ufficio 


Quando cessò 
dair ufficio 


28 ottobre 


1601 


31 luglio 


1604 


1 giugno 


1604 


13 marzo 


1605 


14 marzo 


1605 


13 maggio 


1609 


14 maggio 


1609 


14 novembre 


1609 






13 febbraio 


1610 


14 febbraio 


1610 


31 dicembre 


1610 


1 gennaio 


1611 


31 dicembre 


1622 


1 gennaio 


1623 


30 aprile 


1630 


1 maggio 


1630 


10 ottobre 


1637 


11 ottobre 


1637 


li agosto 


1646 



264 



APPENDICE 



10 — Adorni Padre Francesco, 

Parmigiano 

11 — Rostri Padre Bartolomeo 

da Bracciano 

12 — Smeraldi Padre Orazio, (2* 

volta) 

13 — Cavalca Padre Carlo, Mo- 

denese 

14 — Rossi Padre Ottavio, Pe- 

sarese 

15 — Valcarengo Padre Matteo, 

Cremonese 

16 — Luzzago Padre Pier Luigi, 

Bresciano 

17 — Rossi Padre Ottavio, (2» 

volta) 

18 — Masdoni Padre Luigi, Reg- 

giano 

19 — Martinelli Padre Giambat- 

tista, Modenese 

20 — Bevilacqua Lazise Padre 

Francesco, Veronese 

21 — Chiapponi Padre Antonio, 

Piacentino 

22 — Scaratti Padre Giampaolo 

23 — Pagelli Padre Livio, Vi- 

centino 

24 — Bernieri Padre Ottavio, Par- 

migiano 

25 — Della Torre Padre Nicolò 

Maria, Goriziese 

26 — Comini Padre Lelio, Bre- 

sciano 

27 — Della Torre Padre Nicolò 

Maria (2» volta) 

28 — Anguissola Padre Carlo, 

Piacentino (ì) 

29 — Baiardi Padre Giuseppe, 

Parmigiano 



Quando assunse 




Quando cessò 


r uftici< 


) 




dall'ufficio 




12 agosto 


1646 




febbraio 


1650 


1 marzo 


1650 


18 


maggio 


1650 


19 maggio 


1650 


8 


marzo 


1658 


9 marzo 


1658 


1 


luglio 


1662 


2 luglio 


1662 


1 


giugno 


1663 


2 giugno 


1663 


30 


aprile 


1669 


1 maggio 


1669 


13 


novembre 


1674 


14 novembre 1674 


17 


febbraio 


1679 


18 febbraio 


1679 


19 novembre 


1685 


20 novembre 1685 


27 


giugno 


1703 


28 giugno 


1703 


30 luglio 


1706 


31 luglio 


1706 


13 


settembre 


1710 


14 settembre 1710 


31 


gennaio 


1711 


1 febbraio 


1711 


3 


marzo 


1716 


4 marzo 


1716 


26 


dicembre 


1724 


27 dicembre 


1724 


30 


giugno 


1732 


1 luglio 


1732 


28 


aprile 


1737 


29 aprile 


1737 


20 


maggio 


1742 


21 maggio 


1742 


31 


dicembre 


1747 


1 gennaio 


1748 


15 


dicembre 


1756 



(!) Il Jlsì. cit , n. 561, a pag. 4 dice : sino al novembre 1748 



APPENDICE 



265 



'60 — Valcavi Padre Gian Saverio, 
Reggiano 

31 — Tiene Padre Giann' Ettore, 

Vicentino. 

32 — DiotallevI Padre Giorgio, 

Ariminese 
Succedono nel regime al- 
cuni PP. delle Scuole 
Pie 

33 — Birduccl P. N., Veneziano 

34 — Malvolli P. K, Reggiano 

35 — Komstoff P. N., Tedesco 

Reggono a vicenda con 
guest' ordine, ina per 
confusi intervalli. 
Succedono nel regime Ec- 
clesiastici-secolari 

36 — Montruccoli Dòn Giovanni, 

Reggiano 

37 — Torracchì Can. Don Pietro, 

Fiorentino 

38 — Montruccoli Don Giovanni, 

(2* volta) 

39 — Porcìa (de' Conti di) Don 

Carlo nel Friuli 

40 — Bevilacqua Marchese Don 

Onofrio di Ferrara 

41 — Monsieur Reynaud Armanl, 

Francese [dirige] (2) 
N. B. — A quest' elenco del 
Sabini si devono aggiun- 
gere: 

42 — Sig. Scutellari Luigi, pro- 

viseur del Liceo Imperiale 

43 — Crescinl Abate Remigio, 

rettore del riaperto Col- 
legio dei Nobili 

44 — Verzer P. A. lldefonso. 

(1) Similmente, lo stesso Mss., rispetto ai 
volti fa rettore sino al 1 novembre 1770; che da 
rettore; e che da quest' ultima data fa rettore il 

(2) Riportato dal Sabini, i p. cit. 



Quando assanse 
r utficio 


Quando ces. 
dall'ufficio 


.0 


16 dicembre 1756 


18 novembre 


1760 


19 novembre 1760 


28 maggio 


1764 


29 maggio 


1764 


8 febbraio 


1768 


8 febbraio 


1768 


20 ottobre 


1772 


21 ottobre 


1772 


29 maggio 


1789 


29 maggio 


1789 


10 ottobre 


1791 


11 ottobre 


1791 


21 ottobre 


1792 


22 ottobre 


1792 


31 maggio 


1795 


1 giugno 


1795 


21 luglio 


1806 


21 luglio 


1806 


21 dicembre 


1806 


14 dicembre 1807 




1814 


19 ottobre 


1816 


2 dicembre 


1828 


2 dicembre 1828 


20 ottobre 


1831 



PP. delle Scuole Pie, reg etra, che il Mal- 
questo giorno al 1 novembre 1771 non vi fa 
P. Compstoff, fiorentino. 



26& APPENDICE 



II. 



Elenco dei ritratti a olio dei Principi dell' Accademia degli 
Scelti, da questi donati al Collegio (1). 



— March. Brignole Francesco Maria. — Genovese. 
March. Melilupi Gian Batta di Soragna. — Parmi- 
giano, e nobile Veneto. 
Conte Pompei Alberto. — Veronese. 
March. Pindemonti Marc' Antonio, — Veronese. 
Kicheri Ottavio. — Genovese. 

— Conte Porta Lodovico. — Vicentino. 

— March. Spinola Giovanni Andrea. — Genovese. 

— Conte Pellegrini Ottavio. — Veronese. 

— March. Guicciardi Antonio. — Grigioue. 

— Don Vitali Lodovico. — Milanese. 

— Conte di Grottenegg Francesco Carlo, da Klagenfurt 

— Bargnani Gelfino. — Bresciano. 

— Covi Eugenio Maria. — Bresciano. 

— Raimondo Federico L. B. di Neyenstein di Friburgo 
in Briscovia. 

— Bargnani Gaetano. — Bresciano. 

— Conte Emilj Gio. Carlo del S. R. J. — Veronese. 

— Conte Baiardi Giulio. — Parmigiano. 

— Coute Beriiieri Aureli'). — Parmigiano. 

— Conte Tiirasconi Ottavio. — Parmigiano. 

— Conte Biglia Antonio. — March, del S. R. L 

— Conte Cantoni Antonio. — Faentino. 

— March. Cav. Piazza Gian Antonio. — Parmigiano. 

— Cocco Giustiniano. — Veneto. 

— Papafava Jacopo. — Padovano e Nobile Veneto, 

(1) La data, che se^ue il numero d'orJiae, indica il gierno in cui il convittore fu eletto 
prìncipe. 



+ 1. 


1712, 


10 Ag. 


+ 2. 


1713, 




+ 3. 


1 




4. 


1713, 




5. 


1713, 




+ 6. 


1713, 


Mag. 


7. 


1714, 


Lug. 


8. 


1715, 


Mag. 


9. 


1716, 


Nov. 


+ 10. 


1718, 


Mag. 


+ 11. 


1719, 


Nov. 


+ 12. 


1720, 


Nov. 


13, 


1721, 


Nov. 


+ 14. 


1722, 


Ag. 


15. 


1722, 


Nov. 


+ 16. 


1724, 


Mag. 


17. 


1724, 


Nov. 


18. 


1726, 


Mag. 


19. 


1728, 


Mag. 


+ 20. 


1729, 


Nov. 


21. 


1730, 


Mag. 


22. 


1731, 


Mag. 


23. 


1731, 


Nov. 


+ 24. 


1733, 


Mag. 



^ \ 



APPENDICE 



267 



25, 1733, 


Nov. 


26. 


1734, 


Nov. 


27. 


1735 


Mag 


28. 


1735 


Nov. 


29. 


1736, 


18 Nov. 


30. 


1736, 


Giù. 


81. 


1739, 


Nov. 


32. 


1739 




+ 33. 


174U, 


16 Giù. 


34, 


1740 


6 Nov. 


35. 


1742 


27 Giù. 


36. 


1742, 


28 Nov. 


37. 


1743 


14 Giù. 


38. 


1743, 


22 Nov. 


39. 


1744, 


15 Giù. 


40. 


1744, 


22 Nov. 


41. 


1745 


17 Giù. 


42. 


1745, 


21 Nov. 


43. 


1746 


15 Giù. 


44. 


1746 


22 Nov. 


45. 


1747 


11 Giù. 


46. 


1747 


25 Nov. 


47. 


1748 


14 Giù. 


48. 


1748 


17 Nov. 


49. 


1749, 


17 Giù. 


50. 


1749, 


7 Die. 


+ 51. 


1750, 


14 Giù. 


52. 


1750, 


15 Nov. 


53. 


1751 


13 Giù, 


•»• 54. 


1752 


18 Giù. 


55. 


1752, 


19 Nov. 


56. 


1753, 


25 Giù. 


57. 


17.53 


8 Nov. 


58. 


1754 


14 Giù. 


59. 


1754 


, 17 Nov 


60. 


1755 


9 Giù. 


61. 


1755 


, 23 Nov. 


62. 


1756 


, 19 Giù. 


63. 


1256 


, 20 Nov. 


64, 


1757 


12 Giù. 


65. 


1757 


, 22 Nov. 



March. Prospero Manara Valeriano. — Parmigiano. 

Conte Della Torre di Eczzonico. — Comasco. 

Stella Giuseppe. — Bolognese. 

Sappa Alessandro de' Milanesi. — Alessandrino. 

D. Castelli Francesco Saverio di S. Nazzaro. — 

Grigione. 

• Conte Stortiglioni Carlo Maria. — Alessandrino. 
March. Manara Gian Maria. — Parmigiano, 
Sappa Paolo de' Milanesi. — Alessandrino. 
Molir Saverio Francesco. — Lucchese. 

Conte Magnoni Raimondo di Casalmaggiore. 
Conte D. Bclloni Luigi Ignazio. — Milanese. 

■ Conte Eiva Gio. Antonio, — Parmigiano. 
March. Manara Claudio. — Parmigiano. 
Rota Francesco. — Veneto. 

• Conte Martinengo Francesco. — Bresciano e Nobile 
Veneto. 

• Conte Gambarana Antonio. — Milanese. 

• Uggeri Pietro. — Bresciano. 

■ Conte Gambarana Girolamo. — Milanese. 
March. Sugana Girolamo di Treviso. 

■ Conte Francesco Trotti. — Milanese. 

• March. Strozzi Giulio Cesare. — Mantovano. 
D. Gabrielli Nicolaus — Utinensis. 

Conte Verri Pier Antonio. — Milanese. 

Covi Lorenzo. — Bresciano. 

March. Lodi Mora. — Cremonese. 

Conte Don Gambarana Gioacchino. — Milanese. 

• Colli Jacopo Antonio. — Alessandrino. 
Conte Calvi Giuseppe. — Parmigiano. 

• Zanardi Anselmo del S. R. I. Conte di Virgiliana. 
— Mantovano 

March. Manni Carlo Francesco. — Lucchese. 
March. Don Busca Ignazio. — Milanese, 
March. Baveri Fontana Demofllo — Piacentino. 
Pellegrini de' Conti di Sanguineto. — Veronese. 

• Cav. Conte Don Trotti Giuseppe. — Milanese. 

■ Conte Gambarana Don Carlo. — Milanese. 

- March. Laudi Gio. Batta. — Piacentino. 

■ Conte Don Castiglioui Pompeo. — Milanese. 

- Maggi- Via Camillo, — Bresciano. 

Conte Chiapponi Luigi Maria. — Piacentino. 

- March. D. Ordegno De Rosales. — Milanese. 

■ Conte di San Bonifacio Marco Regolo. — Padovano. 



268 APPENDICE 

66. 1758, 13 Giù. — Conte Arnaldi Arnaldo pino Tornieri. — Vicentino. 

67. 1758, 27 Nov. — March. Sagramoso Baldassarre Anton Maria. — 

Veronese. 

68. 17S9, 18 Nov. — March. Buzzaccarini Osvaldo. — Padovano. 

69. 1760, Giù. — Conte Trotti Paolo. — Padovano. 

70. 1766, Die. — March. D, Ordogno De-Rosales. — Milanese. 

71. 1761, 10 Giù. —March. D. Castelli Antonio. — Milanese. 

72. 1761, 22 Nov. — Conte Squarzi Luigi. — Vicentino. 

+ 73. 1762, 19 Giù. — Conte di Caldogno Vincenzo Angelo. — Vicentino. 

74. 1762, 21 Nov. — Conte Barattieri Gian Francesco. — Piacentino, 

75. 1764, 22 Giù. — Maggi Girolamo. — Bresciano. 

76. 1764, 18 Nov. —March. D. Ordogno De-Rosales. — Milanese. 

77. 1764, 19 Giù. — Conte D. Verri Carlo. — Milanese; è nuovamente 

creato nel giorno istesso dell'anno 1765. 

78. 1765, 17 Nov. — March Buzzaccarini Antonio. — Padovano. 

79. 1766, 12 Giù. — Conte di Serego Alighieri Marcantanio. —Veronese. 

80. 1766, 16 Nov. — Sorra D. Luigi, March, di Strevi. — Napoletano. 
"* 81. 1767, 19 Giù. — Conte Bevilacqua Giovanni. — Veronese. 

82. 1767, 15 Nov. — March. Cavriani Ippolito. — Mantovano. 

83. 1768, 11 Giù. — D. Arrigoni Antonio Luigi, Conte di Brono. — 

Milanese. 

84. 1769, 15 Gen. — Conte Politi Paolo. — Parmigiano. 

* 85. 1769, Die. — Conte Gusani FiUppo. — Parmigiano. 

86. 1771, 27 Apr. — Conte Leoni Leone. — Piacentino. 

87. 1772, 17 Nov. — Conte Anguissola Sbotti da Rivergaro Luigi. — 

Piacentino. 

+ 8S. 1773, 36 Gen — Conte Angelo Bianchi. — Modunese. 

89. 1774, 19 Mag. — Conte di Santa Croce. — Ravennate. 

90. 1774, 3 Nov — March. Mosca Maria. — Pesarese. 

91. 1775, 9 Mag. — Conte Rocca Luigi. — Piacentino. 

92. 1778, 7 Gin. — Cav. Casanova Antonio. — Parmigiano. 

93. 1780, 12 Gen. — March. Dalla Rosa Prati. — Parmigiano. 
94 1780, 8 Lug. — Conte Camillo Marazzani. — Piacentino. 

95. 1781, 26 Gen. — March. Vincenzo Ponticelli. — Modauese. 

96. 1781, 8 Giù — Don Domenico Lanzi. — Milanese. 

97. 1783, 7 Apr. — Conte Calciati Giuseppe. — Piacentino. 

+ 98. 1784, 12 Gen. — Don Giambattista Trenta Patrizio. — Lucchese. 
99. 1785, 12 Gen. — Don Camillo Sorina. — Bresciano. 

100. 1785, 2 Lug. — March. Manfredo Dalla Rosa Prati. — Parmigiano. 

101. 1785, 14 Die. — Conte Giacomo Soardo. — Bergamasco. 

102. 1786, 13 Giù. — D 'n Giovanni Piovani. — Mantovano. 
+103 1786, 23 Die. — Conte Marco Areri Lucini. — Milanese, 

104. 1787, 5 Lug. — March. Marco Cigolini. — Comasco. 



APPENDICE 



26^ 



2 


Die. 


29 


Die. 


30 


Lug 


9 


Gen. 


4 


Lug 


8 


Gen. 


31 


Lug 


7 


Gen. 


12 


Lug. 


25 Log. 


24 


Die, 



2 Lug. — 



2 


Die. 


7 


Mar 


24 


Die. 


10 


Giù. 


14 
2 


Giù. 


24 


Giù. 


14 


Nov 


2j 

29 


Lug. 
Lug. 


8 Mar. 


5 


Gen. 


6 Giù. 


13 


Die. 


15 


Giù. 


l 

1 

9 

31 


Ag. 
Ag. 
Ag- 
Die. 


9 
30 


Ag. 
Die. 


4 
31 


Ag. 
Die. 


17 


Mar. 



March. Nieola Ippoliti dei S. R. I. 
Conte di Gazoldo. — Mantovano. 
Conte Ruggero Gamba Ghiselli. — Ravennate. 
Conte Giuseppe Borri. — Milanese. 
Agostino Nani, Patrizio. — Veneto. 
Conte Paolo Preiiioli. — Cremaseo. 
March. Alessandro Pallavicini di Roma. — Parmi- 
giano. 

Conte Alessandro Rugarli. — Parmigiano. 
Conte Luigi Taraseoni. ■^ Parmigiano. 
Conte Carlo Gambara. — Veneziano. 
Don Giovanni Andrea Ferraris. — Novarese. 
Conte Francesco Arese Lucini, Cavaliere di Malta. 
Milanese. 

March. Francesco Ippoliti del S. R. 1. Signore e 
Cimte di Gazzoldo. — Mantovano. 
Conte Abate Angelo Serponti. — Milanese. 
Conte Gian Antonio Rocca. — Piacentino. 
March. Pietro Francipani Montori. — Romano. 
Don Clemente de' principi Spada. — Romano. Nuo- 
vamente il 4 Agosto 1798. 
Don Leonida de' principi Spada. — Romano. 
March. Luigi Vitaliano Paulucci. — Forlivese^ 
Conte del S. R. I. 
Don Gaetano Melzi. — Milanese. 
Conte Egidio Cattaneo. — Piacentino. 
March. Filippo Anguissola. — Piacentino. 
March. Antonio Megroni. — Genovese, 
Conte Luigi Maniscalchi. — Veronese. 
Don Carlo de' Principi Santa Croce. — Romano. 
Cavaliere di Malta. 

March. Ferdinando Ghini. — Cesenate. 
Don Francesco Acqua. — Osimano. 
Don Camillo Ugoni. — Bresciano. 
Conte Odoardo Dall'Asta. — Parmigiano. 
March Tommaso Spinola Marmi. — Genovese. 
Abate (>oiite Gigli Cervi. — Parmigiano. 
Conte Carlo Premoli. — Cremaseo, 
March. Ippolito Cavriani. — Mantovano. 
Conte Bernardo Pallastrelli. — Piacentino. 
Conte Antonio Nasalli. — Parmigiano. 
Conte Cesare Boccila. — Luceliese. 
Conte Ranuzio Auguisiola Scotti. — Piacentino. 



270 



APPENDICE 



142. 1827, 6 Nov. — March. Luigi Alfonso dalla Valle. — Mantovano. 

143. 1829, 5 Nov. — March, Gian Battista Laudi. — Piacentino (1). 

N. B. Tutti questi ritratti sono ancora posseduti dal Convitto Nazionale 
Maria Luigia, eccettuati quelli segnati colla croce (+). 

Il Convitto possiede inoltre i seguenti, non segnati nell' elenco sopra 
riportato: 



— Giov. Luigi T (2) marchese di Soragna. 

— Salvatore Eaimondi. — Lucernese. 

— March. Ferdinando Paveri-Fontana. — Parmigiano, 

— Conte Can. Domenico Meniconi. — Perugino. 
Marchese Francesco Maria .... E .... te (3); 

ai quali si devono aggiungere questi altri tredici, appartenenti al tempo in 
cui il Collegio fu governato dai barnabiti: 



144. 1710, . . . 

145. 1740, . . . 

146. 1787, . . . 

147. 1800, 13 Die, 



4 Ag. - 



148. 1842, 10 Ag 

149. 1844, .. . 

150. 1844, 

151. 1844, 

152. 1844, 

153. 1844, 

154. 1845, 

155. 1849; 

156. 1850, 

157. 1865, 

158. 1869. 12 Lug 

159. 1869, i 

160. 1870, 



2 Lug 



— March. Girolamo Casati, — Piacentino, 

— Conte Ferdinando Bracciforti — Piacentino. 
Conte Galeazzo Calciati. — Piacentino. 

— Giacomo Scarabelli. — Piacentino. 

— Conte Carlo Calvi. — Parmigiano. 

— Cav. Francesco Biondi. — Parmigiano. 

— Andrea Bianchi di Reggiolo, 

— Saverio Capra di Garlasco. 

— Giuseppe Vacciago, — Piacentino. 

— Pietro Rossini di Faenza. 

— Felice Martini. — Parmigiano. 

— Giuseppe Cocconi. — Parmigiano. 

— March. Paris Boschi. — Bolognese (4). 



(1) Da un fascicolo, esìstente nell' Archivio del Convitto. 

(2) Illeggibile. 

(3) Illeggibile. 

(4) Intorno ai Principi dell'Aci-ademia degli Scelti ha pubblicato interessanti notizie nel 
numero nni'io del Giornale < Per l'Arte » (11 noverabie 190l(, il Rev. Don Egidio Lunardi, 
direttore spirituale del Convitto Nazionale. Anclie lui devo ringraiiiare per gli aiuti datimi cor- 
tesemente. E sono ben lieto di poterlo q.ui fare. 



APPENDICE 271 



m. 



Elenco di Convittori, morti nel Collegio e sepolti nella Chiesa 
di S. Marcellino, dei quali resta memoria (1). 



1 — Paolo Odescalchi di Como, d'anni 18 (f 1621); 

2 — Marcantonio de' Sanguinetti, veronese, sedicenne, figliuolo unico della 

vedova nobildonna Eleonora Porapea (f 1643 ?) ; 

3 — Paolo Centurione, genovese, d' anni 12 (f 1644); 

4 — Gian Tomaso Balbi, genovese, d'anni 18 (f 1691); 

5 — Francesco Benedetto Baden di Friburgo in Brisgovia, d'anni 20 (f 1625); 

6 — Gabriele Ferdinando Porto, vicentino, d'anni 15 (f 1716); 

7 — Leopoldo Ercole Pestalozzi, viennese, d'anni 18 (f 1718) ; 

8 — Marco Savorgnan, veneto, d'anni 18 (f 1718) ; 

9 — Girolamo Franchi, genovese, (f 1726); 

10 — Carlo Scotti, piacentino, d' anni 19 (f 1736) ; 

li — Giuseppe Schumacher di Lucerna, d'anni 17 (f 1740); 

12 — Giulio Mussato, padovano, d'anni 17 (f 1746); 

13 — Francesco Cigalini di Como, d'anni 17 (f 1751); 

14 — Filippo Tedeschi, piacentino, d'anni 18 (f 1754); 

15 — Francesco Villani, milanese, d' anni 20, (f 1754) ; 

16 — Lepido Antonio Zabarella da Padova, d'anni 17 li2 (f 1757) ; 

17 — Marchese Pietro Casati da Piacenza, d'anni 17 (f 1758) ; 

18 — Marchese Ottavio Gabrielli, Cavaliere Gerosolimitano, romano, d'anni 13, 

(t 1758); 

19 — Ferdinando Chausiergues, guastallese, d' anni 9 ff 1779) ; 

20 — Francesco Terzi da Bergamo, d'anni 14 (f 1795) ; 

21 — Carlo Guasco, alessandrino, d' anni 13, dopo lunga e molesta ma- 

lattia (t 1801) ; 

22 — Luigi Calcamaggi, alessandrino, di anni 10 (f 1805); 

23 — Antonio Lazise (?), veneto, d' anni 15 (f 1822) ; 

Si può asgiungere il conte Filippo Calori, modenese, paggio del duca, 
d' anni 21, morto nel 1799 nella parrocchia di S. Tomaso, ove si era 
recato per ricuperare la salute. 



(1) Favoritomi, cortesemente, dal rettore della chiesa di S- Marcellino, il Reverendo D. 
Domenico Dalle Henne. 



272 APPENDICE 



IV. 



Decreto So vrano che stabilisce nei Ducati V Ordine de' Monaci 
di San Benedetto. 

Colorno, 19 Ottobre 1816. 



NOI MARIA LUIGIA Principessa Imperiale ed Arciduchessa d'Austria 

PER LA GRAZIA DI DjO DUCHESSA DI ParMA PjACEKZA E GUASTALLA 

ICC. ECC. ECC. 

Dacché abbiamo preso il reggimento immediato di questi Nostri Stati 
è stato pensier Nostro di promuovere e di migliorare la pubblica istruzione, 
curando prima d' ogni cosa il restauro di quelle instituzioni di pubblico 
insegnamento, che i Sovrani delle passate Dinastie avevano con tanto amore 
e con tanto dispendio create, conservate e spinte all' ultimo grado possibile- 
di perfezione. A ciò raoveanci ed il naturai Nostro talento per tutto quel 
che può rendere più felice la sorte de' Nostri amati Sudditi, ed il pregio, 
in che vogliamo che rimanga un Paese, dove per sì lunghi anni fiorirono 
robuste le Scienze, le Arti e tutte le eccellenti discipline. 

Ad un tal fine furono da Noi dirette alcune disposizioni a favore del 
Collegio detto Lalatta^ come pure altre inchieste, onde aver persone, cui 
confidar si potesse la Direzione del Collegio de' Nobili, siccome quello da 
che tanto vantaggio, altre volte traea la Nostra Ducale Residenza. 

Ed avendoci T Ordine de' Monaci di San Benedetto, già esistente in 
questi Ducali, proferito di assumere sì difficile incombenza, purché a Noi 
piacesse di fargli alcune concessioni, che però tendessero uniformi al divi- 
sato scopo, e volendo Noi far cosa grata alla Santità del Sommo Pontefice, 
cui sappiamo quanto sia accetta la Corporazione dei Benedettini di questa 
Città ; 

Dietro il rapporto del Nostro Ministro, e sentito il Nostro Consiglio 
di Stato, 

Abbiamo decretato e decretiamo quanto segue : 

Art. 1. L' Ordine de' Monaci di San Benedetto è ristabilito in questi 
Ducati. 



APPENDICE 273 

Art. 2. Sono concessi per 1' abitazione de' Monaci, e pel Servifjio del 
Culto Divino, la Chiesa ed i Fabbricati annessi, ed esistenti in Parma, e 
denominati Chiesa e Convento de' Monaci Benedettini, sotto il titolo di 
San Giovanni Evangelista. 

Art 3 L'Ordine de' Benedettini è incaricato 

1." Della direzione del Collegio de' Nubili, con tutti yli oneri, che 
spettar possono all' economia di tale Instituto, ed alla istruzione che dovrà 
darsi ai Convittori, conforme a quanto verrà da Noi stabitito ; 

2." Di ricevere nel Collegio, instruire, e mantenervi a titolo assola- 
tamente gratuito, dodici alunni da Noi nominati, a benefizio di quelle fa- 
miglie, che giudicheremo meritevoli di un tal favore ; 

3.*" Del pagamento di tutte le rendite passive, frutti di Capitali ecc., 
che appartenevano all' Ordine, e che poi venissero a carico del Tesoro de' 
Ducati, in forza della incamerazione dei Beni già seguita al momento della 
suppressione ; 

4.° Del pagamento delle Contribuzioni, mantenimento delle fabbriche, 
ed altri oneri inerenti all' amministrazione de' Beni, che saranno lasciati 
all'Ordine, e che ne formeranno la Dote; 

5." Del pagamento della Congrua al Parroco di San Giovanni e delle 
spese della Fabbrica di quel tempio. 

Art. 4. In compenso degli obblighi, imposti col precedente articolo, 
vogliamo che siano messi a disposizione dell' Ordine tutti gli stabili e ren- 
dite provenienti dal Convento di S. Giovanni, di che trovasi ancora al 
possesso il Patrimonio dello Stato. 

Art. 5, A cominciare dal giorno in che sarà fatta la rimessa degli 
accennati stabili e rendite all'Abate del Monastero di Parma, cesserei il 
Tesoro di pagare le pensioni, cui godevano tutti e singoli i Monaci Bene- 
dettini di questi Ducati in forza del Decreto di suppressione II semestre 
d' afBtto, che scade all' 11 Novembre, siccome prezzo della passata ricolta, 
ed il semestre corrente delle rendite attive, cadranno a benefizio del Tesoro, 
quantunque la rimessa degli Stabili e de' titoli di rendite fosse fatta prima 
delle accennate scadenze. 

Art, 6. Nel caso contingibile, che qualche I\Ionaco non potesse ripren- 
dere la vita monastica, sarà a carico dell'Ordine di continuare a lui l'ac- 
cordata pensione 

Art. 7. Il nostro Ministro di Stato è incaricato dell' eseguimento del 
presente Decreto 

Dato a Colorno questo giorno 19 Ottobre mille ottocento sedici. 

MARIA LUIGIA. 

Il Conte MAGAWLY. 

Arcu. Stor Parm , 2» Serie, I 18. 



274 APPENDICE 



V. 



Estratto dalla decisione sovrana del 23 aprile 1817^ che concede 
i beni di Fontevivo al Collegio dei Nohili. 



Al Presidente deW Interno, 



Informata delle domande, che il Padre Abate dei Benedettini, unito ai 
Cavalieri Conservatori del Collegio dei Nobili, mi ha indirizzato a riguardo 
del locale del Collegio stesso, dei mobili ivi esistenti, e di quelli già al me- 
desimo spettanti, ed ora impiegati altrimenti ; così pure di altre possessioni 
accordate al profitto del Collegio Lalatta in tempo che non esisteva il 
Collegio de' Nobili, e non era deciso il suo ristabilimento ; ed avendo 
riguardo alle sue osservazioni a tali domande relative, 
ho deciso : 
1.° che il Locale del Collegio dei Nobili di Santa Caterina debba 
essere consegnato, se non lo è stato, interamente al Padre Abate dei Monaci 
Benedettini, come Direttore del Collegio con tutti i mobili, che vi sono 
ancora esistenti. 

(Omissis). 

6° La badìa di Fontevivo, essendo indispensabile per la Vil- 
leggiatura dei Convittori con le poche terre annesse, di cui la maggior 
parte consiste in prati aderenti all'edificio, che erano impiegati ad uso di 
ginnastica per diversi giuochi a sollievo dei Couvittoi-i, e che servirebbero 
allo stesso uso ancora, sarà rimessa ai Padri Benedettini di San Giovanni, 
come Direttori del Collegio dei Nobili ; e ciò al primo luglio prossimo. 

Il Presidente Hell' Interno vedrà il modo di compensare questa perdita 
alla Dire/ione del Collegio Lalatta, se sarà necessario ; e facendone fare 
un'esatta estimazione del reddito netto, che ne percepiva ora quest'ultimo. 
Per i mobili, od altri oggetti appartenenti alla Badia di Fontevivo, che sono 
stati dati in consegna, ed in imprestito a particolari in quel Luogo, Ella 



APPENDICE 275 

vedrà di farne fare anche la restituzione alla Badia stessa all'epoca del primo 
luglio corrente, o come meglio si potrà convenire. 

Facilitando così, in ogni modo che è possibile, le premuro dell'Abate di 
San Giovanni, e dei Signori Conservatori, per il Collegio dei Nobili, io mi 
riprometto che il Padre Crescini Abate di San Giovanni come Direttore, e i 
Signori Conservatori del Collegio s' impegneranno, in quanto è in loro forze, 
perchè si apra il Collegio al più tardi al principio dell'anno scolastico, cioè 
al primo novembre 1817, e che avanti quell'epoca sarà particolare cura del- 
l'Abate di San Giovanni di aprire il Monastero dei Benedettini, ch'io ho 
ristabilito a vantaggio dello Stato. 

Sala, li 23 aprile 1817. 

Firmata — MARIA LUIGIA 

Il Presidente dell' Interno 
Soscritto — F. Cornacchia (1). 



(1) Dall'originale, esistente nel R. Archivio dì Stato in Parma, sotto il N. 208, 
pubblicato nella Raccolta delle Leggi Parmensi. 



276 APPENDICE 



VI 



Risoluzione Sovrana intorno ai beni di Fontevìvo e della Vil- 
letta, posseduti già dal Collegio Lalatta, e dati poi al Collegio de' No- 
bili, ed al Comune di Parma. 



Panna, 15 Novembre 1817. 



NOI MARIA LUIGIA Pbinc. fessa Imperiale ed Arciduchessa d'Au- 
stria FER LA GRAZIA DI DiO DUCHESSA DI PaRMA PiACEKZA E GUASTALLA 

ECO ECC. ICC. 



Volendo Noi assicurare al Collegio Lalatta uu annuo sussidio pel 
mantenimento di sì utile istituto ; 

Avendo Noi riconosciuto che 1' assegno fattogli dal Nostro Ministro di 
Stato de' beni della Villetta e di Fonlevivo può bastare pel fine che Ci 
siamo prefissi; 

Volendo Noi da una parte compensare il Collegio stesso per la perdita 
da esso fitta de' beni di Fontevìvo, dati al Collegio de' Nobili colla Nostra 
decisione del 21 Aprile 1817, e del recinto della Villetta, dato al Comune 
di Parma pel cimitero col Nostro Rescritto dei 13 Febbraio u. s., e dal- 
l'altra parte regolare il modo con cui il Comune di Parma deve pagare il 
prezzo del recinto cedutogli per cimitero; 

Considerando Noi che il più facile modo per giungere o questo doppio 
scopo si è quello di dare al Comune di Parma tutta la Villetta obbligan- 
dolo a pagare gli oneri di cui è gravata la Villetta,, e di compensare il 
Collegio Lalatta per la perdita de' beni suddetti. 

Risultando dai ralcoli fatti 

1.° Che il CoUCr^io Lalatta traeva di fitto dalla Villetta annui 
franchi 2650, ma che erano a carico suo le riparazioni de' vasti fabbricati 
che forman gran parte dei beni della Villetta, e che inoltre il Collegio 
stesso aveva l'obbligo di pagare le pensioni assegnate a' vecchi impiegati 
dell' antico Collegio de' Nobili ; 



APPENDICE 277 

2.° Che il Comune di Parma occupando il recinto della Villetta 
contrasse 1' obbligo d' indennizzare il Collegio pel montare del fitto di detto 

recinto, che è di fr. 1682 04 

e che del restante de' beni della Villetta ricaverà 1' annuo 

fitto di ». 967 96 

cosicché può considerarsi che la Villetta produrrà al Comune 

un'annua entrata di » 2650 00 

3 ° Che il pagamento delle pensioni è un carico aderente agli stabili 
su' quali è assicurato, e che per altro sitfatto carico è transitorio e deve un 
giorno cessare del tutto e per sempre ; 

Dopo la relazione del Nostro Presidente dell' Interno, 

Abbiamo determinato qtaxto segue : 

Art, 1. Il Comune di Parma sarà posto in possesso di tutti i beni 
della Villetta. 

Art. 2. Il Comune stesso pagherà al Collegio Lalatta annui franchi 
dupmila cinquecento in luogo di prodotto de' beni suddetti. 

Art. 3. Il pagamento di tale indennità avrà principio dal dì in cui 
il Comune ha occupato il recinto della Villetta pel cimitero pubblico. Il 
conto si farà economicamente tra il Podestà di Parma e il Rettore del 
Collegio Lalatta. 

Art. 4. Il Comune di Parma, oltie l' indennità del Collegio fissata 
neir art. 2, dovrà pagare le pensioni di cui sono gravati i beni della 
Villetta. 

Art. 5 In conseguenza di tale disposizione il Collegio ia?aWa rima- 
nendo scaricato dalla passività delle pensioni senza che gli venga minorata 
r entrata che potea percepire dalla Villetta., esso non potrà pretendere com- 
]ienso alcuno per la perdita de' beni di Fontevivo. 

Art 6. Il pagamento delle pensioni, e il conto relativo saranno sta- 
biliti secondo le massime determinate dall' art, 3. 

Art. 7. 11 Nostro Presidente dell'Interno è iucaricato dell'adempi- 
mento della presente Nostra Eisoluzione. 

Dato nella Nostra Ducale Residenza di Parma questo giorno 15 No- 
■vembre 1817. 

MARIA LUIGIA. 

Il Presidente dell' Interno 
FERDINANDO CORNACCHIA. 



278 APPENDICE 



VII 



Disposizione Sovrana che riunisce i due Collegi de' Nobili e 
Lalatta in uno solo sotto la denominazione Collegio Ducale Maria Luigia. 

Casino dei Boschi, 20 Ottobre 1831. 



NOI MARIA LUIGIA Piuncipessa Imperiale, ed Arciduchessa d'Au- 
stria PER LA GRAZIA DI DlO DUCHESSA DI PaRMa, PiaGENZA E GUASTALLA 

ECC. ECC. ECC. 

Quelle stesse materne sollecitudini che ci mossero a decretare un rior- 
dinamento della istruzione religiosa e scientifica per le pubbliche scuole 
hanno pure richiamata la Nostra attenzione ai due Collegi Lalatta, e dei 
Nobili esistenti nella Nostra Città di Parma. Non volendo Noi per una 
parte privare gli amatissin i Nostri sudditi di un ricovero posto sotto l'im- 
mediata protezione della legge, al quale i parenti possano con tutta sicu- 
rezza e tranquillità affidar ciò che loro maggiormente star deve a cuore, i 
proprii figli, e non potendosi per l'altra tenere ad un tempo stesso aperti 
entrambi i precitati Collegi senza un vicendevole detrimento atteso il politico 
sistema dagli altri Governi addottato, di proibire cioè che i loro sudditi 
sieno educati all' estero, ed atteso pure le critiche circostanze dei tempi Ci 
è piaciuto, dopo mature riflessioni, di disporre come disponiamo : 

Art. I.'' Il Collegio Lalatta sarà riunito a quello de' Nobili, e per 
questa riunione non vi avrà che un Collegio unico, il quale porterà il nome 
di Collegio Ducale Maria Luigia. 

Art. II.° Saranno ammessi in quel Collegio i giovani di famiglie 
nobili, e quelli di civile condizione. 

S' intenderanno di civile condizione anche i figli di que' che professano 
arti nobili meno le meccaniche. 

Art. HI." Continueranno ad essere Ì5jcaricati della istruzione religiosa 
e scientifica dei Collegiali i PP. Benedettiììi, cui furono con Nostro Decreto 
19 Ottobre 1816 fatte diverse concessioni tutte dirette a questo scopo. 

Art. IV. '^ Il metodo dell' istruzione sarà uniforme a quello che verrà 
da Noi decretato per le scuole pubbliche, tranne quelle modificazioni, che,. 



APPENDICE 279 

rapporto al tempo ed alla distribuzione degli esercizi di pietà e di scientifico 
insegnamento, si crederà conveniente di adottare nel regolamento pel nuovo 
Collegio. 

Art. V.*' Si terrà per compiuta T educazione dei giovani quando questi 
avranno terminato il corso filosofico. 

Art. VI." Le scuole tutte sì elementari che secondarie e filosofiche 
dovranno farsi in Collegio, e a carico dei PP. Benedettini a cui raccoman- 
diamo vivamente di scegliere Maestri e Professori che a conosciuta moralità 
e religione congiungano sperienza somma e dottrina. 

Art. VII." Non si potranno ammettere alle scuole del Collegio gio- 
vani che non sieno Convittori o Alunni, qualunque ne sia la condizione. 

Art. Vili.*' La precitata unione dei due Collegi avrà il suo effetto 
col giorno 20 Novembre prossimo. 

Art. IX. Nominiamo Conservatori del nuovo Collegio : 

1." Il Padre Abbate dei Monaci Cassinesi Don Paolo Agostino 
Garbarini ; 

2.° Il Rettore prò tempore del Collegio suddetto ("questi s'intenderà 
sempre Conservatore nato) ; 

3.*" Il Principe Casimiro Melilupi Soragna ; 
4." Il Consigliere di Stato Marchese Agostino Manara ; 
5.° Il Consigliere di Stato e Presidente del Tribunale Supremo di 
Revisione Giuseppe Caderini ; 

6.° Il Cavaliere Avvocato Angelo Pezzana Bibliotecario Ducale. 

Art. X.° Dovranno i Conservatori suptriormente nominati occuparsi 
tosto della formazione di un Regolamento pel nuovo Collegio, che verrà a 
noi sottoposto col mezzo del Nostro Presidente dell' Interno. Sanzionato 
poscia da Noi il Regolamento, e riuniti in uno i due Collegi, dovranno i 
Conservatori invigilare perchè sieno esattamente e in ogni loro parte ese- 
guite le disposizioni che saranno in detto Regolamento contenute, lasciando 
in facoltà ai medesimi di pioporre coli' indicato mezzo della Presidenza del- 
l' Interno quei cangiamenti, modificazioni o aggiunte che 1' esperienza po- 
tesse loro in seguito far conoscere necessarie al prosperamento del Collegio. 

Art. XI.'' I nostri Presidenti delle Finanze e dell'Interno sono in- 
caricati ciascuno in ciò che lo risguarda della esecuzione di questo presente 
Decreto, 

Dato dalla Nostra Ducale Villeggiatura del Casino dei Boschi presso 
Parma questo giorno venti del mese di Ottobre dell' anno mille ottocento 
trent' uno. 



MARIA LUIGIA. 



Da Parte di Sua Maestà 
Il Presidente dell' Interno 
Cavaliere F. COCCHI. 



INDICI 



INDICE GENERALE 



Avvertenza Pag. 1 

Capitolo Primo. — II Collegio diretto dai preti secolari . » 3 

Gli studi a Parma, pag. 3. — Ranuccio I e i gesuiti, pag. 4. — 
Apertura del Collegio nel palazzo Bernieri, pag. 6. — Ordinamenti 
del 1601 e del 160S, pag. 8. — I preti secolari alla prova, pag, 11. 

— Nuove trattative con i gesuiti, pag. 11, 

Capitolo Secondo. — II Collegio durante il principato di 

Ranuccio I Farnese » 16 

Stemma del Collegio, pag. 16. — Ordinamento degli studi, pag. 18. 

— Esercizi cavallereschi, pag. 19. — Saggi del profitto negli studi, 
pag. SI. — Locali e villeggiature, pag. S3. — Protezioni e favori 
del Duca, pag. 34. — Privilegi concessi dal Sovrano al Collegio, 
pag. i6. — Privilegi di onoranza, pag. 38. — Privilegi di conces- 
sione, pag. 39. — Privilegi di esenzione, pag. i9. 

Capitolo Terzo. — Il Collegio durante il principato di 

OJoardo Farnese » 31 

La reggenza e i primi anni del governo di Odoardo, pag. 31. — 
La peste del 1630, pag. 33. — Il Collegio a Torchiara, Tpag. 33. 

— Ultimi anni del rettorato del Sozzi, pag. 35. — Primo reiterato 
di Orazio Smeraldi, pag 36. — Maestri in collegio per le classi 
inferiori, pag 37. 

Capitolo Quarto. — Il Collegio durante il principato di 

Ranuccio II Farnese > 39 

Ranuccio II e il collegio, pag. 39. — Conflitto col generale dei ge- 
suiti, pag. 40. — I privilegi messi in dubbio sono riconfermati, 
pag. 43. — Prosperità crescente del collegio, pag. 45. — Catalogo 
e Nomenclatura dei convittori, pig. 46. — Ferma disciplina im- 
posta dal duca, pag. 47. 

Capitolo Quìnto. — Segue: Il Collegio durante il principato 

di Ranuccio II Farnese » 50 

Ingrandimento del palazzo Bernieri, pag. 50. - La « Sala d'Armi », 
pag. 51. — 11 Teatro Grande, J9a</. 55. — Il « Teatrino >,f)a^. 56. 

— Nuovi ampliamenti dopo il 1662, pag, 56. — Cappelle, quadri e 
pitture. Sontuosità dell'edilicio, pag. 59. — Spese e componimenti 
finanziari, pag. 65. 



284 INDICK GENEIULE 

Capitolo Sesto. — S^'.gu-ì: Jl Collegio durante il principato 

di Ranuccio II Farnese Pag. 67 

Nuovo ordinamento degli studi, pag. 67. — Esercizi cavallereschi, 
pag. 70. — I/AcoADEMiA DeoLi Scelti, pag. 7S. — Suoi Statuti. 
pag. 74. — Suo ordinamento, pa^f 76 —Sue esercitazioni, pag. 81. 

— Sua importanza, pag. SS. — Feste solenni e loro effetti, 
pag. 83. — « Corpo di acjademici » della Corte, pag. 90. — * Di- 
fese » al termine degli s.t\iài, pag. 95. 

Capitolo Settimo — Il Collegio darante il principato degli 

ultimi Farnesi, Francesco e Antonio ...» 99 

Il duca F;-ancesoo, pag. 99. — Missi:ii\ prosperità e primo cente- 
nario del collegio, pag. lOS- — Djcadenza, pag. 103. — Ristret- 
tezze finanziarie, pag. 103. — Rilassatezza della disciplina, pag 104. 

— Gli studi, pag. 106. — Feste e saggi accademici. Torneo del 1720, 
pag. 107. — U P. Poggi < Accademico > e il Teatro Gesuitico, 
pag. 109. — « Difese », pag. 110. — I^a morte di Francesco I, 
pag. 111. — Il Duca Antonio e li Villeggiatura di Sala, pag. 113. 

— 11 matrimonio di Antonio e la festa nel Gran Teatro Farnesiano, 
pag. 114. — Estinzione della Casa Farnese, pag. 118. 

Capitolo Ottavo. — li Collegio durante le gaerre per le 

successioni polacca e austriaca .... » 120 

L'Infante Dm Carlo e il collegio, pag. 120 — L\ nuova villeggia- 
tura in Fontevivo, pag. 1S2 — I.a dominazione austriaca e i p"-!- 
vilegi del collegio, pag. 1S6. — GÌ i studi, pap. 130. — Pietro Verri, 
pag. 131. — Ces»re Beccaria, pag. Ì32. Condizioni economiche, 
pag. 134. 

Capitolo Nono. — Il Collegio dall' assunzione al trono di 

D. Filippo Borbone alla espulsione dei gesuiti . » 137 

Ultima solenne conferma e amplia'^iento d^i privilegi, pag. 137 . — 
Progressi negli studi per opern del rettore B ijardi e degli < Acca- 
demici » Piggi, Granelli, Roberti e Bettinelli, pa^. i43. — L'Acca- 
UEMiCATO di Saverio Bettinelli, pag. 147. — Apertura del Collegio 
Lalatta, pag 157. — Espulsione dei gisuiti, pag 158. 

Capitolo Decimo. — 11 Collegio diretto dai PP. delle 

Scuole Pie > 161 

Come fu accolto il nuovo indirizzo, pag. 161. — Ordinamenti 
scolastici al tempo degli scolopi, pag. 164. — Riunione della Pag- 
GERiA al Collegio dei Nobili, pag 171. — Scadimento della disci- 
plina e provvedim'?nti per ristabilirla, pag. 173. — Visita dell'Ar- 
ciduca Giuseppe. Nozze di Ferdinando con M. Amalia, pag. 176. 

— Nuovi disordini disciplinari, pag. 176 — Inchiesta del dottor 
Giuseppe Campari, pag. 179. — Trattative per sostituire agli 
scolopi altre persone, pag. 18S. 

Capitolo Undecimo. — Il Collegio diretto nuovamente dai 

preti secoiari » 186 

Lento, graduale miglioramento, pag. 186. — Il teatro nuovamente 
in fiore, pag. 189. — Saggi Accademici. I/Accidemia degli Scelti, 
pag. 192. — La grande riforma del 1779, pag. 194. — Nuovi pro- 
grammi didattici, pag. 199. 



IXOICE GENERALE 285 

Capitolo Dodicesimo. — Il Collegio dal ritorno dei },'esuili 

alla morte del duca Ferdinando .... Pag. 202 

Ritorno dei gesuiti alla direzione del collegio, pag. SOS. — Periodo 
di quiete. Camillo Ugoni, pag. S04. — Secondo centenario del 
coliegio, jKig. S06. — Alfdtto del duca per il collegio, pag. i07 . — 
Il collegio a Fontevivo, pag. S09. — -Morte del duca Ferdinando, 
pag. 2iS. 

Capitolo Tredicesimo. — 11 Collegio durante l'amministra- 
zione francese * 214 

L'Amministratore generala Mederico Moreau de Saint Mery e il 
nuovo teatro del collegio, pag. S14. — Moreau a Fontevivo. Il 
Teatro d'Onore d«l 1805, pag SSO — Nuova espulsione dei ge- 
suiti 11 collegio diretto da un l'unzionario francese, pag. Sì'S. 

— La « St. Napoléon » del 1806, jjag. S26. — Chiusura del CoIIbjjìo 
dei- Nobili, pag. S-J7. — 11 Liceo Imperiale, pag. i32. 

Capitolo Quattoudicei^imo. — Il Collegio dei Nobili al tempo 

dtUa Arciduchessa Maria Luigia d'Austria . » 237 

Ten t. tivi e proposte per richiamare in vita il collegio, pag. S37. 

— Riapertura del collegio setto la direzione dei benedettini, pag. 240. 

— Cure dei governanti per ridare lustro al collegio. Il * Genio 
della Parma », pag 249. — Saggi Accademici, pag. 244. — Riu- 
nione del Coll({jio dei Nobili col Collegio Lalaita sotto il nome di 
Collegio ducale Maria Luigia, pag. 245. 

Giuoco della picca » 251 

Piante planimetriche del palazzo di S. Cateuina. . . » 253 

Pianta dell' anno 1C04, pag. 255. — Pianta dell' anno 106?, 
pag. 257. — Pianta dell'anno 1845, pag. 259. 

Appendice » 261 

I. Serie cronologica de' Rettori, che ressero il Collegio dei Nobili 
di Parma dall' am.o di sua fondazione sino a tutto il 1831, pagr. S63. 

— IL Elenco dei ritratti a ol'o dei Principi dell' Accademia degli 
Scelti, da questi donati al Collegio, pag. 266. — 111. Elenco di 
Convittori, morti nel Collegio e sepolti nella Chiesa di S. Marcel- 
lino, dei quali resta memoria, pag. i7i. — IV. Decreto Sovrano che 
ristabilisce nei Ducali 1' Ordine dei Monaci di San Benedetto, 
pag. 272. — V. Estratto dalla decisione sovrana del 23 aprile 1817, 
che concede i beni di Fontevivo al Collegio dei Nobili, pag. 274. 

— VI. Risoluzione Sovrana intorno ai beni di Foi.tevivo e della 
Villetta, posseduti già dal Collegio Lalatta, e dati poi al Collegio 
de' Nolili, ed al Comune di Pam, a, pag. 276. — VII. Disposizione 
Sovrana che riunisce i due Collegi de' Nobili e Li^laita in uno 
solo sotto la denominazione Collt'gio Ducale Miria I-uigia.pc'^. ?7S. 



INDICE DELLE ILLUSTRAZIONI 



l. 

2. 

3. 

4. 

5. 

6. 

7. 

8. 

9. 
10. 
U. 
12. 
13. 
14. 
15. 
16. 
17. 
18. 
19. 
20. 
21. 
22. 
23. 
24. 

25. 

26. 

27. 
28. 
29. 
80. 



Ranuccio I Farnese 
Impresa del Collegio 
Odoardo Farnese 
Rocca di Torchiara. 
Ranuccio II Farnese 
Sala d'Armi (parete laterale 
Id. 



(parete di fronte) 
( Id. di fondo) 
(soffitto^ 



Id. 

Id. 

Id. 

Id. 
La ^^illetta 
Rocca di Sala 

Impresa dell' Accademia degli Scelti 
Medaglia degli Accademici Scelti 
Francesco Farnese 
Antonio I Farnese 

Squadriglie a cavallo nel piano del G-ran Teatro 
Don Carlo Borbone. 
Badia di Pontevivo. 
Carlo VI . 
Maria Teresa . 
Don Filippo Borbone 
Don Ferdinando I. 
Leggenda della prima pietra del nuovo Teatro 

collegio (5 marzo 1804 
Maria Luigia . 
Facciata odierna del collegio (Convitto Nazionale 
Maria Luigia) ..... 

Giuoco della picca 

Pianta del palazzo di S. Caterina (1604) 

Id. (1662) 

Id. (1845) 



del 



Pag. 



» 


17 


> 


31 


» 


34 


» 


39 


» 


51 


» 


52 


» 


52 


-> 


53 


)» 


54 


» 


62 


» 


64 


» 


73 


» 


77 


» 


101 


» 


113 


» 


117 


» 


121 


» 


123 


> 


1-28 


» 


129 


» 


138 


» 


162 


» 


219 


» 


241 


■» 


247 


. 


251 


» 


255 


» 


257 


» 


259 



DONI E CAMBI AVUTI DALLA DEPUTAZIONE 
neW anno 1901 



N. B. Negli iudici dei periodici sono riportate soltanto le memorie storiche 



Archivio Storico Italiano. -- (Quinta 5>erie. Tomo XXVHI 

— Auiio 1901 — La Siguoria di Gregorio IX iu Gaifaguana 
[0. De Stefani) — Sull'uso del « Tocco » uelle esecuzioni per- 
sonali dell" antico diritto Fiorentino {G. Bonolis) — Di una 
recente opinione dell' origine della li. Casa di Savoia (F. Lahrussi) 

— La Casa pisana e i suoi annessi nel medio evo. (cout.) (C. 
Lniii) — Nuovi documenti sui moti ereticali tra la fine del se- 
colo XIII e il principio del XIV. {F. Tocco) — I « Giustiziati » 
a Firenze dal secolo X\^ al secolo XVIII. {G. Ilomloni) — Il 
Hurlamacchi e la sua « Vita del Savonarola» {G. Scloiif^cr) — 
Firenze, Vieusseaux, 1901. 

Archivio Storico di Lodi. — Anno XX. 19()1. — Ospe- 
dali lodigiani — Distruzione dei borghi di Lodi onde resistere 
ad un eventuale assedio dei Francesi — Gli Inzaghi — Governo 
del Ke Carlo Emanuele III in Lombardia secondo un cronista 
lodigiano {G. Agnelli) — Il « Velo » di S. Bassano {E. Biu- 
gini) — Lodi —- Quirico. 1901. 

Archivio Storico Loiiil)ardo. — Serie III. Voi. XV. — 
Bolla arcivescovile milanese a Moncalieri ed una leggenda inedita 
di S. Gemolo di Ganna. {Tiatfi A.) — I denari per la dote di 

Akcu. Stoe. Pab.m.. 2. Serio. I. 19- 



i 



290 DONI E CAMBI 

Valeotiua Visconti. {Ooni'i.ni. F. E.) — Prodii-iitori ;i IJrescia nel 
(juattroceuto. {Zanelli A.) — Isabella d'Este e la corte sforzesca. 
[Luzio A.) — Bernabò Visconti nella novella e nella cronaca 
contemporanea. ( Vitale V.) — Stetano 111, duca di Uaviera, 
al servizio della Lega contro (iian Galeazzo Visconti. [RamliaUìi 
P. L.) — Lettere inedite di Ugo Foscolo in Svizzera. {Mnrcfi M.) 

— Milano, Bocca, 1901. 

Archivio Storico Lombardo. — Serie 111 Voi. XVI — 
Fonti e memorie storiche di S. Arialdo. {Pellegrini C.) — Per 
la genealogia dei Bouacolsi. {Dovari S.) — Nota metrologica — 
11 « Patronus » misura milanese del sale. {Maz2l A.) — Le 
sentenze criminali dei Podestà Milanesi, 1385-1429. (Verga E.) 

— Ancora di alcune fonti per lo studio della vita di Paolo Diacono. 
{Callegaris G.) — Vertenze dei Visconti colla mensa vescovile 
di Lodi. {Agnelli G.) — Pellegriuo Pellegrini e le sue opere in 
Milano. {M<dagHZ2Ì F.) — Milano, Bocca, 1901. 

Archivio Storico Messinese . — Anno 1. 

Fascicolo 1-2 — .L'Arte della stampa in Messina (6^. 0//ya). 

— La leggenda di Maniaco {F. Gahotto) — Due lettere di Miche- 
langelo Tilli {G. Arenaprimo). — Per 1' ubicazione del tempio 
di Apollo in Messina {G. Inferrerà) — Iscrizione inedita {L. Mar- 
tino) — Intorno a due importanti pubblicazioni di Storia locale 
(Cr. Longo Manganar o). 

Fascicolo 3-4 — NumismaUca, di Lipara — Numismatica 
Siceliota del museo Mandralisca in Cefalìi (Palermo), classiticata 
e descritta {G. Tropea) — Il Palazzo Corvaia in Taormina 
{G. Piizzo) — L'arte della stampa in Messina {G. Olioa) 

— Diario Messinese (1602-1712) del Notaro Giovanni Chiatto 
[G. Arenaprimo) — Un monumento del secolo XII nel Duomo 
di Messina — Una lapide storica {G. La Corte- Cailler) — Mes- 
sima, D'Amico, 1901. 

Archivio di Stato iu Pisa. — Ordinamento e inventario 
delle Provvisioni e Consigli degli Anziani del Popolo. — Pisa, 
Mariotti, 1901. 



DONI E CAMBI 2P1 

Archivio (Iella lì. Società liomana di Storia Patria. 

Voi. XXIV. — Nuovi docimienti relativi alla liberazione dei 
principali j)ri<,qouieri tun-lii pre.si a Leiianto (71/. liosi) — iter 
Italicum {A. IìucIicIIìhs) — La politica religiosa di (Jostanlinc 
il grande e la projtrietà della Chiesa (C. Carassai) — Tabula- 
rium S. I\lariae Novae ab. an. 982 ad an. 1200 (P. Fedele) — 
Le croniche di Viterbo scritte da frate Francesco d' Andrea 
(P. Efjldi) — Quanto visse Commodiano {G. S. Ramimdo) — 
Le carte antiche dell' Archivio Capitolare di S. Pietro in Vati- 
cano {L. Schiapareìli) — 1 banchieri toscani e la S. Sede sotto 
Benedetto XI [G. Arin^) — Roma, 1901. 

Archivio Storico Siciliauo. — Nuova Serie. Anno XXVI, 
Fase. 1" e 2". — Un peso arabo di piombo del Museo nazionale 
di Palermo illustrato. (1>. Lugiìmìna) — Una Santa palermitana 
venerata dai maomettani a Tunisi. (S. lioniano) — L^n Comune 
della Sicilia e le sue relazioni con i dominatori dell'Isola sino 
al secolo XVIII (cout.) (G. l'ardi) — Tip. Lo Statuto, 1901. 

Archivio Trentino. — Anno XVI, 1901. Iscrizione fune- 
raria etrusca rinvenuta in Tavon nella Nauniii. (L. Campi) — 
Delle due Cnrtes trentine Kaviutn e Sagiim dell" anno 888. 
(G. Susfer) — Di alcune cause trentine. (A. Seyarizzi) — 
Frammenti castrobarcensi. (G. Geroìa) — Spogli di pergamene, 
(cont.) (L. Cesarini Sforza) — Il Trentino all'epoca delle oc- 
cupazioni francesi, (cont.) (C. G.) — Tombe della prima età del 
lerro ed altri avanzi romani riconosciuti presso S. Giacomo di 
Riva. (L. Campi) — Nuove spigolature d' Archivio. Dambol 
noli" Anauuia. (Y. litania) — L'n trentino podestà di Modena. 
Paolo de Fatis Tabarelli de Terlago. (1511-1513) (^Z. 0?>rr^/?/r>V 
— Trento, Zippel. 1901. 

Ateneo Veneto (L'). — Anno XXIV, 1901. 

Voi. I. — Trentino e Tirolo, note cartografiche e toponoma- 
stiche (E. De Toni) — Una dottoressa Rodigina, del Secolo XVlll. 
(U. Cessi) — Costanzo Landi, gentiluomo e letterato Piacentino 
del Seolo XVI fi'. Osimo) — Libro consolatorio di Giovanni 
Sabadino degli Arienti a messer Egano Lambertini fV. FhiziJ. 






202 DONI F C:VMP.I 

Voi. II. — L'incendio di Jioma nel 64 à. Cristo. (L. Levi) 

— Uu auto-da-fe a Ragusa nel 1860 (E. Maddalena) — Alcune 
satire inediti^, loro nda/ione colla storia della vita padovana nel 
secolo XVII. (N. Bimfto) — Venezia. Visentiiii, 1901. 

Atti dell' Accartemiii di scienze lettere ed Arti degli 
Agiati in Rovereto. — Serie 111, Voi. VII. — Giovanna d'Arco 
e Carlotta Cordav. (Pedrolli S.) — Numismatica italiana. XVlI. 
La Grida di Enrico VII Imperatore del 1311. (Ferini Q.J — 
Numismatica italiana XVIII. Contributo al Corpus nummoiuni 
italicorum (con 20 ine.) (Perini <^.) Documenti in volgare tren- 
tino della fine del trecento, relativi alla Cronaca delle Giudicarle, 
Lotte fra gli Arco, i Lodron, i Campo ed i vesco-vi di Trento. 
(Postinyer C. T.) — Gli Slatuti della Confraternita dei cal- 
zolai tedeschi in Trento (Jiosati L.) Rovereto, V. Sottocliiesa. 1901. 

Atti della Depiitazidue Ferrarese di Storia Patria. 

— Voi. XII — Monumenta Ferrariensis Historia. Scripfores. 
Fase. II. De Rebus Estensium. (C. Aidolirù) — La Moglie 
dell' Ariosto. (G. Fardi) — I moti di Art;-enta nel 1831 (F. 
Antolini) — Ferrara,' Zuffi, 1901. 

Atti della Società Ligure di Storia Patria. — Voi. 
XXXII. — Genova e Tunisi 1388-1515. Relazione Storica (E. 
Marengo) — Voi. XXX IH. — Il Colle di Sant'Andrea in Ge- 
nova e le regioni circostanti (F. Fodestà) — Genova, 1901. 

Atti e Memorie della II. Deputazione di Storia Pa- 
tria per le Provincie delle Marche. — Voi. V. — Prose 
e Poesie volgari di Fr. Filelfo, (G. Ben addaci) — Vita di Fe- 
derico d'Urbino, scritta da F. Filelfo, pubblicata secondo il cod. 
Vatic. Urbin. 1022 — (G. Zannoni) — Il Codice autografo 
della Sforziade (G. Giri) — Contributo alla Bibliografìa di F. 
Filelfo (G. Benaddtici) Ancna, 1901. 

Atti e Memorie della R. Deputazione di Storia Pa- 
tria per le Provincie Modenesi. — Seiie IV. Voi. X. (Pub- 
blicato per festeggiare il XL. anniversario della Deputazione) — - 
Elenco dei Soci — Pubblicazioni della Deputazione — Biblio- 
grafia dei Soci eli'ettivi. — Modena, Vicenzi, 1900-1901. 



ià 



DONI E CAMBI 203 

Atti «' Meiuorio della II. Doputuziouc <lì Storia Va- 
tria per le rroviiieie di lìoinai^iia. — .Serie III, V^ol. XIX.— 
tìiovauui ila Leguauo Oauouista e uomo politico del 1300. (Bosdari 
F.J — Processi d'ercs^ia nel Collegio di Spagna (1553-1554) episodio 
della storia della riforma iu Bologna {lìdttistdìd A.) — La patria e 
la famiglia di (iirolanio Marini ingegnere militare del Secolo XVI. 
(Livi G.) — La donazione « more salario » nei documenti ra- 
vennati e romani (Tamassia N.J — Gli autografi di Fra Che- 
rubino Ghirardacci (Frati L.J -— Carteggio fra i Bentivoglio e 
gli Estensi dal 1491 al 1542 esistente nelL Archivio di Stato iu 
Modena (Dalìari U.J — Sul valore della lira bolognese (SnJ- 
rioni G. B.) — Le carte giudiziarie ed i documenti privati 
ravennati dei secoli di mezzo (Palmieri A.) — Poesie di Matteo 
Griffoni cronista bolognese tratti di su gli autografi (^S^or?>f 7// yl.^ 
Bologna, 1901. 

Bagatti Angelo. — Dio e Patria versi editi ed inoditi — 
Parma, Zerbini. 1901. 

Bollettino dell' Istituto Storico Italiauo, N. 22. — 

Briciole di Storia Novaliciense (Cipolla C.) — Antichi documenti 
del monastero trevigiano dei Santi Pietro e Teonisto (con tre 
tavole) (Cipolla C.J — Il monastero di Nonantola, il ducato di 
Persiceta e la chiesa di Bologna (Gaiuìenzi A.) — Koma, 1901. 

Bollettino della R. Deputazione di Storia Patria 
per l'Umbria. - Voi. VII. 1901. — Adalberto 1 Marchese 
di Toscana e il saccheggio di Xarni uell' 878. (A. Simoneffi) 
— Angelo degli Ubaldi in Firenze, {T. Cuturi) — L' opera del 
« Palazzo del Popolo » di Perugia. {A. Bellucci) — La stampa 
in Orvieto nei secoli XVI e XVII. (/). Tordi) — Sulla Storia 
dell' antico comune di Bieti (A. Bellucci) — Due letterati rea- 
tini e il Torti di Bevagua. (C. Trabalza) — I maestri di gram- 
matica in Rieti. (.4. Saccheffi-Sassetti) — Perugia, Unione tip. 
cooperativa. 1901. 

Brandileone Frauee-'co. — Ultima fase della « douatio 
propter nuptias » nella legislazione italiana — (Estratto dal vo- 
lume « pel cinquantesimo anno d' insegnamento del professore 



204 DONI E CAMBI 

Fnmcesco Pcpere » — Napoli, Società aiiouima cooperativa tipc- 
grafica, 1000). 

Campione del Priiiei[>e Eugenio di Savoia. 

Voi. XVIII — Guerre in Sicilia e in Corsica ne<(li anni 
1717-1720 e 1730-1732. — 

Voi. XIX — Guerra per la successione in Polonia (1733-35). 
Campagne 1733-34 — Torino. 1901. 

Capasso Carlo. — Nuove notizie storiche su Armaciotto 
(lei Rama22otti^ — Camerino, tip. j\[archi, 1901. 

Capasso Gaetano. — Il Collegio dei Nobili di Parma — 
Discorso per il 3° centenario della sua fondazione. — Parmn. 
Battei, 1001. 

Coggiola Giulio. — Paolo IV e la capitolazione segreta 
di Cavi, (con documenti inediti) — Pistoia, Fiori, 1900. 

— 1 Farnesi ed il conclave di Paolo IV. (con documenti 
inediti) — Estratto dagli Studi storici Voi. IX — Kigoli, 1000. 

— Sull'anno della morte di mons. Della Casa. Nòta — 
Pistoia, Fiori. 1901. 

Commentari dell'Ateneo di Brescia per l'anno 1901. 

— Benedetto Castelli e la Scuola di Galileo, (V. Tonni-Bcuzaj 

— Osservazioni all'Opera del Vico: « Dell'unico principio e 
dell' unico fine dell' universale diritto » (^S'. Casa.^opra) — Il 
sogno di Scipione di M. Tullio Cicerone e le sue imitazioni nella 
letteratura (A. Beltrami) — Brescia, Apollonio, 1001. 

Costa Emilio. — Papiniano. Studio di storia interna del 
diritto romano — Voi. IV. — I3ologna, Zanichelli, 1890. 

Documenti per servire alla Storia di Sicilia. Pub 

blicati a cura della Società Siciliana per la Storia Patria — IV 
serie. Cronache e scritti vari. Voi. A^II — Gli avvenimenti del 
1700 nelle Due Sicilie. Nuovi documenti. {Sansoni A.) — Pa- 
lermo, Casa ed. « Era Nuova », 1001. 

lohannìs Codagnelli. — Annales Piacentini, liecognovit 
Osvaldus Holder-Egger — Hannoverae et Lipsiae, Hahniani, 1901. 



nnxi F. CAMP.r 20.-) 

Istituto storico Italiano, — Fouli ]iLr la Storia d' I- 
talia. \oì. [. e II. Annali (Jciiovrsi di Callaro e de' suoi conti- 
mialori dal 1174 al 1_'24 a .ina di Luii,q Tommaso Helgrauo 
-■ di Iinji.'riiile di Saiif Anofclo — J>oir.a. l!>0]. 

.ìlemorie Storiche della Città e dell' autico Ducato 
della Mirandola. — Uiogiafie mirandolesi, — Tomo 1, (A. I.) 
(/•'. (Wrlfi) .Mirandola, Grilli, 1001. 

Nasi Nunzio. — Discordi jìer la publdica educazione — 
Koinii. Cecchini, l!»01. 

Nuovo Archivio Veneto. — Nuova Serie — Anno 1. 

Tomo T, |.art. I, — Gli Statuti civili di Ven.zia anteriori al 
1242 (Prefazicne) (E. Besta) — Lazzaro Bonamico e lo studio Pado- 
vano nella prima metà del 500 (G. 3Iarangom) — Tre lettere 
inedite di Ippolito Xievo {G. Gogò.) 

Tomo I. part. II, Intorno a due antichi sigilli di Feltro e di 
Piove di Sacco (L. Tuzzoli) — Gli Statuti civili di Venezia 
anteriori al 1242 (Statuti) (E. Bcsta e B. PreckUiJ — Laz- 
zaro Bonamico e lo studio padovano (cont.) (G. Mamngoni) — 
Francesco di danzano (F. Lrichi) — Statuta de cadulirio per 
illos de caminos (1235) (G. Andrich). 

Tomo IL piirt. I. — L" ultimo uftìVio pubblico di Baiamonte 
Tiepolo (A. Bdiiistclla) — Origine e conclusione della pace e 
dell" alleanza fra i veneziani e Sisto IV. (E Piva) — Miniatori 
veneziani (D, BmtfiJ — lì Comune di Treviso e i suoi piìi antichi 
Statuti fino al 121 S f(r Biscaro) — Lazzaro Bonamico e lo 
studio padovano (cont. e fine) (G Marcai goni). 

Tomo II. part. IL — Indice Generale della V serie (1801- 
1000) del Nuovo Archivio Veneto. — Venezia, Visentiui, lOol. 

Pariset Camillo. — Cotrone alla memoria di Umberto L. 
— Milano, Casati. 1001. 

Piacenza Pietro. — L'n curioso documento della giovinezza 
di Pietro Giordani. — Piacenza, Stab. Tip. Piacentino, l!>01. 

Rendiconti della R. Accademia dei Lincei. — Serie 
V, Voi. X. — Degli atti diplomatici riguardanti il dominio di 



296 DONI E CAMBI 

Caugraude 1 iu i'adova. (A. Curcutid) — Divisione aiumiui- 
strativa dell' Impero dei Seleiicidi. (.1. Corvalla) —• 1 frammenti 
dell'autobiografia di M. Si-auro e la « Lex Varia de Maiestate ». 
(E. Pais) — Documenti ed osservazioni sul Congresso di Nizza 
(1538) (C. Sefjre) — Nuovi documenti sui dissidi francescani, 
trascritti dal F. G. Boffito barnabita. {F. Tocco) — Wolfang 
Golte e Niccolò Macchiavelli. (0. Totìn/isini) — Eoma. tip. del- 
l' Accademia, 1901. 

Ricordi sul primo centenario della nascita di Lio- 
iiiirdi Vigo. — Acireale, Tip. del XX Secolo, 1901. 



ìa 



INDICE DEL YOL. I. 



Albo della R. Deputazione ...... 

Santo (ielle toruate dell'anno accademico 1900-1901 
('apasso prof. Gaetano — Il Collegio dei Nobili di Parma 
morie storici' e. . . . . 

Doni e cambi ricevati dalia P.^putazione nell'anno 1901. 



Me- 



patj. 


V 


» 


IX 


» 


1 


» 


289 



ARCHIVIO STORICO 



PER 



LE PROVINCIE PARMENSI 



PUBBLICATO 



DALLA R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA 



NUOVA SERIE 

Volume II. — Anno 1902 



PARMA 

PRESSO LA. K. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA 



.^-f?) R A 



1905. ({ SEP 3 1963 



INDICE DEL VOL. II. 



Albo della R. Deputazione ...,,,.. pag. v 

Sunto delle tornate dell' anno accademico 1.901-1902 . . » ix 

Alinovi Enrico — Bibliografia Parmense della seconda metà del 

secolo XIX » 1 

Tononi are. Gaetano — Relazioni di Tedal lo Visconti (Gregorio X) 

coir Inghilterra » 123 

Piacenza mons, Pietro — Una pagina rifatta nella storia del Car- 
dinale Jacopo Pecorara . . > 133 

GuiDOTTi prof. Camillo — Tre chiese medievali in Piacenza che 

presentano le identiche deviazioni nel loro piano icnografico » 163 

Doni e carabi ricevuti dalla Deputazione nell'anno 1902 . . » 165 



ARCHIVIO STOHICO 



PER 



LE PROVINCIE PARMENSI 



PUBBLICATO 



DALLA R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA 



NUOVA SERIE 

Volume II. — Anno 1902 



PARMA 

PRESSO LA. R. DEPUTAZIONIì: DI STORIA PATRIA 

1905 



I. 



Parma 1905 - Stab. l.to-tipografico della Casa Editrici^ 
LUIGI BATTEI. 



ALBO DELLA R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA 

PER LE PROVINCIE PARMENSI 



1" Novembre 1002, 

Sede (li Parma 

Mariotti dott. coinm. Giovanni, Sen. del Kegno, Presidente, 
Amadei dott. Ccav. Alberto, Segretario. 
Passerini dott. Giorgio, Tesoriere. 

MEMBRI ATTIVI 

Amadei dott. cav. Alberto, proietto. 

Penassi dott. prof. Umberto. 

Prandileone prof. cav. Francesco. 

Capasso dott. prof. Gaetano. 

Capoto prof. cav. Michele. 

Casa dott. cav. Emilio. 

Costa dott. prof. Emilio. 

Mariotti dott comm. Giovanni, predetto . 

Passerini dott. Giorgio, predetto. 

Perreau sac. cav. Pietro. 

RÓNDANi nob. prof. Alberto. 

MEMBRI EMERITI 

Pigorini prof, coosm. Luigi. 
Poggi comm. Vittorio. 
ToMMASiNi avv. prof. Gustavo. 



VI 

Sottosezione <1i Piacenza 

Tononi arcip, Gaetano, Vicepresidente, 

MEMBRI ATTIVI 

Cerei Leopoldo. 

Grandi avv. eav. Gaetano. 

Marazzani conte cav. Lodovico. 

Nasalli Rocca conte Giuseppe. 

Piacenza mons. Pietro. 

Tononi arcip. Gaetano, predetto. 



Sottosezione di Pontremoli. 

N. N., Vicepresidente. 

MEMBRI ATTIVI 

Cimati cav. Camillo. 
Dosi march. Andrea. 
Restori dott. prof. Antonio. 
Sforza nob. cav. Giovanni. 



SOCI CORRISPONDENTI 

Alvisi cav. Edoardo. — (Parma). 
Ambrosoij dott. Solone. — (Milano). 
Bologna avv. cav. Pietro. — (Firenz3). 
Boselli nob. comm. Antonio. — (Parma). 
Capasso dott. prof. Carlo, — (Sondrio). 
Cerrettì nob. sac. cav. Felice. — (Mirandola) 
CoGGiOLA dott. Giulio. — (Veuezia). 
Claretta bar. Gaudenzio. — (Torino). 
D' Ancona prof. comm. Alessandro. — (Pisa). 
Da Ponte cav. Pietro. — (Brescia). 
Delisle prof. Leopoldo. — (Parigi). 



▼n 



De Paoli avv. comra. Enrico. — (Roma). 

Faccioli prof. cav. Raffaele. — (Bologna). 

Faelli Emilio. — (Roma). 

Fea comm. Pietro. — (Roma). 

GiARELLi Federico. — (Piacenza). 

GuiDOTTi prof. Camillo. — (Piacenza). 

Holder-Egger prof. Osvaldo. — (Berlino). 

Jung dott. prof. Giulio. — (Praga). 

Loria dott. cav. Cesare. — (Parma). 

Magani mons. Francesco. — (Parma). 

Magni Gkiffi march, cav. Alessandro. — (Sarzana). 

Martini avv. cav. Antonio. — (Roma). 

Mazzini dott. Ubaldo. — (Spezia). 

Micheli dott. Giuseppe. — (Parma). 

Neri prof. cav. Achille. — (Genova). 

Pellegrini dott. prof. Flaminio. — (Genova). 

Pflugk-Harttung dott. Giulio. — (Tubinga). 

Podestà mons. Luigi. — (Sarzana). 

Podestà avv. cav. Paolo. — (Sarzana). 

Professione prof. Alfonso. — (Novara). 

Ricci dott. Corrado. — (Milano). 

RiDOLFi prof. Enrico. — (Firenze). 

Rossi prof. cav. Luigi. — (Bologna). 

Saccani arcip. Giovanni. — (Cadelbosco di Sopra). 

Sanvitale conte dott. Luigi. — (Parma). 

Schiaparelli dott. prof. Luigi. — (Firenze). 

Seletti avv. cav. Emilio. — (Milano). 

Spinelli cav. Alessandro Giuseppe — (Modena). 

Staffetti conte dott. Luigi. — (Massa). 

Tassoni dott. Celso. — (Rovigo). 



DEFUNTI 

Mensi avv. cav. Luigi. Socio Corrispondente — (Pianello). 
Modona prof. Leonello. Membro Attivo — (Parma). 



SUNTO DELLE TORNATE 



R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LE PROVINCIE PARMENSI 



ANNO ACCADEMICO 1901-1902 



I. TORNATA — 30 gennaio 1902. 

Viene letta una memoria del prof. Giulio Jung della Università di 
Praga col titolo « Bobbio, Veleia e Bardi, escursione topografica e storica » 
tradotta dal tedesco in italiano dal socio coram. Boselli in seguito ad in- 
•vito della Presidenza. 

La Deputazione udita la lettura delibera die la memoria sia inserita 
neir « Archivio Storico » quando sarà possibile. 



II. TORNATA — 27 maggio 1902. 

Il Presidente dà comunicazione della circolare del « Congrés Interna- 
tional des Bibliothécaires » p^r le onoranze a Leopoldo Delisle, Membro 
dell' Istituto di Francia, in occasione del cinquantesimo anniversario^ della 
sua entrata nella Biblioteca Nazionale di Parigi. 

La Deputazione ederisce con plauso alle onoranze per l' illustre profes- 
sore, tanto pili che ha il pregio di annoverarlo fra i soci corrispondenti. 

Si delibera che la prossima adunanza si tenga a Piacenza in seguito 
al gentile invito dei soci di quella So^'tosezione. 



III. TORNATA — 25 giugno 1902. 

I^a se luta ha luogo a Piacenza conforme alla deliberazione della tor- 
nata precedente. 

Il Vicepresidente della Sottosezione Are. Gaetano Tononi pronuncia le 
seguenti parole: 

« Con tutto r affetto dell' animo, o colleghi di Parma, che voleste ono- 
rarci col tenere questa adunanza delia nostra regìa Deputazione di storia 
patria in questa città, vi diamo il benvenuto. Fosse dato di essere al com- 
pleto il nost''© piccolo drappello ad accogliervi, ma la morte in pochi anni 
ci ha diradati, e circostanze particolari vietano a taluni dei superstiti d' in- 
tervenire sebbene lo desiderassero ardentemente. Questi ultimi però si as- 
sociano a noi per inostraivi la piìi viva riconoscenza. 

« Tra i soci defunti io devo ricordare il compianto avvocato cav. Luigi 
Mensi che abbiamo perduto ai 6 del e. m. Sapendo che questa adunanza 
doveasi tenere, egli vi voleva partecipare non solo di presenza, ma altresì 
col leggere^ qualche scritto, e intanto la malattia di cuore che da anni lo 
tormentava, gli impedì di occuparsi dei divisati lavori; la inesorabile malat- 
tia fu causa della sua morte. Quanto amava e coltivava gli studi storici! 
Ce ne ha dato prova colla pubblicazione de! suo dizionario biografico 
piacentino opera di pazienza e ricerche innumerevoli, e di utilità grandis- 
sima, checché ne dicesse una critica esagerata ed intemperante. Anche dal 
nostro collega si riconosceva che nel suo libro sarebbero incorse inesattezze, 
lacune e mende, ed egli si protestava ben grato a chi gliele avesse indicate, 
e prometteva che degli avvertimenti altrui avrebbe approfittato in una se- 
conda edizione del Dizionario, o in appendice al medesimo. Infatti negli 
ultimi giorni di sua vita mostravami di tenere in pronto un bel cumulo di 
aggiunte e correzioni, e dicevami che avvenendo la sua morte, e non po- 
tendo egli stesso pubblicarle, disponeva che fossero consegnate a me per 
completare appunto 1' opera sua; e dal figlio di lui sono assicurato che sarà 
eseguita l'intenzione del padre. Noi ci studirrenio che vegga la luce lo 
scritto postumo dell'esimio collega. Ad encomio del Mensi io dirò che nel 
suo Dizionario v'ha una pirte speciale, tutta nuova, assai pregevole ed 
eminenti mente civile: vi sono ricordati i beueiìittori defunti della città e 
contado piacentini, notizie cha l'autore attinse per lo piìi dagli archivi, e 
tali ricordi restano d'esempio ai viventi facoltosi, e sono a loro di forte 
eccitamento a beneficare i bisognosi. 

« Perciò addolorato io noto che colla morte del cav. .nvv. L. Mensi è 
mancato un buon cittadino, un socio operoso ed intelligente al nostro sto- 
rico sodalizio. E voi tutti, o colleghi, son certo, dividerete meco questi sen- 
timenti di affetto e di stima ver.-io il caro estinto ». 

La Deputazione associandosi al compianto per 1' estinto Collega, delibera 
di concorrere alla pubblicazione del « Supplemento al Dizionario biografico 
piacentino » in conformità del desiderio dell'autore. 



XI 

Si procede quindi allo scrutinio delle schede per l'elezione dei soci che 
furono proposti nella seduta precedente. Risultano eletti Soci Corrispondenti: 

Gapasso dott, prof. Carlo. 

Jung dott. prof, Giulio, 

Viene data lettura delle seguenti memorie: 

« Relazioni di Tedaldo Visconti (Gregorio X.; coli' Inghilterra » del 
Vicepresidente are. Tononi, 

« Una pagina rifatta nella storia del Cardinale Jacopo Pecorara » del 
Membro Attivo mons. Piacenza. 

« Tre chiese medievali di Piacenza che presentano le identiche deviazioni 
nel loro piano icnografico » del Socio prof. Guidetti. 

La Deputazione delibera di inserire le predette memorie nell'* Archivio 
Storico ». 



MEMORIE 



I 



BIBLIOGRAFIA PARMENSE 

DELLA 

SECONDA METÀ DEL SECOLO XLX 



Neil' inteDdimento di far cosa utile e gradita ai cultori della 
patria storia, è da varii anni die per quanto me lo consentiva il 
tempo lasciatomi libero dall'ufficio, sono venuto raccogliendo 
materiali per una bibliografia di opere italiane ed estere che 
hanno veduto la luce nella seconda metà del secolo XIX e che 
direttamente o indirettamente hanno pagine riguardanti la storia 
politica, artistica e letteraria degli antichi stati parmensi; ovvero 
i rapporti di questi cogli altri stati d'Europa. 

Non ho seguito il sistema metodico dividendo la bibliografia 
per classi, giacche mi è apparso più pratico e di più pronta 
ricerca, il dare l'indice alfabetico degli autori, facendolo seguire 
da quello a soggetto, in cui sono indicate le opere o gli scritti 
che ne hanno rispettivamente trattato. 

Molti dei lavori e delle monografie quivi notate, le ho de- 
sunte dai nuovi cataloghi della Biblioteca Reale di Parm;i ; e sic- 
come buona parte delle notizie bibliografiche sono ricavate da 
opere e scritti apparsi in periodici che si stampano in Francia, 
Germania, Inghilterra ed America, spero che gli studiosi di cose 
patrie, vedranno con piacere come all'estero si studi con interesse, 
e sia noto tutto quanto ha rapporto colla nostra storia letteraria 
e artistica. 

Così ad esempio, vi troveranno molte monografie sul primo 

Akch. Stor. Parm. Nuova Serie. - II. 1 



nostro cronista Salimbene e vedranno più volte fatti oggetto di 
studio il Correggio e la sua Scuola, nonché il principe dei mu- 
sicisti italiani Giuseppe Yerdi. E così di molti altri argomenti 
che sotto un aspetto o sotto un altro riguardano queste provincia, 
dalla formazione dei Comuni alla presa di Vittoria ed alla luo- 
gotenenza di Francesco Guicciardini; dal periodo Farnesiano fino 
al governo di Du-Tillot, e da Maria Luigia alla rivoluzione 
del 1859. 

Mi lusingo pertanto con questa mia modesta fatica di avere 
fatto cosa giovevole agli studiosi in genere ed ai miei concitta- 
dini in particolare. 

Parma, 1 maggio 1900. 



Enrico Alinovi. 



BIBLIOGRAFIA PARMENSE 



Adorni (Giovanni). Della contessa Alberta Sanvitale. Ricordazione 
alle alunne della Scuola normale femminile di Parma fatta il 9 
gennaio 1868. Parma, Ferrari. 1868; in 16°. 

— Del conte Luigi Sanvitale. Lettera al prof. A. Robecchi. Parma 

Ferrari, 1872; in 8». 

— Cenni biografici di Moisè Fontanella. Parma, Graz oli; 1877, in 8." 

Adriani (Giovanbattista). Delia vita e delle varie nunziature del card. 
Prospero Santa-Croce. Torino, 8t. Reale, 1869 ; in 4"*. 
Per lettere a Paolo IH ed al duca Alessandro Farnese. 

Agnelli (Giovanni). Reclamo dei Lodigiani contro Piacenza ai Ret- 
tori della seconda Lega lombarda per la giurisdizione alla Corte 
di Fombio (anno 1227). 

Archiyio storico lombardo. Milano, 1893; anno XX, pag. 898. 

^^ Roncaglia. Dissertazione storico-topografica sul vero luogo delle 
Diete Imoeriali. 

Ivi, 1891, anno XVIII, pag. 505. 

AoNELLi (Giuseppe). Memorie di Antonio Frizzi con lettere inedite di 
italiani illustri ecc. Ferrara, Taddei, 1898; in 8'. 
Per lettere del p. Ireneo Affò. 

AoNELLi (Pietro). Osservazioni sulla Chiesa e Coro di S. Sisto. In 
risposta al sig. Cesare Antonietti, parroco. Piacenza, Marchesotti 
e Porta, 1897; in 8". 

— Di Angelo G-enocchi. Memoria biografica. Piacenza, Solari, 1892 ; 

in 8» gr. 

— Del prof. Angelo Genocchi. Memoria. 

Strenna Piacentina, 1893, pag. 76. 

— Di Giuseppe Antonio Bianchi, eroe di Tarragona. Piacenza, tip. 

della « Libertà » 1893; in 8°, con ritratto. 



4 BIBLIOGKAFIA PAKMENSE 

Agnelli (Pietro). Sulla quistione « La Piacentinità di Cristoforo Oo- 
lombo » Studio. Piacenza, Solari, 1S92; in 8°. 

— Cenni sulla vita del cav. prof. Bernardino Pollinari. Piacenza^ 

Marchesotti e Porta, 1897; in S". 

— Del famoso iureconsulto chiamato il Piacentino e del famosa 

medico chirurgo Guglielmo da Saliceto. 

Strenna Piacentina, 1894, pag. 89. 

Albehtazzi (Adolfo). Romanzieri e romanzi del Cinquecento e del 
Seicento. Bologna, Zanichelli, 1891 ; in 8°. 
Per Ferrante Pallavicino e per Jacopo Gaviceo. 

Altprandi (Carlo). Omaggio a Giuseppe Verdi. Milano, Aliprandi 
[189fi]; in 16°. 

Allodi (Giovanni Maria). Serie cronologica dei Vescovi di Parma. 
Parma, Fiaccadori, 1854; in 8°. 

— Elogio funebre di mons. Giacomo Lombardini. Parma, tip. Reale, 

1866; in 8°. 

— Commentariolum sacrum piae memoriae patris rev. F. Canti- 

morri, episcopi parmensis. Parmae, Fiaccadori, 1870. 

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— Fratris Johannis de Parma sacrum Commertium Beati Francisci 

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— Vita P' trimariae De Rubeis parmensis, descripta per Jacobum 

Caviceum ad fidem codicum restituta. Parma, Ferrari e Pelle- 
grini, 1895; in 8°. 

— Il testo latino de' Fioretti di S.Francesco. — V. Antologia della cri- 

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Ambiveri (Luigi). Gli artisti piacentini. Cronaca ragionata. Piacenza,. 
Solari, 1882; in 8°. 

— Agli avversari della piacentinità di Cristoforo Colombo. Disserta- 

zione. Piacenza, Solari, 1884 ; in 8®. 



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Ambiveri (Luigi). Se Cristoforo Colombo sia genovese o piacentino. 
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— Monumenti ecclesiastici piacentini. Piacenza, Solari, 1888; in 12°. 

— Storia popolare di Piacenza per le scuole e le famiglie. Piacenza, 

Solari, 1888; in 16°. 

— Del luogo di nascita di Cristoforo Colombo. Dissertazione. Pia- 

cenza, Solari, 1889; in 8°. 

— Due monache ricamatrici nella famiglia Angiolini. 

L'Indicatore ecclesiastico piacentino per l'anno 1889, pag. 35. 

— A proposito di un quadro per la chiesa di S.Girolamo in Piacenza. 

Ivi, pag. 52. 

— Considerazioni intorno alla Cattedrale di Piacenza. 

Strenna Piacentina, 1880, pag. 81. 

— Alcuni documenti intorno ad Agostino da Piacenza, bombardiere 

ed architetto militare. 

Ivi, 1881, pag. 76 

— Notizie circa la chiamata dell'architetto piacentino Gabriele Stor- 

naloco a Milano per appianare alcune difficoltà insorte fra gli 
architetti della fabbrica del Duomo. 

Ivi, 18S2, pag. 104. 

— Piacentini Rettori ed insegnanti all'Università di Pavia. 

Ivi, 1882, pag. 107. 

^ La seconda moglie del Duca Ranuzio II. 

Ivi, 1882, p.ig. 120. 

— La cessione di Piacenza fatta ad Ottavio Farnese da Filippo II 

re di Spagna. 

Ivi, 1S83, pag. 132. 

— La peste del 1468 in Piacenza. 

Ivi, 1883. pag. 173. 

— ■ Documenti riguardanti la ricompensa ottenuta da Pietro Giordani 
pel suo « Panegirico di Napoleone ». 

Ivi, 18S1, pag. ;36. 

— Supplemento alla Cronaca degli artisti piacentini. 

Ivi, 1884, pag. 113; 1885, pag. 102. 

— Iconografia piacentina. 

Ivi, 1885, pag. 145. 

— Brevi cenni intorno alla vita del dottor cav Luigi Marzolini. 

Ivi, 1885, pag. 151. 

— Cenni intorno alla vita dell'ab. Ignazio Lualdi piacentino, archi- 

vista d'^l comune di Milano. 

Ivi, 1886, pag. 82. 

— Date faste e nefaste per l'arte piacentina dal principio del SBcolo 

nostro ad oggi. 

Ivi, 1836, pag. 117. 

— Dei principali errori detti intorno ai monumenti piacentini. 

Ivi, 1837, pag. 172. 

— Topografia di Piacenza romana. 

Ivi. 1838, png. 68. 



f 



6 BIBLIOGRAFIA PARMENSE 

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— Cristoforo Poggiali estensore della prima « Guida delle pitture 

di Piacenza >. 

Ivi, 1889, pag. 75. 

— I pili illustri schermitori piacentini nello scorcio del secolo passato» 

Ivi, 1889, pag, 146. 

— 1 maestri comacini e l'opera gallica del raemoratorio di Luit- 

prando. 

Ivi, 1890, pag. 50. 

— Della vita e delle oper^ del cav. prof. Paolo Bozzini pittore pia- 

centino. 

Ivi, 1890, pag. 150. 

— Melchiorre Gioia in Milano. 

Ivi, 1891, pag. 70. 

— Nicolò Gambarello segretario del duca di Milano e le maschere 

del secolo XV. 

Ivi, 1891, pag. 107. 

— Alcune notizie circa la fabbricazione delle maschere nel sec. XV, 

Ivi, 1882, pag. 113 e 1891, pag. 111. 

— Costituto di G. D. Romagnosi davanti alla Polizia austriaca 

nel 1817. 

Ivi, 1892, pag. 50. 

— Il vero ritratto di G. D. Romagnosi. 

Ivi, 1892, pag. 114. 

— Il canonico Pier Maria Campi storico piacentino e la quistione 

Colombiana. 

Ivi, 1894, pag. 113. 

— La capitolazione del Castello di Piacenza avvenuta il 16 giugno 

del 1800. 

Ivi, 1894, pag. 127. 

— Bartolomeo Perestrello, suocero di Cristoforo Colombo. 

Ivi. 1895, pag. 16, 

— Grida dell'intimazione per la quarantena generale della città [di 

Piacenza] (esemplata da quella conservata nella civica biblioteca 
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— Sul bassorilievo della porta meridionale del Battistero di Parma, 

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— Cenni storici su l'origine e il culto dell'antica e celebre immagine 

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— I parmigiani cardinali della S. Chiesa Romana, ricordati nella 

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Ivi, 1894, voi. 123, pag. 220. 

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Ivi. 1894, voi. 126, pag. 211. 



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10 BIBLIOGRAFIA PARMENSE 

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- Commemorazioni necrologiche; Conte Giacomo Costa- prof don 

Vincenzo Moliaari - Giovanni Peretti - march. G. Volpe-Landi 

Ivi, a. 1881, pagg. 179-183, 185, 192. 

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— Conte Ranuzio Anguissola — Conte Pietro Nasalli 

Ivi, a. 1882, pagg. 180-188. 

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Ivi, a. 1883, pag. 191. 

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Ivi, a. 1884, pag. 166. 

- Del comm. avv. prof. Giuseppe Nicoli. Cenni necrologici. Piacenza 

Solari, 1884; in 16". e , 

- Il Clero piacentino dal Concilio di Trento al prevosto Ricci e un 

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- Giulio Albe^roni e il suo secolo. Piacenza, Stab. tip. Piacentino, 

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La DomeDi 'a del Fracassa. Roma, 1885, a. II, n. 45. 

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Federico Zuccaro, nuovamente edito a spese dei professori acca- 
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Montesquieu (Alfred baron de) Voyagos de Montesquieu. Bordeaux 
Gounouilhon, 1894; voli. 2. m 8° gr. 

Monti (Achille). Lettere inedite del Foscolo, del Giordani o della si- 
gnora di Stael a \ incenzo Monti. Livorno, Yigo, 187t)- in 8° n 

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~ Della pittura italiana. Studi storici critici. Le gallerie Borghese e 
Dona Pamphili in Roma. Prima ediz. italiana, preceduta dalla 
hiograaa e dal ritratto dell'autore, e illustrata da 81 incisioni 
Milano, Treves, 1897; in 4". 

Mori (Anselmo) Cenno storico sul monastero delle Benedettine di 

Brescello. Guastalla, Pecorini. 1898; in 8° gr. 
- Memoria sui pastori delia chiesa Brescellese, dai suoi primordi! 

-«ino ai giorni nostri. Parma, Fiaccadori; 1898; in 8» gr. 

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MoRTAHA CAnton Enrico) Catalogo della Collezione Bodoniana nelle 
due edizioni 1857 e 1879, Gasalmaggiore, Bizzarri 1879; in 8\ 
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quante mai furono e sono. Parma, Giacomo Ferrari e figli, 1879- 



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XllI, e di un suo trattato sulla sfera, conservato nella Bihliotfca 
Vittorio Emanuele di lioma. 

Atti della R. Accademia dei Lincei. Rnma, 18SJ. Transunti, voi. 8. pag. 284. 

— 1 primi due libri del « Tractalus Spherae » d- Bartolomeo da Parma 

astronomo del sec XIII, pubblicati secondo 1' unico ms. sincrono. 
Roma, 1885; infoi, (con tavole). 

N.\sALLi (Giuseppe). Legazione a Londra del conte Gian Angelo da- 
zola dal 1713 al 1716. 

Atti e ineuiorie della Deputaz. di Storia patria per le prov. modenesi e paraensi. 
Modena, 1874, voi. VII, pag. 47. 

— Ambasceria a Vienna del conte Ferrante Anguissola nel 1703. 

Ivi 1370, voi. Viri pag. 159. 

— Gommerazione di Bernardo Pallastrelli. 

Archivio storico lombardo Mila.o. 1877 a. IV. pag. 380. 

— Lettere inedite di Pietro (Giordani, scritte dall'acrile 1807 al 

maggio 1808 quando era segretario del Comune di Roversanonel 
distr'^tto di Cesena, proposte ai giovani avviati a pubblici ufSzii. 
con note filologiche. Girgenti, Montes, 1888; in 8''. 

— Per le vie di Piacenza. Bicordi di storia, e pensieri. 

Strenna piacentina. 1875-76-79-80-81-82-83-85-87. 

— Vetruria Anguissola. Storia di un sonetto. 

Ivi, 1880, pag. 73. 

— Del vocabolario e del dialcito dei piacentini. 

Ivi, pag. 95. 

— Il cinque maggio 1780. 

Ivi, pag. 145. 

— Gli autori della ribellione piacentina del 1462. 

Ivi, 1881. pag. 148. 

— Il coDte Gian Angolo Gazola. 

Ivi. 1883, pag. 5. 

— Filippo e Bartolomeo Arcelli. Episodio della storia di Piacenza. 

(1410-141S). 

Ivi, 18S4 pag. 21. 

— 11 Carmagnola e Piacenza. 

Ivi, pag. 162. 

— Versi di C. Tibullo e nuove congetture intorno al semipiacenlino 

Lucio Calpurnio Pisone. 

Ivi, ISSÒ, pag 53. 



58 r.lBLlOGRAFlA PARMEXSE 

Nasalli (Giuseppe) Un idiho principesco. I). Ferdinando di Borbone. 

Strenna piacentina, 1886, pag. 5. 

— Due satire in Piacenza contro Napoleone 1. 

Ivi, pag. 171. 

— Un sonetto d'Ippolito Pindemonte por una jiiaci'ntina. (Mariella 

Landi) 

Ivi, pag. 185. 

— La chiesa di S. Francesco in Piacenza. 

Ivi, 1888. pag. 7. 

— Filologia piacentina. 

Ivi, pag. 179. 

— Alessandro Farnese. 

Ivi, 1889, pag. 5. 

— Un antico podestà di Borgo nuovo. Conte Beltrame Cristiani. 

Ivi, 1889 pag. 161. 

— Arredi di stoffe orientali nelle chiese di Piacenza. 

L' Indicatore ecclesiastipo piacentino per 1' anno 1S88, pag. 66. 

— Di Cristoforo Poggiali e di suo fratello Pietro arciprete di San 

Giorgio. 

Ivi, pag. 111. 

— Rosa Anselmi. 

Ivi, 1889, pag. S7. 

N.^sALLi-RoGC.\ (Giuseppe) Chiesa di S. Giovanni in Canale. 
Ivi, 1890, pag. 7. 

— Giulio Alberoni ed i! marchese Bartolomeo Casati. 

Ivi, pag 119. 

— Maria di Portogallo, moglie di Alessandro Farnese. 

Ivi, 1801, pag. 7. 

— Attinenze di Cristoforo Colombo con Piacenza. 

Ivi, pag. 91. 

— Una inoculazione del vaiolo. Teodoro Tronchin e D. Ferdinando 

di Borbone. 

Ivi, 1892, fag. 5. 

— Tre lettere del conte Ignazio Rocca intorno ad una sua epigrafe. 

Ivi, pag. 68. 

— Ippolito Pindemonte a Piacenza. 

Ivi, 1893, pag. 7. 

— Enrico Beyle e Piacenza. 

Ivi, pag. 31. 

— Le battaglie della Trebbia. 

Ivi, 1894, pag. 9. 

— Ferdinando Quaglia ed un suo ritratto nelT istituto Gazola. 

Ivi, pag. 53, 

— Un alto della Comunità di Piacenza nel sec. XVL 

Ivi, 1895, pag. 97. 

— 11 prof. cav. Alessandro Lupi. 

Ivi, pag. 170. 

— Saggio di epigrafia storica piacentina. 

Ivi, 1896, pag. 56. 



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Nasalli-Rocca (Giuseppe) Un sonetto di un piacentino contro Piacenza. 
(Lodovico Domenichi). 

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— Le industrie e il commercio in Piacenza ne' tempi del Dutillot. 

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— Lo spirito benefico è antico in Piacenza. 

Ospizio Marino. Numero unico. Piacenza, 1894. 

Nazzari (Achille). Notizie storiche intorno alla pia unione laica del 
sulTragio delle anime purganti esistenti nell' oratorio della nati- 
vità di Maria Tergine, detto de' Piazzi in Colorno. Stampate 
nell'occasione del Primo Centenario che si celebrerà nell'ultinui 
domenica di settembre l'anno 1888. Parma, Fiaccadori, 1888; in 16''. 

Neoiìi (G. ). Notizia intorno la origine ed i progressi della Compa- 
gnia di S. Angelo Custode. Parma, Stocchi, 18.53; in 8". 

— Storia genealogica della famiglia Ceretoli, già Della Casa, di 

Parerà ecc. cogli stemmi miniati. Parma, Stocchi, 18r6; in 8". 

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— Notizie e documenti intorno alla morte del marchese Spinetta 

Malaspina di Fivizzano. 

Atti e memorie delle Deput. di storia patria per le prov. modenesi è parmensi. 
Modena 1876, voi. Vili, pag. 393. 

— Intorno a due libri curiosi del sec. XYII. 

Giornale storico della letteratura italiana. Firenze, ISS'^, voi. 12. pag. 219. 

pag. 220 per Ferrante Pallavicino. 

— Cronologia sincrona della storia medioevale italiana per uso delle 

scuole secondarie. Parma, Bbttei, 1891; in fol. con 3 tav. 

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1864; in 8». 

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le Pére Paciaudi, BJbliothécaire du due de Parme. F'aris, Pougin, 
1877; in S». 

— Correspondance inèdite du Comte de Caylus avec le P. Paciaudi. 

Paris, Impr. Nationale, 1877; voli. 2, in 8". 

— Tronchin. Paris, Moquet, 1879; in 8^ 

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1704 per r inoculazione del vaiolo a Don Ferdinando. 



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— Di alcuni nuovi giudizi intorno a Cristoforo Colombo. Piacenza, 

Del Majno, 1876; in 8". 

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— Catalogo dei codici ebraici della Biblioteca di Parma, non descritti 

dal De Rossi, Firenze... 1880; in 8°. 

— 1700 abbreviature e sigle ebraiche, caldaiche, rabbiniche, talmudiche 

colle loro varie soluzioni, raccolt" ed ordinate. Parma, Ut. Battei 
1882; (autografìa) in fol. 

— Oceano dello abbreviature o sigle ebraiche, caldaiche, talmu- 

diche ecc. 2" ediz. (autogratia) Parma, lit. Battei, 1883, ed appen- 
dice, 1884, voli. 2, in 8» gr. 

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— Serie cronologca dei vescovi di Piacenza. 

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18i3, 1814. Parma, Stocchi, 1855; in 8». 

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— Le abitazione palustri di Fontanellato dell' epoca del ferro. Parma, 

Rossi Ubaldi, 1865; in 4o. 

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Rossi Ubaldi, 1867; in 4». 

Origini e progressi del R. Museo d'antichità di Parma e dei RR. 
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Grimaldo, 1874; in 8°. 

— Nozioni archeologiche intorno Velleja. Venezia, Gnmaldo, 1874; 

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— Notizie biografiche intorno al comm. Michele Lopez. Camerino, 

Savini, 1880; in S». 

— Bibliografia paleoetnologica italiana dal secolo XVI al 1880. 

Atti della R. Accademia dei Lincei, Roma, 1881; Transunti, voi. V, pag. 180. 

— Terramara dell'età del bronzo situata in Castione de' Marchesi, 

descritta, Roma, 8alvucci, 1883; in 4". 

— Delle stazioni barbariche esistenti nelle province dell' Emilia. 

Atti della B. Accademia dei Liacei, Roma, 18S3; Transunti, voi. VII, pag. 119. 

— li' Ua'ia preistorica, Roma, Civelli, 1885; in S". 

— La terramara Castellazzo di Fontanellato nella provincia di Parma. 

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V. anche Atti della R. Accademia dei Lincei. Roma, 1889: Reudiconti, voi. 5. 
pag. 78. 

— Nuovi scavi nella terramara Castellazzo di Fontanellato. 

Ivi 1890; voi. VI, pag. 341. 

— L'Italia settentrionale e centrale nell'età del bronzo e nella prima 

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Ivi 1891; voi. VII, pag 97. 

— Nuove scoperte nella terramara Castellazzo di Fontanellato par- 

mense. 

Rendiconti della R. Accademia dei Lincei, Scienze morali ecc. 1893; voi. II. 
p:.g. 832. 



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PiooaiNi (Luigi). Scoperte fatte dal cav. L. Scolli nella terramara 
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Rendiconti della R. Aocademia dei Lincei. Scienze morali ecc. 1903 voi. Il 
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— La terramaia Caslellazzo di Fontanellato nel parmense. Roma, 

tip. della H. Accademia dei Lincei, 1893; in 4^. 

— Nuove scoporlo nella terramara Ciistellazzo di Fontanellato par- 

mense. Nota, lioma, e. s. 189i; in 8° 

— La terramara Ca'Jtelazzo di Fontanellato nella provincia di Parma. 

Parma, Battei, 1896; in 8°. 

— Torremar^- del parmense e del piacentino, Caslellazzo e Golom- 

bare. i'iacenza, Marina 18....; in 4'\ 

Piookinj-Bkiu (Caterina). Cenni biografici del conte Jacopo Sanvitale, 
Parma, Uossi-Ubaldi, 1867; in 8». 

— Cristoforo iMarzaroli. Lettera a Giulio Monteverde. Parma, tip. 

della « Gazzetta », 1871; in 12". 

— Il conte Sanvitale. Heminiscenze. Milano, tip. della « Perseveranza » 

1876; in 8". 

— La Cenerentola a Parma e a Camerino. 

Archivio delle iradizioni popolari. Palermo. 1883; voi. II pag. 45. 

V. anche Florilegio delle novelline popolari per cura di A. De Gubernalis pag. 29. 

— Un battesimo principesco alla line del sec. XVllI. 

Nuova Antologia Frenze, 1885; Il S. voi 49. pag. 6óS. 

— La sixièìi e fi le de Marie Thérèse. 

Revue Internationale. Paris, 1888; tom. 18, pag. 569. 

— La scippata della sposa, Usi nuziali in Canossa. 

Archivio delle Tradizioni popolari, Palermo, 1888; voi. 8. pag. 69. 

— La Corte di Parma, nel secolo XVllI. 

Nuova Autolojfia. Firenze, Serie III, v.ol. 39, pag. 266. 

— Una visita a Giuseppe Verdi. 

strenna della n Gazzetta di Parma » per l'anno 1.S9S. Parma, Adorni, 1897; 
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di molle poesie iudd.te dello stesso autore. Parma, Battei, 1886; 
in 8°. (con ritratto del Marzaroli). 

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Ivi, 1896. pag. 168. 

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Pompili ( .... ) Vincenzo Monti, Ugo Foscolo e Giandomenico Roma- 
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— Note fonetiche sui parlari dell' Alta Valle di Magra. Livorno, 

Vigo, 1892; in 8». 

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— Egidio Gorra. Il dialetto di Parma. Halle, Niemeyer, 1892; in 4". 

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— La battaglia del 29 giugno 1734 e i primi documenti del dialetto 

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V. anche Archivio Storico per le prov, parmensi serie IV, voi. I, pag. 75. 

Reumont (Alfredo). Beitrage zur itatien'schen Geschicbten, Berlin.... 
1867. 

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Reusch (Fr. Heinrich) Index librorum prohibitorum gedruckt zu 
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A Review of muiìern imposturos and a sketsch of its true history. 
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RiANCEY (Heury de). Madame la duchesse de Parme devant 1' Europe. 
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1894; in 8». 

Ricci (Corrado). Il Correggio, Bologna, Zanichelli, 1894; in 16. " 

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Nazionale di Napoli. Trani, Vecchi, 1894; in S® 

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pag 1. (autolitografia). 

— Di alcuni quadri del Parmigianino, già esistenti in Parma. Parma, 
Battei, 1895; in S". 

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(con tav. fototip.). 

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Borgo S. Donaino ed il suo santuario pag. 33. 

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RoBOLOTTi (Francesco). « Acta recugnilionis exuviarum » dei SS. An- 
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l'artiste — 1' antiquaire. Paris, Hachette, 1889; in 8". 
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RoGKiNiiER (Ludwig). Briefsleller und formplbiicher des olften bis 
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RoQPR T,,AMBF.i,i\ ( .. ). Le rétour de i' ile d'Elba. 

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1867; in 8». 

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Parma, J-'erran, 1892; in (S". 

— Per la storia del frumag^'o di grana. Documenti, l^arma, Ferrari 

1894; in 8^ 

— Documenti per la stona delle risaie parmensi. Parma, Ferrari, 

1894; in 8°. 

— Sull'antica agricoltura parmense. Saggio storico. Nuova edizione 

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— Relazione ulliciale dell' Archivio governativo di Parma. 

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— Damigella Trivulz;o Torelli, contessa di Montechiarugolo. Memoria. 

Modena, Vincenzi, 1882; in 8^. 

V. anche Atti e Mamorie delle l'eputazionl di Storia patria per le provincia del- 
l' Emilia. Modena, Vincenzi. ISSI, voi VII, pag. 229. 

— Notizie biografiche intorno a Jacopo Marmitta parmigiano. 

Atti e roemorie delle Deputazioni di Storia patria per le prov. Modenesi e {.-ir- 
inensi, Modena, Vincenzi, 1863, voi. I, pag. 149. 

— Vita dalla contossa Barbara Sansevenni. 

Ivi, 1363; pag. 25. 

— La Steccata di Parma. 

Ivi, pag. 149. 

— Monsignor Bernardo Rossi ed una lettera a iui del Guicciardini. 

Ivi, pag. 403. 

— Michelangelo e il porto del Po a Piacenza. 

Ivi. 1864; voi II, pag. i'5. 

— Giorgio Vasari alla corte del Cardinal Farnese. 

Ivi, pag. 121. 

— Delle relazioni di Tiziano coi Farnesi. 

Ivi, pag. 129. 

— 11 Grechetto. 

Ivi, pag. 251. 

^ Lettere due di Paldassar Castiglioni. 

Ivi, pag. 363. 

— Antonio Sangallo il giovane. 

Ivi, pag. 471. 

— Leone Leoni d' Arezzo. 

Ivi, 1865, voi. m pag. 9. 



74 RIBLIOGRAFIA PARMENSE 

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Ivi, 18*7. N. S., voi. I, pag. 37. 

— Di mons. Ambrogio Recalcati. Memoria. 

Ivi, 1877 ve). II, pag. 69. 

— Bernardino Campi in Guastalla Memoria. 

Ivi, 1878; voi III parte la, pag. 67. 

— L'orefice Azzo Cisi e un suo lavoro per la Certosa di Parma. 

Ivi, 1878; voi. Ili parte S;a pag. 211. 

— Giovanni III di Portogallo, il card. Silva e V Inquisizione. Me- 

moria. 

Ivi, 1S79; voi. IV parte la, pag. 111. 

— Fulvio Orsini e sue lettere ai Farnesi. 

Ivi, 1879 voi. IV, parte 2a, pag. 37. 

— Ulisse Aldrovandi e i Farnesi, Memoria. 

Ivi, 1880; voi. V, parte 2a, pag. 1. 

— Il palazzo dell'arena in Parma. Memoria. 

Ivi, ISSO; parte I.i, pag. SS. 

— Due quadri di Girolamo Mazzola per la Chiosa de' min. conven- 

tuali in Parma. 

Ivi, 1881; 1881, voi. VII, parte la, pag. 241. 

— Il cav. Malosso in Parma. 

ivi, ISSO. voi. 6. parte 2a. pag. 141. 

— Giulio Cljvio. 

Ivi, pag. 259. 

— Francesco Paciotti. 

Ivi, pag. 299. 

— I due "Vignola. 

Ivi, pag. 361. 

— Il Torcbiarino da Parma. 

Ivi, pag. 473. 

— Maestro Giovanni da Castel Bolognese. 

Ivi, 1808, voi. IV. pag. 1. 

— Marco Girolamo Vida. 

Ivi, pag. 73. 

— Jacopo Meleghino. 

Ivi, pag. 125. 

— Genesio Bressani, ingegnere militare del secolo XVI. 

Ivi, pag. 171, 

— Jacopo Caviceo. 

Ivi, pag. 239. 

— Giambattista Pelori. 

Ivi, pag. 249. 

— Carlo Sigonio. 

Ivi, pag. 281. 

— Federico Zuccaro 

Ivi, 1870; voi. V, pag. 1. 






DELLA SECONDA METÀ DEL SEC. XIX 75 

KOiXnHiNi (Amadio). Il Pastorino da Siena. 

Ivi, pag. 39. 

— Girolamo Fracastoro. 

Ivi, pag 193. 

— Francesco Luisino da Udine. 

Ivi, pag. 209. 

— Bonaventura Angeli. 

Ivi, pag. 233. 

— Antonio Bernardi. 

Ivi, pag. 311. 

— Vittorino Siri. 

Ivi, pag. 367. 

— Francesco Horido. 

Ivi, pag 385. 

— Lettera al cardinale Jacopo Sadoleto e di Paolo suo nipote. 

Ivi, 1872, voi. VI pag. 61. 

— Il pittore Daniele da Parma. 

Ivi, pag. 191. 

— Onofrio Panvinio. 

Ivi, pag. 207. 

— L'orefice Andrea Casalino. 

Ivi, pag. 233. 

— Romolo Amaseo. 

Ivi, pag. 275. 

— Pellegrino di Lenti. 

Ivi, pag. 341. 

— Smeraldo Smeraldi. 

Ivi, pag. 489. 

— La Chiesa del Gesù in Roma, Giacomo della Porta, Gregorio Ca- 

ronica. 

Ivi, 1873, voi. Vni, pag 19. 

— Luca Gaurico. 

Ivi, pag. 77. 

— Gian Maria Cambi da Boloiina e U Naviglio di Parma. 

Ivi, pag. 109. 

— Manno orefice fiorentino. 

Ivi, pag. 133. 

— Giovanni Boscoli e la Pilotta. 

Ivi, pag. 165. 

— Due Ietterò inedile di Aonio Paleorio. 

Ivi, pag. 335. 

— La dimora del Petrarca in Parma. 

Ivi, pag. 343. 

— Gli Scamilli impares di Vitruvio. 

Ivi, pag. 457. 

— I Bonzagni e Lorenzo da Parma, coniatori. 

Ivi, pag. 515. 

— Una rappresaglia seguita in Avignone l'anno 1641. 

Ivi, 1876, voi. Vili, pag. 1. 



7() lìIBI.IOGKAFIA PARMENSE 

RoNCHiNi (Ama.J'o). Francesco e Simone Moschini. 

Ivi, pag. 97. 

— Nicolò Scillacio e la sua relazione sulla scoperta del nuovo conti- 

nente. 

Ivi, pag. 185. 

— Lettere di Aldo Manuzio il Giovane. 

Ivi, pag, 287. 

— Intorno alla scoltura in legno. Notizie storico-patrie. 

Ivi, pag. 297. 

— Nanni di Baccio Bigio. 

Ivi, pag. 351. 

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— Francesco Petrarca, sua casa in Selvapiana. 

Nuova Antologia. Firenze, 1874: voi. 27., pag. 855. 

— Jacopo San\ita!e e le sue poesie. 

Ivi, 1875: voi. 30. pag. 243. 

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— Contraffazioni inedite di monete parmigiane. 

Ivi, pag. fio. 

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in 8'\ 

— Raccolte archeologiche dei Farnesi. 

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— Notizie SU alcune zecche pontificie al tempo di Paolo III. 

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I»j/' lettera a Cristoforo Scarpa parmense^ ad Ugolino Cantdlo^ ■'.' 
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pag. 163. 

voi. VI pag. i65. per Lorenzo Valla. 

— Vita e opere di Francesco Florido Sabino. 

Ivi, 1886; voi. 8. pag. 332. 

pag. 34 i, 343, 345, 357, per Lorenzo Valla. 

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Giornale storico della letteratura italiana. Firenze 1887; voi. pag. ?62. 

pag 366 per Cristoforo Scarpa da Parma. 

— Due questioni storico-critiche su Quintiliano. 

Rivista di filologia e d'istruzione classica. Torino, 1891; voi.... pag.... 
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— Appunti e pensieri inediti di G. D. Romagnosi. Milano, tip. Lom- 

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— Saggio critico di bibliologia degli incunaboli della stampa. Urbino 

1868; in 8°. 

— Dall'ultima Ducea di Pier Luigi Farnese. Bologna.... 1898; in 8°. 

— Commemorazione per Giulio Alberoni. Bologna, H. Tip. 1873; in S**. 

Altra edizione bolognese del "74. 

— Per Pietro Giordani all' inaugurazione della sua effigie in marmo 

nel Liceo Melchiorre Gioia. Discorso. Bologna, tip. Regia, 1874; 
in 8°. 

— Confronti critici instituiti alle illustrazioni figurative date all'in- 

ferno Dantesco <lagli artisti Dorè e Scaramuzza, Parma, Soc. 
operaia tip. 1876; in 8°. 

— Atto di vendita delle galere di Pier Luigi Farnese a Gian Luigi 

Fieschi. 

strenna piacentina 1877; pag. 9. 

— Del sacco di Piacenza del 1447; Memoria contemporanea di Mi- 

chele Ruinagia. 

Archivio storico italiano. Firenze 18....; toni. 5. app. pag. 87. 

— L'eroe di Tarragoiia, Annunzio. 

Ivi, III S. tom. 24, pag. 194. 

— Necrologia di Pietro Giordani. 

Ivi, tom. VI app. pag-. 435. 

— Processura criminale fatta dai Consoli di Giustizia di Piacenza 

nel 1174 contro 1' ab. di S. Paolo del Mezzano. 

Iti, tom. V app. pag. 77. 

— Carme di Giovanfrancesco Luppo notaio piacentino sulla rovina 

de! Borgo di S. Giovanni di Bettola fatta nel 1546 dagli abitanti 
di Valdinure. 

Ivi, tom. V. app. pag. 104. 

— Breve commentario della Università di Piacenza. Annunzio. 

Ivi, III S., tora. 26. pag 164. 



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in 8'\ 

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Tocco (Felice) Rassegna delle pubblicazioni di Denifle e Haupt in- 
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— Ottavo centenario del Concilio piacentino di Papa Urbano li, 

1095. Notizie sullo stesso Concilio degli storici C. Vignati, F, M. 
Fiorentini, L. M. Muratori ecc. coli' aggiunta delle iscrizioni per 
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— Biografia di Alberto Barberis, professore nel collegio Alberon'. 

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— Documenti inediti intorno alla scoperta di Velleia. 

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di Piacenza (1761-1778). 

Ivi, per le prov. modenesi e parmensi. Modena, 1888; T. S. voi. 5., pag. 377. 

— Necrologia di Bernardo Pallastrelli. 

Archivio storico italiano, Firenze 1877; T. S. tom. 25, pag. 147. 

— Il prigioniero apostolico Pio VI nei ducati parmensi. (1-18 aprile 

1799). Parma, Battei, 1896; in 8". 

V. anche Archivio storico per le prov. parmensi. Parma, 1894; voi. 3., pag. 37. 

— Un lavoro piacentino di statistica dell'anno 1631. 

Strenna piacentina, 1875; pag. 41. 

— Gregorio X dottore in diritto, e canonico di S. Antonino. 

Ivi, 1876; pag. 43. 

— Prigionieri piacentini condotti nel regno di Sicilia. 1239. 

Ivi, pag. 65. 

— Lettere inedite di G. Domenico Romagnosi, di Antonio Canova. 

di Gaspare Landi, di Giuseppe Veneziani, di Angelo Mai, di Carlo 
Viganoni. 

Ivi, pag. 98. 

— Frate Rolando da Cremona in Piacenza nelF anno 1233. 

Ivi, 1877 pag. 82. 



4 



BELIiA SECONDA METÀ DEL SEC. XIX $7 

Tononi (Gaetano). Lettere inedite del cardinale Giulio Alberoni, di 
Cristoforo Poggiali, di Ireneo Affò, di Gaspare Landi. 

Strenna piacentina, 1877 pag. 119. 

— Un travestimento nel secolo XYIII. P. G. Garvi mandato da 

Francesco Farnese alla corte di Spagna. 

ivi, 187S; pag. 28. 

— La sagra sui nostri monti. 

Ivi, pag. 113. 

— Due lettere di Gaspare Landi. 

Ivi, pag. 137. 

— I Collegi e i Paratici e le moderne associazioni. 

Ivi, 1879; pag. 56. 

— Gli studi fatti intorno ad un bronzo etrusco trovato sul piacentino. 

Ivi, 1881; pag. 55. 

— Sentenza capitale del 1560. 

Ivi, 1882; pag. 115. 

— Esame delle storie piacentine di Vincenzo Boselli fatto dall' Affò. 

Ivi, pag. 130. 

— Cenni biografici intorno a mons. Antonio Silva. 

Ivi, pag. 162. 

— Le truppe tedesche e francesi a Piacenza, 31 maggio, 26 giugno 1800. 

Diario piacentino di Vincenzo Bissi. 

Ivi, 1883; pag. 94. 

— Cronichetta di Borgo S. Antonio prima della battaglia di Trebbia 

dell' anno 1799. 

Ivi, pag. 176. 

— Lettera del card. Maculani alla Comunità di Fiorenzuola. Lettera 

di Pietro Giordani. 

Ivi, pag. 188-190. 

— La peste degli anni 1348, 1361, e 1374. 

Ivi, 18S4; pag. 58. 

— Nuovi studi intorno al bronzo etrusco trovato nel piacentino. 

Ivi, pag. 154. 

— Lettere inedite di Paciaudi, Soave, Landi, Nicolini, Gervasi e 

Pindemonte. 

Ivi, 1885; pag. 159 e 173. 

— Una pagina di storia piacentina rifatta su nuovi documenti, 
(ultimi anni del sec. XII e primi del XIII). 

Ivi, 1886; pag. 45. 

— Gli asili infantili in Piacenza e loro benefattori. 

Ivi, pag. 158. 

— Velleia studiata da un erudito francese, E. Desjardins. 

Ivi, 188": pag. 89. 

— Corrispondenza segreta tra il duca don Ferdinando di Borbone ed 

il vescovo Alessandro Pisani. 1772. 

Ivi, 1888; pag. 45. 

— Accordi fra Piacenza e Genova, ed amicizia fra Piacenza e Bo- 

logna. (1240-1244). 
Ivi, pag. 118' 



88 BIBLIOGRAFIA PARMENSE 

Tononi (Gaetano). Lettere di scrittori piacentini. 

Strenna piacentina, 1888 pag. 171. 

— Sorpresa del duca Don Ferdinando fatta al Vescovo Pisani in 

Borgotaro 1774. 

Ivi, 1889; pag. 32. 

I reali di Piemonte ospiti nel Collegio di S. Lazzaro Alberoni. 

Ivi, pag. 42. 

— Memorie dei piacentini in un poema del sec. XII recentemente 

scoperto. 

Ivi, pag. 92. 

— Gli studi a Piacenza nel medio evo. 

Ivi. 1890; pag. 34. 

— Documenti intorno al dissidio tra Roma e Parma. (1765-1768). 

Ivi, pag. 76. 

— S. Donato e la chiesa di S. Brigida con ospizio pei pellegrini ir- 

landesi a Piacenza. 

Ivi, 1891; pag. 39. 

Il collegio dei giudici e i frati minori nell' erezione dd monte di 

pietà in Piacenza. 

Ivi, pag. 55. 

— Note storiche e rime politiche e morali tra gli atti di un notaro 

piacentino del sec. XV. 

Ivi, 1892; pag. 28. 

— Presa di Castel S. Giovanni fatta dagli spagnuoli nel 1636. 

Ivi, pag. 46. < 

— I preti romani relegati in Piacenza e in Parma (1810-1812). 

Ivi, pag. 134. 

— I mercati piacentini in Francia. 

Ivi, 1894; pag. 61. 

— Inventario dei libri del monastero di S. Sisto in Piacenza sul de- 

clinare del sec. XV. 

Ivi, pag. 77. 

— Cronichelta. 1655 a 1664. 

Ivi, pag. 83. 

— I Templari nel piacentino. 

Ivi, 1895; pag. 61 e 151. 

— Alcune necrologie scritte dal p. Daniele Lattanzi. 

Ivi, pag. 71. 

— Stato delle arti e industrie e del commercio in Piacenza. 

Ivi 1896; pag. 13. 

— Iscrizioni cristiane nel piacentino, anteriori al secolo X. 

Ivi, 1897-98; pag. 11. 

— Suor Colomba Morandi, monaca cappuccina 1618-1682. 

Indicatore ecclesiastico piacentino per 1' anno 1883; pag. 109. 

— Angelo Borghi chierico regolare teatino. 1596-618. 

Ivi, 1884; pag. 115. 

— Padre Zaccaria Campioni gesuita. 1575-1606. 

Ivi, 1886; pag. 119. 



I 



DELLA SECONDA METÀ DEL SEC. XIX. 89 

Tononi (Gaetano). Pompa sacra nell'ingresso fatto dalle monache 
della stretta osservanza di S. Benedetto nel monastero eretto 
dalla munificenza di Ranuccio e Maria Farnesi ecc. Relazione 
del tempo inedita ecc. 

Indicatore ecclesiastico piacentino per V anno 1887; pag. 15:4. 

— Amicizia fra S. Sabino e S. Ambrogio (verso la line delsec. IV ). 

Ivi, 1838; pag. 18. 

— S. Corrado Gonfalonieri (f 1351). 

Ivi, pag. 88. 

— 11 diacono Presidio Piacentino amico di S. Girolamo e di S. Ago- 

stino (fine del sec. IV e principio del V.). 

Ivi, pag. 50. 

— Monastero di Chiaravalle della Colomba 1133. 

Ivi, pag. S6. 

— Un antico ospizio pei pellegrini Scandinavi nel piacentino. 

Ivi, pag. 95. 

— Due sigilli del Collegio dei Teologi di Piacenza. 

Ivi, pag. 120. 

— Antichi ospedaletti ed ospizii nella città e territorio di Piacenza. 

Ivi. 1889; pag. 71. 

— L' Accademia degli Onesiferi in Piacenza. 1758-1797. 

Ivi, pag. 91. 

— 11 necrologio di S. Savino. 

Ivi, pag. 101. 

— Padre Raffaele Rossi da Lugagnano 1694-1760. 

Ivi, pag. 137. 

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Vitali (Vittore). Ricordi necrologici del prof. Luigi Zangrandi. Pia- 
cenza, Favari, 1878; in 8». 

— Ricordi sui martiri piacentini per la prima festa delia Società 

Rèduci di Piacenza. Piacenza, Marchesotti, 1880; in 8^ 

VoGEL (Cari. Alb.). De Bonizonis episcopi Sutrini vita et scriptis 
Gomment. Jenae.... 1850; in 8*'. 



DELLA SECONDA METÀ DEL SEC. XIX 93 

VoiQT (Giorgio). Il Risorgimento dell'antichità classica, trad. di D 
Valbusa, Firenze, Sansoni, 1888; voli. 2, in 8°. 

Voi. r pag. 471 per il Valla 

» 495 pur Ugolino Pisani. 

» 533 per Biagio Pelacani. 

» 579 per Basinio. 
Voi. 2" pa:,'. 68 per Pietro da Noceto. 

w 

Walter (J. ). Die Politik der Kurie unter Gregor X. Berlin 
Sayffàrth, 1894. 

Wattenbach ( .... ). Das Schriftwesen im Mittelalter. Leipzig, Hirsch, 
1871; in 8». 

— Deutschlands Geschichtsquellen. Berlin.... 1894: voli 2 in 8°. 

voi. P pag. 223 per Bonizone. 
voi. 2" pag. 324 per Codagnello. 

Welschinier (Henry) Le Roi de Home (1811-1832), avec portrait 
d' aprés Isabey. Paris, Plon, 1897; in 8°. 

Weltzien (Gerbardi) Untersuchung italienischer Quellen. Halle... 188?: 
pag. 24 per gli « Annales parmenses ». 

WiNTERFELD (A.... von). UnterhaltuDgen in Verdi 's Tuskulum. 

V. Deutsche Kevue 18S7; 2. 

— Il, « Falstaff » di G. Verdi. 

V. Nuova Antologia. Roma, 1893; Sarie ni. 43. 

WoLPF (Max von). Lorenzo Valla. Sein Leben und seine Werkf. 

Eine Studie zur Litteratur-Geschichte Italiens im XV Jahrhun- 

dert. Leipzig, Soemann, 1893; in 8. gr. 
Wyzewa (Th...) e Perheau (X ..) Les peintres les plus célèbrcs de 

toutes les époques. Paris, Fermin Didot, voli. 12, in 4. 
voi. VI, Il Comggio. 



Zamboni (Pietro). Della vita e de' costumi del conte Alessandro Zileri 
dal Verme, artigliere pontificio. Memorie. Venez-a, tip. Emiliana, 
1863; in 8». 

Zannoni (Giovanni). Il « Libro dell' arte del danzare » di Antonio 
Cornazano. 

Atti della R. Accademia dei Lincei, Roma, 1890; Rendiconti, voi. VI, pag. 281. 



94 BIBLIOGRAFIA PARMENSE 

Zannoni (Giovanni). Scritti inediti di Lorenzo Valla. 

Atti della R. Accademia dei Lincei, 1890: Rendiconti, voi. VI, pag. 364. 

— Lettere e rime di G. L Frugoni. 

Studi e documenti di storia e di diritto, Roma, 1895; voi. 16. pag. 351. 

Zell (Karl). Delectus inscriptionum romanarum cum monumentis 
legalibus fere omnibus. Heidelbergae, Winter, 1850. 
pag. 277 per la tavola di Velie ja, 

Zeller (Jean). La diplomatie francaise vers le milieu du XVIsiècle, 
d' apres la correspondance de Guillaume Pellicier, évéque de 
Montpellier, ambassadeur de Francois I à Venise. Paris, Hachette, 
1881, in 80. 

ZiLiOLi (Gaetano). Cenni necrologici in memoria del dott. Pietro 
Cocchi. Parma, Ferrari, 1880; in 8°. 

Zini (Luigi). Degli studi di Macedonio Melloni. Prolusione. Parma, 
Ferrari, 1861; in S». 

Zattoni (p. Pellegrino da Forlì). Biografia di mons. Felice Canti- 
raorri, vescovo di Parma. Venezia. Coen, 1870; in 8°. 

ZoBOLi (p. Innocenzo). Beato Giovanni dei Buralli di Parma, mino- 
rità. Orazione panegirica. Parma, Fiaccadori, 1889; in 8''. 



"^S" 



DELLA SECONDA META DEL SEC. XIX 



95 



INDICE A SOGGETTO 



Accademie 




Alberoni Card. Giulio 




V. Cerri L, Pag. 


e 2 


V. 


Baudrillart A. 


Mg. 9 


- Tononi G. 


29 


- 


Bersani S. 


M 


Acque 




- 


Bianchi G. 


12 


V. Bianchedi C. 


13 


- 


Boglietti G. 


14 


- Baroni L. 


17 


- 


Bourgeois. E. 


16 


- Lombardini E. 


47 


- 


Casella F. 


Ui 






- 


Cavalli F. 


» 


Adorni Giovanni 




. 


Ceruti A. 


22 


V. Bellentani A. 


10 


- 


Crivellucci A. 


27 


Affò Ireneo 




- 


De Castro V. 


29 


V. Agnelli G. 


3 


- 


De Mazade Ch, 


SO 


- Crovatto G. 


27 


- 


Lupi A. 


48 


- Luppi C. 


48 


- 


Macanz. 


48 


- Odorici F. 


60 


- 


Malagola C. 


49 


- Tononi G. 


87 


- 


Maldonado M. I. 


49 


- Vitali F. 


92 


- 


Morsolin B. 


55 






_ 


Nasalli-Rocca G. 


58 


Aqost(no da Piagenza 






Papa V. 
Professione A. 


63 


V. Ambiveri L. 


5 


_ 


69 


Aqricoltdra 




- 


Riccomanni C. 


72 


V. Bianchedi G. 


13 


. 


Sacredo A. 


78 


- Rognoni C. 


73 


- 


Scarabelli L. 


79 


Albereto 




- 


Tononi G. 


87 


V. Grilli T. 


41 


- 


Valbert G. 


90 


Albergati Capacelli Fran- 










cesco 




Alberti Girolamo 




V. Masi E. 


52 


V 


Motta E. 


56 



96 



BIBLIOGRAFIA PARMENSE 



Allegri (Antonio da Correggio) 
V. Correggio. 



Amaseo Romolo 
V. Ronchini A. 

Angeli Bonaventura 
V. Ronchini A. 

Angiolini (famiglia) 
V. Ambiveri L. 

Angdissola Ferrante 
V. Nasalli G. 

Ranuzio 



Pag. 75 



75 



V. Bianchi F. 
Vetruria 



V. NasalH G. 

Antonino (S.) 
V. Chroust A. 

- Copwer B. H. 

- Dùchtsne L. 

- Geyer P. 

- Gildemeister 1 

- Kubitscher J. W. 

- Tobler T. 

- Tononi G. e Grandi. 

- Tuch F. 

Antonino e Vittore (SS.) 
V. Robolotti F. 

- Tononi G. 

- Vitali D. e Manzi G. 

Antonio da I^oceto 
V. Bicchierai I. 

Anselmi Rosa 
V. Nasalli G- 

Appennìno 

V. Del Prato A. 

- Mariotti G. 

- Pallastrelli B. 

- Schutte L. 

- Taramelli T. 



57 
13 

57 

23 
25 
31 
39 
40 
45 
85 
89 
90 

72 
86 
92 

13 

58 

30 
50 
62 
80 



Arcelli Filippo e Bj 


\hto- 


lomeo 




V. Nasalli G. 


Pag. 57 


Archeologia 




V. Chierici G. 


23 


- Desjardins E. 


31 


- Mariotti 6. 


50 


- Pigorini L. 


76 


- Strobel (de) P. 


83-82 


Architettura 




V. Ambiveri L. 


6 


Archivi 




V. Ronchini A. 


73-74 


- Sitt! G. 


82 



Aristotile da Bologna 
V. Ganetta C. 

Arte, artisti, pitture dt 
Piacenza 
V. Ambiveri L. 

- Bozzini P. 

- Fassi L. 

- Galli L. 

- Pavesi C. 

- Pollinari B. 

- Tononi G. 

- Scaribelli-Zunti E. 

Arte, artisti, pitture di 
Parma 
V. Berenson B, 

- Bertolotti A. 

- Gàmpori G. 

- Martini P. 

- Muntz E. 

Arti, commercio, industrie 
V. Corporazioni 

Assedio di Parma 
V. Vittoria 

Assemblee nazionali 
V. Farini L. C. 



18 



4-5 
16 
34 
38 
63 
68 
87 
80 



10 
12 
17 
52 
56 



33 



DELliA SECONDA I\[ETA UKL SKC. XIX 



9; 



DaCCHINI nENEDETTO 

V. Band mi S. Pag. 8 

Balimni Domenico 

V. Lunardi E. 48 

Bauueuis Albeuto 

V. Tononi G. 86 

Baiidi 

T. Jung d. 44 

- Poncini (ì. 68 

- iMuoni I). 56 

Barezzi Stefano 

V. Selrtti E. 81 

Bauon; Enrico 

V. Frati S. 30 

Bautolovibo da Paiìma 

V. Narducci E. 57 



B'.NEFICENZA 

V. Nasalli - Rocca G. Pag. 5'J 

Beni patrimoniali 

V. Gavagnari A. 20 

Bentivoglio Guido 

V. Bartoli A. 9 

Berceto 

V. Sterza A. 83 

Bernardi Antonio 

V. Ronchini A. 75 

Bernardo (S.) degli Ubeuti 

V. Bruschelli B. 17 

- Cavalli G. M. 21 

- Davidsohn B. 28 

- Frati S. 37 

- Panegrossi P. 63 



Baseliga Duce 




Bianchi Giuseppe Antonio 




V. Piacenza P. 


65 


V. 


Agnelli P. 


3 


Basini Basinio 




- 


Scarabelli L. 


71) 


V. Borinski C. 


51 


Bianchi-Maldotti Gaetano 




- Frittelli U. 


37 


V. 


Pides R. 


65 


- Tonini C, 

- Voigt G. 


86 
93 


Bibliografia 

V. Melilupi di Soragna 


R 52 


Battei Giacomo 
V. Cenni 


21 


Biblioteca Corvina 
V. Reumont A. 


71 


Battistero di Parma 




- 


Ricotti E 


72 


V. Birbieri L. 

- Dartein F. 

- Lopez M. 

- Odorici F. 


8 
28 
48 
60 


Biblioteche (Parma) 
V. Bertarelli A. 
' - Malaspina C. 
- Martini E. 


II 
V) 
51 


Bazaghi (stampatori) 




- 


Maruffi G. 


52 


V. Cerri L. 


22 


_ 


Modona L. 


54 


Bedonia (Seminario) 
V. Cavalli A 


20 


' - 


Neigebaur. 
Odorici F. 
Perreau P. 


51) 
60 61 

64 


Belmesseri Paolo 




- 


Restori A. 


70 


V. Costa E. 


26 


1 


Sanvitale I>. 


79 



A«cH. Stor. Parvi. Nuova Serie. - II. 



98 



BIBLIOGKAFIA PARMENSE 



Biblioteche (Piacenza) 




BONIZONE 






V. Baldini A. Pag. 


7 


V. Holder-Eggor 0. 


Pa 


\i. 43 


- Bernardi J. 


11 


- Hennes J. 




» 


- Bertarelli A. 


il 


- Krueger A. 




i5 


- Bonora A. 


15 


- Lehmgrùbner H. 




46 


- Cerri L. 


22 


- Novati F. 




60 


- Della Valle G. 


30 


- Pflugk-Hartiung 


F. 


65 


- Maffi G. 


48 


- Saur H. 




79 


- ISeigebaur. 


5'J 


- SteindorfI". 




S3 


- Pallastrelli B. 


62 


- Vogel C. 




92 


- Selvatico P. 


81 


- Wattenbach. 




m 


Biografie 

V. Janelli G. B. 


44 


Bonzagni (coniatori) 
V. Honchini A, 




75 


- Mensi L. 


53 


Borboni 






I5issi Vincenzo Benedetto 




V. De Paoli E. 




30 


V. Cerri L. 
- Vitali F. 


22 
92 


- Dussieu L. 

- Fano G. 

- Fioruzzi C. 




32 
33 
35 


BoccHiALiNi Francesco 




- La Cecilia G. 




45 


V. Martini P. 


51 


- Pigorini Beri C 




67 


BoDONi Gian Battista 
V. Benadduci G. 


10 


Carlo II 
V. Sforza G. 




82 


- Bernardi J. 


11 


Carlo III 






- Facili E, 


33 


V. Correspondance 


du 




- Marini P. e A. 


50 


comte de Chambord 


25 


- Miozzo G. 


54 








- Palma di BorgotaroC 

- Ravelli G. 


. 62 


Ferdinando 






70 


V. Bicchieri E. 




14 






- Casa E. 




r.j 


Collezioni, edizioni 


25 


- NasiUi G. 

- Nasalh - Rocca 


G. 


58 


V. Cortesi V. 


* 


- De Parente S. 


31 


- Nisard Ch. 




59 


- Faelli E. 


33 


• Sciout L. 




80 


- Mortara A. E. 


55 


- Tononi G. 




87-88 


Bolla Carlo 




Filippo 






V. Bianchi G. 


13 


Y. Bicchieri E. 




14 


Luigi 




Lodovico 






V Casa E. 


19 


V. Marmottan P. 




51 


Bombelles (conile de) 




Luisa Carlotta 




V. Challiot. 


23 


V. Vimercati G. 




92 



DELLA SECONDA METÀ DEL SEC. XIX 



99 



Borboni 

Luisa Maria 

V. D' IrJeville li. Pag. 31 

- Fioretta P. 35 

- Grozelier A. (de) 4; 

- Martini G. 51 

- Martini p. j, 

- Nettement A. 59 

- Riancey H. 71 



Maria Amalia 



V. Magnan D. 
Maria Immacolata 



V. Spilmann F. 

l^oRGHEsi Giambattista 
V. Martini P. 

Borghi A. 

V. Tononi G. 

Borgo S. Antonio 
V. Tononi G. 

Borgo S. Donnino 

V. Gramizzi U. 

- Grilli G. 

- Orlandi E. 



49 



82 



51 



87 



40 
41 

61 



Scheffer-Boichorst P. 80 



_ Cattedrale 

V. Mella 

Borgo S. (tiovanni 
V. Scarabelli L. 

Borgotaro 

V. Orlandi E. 
- Platone T. 

Statuti, confini 

V. Micheli G. 

Bosi Stanislao 

V. Buttafuoco G. 

Boterò Giovanni 
V. Gioda C. 



52 
79 

CA 

68 



40 



BoTTEGo Vittorio 

V. Gorradini V. l'a^,' v>.-, 

- Turano A. 90 

- Vannutelli L. e Gi- 

temi C. 

BozziNi Paolo 

V. Ambiveri L. 

Brescello (chiesa) 
V. Mori A. 



91 



(monastero bene- 
dettini) 
V. Mori A. 

Bressani Genesio 
V. Ronchini A. 

Bruzzi Giuseppe 
V. Manfredi G. 

- Massari B. 

BuRALi Paolo 

V. Rossi G. B. 

- Tempia G. B. 



55 

74 



49 
52 

77 
85 



BURALLI 

V. p'ra Giovanni da Parma 



Busseto 

V. Seletti E. 

Cadalo 

V. Belare 0. 
- Linati A. 

Caggiati Luigi 
V. Cugini A. 

Calciati A. 

V. Bianchi G. 

Calendascu 
V. Costa E. 

Galpurnio Pisone Lucio 
V. Nasalli G. 



81 

29 
47 

27 

13 

?0 
57 



1 00 



BIBLIOGRAFIA PARMENSE 



Calpurno Fisone Gesonio 
V. Pallastrelli B. Pag. 

Campi Bernardino 
V. Ronchini A. 

- Sommi Picenardi G. 

Pier Maria 

V. Ambiveri L. 

Campioni Zaccaria 
V. Tononi G. 

Canossa 

V. Gasoli P. B. 

- Ferretti A. 

- Moscatelli A. 

- Otto H. 

- Pigorini-Beri C. 

Cantanti piacentini 
V. Dalla Valle G. 

Cantelli Giacomo 
V. Vischi L. 

Girolamo 



62 



74 

82 



V. Casa E. 



Ugolino 



88 

20 
35 

56 
61 

67 

28 
92 
19 



Garronaui 

V. Vannucci A. Pag. 91 

Cardinali parmigiani 

V. Barbieri L. 8 

C ASALiNO Andrea 

V. Ronchini A. 75 

Casati Bartolomeo 

V. Nasalli-Rocca G. 

Casse di risparmio 
V. Cenni 

Gastaldi Panfilo 
V. Scarabelli L. 

Castellarquato 
V, Solari E. 

antico archivio 



V. Bicchieri E. 



ST'i.TUTI 



V. Pallastrelli B. 

Castelguelfo 

V. De Luchi G. L. 

Castelii, Mura 



58 
21 
79 
82 
li 
62 
30 



V. Sabbadini R. 


77 


V. Ambiveri L. 


6 






- Cerri L. 


22 


Cantimorri Felice 




- Marazzani e Giarelli 


50 


V. Allodi G. M. 


4 






- Barbacci N. 


8 


Castel SANQiovANNi 




- Martini M. 


51 


V. Sacchelli L. 


78 


- Micklis L. 


53 


- Tononi G. 


88 


- Zattoni P. 


94 


Casti Giovanni Battista 




Canti popolari 




V. Greppi E. 


40 


V. Dialetto 




Castiglioni Giambattista 




Capcasa Matteo 




V. Ronchini A. 


73 


V. Cecchetti B. 


21 


Castro (Ducato di) 








V. De Maria G. 


30 


Caprarola 




- Ferrai L. A. 


34 


V. Frangipani-Tras- 




- Gerin Ch. 


39 


mondo C, 


36 


- Grottanelli L. 


41 



rfELFA SKCONDA METÀ DEL SRC. XIX 



101 



Cattanei Achille 

V. Redenti A. Pag. 70 

Cattedrale di Parma 

V. Dariein F. 38 

- Merzario G. 53 

- Oilurici F. 60 

- Oslen F. 6! 

Cavagnabi Alfonso 

V. Barbieri A. 8 

Cayice(j Jacoi'O 

V. Albertazzi A. 4 

- Alvi si E. * 

- Gallari L. 17 

- Faelli E. 33 

- Ronchini A. 74 

Ceno 

V. Poncini G. 68 

Ceretoli (famiglia^ 

V. Negri G. 59 

Certosa di Parma 

V. Beyle M. H. 12-83 

Chiaravalle (monastero) 

V. Tononi G. 89 

Chie'a 

V. Vescovadi 

Chiese, moniimekti, santuari 
(Parma) 
V. Baibieri L. 8 

- Ferrari P. E. 34-35 

- Presutti P. 69 

- Ronchini A. 73 

Chiese, monumenti, santuari 
(Piacenza) 

V. Agnelli P. 3 

- Ambiveri L. 5 

- Cerri L. i2 
Eirmanueli A. 32 



Chiese, monumenti, santuari 
(Piacenza) 

V. Guidotti C. Pag. 42 

- Mantegari G. M. 49 

- Nasalii G. 58 

- Nasalli-Rocca G. » 

- Tononi G. 88 

Cimiteri 

V. Cavedoni C. 21 

CiPELLi Bernardino 

V. Cavallina L. 21 

Gisi Azzo 

V. Ronchini A. 74 

Cittadella di Parma 

V. Casa E. 19 

Clemente III antipapa 

V. De Lare O. 29 

- Koechcke 0. 45 

- Langer 0. 46 

- Riant, 71 

Clero, sinodi 

V. Bianchi G. 13 

- Piacenza P. 65 

Climatologia, meteorologia 
V. Benassi P. 10 

- Rognoni C. 72-73 

Clovio Giulio 

V. Ronchini A. "4 

Cocchi Pietro 

V. Zilioli G. 94 

Codagnello Giovanni 

V. Holder Egger 0. 43 

- Wattenbach. 93 

CODOGNO 

V. Giarelli F. e Cairo (r. 39 

Coqorani Claudio 

V. Linati F. 47 



l> 



102 



BlRr.lOG RAFIA PARMENSE 



Collegio Alberoni di Piacenza 
V. Bersani S. Pat:. 1 1 

- Castelli S. 20 

- Tononi G. 88 

CoLLHGio Maria Luigia ni 
Parma 
V. Lalatta-Costeibosa C 4f3 



CoiiN azzano Giovanni 



Colombano da Pontremoli 
V. Lorenz 0. 

Colombo Ckistofopo 
V. Agnelli F*. 

- Ambiveri L. 

- Fazio G. B. 

- Nasalli-Rocca G. 

- Pagani G. 

- Pallastrelli B. 

- Ronchini A. 

Colombo Michele 
V. Gibelli G. 

- Salina I. 

Colorno (battaglie) 

V. Pajol (comle de) 

oratorio de' Piazzi 

V. Nazzari A. 

PALAZZI 



Y. Sugana G. 

Compiano (zecca) 
V. Muoni D. 

Conclavi 

V. Pesci U. 

Confraternite 
V. Negri G. 

CONORF.OAZIONI DI CaIìITÀ 

V. Cesarini G. 
- Compendio 

Cornazano Antonio 
V. Zannoni G. 



48 

4 
4-5 
34 
Ò8 
61 
62 
64 

40 
78 

61 
59 
84 
56 
64 
59 

23 
25 

93 





V. 


Renassi 


U. 




Pag. 


ni 


Co 


RPORAZIONI 1) 


'arti e 


MEST1ER 






V. 


Micheli 


G. 






53 




- 


Nasalli- 


Rocca 


G 




59 




- 


Tononi 


G. 






88 



Corradi Giulio Cesare 
V. Malamani V. 

Corrado Gonfalonieri (S.) 
V. Tononi G. 

- Veratti R. 

Correggio (famiglia) 
V. Intra G. B. 

Correggio (Antonio Allegri da 
V. Amadei A. 

- Beghi F. 

- fìigi Q. 

- Blanc Ch. 

- Braghirolli W. 

- Brinton S. 

- Cantù C. 

- Centenario 

- Cougny G. 

- Delaborde H. 

- Deluchi G. L. 

- Desjardins E. 

- Dohme R. 

- Fantuzzi G. B. 

- Frizzoni G. 

- Gallerie (le) nazionali 

- Giordani G. 

- Gruyer A. 

- Guymon G. 

- Handboock of the 
italian schools ecc. 

- Heaton M. T. 

- Intra G. B. 

- Malaspina C. 

- Marchi-Castellini C. 

- Martini P. 

- Mever I. 



49 

89 
91 

43 

) 
4 
9 

14 

16 

IH 
18 
21 

27 
29 
30 
31 
* 

33 
37 
38 
40 
42 



43 
49 
50 
51 
53 



IlEr.LA SECONMU MKTÀ DEI, SEC. XIX. 



lo: 



DounEGr.ro (Antonio Al 


egri 


da) 


1 Cristiani Beltramk 




V. Mignaty M. A. 


Pa 


g. 53 


V. Nasalli G. 


Pag. 58 


- Milanesi 




> 






- Minghetti M. 




54 


i Culto 




- Morelli A. 




55 


V. Li nati A. 


47 


- Miintz E. 




56 


- Ricci B. 


71 


- Oehlenschlager 




61 






- Panzacchi E. 




63 


Cybo (famiglia) 




- Planche G. 




67 


V Staffetti L. 


^<3 


- RalTo P. 




69 


Daniele da Parma 




- Ricci C. 


" 


1-72 


V. Ronchini A. 


75 


- Richter I. P. 




» 






- Róndani A. 




76 


i De Giorgi Alessandro 




- Rossi S. 




77 


Y, Laviusa G. 


ili 


- Schaufuss L. N 




80 






- Schurè E. 




> 


Deliberazioni del 1293- 


1331 


- Siret A. 




8? 


V. Storia 




- Tamizey de L 


arro- 




Della Casa Tfamiglia) 
V. Negri G. 




che Ph." 




84 


59 


- Thode H. 




85 






- Tieck L. 




» 


Ds Marchi Giulio 




- Venturi A. 




91 


V. Negri ni F. 


59 


- Yertunni A. 




92 






- Wyzewa Th. e 


Per- 




De Rossi Piermaria 




reau X. 




93 


V. Alvisi E. 


4 


CouTE DI Parma 






Dialetto, filologia 




V. Casa K 




19 


V, Emmanueli A. 


32 


- Pellegrini A, 




64 


- Ferrare G. 


35 


- Pigorini-Beri C. 




67 


- Ferrini G. 


» 


Corvino Mattia 






- Gorra E. 


40 


V. Fraknoi V. 




36 


- Nasalli G. 

- Pariset C. 


57-58 
63 


Costa Giacomo 






- Pizzi I. 


67 


V. Bianchi G. 




13 


- Restori A. 


70 


CosTaMi 






- Rugarli V. 


77 


V. Ghamy A. 




23 


DoLciNO (fra) 




- Pigorini-Beri C. 




67 


V Dionisotti C. 


31 


- Tononi G. 




87 


- Ferrari G. F. 


34 


Criminal: Antonio 






- Gallenga A. 


38 


V. Massara E. 




52 


DONIZONE 




Cristoforo (fra) da Parma 




V. Balzani U. 


8 


V. Soulier P. 




82 


- Modona L. 


54 



()4 



lUBl.IOURAFIA l'AiniENSK 



Donnino (S.) 




Fahabdschi Giuseppe 




V. Bassanini Pa^' 


9 


V. 


Micklis G. Pag. 


53 


- Farirelli A. 


i'ò 








- Righetti. 


12 


Farnesi (famiglia) 




- Tassi P. 


85 


V. 


Gian V. 


23 


Du TiLLOT Guglielmo 




- 


Cibrario L. 


24 


V. Cappellotti L. 


19 


- 


Cornei E. 


25 


. Cipplli B. 
- Janelli A. 


24 


- 


Intra G. B. 


43 


44 


- 


Melilapi di Soragna R 


.52 


- Martini P. 


52 


- 


Polìdori F. 


68 


- Nisard Ch. 


fio 


- 


Reinach J. 


70 






- 


Saltini G. 


78 


Ecclesiastici illustri di pia- 




- 


Tommasetti G. 


85 


cenza, VESCOVI 










V. Piacenza P. 


65 




_ Alessandro (card ) 












Emilia 




V. 


Gentofanti S. 


21 


T. Campori M. 


18 


- 


Costa E. 


26 








Muntz E. 


56 


Emilia, archivi 










V. Bonaini 


15 


- 


Ronchini A. 


75 


Viaggi nel 1400 


40 




Alessandro 




V. Gramizzi U. 


V. 


Baccini G. 


7 






_ 


Baguenault G. 


7 


Emporio romano antico di 




_ 


Bicchieri E. 


14 


Piagenza. 




_ 


Carutti D. 


19 


V, Ambiveri L. 


6 


_ 


Castan A. 


20 


Enza. 




- 


Costa E. 


26 


V. Torricelli G. 


89 


- 


Denys d' Aussy 


30 






_ 


Fea P. 


34 


Enzo (re) 






Ferrato P. 


35 


V. Blasius H. 


14 


_ 


Gachard P. L. 


37 


- Grossmann W. F. 


41 


. 


Grandi 


41 


Epigrafia storica 




- 


Lacroix A. 


45 


V. Nasalli - Rocca G. 


58 


- 


Lahaye L. 


» 
46 






- 


Langel A. 


Famiglie celebri, illustri, 




. 


L'Epinois H. 


47 


nobili 




_ 


Morsolin B. 


55 


V. Consulta araldica 


25 


_ 


Motley I. L. 


56 


- Dionisotti C. 


31 


_ 


Nasalli G. . 


58 


- Janelli G. B. 


44 


. 


Palmieri G. 


62 


- Naldi L. 


57 


_ 


Riccomanni C. 


72 








Samm Ch. 


78 


Fanti Manfredo 






Villa R. 


92 


V. Carandini G. 


19 









DELLA SECONDA METÀ DEL SEC. XIX. 



105 



Farnesi 

Elisabetta 

V. Armstrong E. 

- Baudrillart A 

- Biaraoate R. 

- Bourgois E. 

- Dalbono G. 

- De Courcy. 

- Rosseeuw-Saint-Hi 
laire 

- Tarbouriech A. 

Francesco I 

V. Tononi G. 

- Vianti A. 

Isabella 

V. Cantù C. 

- Ghallamel A. 
Isabella d'Este 



Pag. 



7 
9 
12 
16 
27 
29 

76 
84 

87 
92 

18 
23 



V. Amhiveri L. 
Laura 



V. Flamini F. 35 

Rossi V. 77 

Maria di Portogallo 



V. Castan A. 20 

- Costa E. 26 

- De Araujo J. 28 

- Nasalli-Rocca G. 58 
Margherita d'Au- 
stria duchessa di 
Parma 

V. Baguenault G. 7 

- Bonanni G. 15 

- Costa E. 26 

- Gachard P. L 73 

- Kervyn de Latten- 
hove 44 

- Gaudy G. 38 

- Motley I. L. 56 

- Rachfahl F. 69 

- Rahlenbek G. 

- Reumont A. Ti 

- Setti G. 81 

- Spada G, 82 



Farnesi 

■ Odoardo (card.) 

V. De Navenne F. Pag. 30 

— Odoardo 

V. Minucci del Rosso P. 54 



Ottavio 

V. Ambiveri L. 

- Bicchieri E. 

- Calvi F. 

- Costa E, 

- De Leva G. 

- Rossi V. 

- Samm Ch. 

Paolo III (papa) 

V. Adriani G. 

- Baguenolt G. G. 

- Bertolotti A. 

- Gualano E. 

- Pendaglia A. 

- Pesci U. 

- Scade 0. 

Pier Luigi 

V. Bartoli A. 

- Bertolotti A. 

- Bettoli P. 

- Capasso G. 

- Cugnoni G. 

- Curti G. 

- Palmieri G. 

- Scarabelli L, 

- Tabarrini M. 

Ranuzio I 

V, Costa E. 

- Grandi G. 

- Morsolin B. 



Ranuzio II 

V. Ambiveri L. 



5 
14 
17 
26 
29 
77 
78 



3 

7 

12 

42 
64 

> 
SO 



12 

> 
19 
27 

» 
62 
79 
84 

26 
41 

55 



Violante 

V. Cascioli G. 



20 



, 



106 



BIBLIOGRAFIA PARMENSE 



Farnesi, Archivi 




Ferriere 






V. Barone N. Pag 


8 


V. Coggiola G. 


Pag 


24 


- Gachard P. L. 


38 


Fiagcadori Pietro 






Congiure 




V. Anselmi A. 




7 


V. Bartoli A. 

- Curti G. 

- Odorici F. 


9 
27 
60 


Filiodoni Danesio 
V. Ambiveri L. 




6 


Cospirazioni 
V, Farnesi (famiglia) 

Palazzi 
V. Bonanni G. 
- Frangipani-Trasmon- 
do C. 


15 
36 


Fiorenzuola, storia 
V Seletti E. 
- Tononi G. 

Chiesa di S. Fio- 
renzo 
V. Bozardi C. 


■ 

16 


Pasqdinate 
V. Costa E. 


26 


FioRDZZi Carlo 
V. Selvatico P. 




7^ 


Raccolte archeo- 
logiche 




Flaminio Marc' Antonio 
V. Gesto E. 




20 


V. Rossi U. 


77 


Fooliani-Sforza d'Aragona 




Relazioni 




Giovanni 






V. Ronchini A. 73-74 


V. Cerri L. 




2: 


Ritratti 




Fombio 






V. Duplessis G. 
- Odorici F. 


32 
60 


V. Agnelli G. 
Fontanella Moisè 




« 


Farnesi e Barberini 




V. Adorni G. 




3 


V. Grottanelli L. 


41 


Fontanellato (Santuario) 




Fasti musicali 




V. Siccardi E. 




ss 


V. Rettoli P. 

Favari Francesco 
V. Galli L. 


18 
38 


Foresti Lorenzo 
V. Bianchi G. 




13 


Federici Camillo 
V. Barretta P. 


2 


FoRNOvo, battaglia del 
V. Ungemach H. 


1495 


90 


Ferrari Andre \ 
V. Miralles G. 


54 


Fragastoro Girolamo 
V. Ronchini A. 




75 


Ferrari Eugenio 

V. Arrigoni-Perletti R. 


7 


Frizzi Antonio 
V. Agnelli G. 




3 


Ferri Giambattista 

V. De-Castagnola G. F, 


•.'8 


Frugoni C. I. 

V. Zannoni A. 




94 






DELLA SECONDA METÀ DEL SEC. XIX 



107 



Gallenga Antonio 
V. Casa E. 

- Faldella G. 
• Gallenga A. 

- Vayra P. 


Pag. 19 
33 
38 
91 


Giordani Pietro. 
V. Costa E. 

- D' Ancona A. 

- Dejob Ch. 

- Della Giovanna 


Pag. 26 
28 
29 

I. 29-30 


Gambara Veronica 
V. Costa E. 


26 


- Faelli E. 

- Mazzi C. 

- Monti A. 


33 
52 
55 


Gambarello Nicolò 




- Nasalli G. 


57 


V. Ambiveri L. 


6 


- Romani G. 


73 


Carvi P. G. 

V. Tononi G. 


87 


- Scarabelli L. 

- Sforza G. 

- Squaglia F, 


79 
81 
82 


Gaurigo Luca 




- Veludo G. 


91 


V. Ronchini A. 


75 






Gazola Gian Angelo 
V. Nasalli G. 


57 


GlORGINI GiOVANNL 

v. Molina A. 


54 


Geologia 




Giovanni da Castel Bolognese 


V, Lombardi F. 


47 


V. Ronchini A, 


74 


- Taramelli T. 


83 






- Stoppani A. 


84 


Giovanni (Fra) da Parma. 


Genocch{ Angelo 
V. Agnelli P. • 


3 


V. Alvisi E. 

- Buralli 

- Canali P. L. 


4 
17 

18 


Genesio (S.) 




- Ehrle J. 


32 


V. Friggeri E. 

Gheri Goro 

V. Pallastrelli R. 


87 
62 


- Faloci Puiignani 

- Frati S. 

- Renan E. 

- Reuter H. 


M. 33 
37 
70 
71 


Gioia Melchiorre 
V. Ambiveri L. 

- Falco L. 

- Lampertico F. 


6 
33 
46 


- Richard L. 

- Rousselot X. 

- Tocco F. 

- Zoboli L 


72 
77 
85 
94 


- Magugliani R. 


49 


Giuseppe II. 




Giordani Pietro 




V. Bicchieri E. 


14 


V. Ambiveri L. 


5 






- Bertoldi A. 

- Bonghi R. 

- Campani A. 


11 

15 
17 


Gonzaga Federico (II). 
v. Braghirolli W. 


16 


- Capasso G, 

- Chiarini G. 


19 
23 


Ferrantr. 
V. Odorici F. 


61 



108 



BIBLIOGRAFIA PARMENSE 



Gonzaga Giulia. 
V. Amante B. 

Isabella, 

V. Carnevali L, 

Luigi (San). 



V. Boselli G. 
Rodolfo. 



Pag. 4 



19 



15 



V. Davolio Marani B. 

Granelli Luigi. 
V. Frati S. 

Grechetto (il).' 

V. Ronchini A. 

Gregorio da Montelonoo. 
V. Vittoria. 



28 



37 



73 



Guastalla, battaglia. 
V. Bollati di Saint 
Pierre Pag. 

PITTURE. 



15 



V. Ronchini A. 74 

- Sommi Picenardi G. 82 

Guglielmo da Saliceto. 

V. Agnelli P. 4 

GUIBERTO. 

V. Clemente IH. 

Guicciardini Francesco. 

V. Renassi U. ' 10 

- Benoist E. » 

- Gioda C. 40 

- Livi G. 47 

- Ronchini A. 73 

- Rossi A. 76 



Gregorio VIL 




- Sandonnini T. 


78 


V. Martens W. 
- Mirbt K. 


51 

54 


Guide storiche, monumen- 
tali, amministrative 




IX 




ECC. 




V. Àuvray L. 


7 


V. Grazioli P. 


41 






- Guida 


42 


^ X., 




- Martini P. 


51 


V. Fournier P. 


36 


- Murray ... 


56 


- Goracc' C. 

- Gregorovius F. 

- Guiraud F. 


40 
41 
42 


Guidi Alessandro. 
V. Capponi G. 


19 


- Pastor L. 


63 


Rorido Francesco. 




- Piacenza P. 


65 


V. Ronchini A. 


75 


- Tononi G. 


86 






- Walter F. 


93 


Iconografia. 

V. Ambiveri L. 


5 


Gride. 




- Piacenza P. 


65 


V. Rossi U. 


77 


Innocenzo IV. 




Guastalla, storia. 
V. Arboit A. 


7 


V. Berger E. 
- Gregorovius F. 


11 
41 


- Astegiano L. 


» 


Iscrizioni antiche di Pia- 




- Carnevali L. 


19 


genza. 




- La Farina G. 


45 


V. Cerri L. 


21 


- Scarabelli L. 


79 


- Tononi G. 


88 



DELLA SECONDA METÀ DEL SEC. XIX 



109 



Istituti. 




Lex rubri a. 




V. Caviglia A. • Pag. 21 


V. Girard P. I Pag. 


40 


- Frati S. 


36 








LiGORio Pirro. 




Istituzioni politiche. 




V. Ronchini A 


74 


V. Cerri L. 


22 


Linati Claudio. 




Istruzione (asili, scuole, 




V. Linati F. 


47 


insegnanti). 
V. Ambiveri L. 
- Fratelli (1). 


5 
36 


Filippo 

V. Claretta G. 


24 


- Gioia P. 


40 


Lombardi Francesco. 




- Linati F. 


47 


V. Cugini A, 


27 


- Palazzina D. 


62 






- Tononi G. 


87 


Lombardini Antonio. 








V. Buttafuoco G. 


17 


Jan Giorgio. 








V P. n r n fl 1 i a F! 


25 
83 


Giacomo (mons.) 




- Stoppani A. 


V. Allodi G. M. 


4 






- Frati S. 


36 


Landi Ferdinando. 








V. Pendola T. 


64 


Lopez Michele. 




- Pizzi A. 


67 


V. Pigorini L. 


66 


Gaspare. 
V Tononi G. 


87 


Lorenzo da Parma. 
V. Ronchini A. 

Lotti Lorenzo. 


75 


Marietta. 
V. Nasalli 


58 


V. Frizzoni G. 


37 


Lattanzi Daniele. 




LuALDi Ignazio. 




V. Tononi G. 


88 


V. Ambiveri L. 


5 


Lazzaro da Piacenza. 
V. Ganetta G. 


18 


Lunigiana. 

V. Pontremoli. 




Legislazione. 
V. Tononi G. 


87 


Lupi Alessand;ìo. 

V. Nasalli Rocca G. 


58 



Lenti Pellegrino. 
V. Ronchini A. 

Leoni Leone d' Arezzo. 
V. Ronchini A. 

Levi Giuseppe. 

V. Cattanei A. 



75 



73 



20 



LuisiNo Frange co. 
V, Ronchini A. 

LUPPO GlANFRANGESCO. 

V. Scarabelli L, 

Macca Gaetano Gerolamo 
V. Tempia G. B. 



85 



110 



BIBLIOGRAFIA PARMENSE 



Maculani Vincenzo (card.)- 

V. Cerri L. Pag. 22 

- Tononi G. 87 

Maestri Appiani d' Ara- 
gona Tullio. 
V. Ferrari P, E. 34 

Maestri Gomacini. 
V. Architettura. 



Maestri F. 

V. Bernardi J. 

Maestri Pietro. 
V. Sacchi G. 

Maggi (ab.) 

V. Maggi G. 

Magnani Gerolamo. 
V. Rondani C. 



Malosso (cav.). 
V. Ronchini A. 



Manno (orefice). 
V. Ronchini A. 



H 

78 
48 
76 



Malaspina (famiglia). 

V. Staffetti L. 83 

Riccjarda. 

V. Musettini F. 56 



Mauchesi Luigi. 
V. Martini P. 

Marchi Francesco. 
V. Rossi U. 



74 



Manara Prospero. 

V. Avoledo A. 7 

- Dentoni Litta G. 30 



75 



Manuzio Aldo (il giovane). 

Y. Ronchini A. 75 

Marazzani-Visconti Corrado 
V. Galli L. 38 



51 

77 



Margarita da Cantica. 

V. Campi P. Pag. 17 



MAROh 


ERITA d' Austria. 




V. 


Baguenault G. 


7 


- 


Bonanni G. 


15 


- 


Gaschard P. L. 


37 


- 


Gandy G. 


38 


- 


Rachfahl F. 


69 


- 


Raffaelli F. 


'* 


- 


Rahlenbek C. 


» 


- 


Reumont 


71 


- 


Rossi U. 


77 


- 


Setti G. 


81 


- 


Spada G. 


V 


- 


Zeller J. 


94 



Maria Amalia d' Austria. 

V. Pigorini-Beri C. 67 

Maria di Portogallo. 

V. Ronchini A. 74 

Maria Luigia d' Austria. 

V. Correspondance 25 

- Enault S. 32 

- Greard 0. 41 

- Imbert de Saint 
Amand. 43 

- Lacroix D. 45 

- Lepelletier E. 47 

- Masi E. 52 

- Roger Lambelin... 72 

- Schlitter H. 80 

- Sforza G. 81-82 

- Yalbert G. 90 

- Vandal A. 91 

- Welschinger G. 93 

Maria Luigia d'Etruria. 

V. Lecestre L. 46 

Maria Luigia di Spagna. 

V. Legrelle A. ^6 



DELLA SECONDA METÀ DEL SEC. XIX 



111 



Marmitta Jacopo. 

V. Ronchini A. Pag. 73 

Marzaroli Cristoforo. 

V. Pigorini Beri G. 67 

- Pirani C. > 

Marzolini Ldiqi. 

V. Ambiveri L, 5 

Maschere nel sec xv. 

V. Ambiveri L. 5 

Mascheroni Lorenzo 

V. Ranza E. 70 

Matilde di Canossa. 

V. Braiin F. 16 

- Cantarelli C. 18 

- Davoli F. 28 

- Overmann A. 61 

- Sander P. 78 

- Tononi G. 86 

- Vigano G. 92 

Mazza Angelo. 

V. Bertoldi A. 11 

- Micheli G, .53 

Mazzola Filippo. 

V. Ricci C. 72 

Mazzola Francesco. 
Y. Parmigianino. 

Mazzola Girolamo 

V. Ronchini A. 74 

Meleohino Jacopo. 

V. Ronchini 74 

Melildpi di Soragna Hai- 
mondo. 
V. Linati F. 47 

Melloni Macedonio. 

V. Cervi V. 23 

- Cossavella G. 26 

- Nobile A. 60 

- Zini L. 94 



Menotti Ciro. 

v. Bianchi F. Pag. 13 

Merulo Claudio. 

V. Bigi A. 14 

Mezzano (abate del) 

V. Scaraboni L. 79 

MiLEsi Rosa. 

V. Odorici F. 60 

Milizia 

V. Bianchi G. 13 

- Cerri L. 22 

MoLiNARi Vincenzo. 

V. Bianchi G. 13 

Monasteri, conventi. 

V. Cerri L. 22 

- Tononi G. 89 

Monete, medaglie, sigilli. 

V. Boccardo C 14 

- Cipelli L. 24 

- Lopez M. '• 48 

- Mariotti G. 50 

- Pallasirelli B 62 

- Pigorini L. 65-66 

- Rossi U. 77 

Monte Bakdone. 

V. Schulte L. 80 

Monte Penna. 

V. Mariotti G. 50 

Monte di piet.\ di piacenza 

V. Tononi G. 88 

Montecghini Ciro. 

V. Buggeri A. 77 

Monumenti di piacenza. 

V. Guida 22 

Morandi Colomba. 

V. Tononi G. ^8 

MosGHiNi Francesco e Simone. 
V. Ronchini A. 76 



112 



BIBLIOGRAFIA PARMENSE 



Museo di antichità ni 1 


*ARMA. 


Oppici Paolo. 




V. Bianchini F. 


Pag. 13 


V. Cugini A. Pag 


27 


- Meyer A. B. 


53 






- Pigorini L. 


65-66 


Ordine Costantiniano di 
S, Giorgio. 




Messi Giovanni. 




V. Ga=a E. 


19 


V. Knoll 0. 


45 


- Gipelli B. 


24 


Muzio. 




- Schizzi F. 


80 


V. Pertz G. 


64 


- Yeludo G. 


91 


Nanni di Baccio Bigio. 




Ordin; religiosi. 




V. Ronchini A. 


76 


V. Janauschek L. 


44 






- Picconi P. 


65 


Napoleone I. 




- Tononi G. 


88 


V. Gorres ondancp 


25 


- Valcamonica C. 


90 


- Meneval G. P. 


52 






- Morelli S. e 




Orsi Rosa 




Schiavi P, 


55 


V. Frati F. 


36 


- Nasalli G. 


58 






- Sforza G 


81 


Orsolina (beata) da Parma. 




- Vandal A. 


91 


V. Bartoli E. 


9 


Nasalli Francesco. 




Orto botanico di Parma 




- Tononi G. 


86 


(fondazione). 








V. De Toni G. B. 


31 


Pietro. 








V. Bianchi G. 


13 


Ortona a mare. 




Naviglio di Parma. 




V. Bonanni G. 


15 


V. Ronchini A. 


75 


Ospizi. 




Neippero. 




V. Tononi G. 88-89 


V. CapellPtti L. 


19 


Paciaudi Paolo Maria. 




Nicoli Giuseppe. 




V. Nisard Ch. 


59 


V. Bianch' G. 


1 3 


- Rocheblave 


72 






- Tononi G. 86 


e 87 


NiGCOLOsi G. B. 








V Gattanei A. 


20 


Paciotti Francesco. 








V. Ronchini A. 


74 


Nicolini Gius ppe. 








V. Costa E. 


i'6 


Paganini Nicolò. 








V. Belgrano L. 


9 


OnoRici Federico. 




- Polko E. 


68 


V. Intra G. B. 


43 






- Da Ponte P. 


28 


Paita f Famiglia), 




- Pareto R. 


63 


V. Soanini L. 


82 



DELLA SECONDA METÀ DEL SEC. XIX. 



113 



Palazzi di Parma. 

V. Reumont A. Pag. 


71 


Pallavicino (famiglia). 
Galeazzo 






- Ronchini A. 74 


-75 


V. 


Beltrami L. 


Pag. 


10 


- Sugana G. 


84 


- 


Luzio A. e Renier R. 


48 


Palazzi di Piacenza. 






_ Giambattista. 






V. Bonora A. 


lu 


V. 


Rajna P. 




69 


- Cerri L. 

- Sugana G. 


22 
84 


V. 


__ Giorgio. 
D' Ancona A. 




28 


Paleobio Aonio. 






_ Giuseppe di Va 


RANO 




V. Ronchini A. 


75 


V. 


Canadella G. 




18 


PaLETNOLOQIA, PALEOETNO- 






_ Luigi. 






logia, paleontologia. 




V. 


SanTitale L. 




79 


V. Chierici 6. 
■ Emmanueli A. 
- Karo G. 


23 
32 
44 


V. 


_ RoiANDO. 

Ambrosoli S. 




6 


- Mariotti G. 


50 




_. Sforza. 






- Strobel P. 


83 


V. 


Romano G. 




73 


- Taylor F. 


85 


Pallavicino (Stato). 






Pallastrelli Bernardo. 




V. 


Beltrami L. 




10 


V. Nasalli G. 


57 


- 


Seletti E. 




81 


- Tononi G. 


86 


Panizzi Antonio. 






Ettore. 




V. 


Gorradini V. 




25 


V Pallastrelli B. 


62 


- 


Fagan L, 
Friggeri E. 




83 

37 


Pallavicino (famiglia) 
V. De Parente S. 
- Leoni M. 


31 
46 


Panvinio Onofrio. 
V. Ronchini A. 

Parmigianino. 




75 


Camillo e Al- 




V. 


Blanc Gh. 




14 


fonso. 




- 


Gàmpori G. 




17 


V. Malagoli G. 


49 


- 


Facili E. 




33 






- 


Gallerie Nazion 


ali 


38 


Dorotea. 




- 


Grazioli P. 




41 


V. Belloli E. 


10 


- 


Milanesi .... 




53 






- 


Mortara A. E. 




56 


Ferrante. 




. 


Ricci C. 




71 


V. Albertazzi A. 


4 










- Brunetière F. 


17 


Passerini Giovanni. 






- Facili E. 


33 


V. 


Gibelli G. 




40 


- Neri A. 


59 


- 


Strobel P. 




83 



Abch. Stoe. Pabu. Nuova Serie - II. 



114 



BIBLIOGRAFIA PARMENSE 



Pastorino da Siena 

V. Ronchini A. Pag. 15 

Pavesi-Negri Francesco . 

V. Frati S. 36 



Pelacani Biagio. 
V. Voigt G. 

Pellegrini Fabio. 
V. Martini P. 



Peste. 

V. Ambiveri L. 

- Casa E. 

- Tononi G. 

Petitot Ennemondo. 
V. Casa E. 

Petrarca Francesco. 
V. Livi G. 

- Ronchini A. 

- Ròndani A. 



93 



51 



Pellegrino parmense 

V. Orlandi E, 61 

Pelori Giambattista. 

V. Ronchini A. 74 

Perestrello Bartolomeo. 

V. Ambiveri L, 6 

Peretti Giovanni. 

V. Bianchi F. '3 

Peschieri Ilario. 

V. Maineri B. E. 49 



5 
•20 

87 



19 



47 
75 
76 



Pezzana Angelo. 

V. Guasti C. 42 

- Malaspina C 49 

- Martini P. 51 

- Ronchini A. 73 



Piacentino (II). 

V. Agnelli P. Pag. ^ 

- Caillemer E. 17 

- Patetta F. 63 

- Roque (De la) 76 

Piacentino Presidio diacono. 

V. Tononi 89 



Picedi Papiro. 
V. Neri A. 

PiGORiNi Pietro. 
V. Strobel P. 



Pisani Ugolino. 
V. Voigt G. 

Po. 



59 



83 



Pinacoteca di Parma. 

V. Martini P. 52 



93 



V. Bracciforti A. 16 

- Pallastrelli P. 62 

- Ronchini A. 73 

Poggiali Cristoforo. 

V. Ambiveri L. 6 

- Nasalli G. 58 

- Tononi G. 87 

Pietro. 



V. Nasalli G. 58 

Politi Pier Luigi. 

V. Casa E. 19 

Pollinari Bernardino. 

V. Agnelli P. 'i 

- Pollinari B, 68 

PoMBAL (Marchese di). 

V. Garnota (Gonde da) 19 

Ponti Floriano. 

V. Molina A. ^^ 



DELIA SECONDA METÀ DEL SEC. XIX 



Ili 



PONTREMOLI, STORIA. 

V. Bologna P. Pag 

- Branchi E. 

- Sforza G. 

ARTISTI. 


. 15 
16 

81 


Riccio da Parma. 

V. Bertoiotti A. Pag 
- Scarabelli-Zunti E. 

Risanamento di Parma. 
V. Marietti G. 


. 12 

80 

50 


V. Cimati C. 


24 


Rivoluzione del 1831. 




CATTEDRALE. 


21 


V. Gasa E. 
- Vicini G. 

Rocca Ignazio. 


19 


V. Cenni 


92 


CONFINI. 

V. Micheli G. 


5;^ 


V. Nasalli-Rocca G, 
RoQERO DA Parma, 


58 


Procaccino Camillo. 
V. Galli L. 


38 


V. Thomas A. 
RoMAGNosi Giandomenico. 


85 


Proverbi. 

V. Pariset C. 
- Rognoni C. 


68 

72 


V 


Ambiveri L. 
Bartolomei A. 
Bellotti L. 
Gantù G. 


6 

9 

10 

18 


Provincia di Piacenza. 
V. Grilli G. 


41 


- 


Cenni 
Ciscato A. 


21 

24 


Quaglia Ferdinando. 
V. Nasalli-Rocca G. 


58 


' 


Gredaro L. 
De Giorgi A. 
Ferrara F. 


27 
29 
34 


Quarantene. 

V. Ambiveri L. 


6 


- 


Fontana B. 
Govi G. 
Levi G. 


36 
40 
47 


Rainerio da Piacenza. 
V. Gantù G. 


18 


- 


Martini P. 
Mola G. 
Nova A. 


51 
54 
60 


Recalcati Ambrogio. 
v. Ronchini A. 

Rezzi Luigi Maria. 


74 


- 


Pilo A. 
Pompili .... 
Puglia F. 
Rava Li. 


67 
68 
69 
70 


V. Cugnoni G 
- Monti A. 

Rezzonico (Gastone della 


27 
55 


- 


Sacchi G. 
Simoncelli V. 
Stiattesi A. 
Tamassia N. 


78 
82 
83 
84 


Torre di). 
V. Bertana E. 


11 


- 


Tommasini G. 
Tononi G. 


86 


UiBOLi Timoteo. 
V. Riboli T. 


71 


- 


Torrigiani P. 
Vadala-Papale G. 
Valenti G. 


89 

90 

» 



116 



BIBLIOGRAFIA PARMENSE 



RoNCHiNi Amadio 




Salimbene (Fra). 




V. Boni 0. 


Pag. 15 


V. Mussafia A. Pag. 


56 


- Costa E. 


26 


- Norton C. E. 


60 


- Linati F. 


47 


- Novali F. 


» 


- Malagola G. 


49 


- Rosa G. 


76 


RONGAGUA. 




- Tabarrini M. 


84 


V. Agnelli G. 


3 


- Tarlazzi A. 


85 


RòNDANi Camillo. 




Salsomaggiore. 




V. Del Prato A. 


30 


V. Berzieri E. 


12 


- Lessona M. 


47 


- Orlandi E. 


61 


- Strobel P. 


83 


- Piazza P. 


65 






- Taramelli T. 


84 


Rosmini Antonio. 




- Valentini G. 


90 


V. Frati S. 


36 










- Vender V. 


91 


Rossi Bernardo. 








V. Ronchini A. 


73 


Salvatico Pietro. 








v. Bianchi G. 


13 


Giovanni. 








V. Biagi Z. 


12 


Salvetti Stefano. 








v. Bianchi. 


13 


Luigi 








V. Bracciforti T. 


16 


Sangallo Antonio (il giovan( 





Raffaele. 




V. Ronchini A. 


73 


V. Tononi G. 


89 


San Secondo (castello). 




Rustici Giovanni. 




V. Minghelli-Vaini D. 


53 


V. Guerci C 


42 


Santa-Croce Prospero, 




Sadoleto Jacopo. 




(card.) 




V. Ronchini A, 


75 


V. Adriani G. 


3 


SaIìIMbene (Fra). 




Sanseverini Barbara. 




V. Balzani U. 


8 


V. Ronchini A. 


73 


- Barine A. 


» 


- Solerti A. 


82 


- Bertani A. 


11 






- Cantarelli C. 


18 


Sanvitale Alberta. 




- Clédat L. 


24 


V. Adorni G. 


3 


- Delisle L. 


29 






- Dove A. 


31 


Barbara. 


60 


- Gaspary A. 


39 


V. Odorici F. 


- Gebhart L. 


» 


Giacinta. 




- Hòfler C. 


43 


V. Cascioli G. 


20 


- Lorenz 0. 


48 






- Merkel C. 


53 


Giovanni. 




- Michael E. 


» 


V. Bianchi F. 


13 



DELLA SECONDA METÀ DEL SEC. XIX 



117 



Sanvitale Jacopo. 

V. Colombi G. Pag. 25 

- Costa E. 26 

- Martini P. 51 

- Pigorini-Beri C. 67 

- Ròndani A. 76 



Luigi. 

V. Adorni G. 

- De Castro Y. 

- Scarabelli L. 

Savino (S). 

V. Bresiau H. 

- Tononi G. 

ScALABRiNi Giambattista 
(vesc). 
V. Ramellini P 

SCARADELLI LdGIANO. 

V. Baldini A. 

- Bartoli A. 

Scaramuzza Francesco. 
V. Costa E. 

- Malaspina C. 

- Martini P. 
Ròndani A. 



3 

29 
79 



16 
89 



69 



26 
49 
5-J 
76 



Scultura in legno. 

T. Ronchini A. Pag. 76 

Scuola di belle arti di 
Parma. 
V. Martini P. 



Scuola di musica di Parma. 
V. Cavagnari A. 
- Rossi G. 



Secchi De-Casali. 
V. Bianchi G. 

Segadelli Gherardo. 
V. Tron E. 

Segneri Paolo (missione 

nei ducati di Parma). 
V. Tononi G. 

Seletti Emilio. 
V. Berchet G. 

Serafini Francesco da 
Lucca. 
V. Melilupi di Soragna 
Raimondo 



51 



20 
76 



13 



89 



86 



10 



52 



- Scarabelli L. 


1 \j 
79 


Sforza Francesco. 
V. Rosi M. 


76 


Scarpa Cristoforo. 




- Rubieri E, 


77 


V. Sabbadini R. 


77-78 


SiDOLi Pacifico. 




Schermidori piacentini 


DEL 


V. Fassi L, 


34 


SEC. XVIII. 








V. Ambiveri L. 


6 


Sigilli. 




Scotti Duolas F. 




V. Tononi G. 


89 


V. Bianchi F. 


13 


SiGONio Carlo. 




- Naldi L. 


57 


V. Ronchini A. 


74 


Scotti-Verugoli Caterina. 


Sillacio Nicolò. 




V. Bicchieri E. 


14 


V. Ronchini A. 


76 



118 



BIBLIOGRAFIA PARMENSE 



Silva Antonio (mons.)- 

V. Tononi G. Pag- 87 



SiLVESTRiNi Giuseppe. 
V. Riva A. 

Simonetta Giovanni. 
V. Tubarchi F. 

Siri Vittorio. 

V. Ronchini A. 

Smagliati Leone. 
V. Renassi U. 

Smeraldi Smeraldo 
V. Ronchini A. 



72 

89 
75 
10 

75 



Sommi (Famiglia). 

V. Sommi-Picenardi G. 82 

SORMANI-MORETH ClACDIAN '. 

V, De Castagnola G. F. 28 

Spettacoli musicali e co- 
reografici. 
V. Ferrari P. E. 



Spinetta Malaspina. 
V. Neri A. 

Stampa nel secolo xv. 
V. Cerri L. 

Stanoa (Famiglia). 
V. Stanga I. 

Stati Parmensi (descrizione) 
V. Rosi A. 

Statistica. 

V. Tononi G. 

Statuti. 

V. ai singoli luoghi. 

Storia di Parma. 
V. Renassi XJ. 
- Rerlan F. 



34 

59 
23 
83 

15 

86 



10 
11 



Storia di Parma 

V. Rertani A. P« 

- Casa E. 

- Cavagnari A. 

- Ceruti A. 

- Colomb R. 

- Costa E. 

- Dalla Rosa G. 

- De Nolac P. 

- Ghinzoni P. 

- Giomo G. 

- Jaffé Ph. 

- La Farina G. 

- Montecuccoli R. 

- Neri A. 

- Poncini L. 

- Ronchini A. 

- Scarabelli L. 

- Tarchioni M. 

- Tagliaferri D. 

- Veltzien G. 

Storia di Piacenza. 

V. Ambiveri L. 

- Ralletti A. 

- Rertolini F. 

- Ronora A. 

- Cerri L. 

- Crescio G. 

- Della Cella G. R. 

- Garilli R. 

- Giarelli F. 

- Ghinzoni P. 

- Ghiron I. 

- Giomo G. 

- Grandi G. 

- Holder-Egger 0. 

- La Farina G. 

- Longhi S. 

- Marazzani L. 

- Nasalli G. 

- NasalU-Rocca G. 

- Neri A. 

- Pallastrelli R. 



g. 11 
19 
20 
22 
24 
26 
28 
30 
39 
40 
44 
45 
55 
59 
68 
76 
79 
84 
84 
93 



12 
15 
22 
27 
29 
38 
39 



DELLA SECONDA METÀ DEL SEC. XIX. 



119 



Storia di Piagenza. 




Stornaloco Gabriele. 




V. Pertz G. H. 


Pa-. 64 


V. Arabiveri L. 


Pag. 5 


- Scarabelli L. 


79 




e ^ 


- Tononi G. 


86-88 


Strobel (de) Pellegrino. 




- Vitali Y. 


92 


V. Jung L. 


44 


Storta generale. 




Tabiano. 




V. Bòhmer M. 


45 


V. Berzieri E. 


12 


- Brosch M. 


16 


- Respighi E. 


70 


- Donayer F. 


31 


- Valentini G. 


90 


- Gallenga A. 


38 


Tacchini Ferdinando. 




- Genova di Revel 


... 39 


V, Benassi F. 


to 


- Gori P. 


40 






- Gregorovius F. 


41 


Taro, alluvioni. 




- Honig-Dietrich ... 


4.5 


V. Bianchedi G. 


13 


- Livi G. 


47 


Taro, battaglia. 




- Merkel L. 


53 


V. Antolini F. 


7 


- Montesquieu A. 


55 


- Intra G. B. 


43 


- Nisco N. 


60 


- Lapilorgerie F. 


46 


- Palmieri G. 


62 


- Portioli A. 


68 


- Farri E. 


63 


- Scardavelli G. 


80 


- Tivaroni C. 


85 


- Visconti C. E. 


92 


- Tononi G. 


88 


Taro, miniere. 




Storia letteraria. 




V. Leonardi E. 


46 


V. Benzi L. 


10 






- Cerri L. 


•22 


Taverna Giuseppe, 




- Della Giovanna I 


30 


V. Bellentani A. 


16 


- Fontana V. 


36 


- Moruzzi G. B. 


50 


- Hurter H. 


43 


Teatri. 




- Nasalli-Rocca G. 


58-59 


V. Galli L. 


SS 


- Notari N. 


60 






- Orlandi F. 


61 


Teatro. 




- Rochinger 


72 


V. Bertana E. 


11 


- Ròndani A 


76 


- Golagrosso F. 


24 


- Tononi G. 


88 


- Ghislanzoni A. 


39 






- Verzino E. C. 


92 


Storia naturale. 




Tejtcopulo Domenico. 




V. Bracciforti A. 


16 


V. Martini P. 


51 


- Imparati E. 


43 


TtRREMARE. 




Storia religiosa. 




V. Cavedoni C. 


21 


V. Eubel G. 


3^ 


- Pigorini L. 


66-67 


- Ricci B. 


71 


- Sirobel P. 


83 



120 



BIBLIOGRAFIA PARMENSE 



Testa Gaetano. 
V. Rossi E. 

Testi Livio. 

V. Lusignani G. 

TiEPOLO G. B. 
V. Ricci C. 

Tipografia. 

V. Bernardi J. 

- Cerri L. 

- Faelli E, 

- Mortara A. F. 

- Reusch F. H. 

- Scarabelli L. 

Tommasini Giacomo. 
V. Daremberg Ch. 

- Haeser H. 

- Pauìy A. 

ToNANi Ramiro. 
V. Veratti C. 

ToNciNi Lorenzo. 
V. Bordoni P. 

Topografia. 

V. Ambiveri L. 

- Bertolini F. 

- Del Prato A. 

- Emmanueli A. 

- Grilli G. 

- Jung J. 

- Leonardi E.^ 

- Mariotti G. 

- Micheli G. 

- Pallastrelli B. 

- Poncini G. 

- Schiitte L. 

- Strobel P. 

- Taramelli T. 

- Torricelli G. 



Pag. 76 



48 



72 



{\ 
23 
33 

55 
71 
79 



28 
42 
63 



91 



31 



5 
H 

30 
32 
41 
44 
46 
50 
53 
62 
68 
80 
83 



ToRCHrARINO DA PauMA. 

V. Ronchini A. Pag. 74 



Torelli Pomponio. 
V. Biancale M. 

Tornatore Giambattista. 
V. Tononi G. 

Toschi Paolo. 

V. Reumont A. 

Trattati. 

V. Tetòt .... 

Trebbia, battaglie. 
V. Grescio G. 

- Muggiari G. 

- Nasalli-Rocca G. 

Trivdlzio Torelli contessa 
di Montechiaruqòlo. 
V. Ronchini A. 

Turchi Adeodato. 

V. Ferrari Moreni G. 

Ugoleto Taddeo. 
V. Fraknoi V. 

- Marchesi C. 

Umbra (appennino piacen- 
centino) 
V. Bertolini F. 

- Pallastrelli B, 

Università. 

V. Cantìi C. 

- Oavagnari A. 

- Cenni 

- Cerri L. 

- Mariotti G. 

- Scarabelli L. 

Valdrighi L. 

V. Valdrighi .... 

Valla Giorgio. 
V. Gabotto F. 



13 
86 
70 

85 

27 
66 
58 

73 

35 

36 
50 



II 

62 

18 
20 
21 
22 
50 
79 



90 



37 



DELLA SEC(»NI)A METÀ DEL h^EC. XIX 



1-!I 



Valla Lorenzo. 




Veneziani Giuseppe. 




V. Arabrosoli F. 


6 


V. Josti G. 


Pag. 44 


- Barozzi L. e Sab- 






badini R. 


8 


Verdi Giuseppe. 




- Borsa M. 


15 


V. Aliprandi C. 


4 


- Braggio C. 


16 


- Barrili A. G. 


8 


- Clausen G. 


24 


- Basavi A. 


9 


- Eberhard G. 


32 


- Bedeschi D. 


9 


- Fiorentino F. 


35 


- Bellaigue C. 


» 


- Flamini F. 


36 


- Bellezza .... 


10 


- Friedberg E. 


37 


- Bertrand E. 


12 


- Gabotto F. 


> 


- Blaze de Burv 


H. 14 


- Gaiber L. 


39 


- Bourgeaut F. 


15 


- Kirner G. 


44 


- Cavarretta G. 


21 


- Lorenz 0. 


4S 


- Checchi E. 


23 


- Mancini G. 


49 


- Colombani A, 


24 


- Monrad D. G. 


55 


- Conti A. 


25 


- Munier F. 


56 


- Gristal M. 


27 


- Paoli A. 


63 


- D' Arcais F. 


28 


- Sabbadini R. 


77-78 


- Dotti P. 


31 


- v«chwahn W, 


80 


- Destranges E. 


» 


- Vahipn J. 


90 


- Dukas P. 


32 


- Voigt G. 


93 


- Dutillet J. 


> 


- Wolff M. 


» 


- E'sner-Eisenhof A. » 


- Zannoni G. 


94 


- Filippi F. 


35 






- Gallet L. 


38 


Varoli Francesco. 




- Gandoie lì: 


» 


V. Canali P. L. 


18 


- Hanslick E. 


42 






- Imbert H. 


43 


Vela Vincenzo. 




- Juliien A. 


44 


V. Marchi-Castellini C 


. 50 


- Lauziére .... 


46 






- Mackenzie A. C 


48 


Veclem. 




- Mailland I. A. 


49 


V. Casella F. 


20 


- Maurel V. 


52 


- Jung J. 


44 


- Molmpnti P. 


54 


- Pigorini L. 


65-66 


- Monaldi G. 


» 


- Tononi G, 


86-87 


- Monnier M. 


» 






- Montecorboli H. 


56 


1 Ti VOI ^ A r,I MEN- 




- Nouffiard G. 

- Panzacchi F. 


60 
63 


TA» lA. 




V. Bruns C. G. 


17 


- Parodi L. 


» 


- Des jardin.s E. 


31 


- Pena A. 


64 


- Girard P. F. 


40 


- Perosio G. 


> 


- Zeli K. 


94 


- Pigorini-Beri C. 


67 



Aacn. Stor. Pabm. Nuova Serie. - II. 



122 



BIBLIOGRAFIA. PARMENSE ECC. 



Verdi 


Giuseppe. 




Visconti Matteo. 




V. 


Pougin A. 


68 69 


V. Pertz G. 


64 


- 


Sassaroli V. 


79 






. 


Schwab F. A. 


80 


Vitali Giuseppe. 




. 


Scudo B. 


81 


V. Vitali V. 


92 


- 


Segrè C. 


» 


VlTTOIlIA, CITTÀ. 




- 


Soubies A. 


82 


V. Beyer 0. 


12 


- 


Stanford V. 


83 


- Blusius H. 


14 


- 


Valori H. 


91 


- Frankfurth H. 


36 


- 


Verdi 


» 


- Grossmann W. F. 


41 


- 


Winterfeld A. 


93 


- JatTè Ph. 


44 


Vescovadi. 




- Reumont A. 


71 


- 


Barbieri L. 


8 


- Melilupi di Soragna R 


52 


_ 


Eubel G. 


22 






- 


Gams P. B. 


38 


Volpe-Landi G. 
V. Bianchi G. 


13 


- 


Piacenza P. 


» 






- 


Selmi A. 


81 


Zanardi Pietro. 




- 


Tononi G. 


89 


V. Fratta C. 


37 


Viadana. 




Zangrandi Luigi. 




V. 


Parazzi A 


63 


V. Vitali V. 


92 


Vida ! 


VIarco Girolamo. 








V. 


Ronchini A. 


74 


Zani Pietro. 

V. Toscani A. 


89 


VioANONi Carlo. 








V. 


Dordoni P. 


31 


Zecche 

V. Rossi U. 


77 


ViOXOLA. 








V. 


Ronchini A. 


74 


ZiLERi Dal Verme Ales- 
sandro 




Vincenzi Vincenzo. 




V. Zamboni P. 


93 


V. 


Martini P. 


51 


ZiLIOLI G. 




Villa 


Domenico Maria. 




V. Vecchi S. 


91 


V. 


Brignoli L. 


16 






- 


Cavalli G. M. 


21 


ZuccARO Federico. 




- 


Chiappi A. 


•23 


V. Faelh E, 


33 


- 


Tempia G. B. 


85 


- Ronchini A. 


74 



FINE. 



ERRATA-CORRIGE. 



L' ivi soito Nasalli-Rocga pag. 50 ecc. si riferisce a Strenna 
piacenliita. 



RELAZIONI 

DI 

TEDALDO VISCONTI ( GREGORIO X ) 
COLL' INGHILTERRA 1259-1271 



Nell'anno 1271 era vacante la sede romana quasi da un 
triennio, dopo molti dissidii fra i cardinali fu eletto papa, il 
primo di settembre, in Viterbo il piacentino Tedaldo o Teobaldo 
Tealdo Visconti, che prese il nome di Gregorio X. A tale av- 
venimento dieesi che Giovanni cardinale di Porto proferisse il 
seguente distico: 

Papatus munus tulit archidiaconus unus 

Quem patrem patruin fecit discordia fratrum (1). 

Parrebbe da questo che la scelta a così eccelsa dignità ca- 
desse sopra soggetto poco conosciuto, non avente altro titolo che 
di arcidiacono; ma, studiando bene la storia di oltre trent'anni 
innanzi, si hanno fatti e documenti in prova dei meriti singola- 
rissimi del Visconti, ben noto durante quel periodo, si può dire 
in tutta la cristianità. Egli in patria ebbe una prebenda canoni- 
cale nella basilica di S. Antonino, era stato maestro di casa e ca- 
pellano del cardinale Giacomo Peeoraria legato in Lombardia e nelle 
Oallie in tempi assai fortunosi per la Chiesa (1238-1244) (2). 
^erto per opera di questo gli venne conferita la dignità di arci- 
-diacono di Liegi, dove ebbe a lottare col vescovo Enrico conte 

( l ) Kaynaldus, Annales ecclesiastici, III, ano. 1271. 

( 2 ) G. Tononi, // 6, Gregorio X nelle sue attinenze colla basilica 
di S. Antonino — Memoria documentata. Piacenza 1876; Storia del 
cardinale G. Peeoraria. Parma 1877. 



124 ltt:i,AZIONl 1)1 TEIiALDO VIbCONTI (GRbGuUIO X.) 

di Gelder, prelato scandaloso e prepotente, e, fatto papa, fu co- 
stretto deporlo da quella sede perchè ostinato nel vizio (1). 

In Lione, essendo come il braccio destro del suo amico Fi- 
lippo di Savoia, eletto arcivescovo di quella città, dispose tutto 
che occorreva pel ricevimento ed alloggio e dimora del papa In- 
nocenzo IV e dei padri colà radunati in univesale concilio (1244- 
1251) (2). Senza dubbio in benemerenza di ciò ottenne una pre- 
benda canonicale anche in Lione, del che egli stesso salito alla 
cattedra di S. Pietro se ne teneva ben grato, scrivendo al de- 
cano e capitolo di quella città: « Lugdimensem Ecclesiam in qua 
nos oìiiìi, duìii minori officio fungerennir, de canonicorum ipsiiis 
ecclesiae collegio existentes, diufinam fccimus resideniiam persona- 
lem, affectu spednlis henevolentiae prosequentes » (3). Qui chia- 
ramente si rileva che la sua lunga presenza in Lione deve essere 
stata durante il tempo che vi stette Innocenzo IV sino alla morte 
dell'imperatore Federico II. Tra lui e il santo re di Francia Luigi 
IX vi fu la più grande intrinsechezza a segno che Tedaldo Visconti 
con atto pubblico dato a Parigi 28 dicembre 1269 deponeva 
nelle mani di S. Luigi la somma di 24 marchi d'oro per averla 
oltremare, somma che, in caso di morte e di non passaggio in 
Oriente del depositante, dovea metà servire al riscatto degli 
schiavi, e metà ai pellegrini poveri (4). Appena eletto pontefice si 
impegnò perchè l'amico, morto da un anno e mezzo, avesse 
l'onore degli altari, ed in una sua lettera 4 marzo 1272 a 
tale riguardo rammenta l'amicizia avuta col santo personaggio. 
Clarae meiìion'ae L. rrgis Francoriim praecelsa merita rero- 
lentes de beatitudine vitae suae... tanto mnioris adhuc perci- 
pimus suavitatis odoreni, quanto ipsum quem vioiun pura mente 



( 1 ) Campi, Historia ecclesiastica di Piacenza, II, 223, 280 e 
segg. 450. 

( 2 ) Vita Gregari p.p. decimi in Campi Hist. eccl. di Piacenza^ 
II, 344 e in Muratori Rerum italicarum scrijytores, III, 600. 

(3)1. GuiRAiTD, Les Registres de Grégoire X, 258. Paris 1898. 

( 4 ) Vita Gregari p.p. decimi in Campi Hist. eccl. di Piac. II, 344; 
Bibliothéque de V École des Chartes, XIX ^e ann. T. IV, Ser. IV, .intt 
1858, p. p. 285-286. 



coli/ INGHILTERRA 1259-1271 125 

dilexùìius, revoca funi ad patria in tu recent lori memoria reti- 
iiemus! (1). 

Da altri fatti si argomentano i meriti di Gregorio X in mitw- 
rihns, dalle sue relazioni coH'lDgliilterra, che non conobbero inte- 
ramente i suoi biografi e gli storici che parlarono di lui, e nep- 
pure il dotto Potthast che in Regesta di questo papa premette 
un cenno della vita di esso prima che arrivasse alla cattedra di 
S. Pietro; e ciò noi vogliamo ricordare sulla testimonianza di due 
documenti, di cui nessun scrittore, per quanto io sappia, se n'è 
approfittato. I rapporti dell' arcidiacono Leodiense cogli Inglesi, 
secondo le cronache e memorie coeve, incominciano nell'anno 
1265, quando Tedaldo Visconti fu deputato ad accompagnare 
Ottobono Fieschi legato pontefìcio nella Britannia; ma i documenti 
accennati provano che il Piacentino molto prima eia informato delle 
cose di tale nazione e godeva la maggior fiducia di Eurico III sovrano 
di quell'isola. Nella seconda metà del secolo XIII pendevano diverse 
questioni fra l'Inghilterra e la Francia in causa di dominii che 
la prima teneva nel territorio della seconda, e dalle due parti 
parecchie volte, si era venuto a patti, ma non si conchiuse una 
pace definitiva che sul termine dell'anno 1259, tempo in cui il 
re Enrico III si portò in persona a Parigi e, rinunciando ad al- 
cune terre della Gallia ed acquistando diritti e rendite sopra di 
altre, prestò giuramento di fedeltà ed omaggio al re Luigi IX (2). 
Circa quel tempo gravi dissidii e la rivolta turbarono il regno 
d'Inghilterra per opera specialmente del conte di Leicester, Si- 
mone di Montfort, che aveva sollevato i grandi, il clero e i bor- 
ghesi contro il loro sovrano, e contro 1' usanza introdottasi di 
concedere i juìi pingui beneficii del regno ad ecclesiastici italiani 
non residenti sul posto (3). 

(1) Campi. Hist. eccl. di Piacenza, II, 420, doc. CXVIII. 

(2) Nain de Tillemo.vd, Vie de S. Louis, Voi. IV, Chapitres CCCLXXI- 
CCCLXXIV; Wallon Saint Louis et san temps, II, 347-357 L Laborde 
Layettesdu Trésor des Chartes, HI, n. 4554-4566; Ch. Bémont, Simon 
de Montfort, 180-185. 

(3) RiPiN DE Thoyras, Histoire d' ^n^rZe^^ere sotto l'anno 1259 ed. 
à la Haye 1749; Wallon, Saint Louis, IT. 361 e seg.; Dèmost, Simon de 

. Montfort, 186-207 ; Vita Gregari decimi in Campi Hist eccl. di Pia- 
cenza, II, 2i5. 



126 RELAZIONI DI TEDALDO VISCONTI (GREGORIO X.) 

Impegni di somma importanza relativi alla Sicilia aveva assunto 
Enrico III presso la sede apostolica, di occuparla, onde questi 
deputa suo messo l'arcidiacono di Liegi Tedoldo Visconti con altri due 
compagni, il venerando padre Eurico di Einbruu, arcivescovo, 
ed il milite Guglielmo Bonqueor presso il papa Alessandro IV, i 
quali doveano informarlo di tutto e trattare di cose importan- 
tissime spettanti al re e al suo governo. Cotali notizie si con- 
tengono in una lettera dello stesso re Enrico III data a l'a- 
rigi 28 dicembre 1259 che qui alleghiamo. Costituisce il docu- 
mento, come si direbbe, le credenziali dei tre messi e rende noto 
al papa che la pace fra i due sovrani d' Inghilterra e Francia 
già trattata a lungo, e per alcun tempo ritardata, si era effet- 
tivamente conchiusa poco prima del Natale a lode di Dio e a 
vantaggio ed onore della Chiesa romana, come avrebbero più 
chiaramente esposto gli inviati, ai quali il re prega che sia 
prestata fede e accordato favore e grazia. Non si rileva di quale 
natura fossero i gravi negozi di che quei tre doveano trattare, 
ma dalle cose premesse, giacche si accenna che riguardavano il re 
ed il regno, se ne comprende l'importanza, e quindi anche il merito 
di qnelli a cui veniva affidato l'incarico. 

Una seconda lettera, che pure riferiamo, determina una fac- 
cenda della quale avevano l'impegno di occuparsi l'arcivescovo 
Ebredunense, Tedaldo e Bonqueor; questa pure è data da Parigi 
18 gennaio 1260, trovandosi il re in S. Diouigio. Chiede re Enrico 
alla sede apostolica che sia rimosso dalla chiesa episcopale di 
Vintonia il fratello uterino di lui Ademaro e mandato in altro 
luogo, perchè era causa di turbolenze intestine nel regno e nella 
stessa famiglia reale, delle quali cose avrebbero esattamente in- 
formato i suddetti ambasciatori. 

La medesima, oltre al papa, fu indirizzata al venerabile 
consesso dei cardinali, ad Ottaviano, Ottone ed Ugo. Così impor- 
tante ed onorevole incarico ci fa conoscere abbastanza in quale 
intimità doveva trovarsi il nostro piacentino col re Enrico, e che 
i suoi rapporti col medesimo erano già di vecchia data quand'egli 
accompagnò in Inghilterra il legato pontefìcio, cioè prima della 
pace conchiusa fra re Enrico III e Luigi IX, innanzi al 4 di- 



coli/ INGHILTERRA 1259-1271 127 

cerabre 1259 gioruo iu cui il re d' Inghilterra prestava giura- 
mento di fedeltà al re di Francia. 

Tali docunieuti rischiarano quanto scrisse 1' antico biografo 
anonimo di Gregorio X. Papa Clemente IV volendo provvedere 
al re Enrico III e al regno d'Inghilterra in balia della rivolta, 
per l'ambizione del Conte Simone di Montfort, che egli solo voleva 
dominare e forse tendeva a farsi re, destinò legato in quella 
isola il cardinale Ottobouo e gli diede per compagno l'arcidia- 
cono Tedaldo Visconti, persona certamente capace a dare saggi 
consigli ed accetta al re, al Montfort, ai prelati e baroni in- 
glesi, alle cui parole si dovea prestar lede in merito della 
provata di lui probità, uomo di pace e promotore della con- 
cordia. — Archidiaconum, virum iitique sani consilii et eisdeni 
regi et corniti, nec non praelatis atque harotiibiis eiiisdent 
regni diìectuni, cuiusque verhis fides suae merito prohitatis 
non duhia fueraf adhibetida... Erat archidiacunus ipsc pacis 
amator et concordiae piroinotor (1). 

Così r una e l' altra fonte provano i primi rapporti del 
piacentino coli' Inghilterra e le due lettere determinano quanto 
compendiosamente o in sunto riferisce la vita antica di Gregorio X. 
La legazione del cardinale Fieschi in Inghilterra fu stabilita il 
4 maggio 1265 e durò sino al 22 giugno 1268 (2), e quindi 
anche la dimora in quella regione dell'arcidiacono che accompa- 
gnava il cardinale. Alle vicende e alle gesta di quest'ultimo nella 
Britannia va as.-ociato indubbiamente Tedaldo Visconti, se pure 
non gli tocca la parte principale ; quel che accade comunemente 
in altri incarichi, ne' quali il personaggio pubblicamente designato 
a compierli figura innanzi a tutti, ma chi più lavora di fatto è 
altri, il segretario intimo, officio press' a poco uguale che doveva 
avere il nostro presso il legato. 

Ottobono secondo gì' ordini del Papa cercò di mettere pace 
in mezzo agli Inglesi ribelli al loro re, ma gli si presentarono 
ostacoli da ogni parte, ne valsero le esortazioni e le maggiori 
censure. Fu costretto a star racchiuso nella torre di Londra che 

(1) Vita Gregari de rAmi cìt. 245. 

(2) PoTTHAST, Regesta Pontificum Romanorv.m, JI, p. 10709, pre- 
mio in Regesta di Adriano V ( Ottobono Fieschi ). 



128 RELAZIONI DI TEDALDO VISCONTI (GREGORIO x) 

il conte Grilberto di Glovernia, fattosi capo degli iusorti, voleva 
gli fosse consegnata. Radunatosi intanto forte esercito dal principe 
ereditario Edoardo, ne fu liberato e in seguito potè compiere la 
sua missione, tenendo in Londra un concilio, dove furono pro- 
mulgati vari ordinamenti per la riforma della chiesa inglese. (1) 
Per opera sua poco dopo in S. Paolo fu predicata la guerra santa 
contro i saraceni, e presero la cro^e due figli del re, Edoardo ed 
Edmondo e molti altri, fra quali anche l'arcidiacono Tedaldo. (2) 

In siffatte vicende, prima tristi e poscia consolanti, V arcidia- 
cono fu indivisibile compagno del Fieschi, egli infatti conosceva 
precedentemente le pubbliche cose di quell'isola, sia per ciò che 
riguarda la chiesa come alla nazione, e in causa di questo da papa 
Clemente lY era stato indicato ad accompagnare il messo ponti- 
ficio; e Tedaldo accettando l'incarico non era persona da assu- 
merlo a parole ed unicamente ad onore, sibbene per giovare nello 
stesso tempo alla chiesa e a quella nazione. 

Partitosene Ottobono dall'Inghilterra certo lo seguì l'arci- 
diacono; a dì 26 dicembre 1269, come sopra fu riferito, trovasi 
in Parigi, ma non sapeva distaccarsi dai principi britannici. 

Con loro prese la croce e compie il voto fatto ed arriva ad 
Acri 9 maggio 1271, chi dice prima di loro, per darne l'avviso 
e precisarne il ricevimento (3), L' anonimo biografo scrive che 
invece giunse colà dopo il principe Edoardo che aveva seco la 
moglie Eleonora, la sorella Beatrice e il fratello Edmondo, e che 
il suo arrivo arrecò somma allegrezza ai reali personaggi. Fu 
infatti efficace la sua presenza in quei paesi d' oltremare, perocché 
egli valse a rialzare gli animi abbattuti per le patite sconfitte 
e per la morte inaspettata del santo re Luigi IX, tolse i dissidii 

(lì Raynaldus, Annales ecclesiastici, III, sotto gli anni 1265-1268: 
]\Iatth. Westmonasterieusis, Flores Mstoriarum, 398. 

(2) Eapin de Thoyras Histoire cZ' ^.n^rZefeJTe sotto gli anni 1265-1268 
Questo storico discorrendo a lungo della legazione di Ottobono non Domina 
il nostro che sotto l'anno 1276, allorché l'arcidiacono di Liegi fu eletto 
}';ipa; ma accenna abbastanza l' intrinsecchezza di esso coi reali d'Inghilterra, 
dicendo che Tedaldo avea accompagnato il pr'iLcipe Edoardo in Palestina. 

(3) Recueil des hist. oca. des croisades, II, Eraclks Coni, de 
Gitili, de Tyr, 440; Thomas Wikes, An7ial... mon, IV, 219. 



COLL' INGHILTERRA 1259-1271 1211 

e coi suoi saggi consigli raffermò moltissimi nel santo proposito 
di liberare interamente i luoghi santi dagli infedeli (1). 

Non andava molto, nell'anno suddetto il primo di settembre, 
trovandosi tuttora in Oriente, veniva dai Cardinali uniti in con- 
clave a Viterbo eletto papa; e non fa meraviglia dopo precedenti 
così luminosi, dopo una vita per lo più occupata nei grandi affari 
della cristianità. 

A. G. Tononi. 



(1) Vita Gregari dtcimi in Camfi, Hiftt. eccl di Piac. II 344. 



130 



DOCUMENTI (1) 



I. 

Lettera di Enrico III. re d' Inghilterra a i)apa Alessandro IV. 
28 Dicembre 1259. 

Sanctissimo in Christo patri et domino A[]exandio], Dei 
gratia summo pontifici, H[enricus] eadem giatia rex Anglia?, 
dominus Hybernise, etc. 

Super gratiis miiltimodis et beneficiis immeiisis nobis et 
nostris, necnon Willelmo Bonquer militi nostro et aliis nuntiis 
nostris a "vestra liberalitate munifica favorabiliter impensis, san- 
ctitati vestrse ad quas valemus assurgimus gratiarum actiones, 
vobis significantes quod quamquam pax Inter illustrem regem 
Francise et nos jamdudum prolocuta aliquandiu cepit diJationera, 
sicut alias vobis significasse meminimus, ipsam taraen pacem cum 
ipso rege effectualiter iniviraus, et nuper ante festum Nativitatis 
Dominici Parisiis firmavimus, ad laudem Dei et Ecclesise Komanse 
commodum et honorem, prout venerabilis pater H. Ebredunensis 
archiepiscopus, Th[eobaldus] arch[idiaeonus] Leodiensis, et dictus 
AV[illelmus] Bonqueor, quos prò uegotiis arduis nos et regnum 
nostrum tangentibus ad vestrse sauctitatisprsesentiamtrausmittimus, 
vobis poterunt apertius intimare: quibus si placet, super bis fidem 
adhibere, ac favoris gratiam benignitate solita impartir! velitis 
eisdem. 

Teste me ipso Parisiis, vicesimo octavo die Decembiis, anno 
etc. quadragesimo quarto. 

[ Rerum Britannicarum medii aeri scrijptores, or chrùmcìes 
and Memoriales of Greaf Britain and Ireland during the 
middle ages, W. Waddington Shirley, Rogai und historical ìittcrs 
of the Reign of Henry III, II, 143. London 1866. ] 

(1) L' ortografia è conforme al testo. 



HOCUMENTI 131 



II. 



Lettera di Enrico HI re (T Ingliilterra a papa Alessandro IV. 
IS Gennaio 1260. 

Saiictissimo, etc. H[enriciis] eadem, etc. 

Ea pr^ecipue jiia mater ecclesia providere solet qiiae et saluti 
conveninut subditorum, et scaudali materiam tollunt, et discidii 
fomitein ac plebis fiirorem in commune periculum non acceuduiit. 

Cura igitur Ademaiiis frater uoster uteriuus, qui se gerit 
prò episcopo WintouieDsi, legnura nostrum voluntarie sit egressus, 
cuius praesentiam etsi jure propinquitatis qua nobis attinet, uisi 
deraeiuisset, deberemus specialiter affectare, comniuDem tamen 
regni et plebis commodum utilitati praefati A[domari] pra?ponere 
cupientes, sanctitatem vestram affectione qua possumus requirimus 
et rogamus, qnatenus ad uostram et regni nostri tranquillitatem 
et ad vitandum enorme periculum quod uobis et regno nostro occa- 
sione ipsius posset iraminere, praedictura fratrem nostrum ad 
aliqueni alium locum, ubi sine nostra et regni nostri turbatioue 
valeat immorari, ex solita sedis apostolicse clementia transferre 
velitis, ut ex vestra circumspectione felici regni gubernacula, quse 
sub tranquillitate ab annis teneris ad tempora moderna Consilio 
et favore ecclesise Romana; deduximus, in coutentionis incom- 
modum et discidii periculum bis diebus vergere non cogatur. Nec, 
si placet, adulantium suggestionibus credatis, qui priores literas 
nostras vobis inde directas prseter nostram conscientiam et contra 
voluntatem regiam emanasse dixerunt: quia uunquam vobis 
adeo acerbe scripsimus, quin cordis nostri visceribus artius inh?e- 
reret: pr^pter quod non solum aflfectione carnali nos angente, 
verum etiam imminenti gravi discrimine et aliis incomraoditatibus 
prsedictis, qua cor nostrum non mediocriter exuberant et coutur- 
i bant, diligenter attentis, malumus et spontanea voluntate prsle- 
gimus fraterna carere prsesentia, quam ea fruì solito more per 
quod nobis et regno nostro et consorti nostrse liberisque nostiis, 
a quibus nostrre dependet solatium recreationis, intestinse turba- 
tionis angustia relinquatur. 

Aliud etiam nos angit intrinsecus, quod praefatus A[domarusl 



. • u 



132 DUCUMENTI 

uos contra praefatam cousorteiii iiosfcram imiltipliciter provocavit, 
et primogeuitum nostrum a filiali devotioue snbtrahendo uostrse 
voliintati contrarium reddidit et rebellem, io contiunam nostrse 
et regni nostri tranquillitatis tiirbatiouem, prout veiierabilis pater 
H. Ebredunensis archiepiscopns, Th[eobaldiis] Leodieusis, et Wil- 
lelmus Bonqueor miles noster, qiios ad vestram pr^sentiani diri- 
gimus, vobis poterunt intimare: propter quse non absque gravis- 
simo scandalo et periculo evidenti, necnon et propter publicam 
proceriim regni nostri et aliorum tam majorum qii;im miuorura 
iudignationem, exigentibus culpis suis, non potest uec debet re 
stitiii ad regimen ecclesise supradictce. 

Teste, ut supra [Rege apud S. D^^onisium, octavo decimo 
die Januarii, anno, etc. quadragesimo quarto. ] 

Ista litera duplicata est; et seribitur venerabili coetui car- 
dinalium sub eadem forma, verbis tamen competenter mutatis; 
O[ctaviano] S. l^Iurise in Via Lata diacono cardinali, O[ttoni] S. 
Adriani diacono cardinali, Hfugoni] titulo S. Sabina presb3^tero 
cardinali. 

Per R[icardum] comitem Gloucestrise, W[illelmum] comitep) 
Albemarle, P[etrum] de Sabaudia, J[ohannem] Mauusell. 

[Luogo cit. 150-152.] 



UNA PAGINA RIFATTA NELLA STORIA 

DEL 

CARDINALE IACOPO PECORARA 

CISTERCENSE VESCOVO PRENESTINO 

(1175 M244) 



L 



Uno degli uomini che maggiormente spiccarono durante la 
lotta fra la Chiesa e l'Impero nella prima metà del secolo XIII, 
fu senza dubbio il cardinale piacentino Iacopo Pecorara. 

Di lui tutti gli storici parlano, come d' invitto campione 
contro le prepotenze di Federico II, e come uno dei più abili pa- 
cificatori delle città italiane. (1) Chi però ha studiato meglio e 
piti largamente questo insigne personaggio, iu il collega nostro 
ab. Gaetano Tononi nella sua Sforia del Card. Giacomo Peco- 
raria, Parma Fiaccadori 1877 pag. Vili -316, in 16^ 

li. 
Chi era il Pecorara. 

Nacque Iacopo in Piacenza, nella seconda metà del secolo 
iXII da un Torniello di Marco della nobile famiglia df^i Pecorara 
(Tononi ?;. 10.), la quale diede alla patria non pochi uomini di valore. 

(1) V. Sigonio De regno Italiae p. 942 — Chacon Vitae Pontif. et Card. 

[. 86; — Manriques Annales Cisterc. 12'ò6. — M.nta,ton Annali 1 231-12 'i2. 

i— Balan Storia di Gregorio IX, passim. — ScheiFer in Monum. Germ 

[kXIII p. 638 e 652 — Campi Histor. Eccl. di Piacenza. i636 — e 

jpoggiali Memorie storiche di Piacenza 1782. 



l;U UNA PAGINA RIFATTA NELLA STORIA 

Nella sua giovinezza, come egli stesso lasciò scritto negli statuti 
dati al consorzio dei parroci di Piacenza, (Campi p- --• I>- ^92, 
Tononi p. 35.3) si ascrisse al servizio della chiesa di S. Donnino, 
alla quale, morendo, fece copiosi legati. Più avanti lo troviamo 
arcidiacono di Ravenna, circa il 1215 monaco a Chiaravalle in 
Francia, {ib. 26) abbate nel monastero della Tre Fontane; nel 
1231 cardinale vescovo di Preneste, {ih. 39) onde a lui il nome 
di Vescovo Prencstino, come viene comunemente chiamato negli 
atti coevi. Gregorio IX lo manda legato nel 1232 in Lombardia, 
(?&. 50), nel 1233 in Ungheria {ib. 70), nel 1235 in Toscana 
(ih. 93), nel 1236 a Piacenza e in Lombardia di nuovo (ib. 110), 
nel 1238 vicario del papa in Roma {ib. 157) e legato in Francia 
{ih. 160), nel 1241 tornando in Italia per recarsi ad un concilio 
convocato a Roma è catturato da Federico II (ib. 232), Nel 
1242, morto il papa, Iacopo esce dal carcere per prender parte 
all'elezione del successore, {ib. 279), 1244, di nuovo vicario pon- 
tifìcio in Roma, muore il 25 giugno e vuole esser sepolto a 
Cliiaravalle in Francia {ih. 299); questa, a brevissimi tratti, la 
vita del Pecorara. 



IIL 
Uno scambio del Campi. 

Il- benemerito storico ecclesiastico di Piacenza, can. Pier 
Maria Campi, il quale pel primo indagò la vita del nostro 
cardinale, riportando l'epigrafe che sul monumento di lui si leg- 
geva a Chiaravalle di Francia, prese un abbaglio che trasse poi 
in errore quanti vennero dopo di lui. 

Ecco r epigrafe: 

Hic lACET DoMNUS Iacobus DE Placentia Archidiaconus Ra- 

VEN'NAE POSTEA MoNACHUS ClARAEVALLIS DEINDE TrIUM FONTIDM 

Abbas uemum Praenestinus EPiscopus Cardinalis. 

Leggendosi qui che fu abbate del Monastero delle Tre fon- 
tane, il Campi senz' altro suppose e ritenne come indubitato, 
che fosse stato abbate del monastero de' SS. Vincenzo ed Ana- 
stasio alle tre Fontane fuori delle porte di Roma. 



DEL CARDINALE IACOPO PECORA HA 135 

Per una singolare coincidenza, negli anni in cui il nostro fu 
abbate, questo monastero romano dei Cisterciensi era retto ve- 
ramente da un abbate, che Jacopo aveva nome. 

11 Campi, che stette in Koma a lungo, per promuovere la 
causa della canonizzazione del b. Gregorio X, ebbe agio di visi- 
tare quel monastero, e nella sua Historia Ecclesiastica di Pia- 
cenza (li. 147) scrive di aver viste ivi degne memorie del Pe- 
corara, cioè « nn Crocifìsso in pifhira a pie di cui sfa il detio 
Abbate orante con questa iscrizione: P. Jacobus Abbas fecit 
fieri an. 1220 tempore Honorii Pape. E nella parte della 
foresteria vecchia i^resso U dormitorio sopra la finestra a set- 
tentrione in un marmo bianco le seguenti ptarole: Pr. Jacobus 
D. Honorii Papae III poenitentiarius et Capellauus hanc domum 
fecit fieri prò anima sua et Jacobi nepotis ». 

L' uomo il pili accorto da questa coincidenza sarebbe stato 
tratto in inganno, L' epigrafe del sepolcro del Pecorara lo dice 
cistercense, e abbate delle Tre Fontane; egli fu creato cardi- 
nale nel 1231, s'era fatto monaco nel 1215, dopo essere stato 
arcidiacono di Ravenna, dunque se fu abbate, lo fu dal 1220 
al 1231. Or bene al tempo di Onorio III, che fu papa dal 1216 
al 1227, nel monastero de' cistercensi 2i\\e Tre Fontane dì Uoma. 
vi è un abbate per nome Jacopo; questo non poteva non essere 
che il Pecorara. (1) 

(1) Trovandosi in Roma nel 1902 1' estensore di questa memoria, potè 
visitare minutamente il monastero de" s^. Vincenzo e Anastasio, ora tenuto 
dai cistercensi TrappisH, ma non trovò piìi ne una ne V altra delle due 
isiriziuni vedute dal Campi. Ci venne riferito che quel sacro luogo stette ab- 
bandonato per lungo tempo, e che il fabbricato non è stato tutto conservato. 

Abbiamo parimenti fatte ricerche nei due monasteri de' cistercensi di 
Roma, quello di S. Bernardo alle Terme, e quello di S. Croce in Gerusa- 
lemme, se esistesse qualche memoria sugli abbati del monastero alle Tre 
fontane, ma non ci venne fatto di ritrovare alcuna cosa. Fummo indirizzati 
alla biblioteca Vittorio Emanuele ove fra gli altri fondi sodo raccolti i libri 
della Sessoriana, che apparteneva appunto ai cistercensi; nell' indice di quei 
preziosi manoscritti, trovammo indicato certi statuti del monastero di S. 
Anastasio del r223, lo esaminammo, ma non è fatto menzione colà di alcun 
nome, ne di abbate ne d' altri. Può essere che esaminando quel fondo 
copiosissimo non si rinvenga qualche cosa che meglio distingua l' abbate 
Jacobus delle tre Fonlane di Roma, ben altro dal nostio. 



\'SCì UNA PAGINA RIFATTA NELLA STORIA 

Il Campi ne fu così persuaso, che avendo letto nella seconda 
delle epigrafi da lui riportate che il Fr. Jacobus aveva fatto 
costruire quella fabbrica prò anima sua et Jncohi nepotis, si 
conferma nella sua credenza, spiegando che questo nipote non 
fosse altro che quel Giacomo da Castellarquato, canonico della 
cattedrale piacentina, poi vescovo di Mantova, indi cardinale 
portuense. {Tononi p. 82). 



IV, 
Tutti gli scrittori dopo il Campii riportano lo scambio. 

La scoperta del Campi parve tanto plausibile, che tutti gli 
scrittori, i quali dopo di lui parlarono del nostro, la ricopiarono 
senz' ombra di dubbio. 

Il Chacon: Vit(te Ponti ficum et Cardindlimn Eomael677 
II. p. 86, cita il Campi; L' Ughelli Italia sacra Komae 1. 
p. 237, pure si riporta al Campi. 11 Jougelinus Piirpiira Clarae- 
vallis Colouiae 1644, p. 31, e I'Eggs Purinira docta Monachi! 
1714 I. p. 157, si riportano al Chacou. Il Moroni dizionario 
d* erudizione^ Venezia 1844-71 alla voce Pecorara, il Poggiali 
Memorie storielle di Piacenza V. p. 210, il Tononi ibid. p. 30; 
e lo stesso estensore di questa memoria nella sua Storia del b. 
Gregorio X. Piacenza 1876 p. 14, fanno il medesimo. 

Nessuno di questi scrittori cita altre fonti, tutti si rimettono 
al Campi; anzi il Poggiali {loco cit.) scrive: Clii desiderasse pi'i 
minuta contezza sul Pecorara, legga il Panvinio, il Ciaconio, 
V Ughelli, e fra gii altri il Campi, che più diffusamente e 
meglio di tutti ptarlonne. 

Per la qual cosa, ritenendo come indubitato che il Pecorara 
fosse stato abbate alle Tre Fontane di Roma, tutti questi scrit- 
tori lo supposero anche penitenziere e cappellano del papa. Ecco 
come ne scrive, il maggior suo storico, riepilogando quanti lo 
hanno preceduto. 



DEL CARDINAI-E IACOPO PECORAKA 137 

V. 

Una pag:iiia della storia del Pecorara che ra rifatta. 

L'ab. Tononi (ibid. 32-33) così scrive: 

« Da tale monumento (l'ultima epigrafe trovata dal Campi) 
scorgesi chiaramente che i meriti del monaco piacentino non 
erano apprezzati soltanto dai cistercensi, ma eziandio dal capo 
della chiesa, il pontefice Onorio, che se lo era eletto sa- 
cerdote pel suo sacello e uditore di Kota, uffici a 
cui, secondo il Moroui, corrisponde appunto la carica di cappel- 
lano e penitenziere pontificio. Il Ciaconio, raccontando questa 
promozione, premette che Onorio se lo teneva carissimo, 
e r Ughelli che l'onorava di speciale affetto... » 

« Nel tempo del suo ahbaziale governo incorse lite tra i 
monastero cistercense e il vescovo di Soana Gulcherio, che voleva 
esercitare giurisdizione sopra Santa Maria di Orbitello e altre 
chiese spettanti all' abbazia di S. Anastasio, e si era assunto di 
punire i preti cattivi di quelle Chiese. L'abbate attese a 
conservare i diritti del proprio monastero, e colpì 
con sentenza di scomunica il priore di S. Maria di Or- 
bitello e di sospensione i chierici e d'interdetto la chiesa ». 

Più oltre fp. 30) dopo narrata la morte di papa Onorio III, 
soggiunge: 

« Al Pecoraria, mentre accadevano tutti questi fatti, non 
era concesso di viversela solo nel ritiro e nella pace del chiostro 
egli fu sempre adoprato in affari di massima im- 
portanza e in fine provò il dolore di vedere la morte del 
capo della chiesa da cui era tanto amato ». 

Piualmeute (p. 87) detto dell' elezione di Gregorio IX, con- 
tinua così: 

« Gregorio IX s' associava nel difficile governo tanto più 
volentieri questo monaco (il Pecorai-a) perocché anche prima di 
j divenire papa n e g o d e v a 1' a m i e i z i a , e l' aveva contratta 
mosso dalla singolare bontà de' costumi e delle 
virtù del medesimo, e la mantenne sinché visse. Non tardò 
inoltre a far paleso la stima che aveva del suo amico col 
l'innalzarlo al cardinalato ». 

Ahch. Stor. Parm. Nuova Serie. • TI. 10 



138 UNA PAGINA RIFATTA NELLA STORIA 

Giova il ripeterlo, tutte queste supposte relazioni e opere del 
Pecorara, il Tonoui le prende da varii scrittori che fedelmente 
cita a pie di pagina Chacon, Ughelli, Manriques, Joiigelinus; 
eppure tutta questa pagina di storia è riferibile a un alti-o Jacopo, 
che era abbate in quel tempo delle Tre Fontane di Roma, e non 
al Pecorara ! 

VI. 

Il Manriques sospetta lo scambio ma ne accetta le con- 
seguenze. 

11 P. iManriqdes cistercense, che doveva avere famigliari i 
documenti del suo Ordine, quando meglio ne fiorivano i mona- 
steri e sconosciute non erano le serie degli abbati, quali si pub- 
blicarono nella Gallia Cristiana, ben poteva riconoscere lo scam- 
bio preso dal Campi; invece, pur sospettandolo, finisce per accet- 
tarne le conseguenze. 

Per intendere il passo che stiamo per riferire del Manriques, 
conviene dir subito che il nostro non fu Abbate alle Tre Fontane 
di Roma, ma sibbene di Trois Fontaines in Francia, come pro- 
veremo luminosamente, ed è lo scopo di questo scritto. Il Man- 
riques dunque [Annales Cisiercenses, Luyduni 1642-59, IV. 
p. 417-18). scrive: 

Praeerat monasterio S. Anastasii Jacohiis de Faciencia, 
seti de Placentia (de Pecoraria alii dicendum jìutantj nntlonc 
italiis, ]ìatria Fapknsis, (1) genere nohilis et cunctis tum na- 

(1) Il Tononi (p. ^8) fa notai-fi l'inganno in cui cade qui il Manriques, 
e altri col Chacon, che dicono il nostro fosse pavese. Fra gli argomenti per 
provarlo piacentino poteva citare le parole di papa Gregorio IX in una let- 
tera scritta a Federico II, che egli stesso riproduce {p.345){ca.\ documenti, 
tratta dal Rainal 'o. Federico aveva disapprovato il Pecorara, sospettandolo, 
perchè piacentino, paciere parziale; e Gregorio, fra l'altro, così dice all'Im- 
peratore: Kec enim locus originis recte conira eum in siispicionis ar- 
gumentum inducitur... etc. Del resto, se non fosse altro, 1' epigrafe sulla 
sua tomba, che riporta lo stesso Manriques, lo dice de Placentia. Altrove 
il Tononi (p. li- 17) accenna a molti personaggi che fiorirono in Pia- 
cenza, appartenenti alla famiglia Pecorara, la quale lasciò nobili memorie 
e tuttora esiste onorata. 



DEL CARDINALE IACOPO PECOKAKA 139 

iiirae finn fortunae dotihns potens, oh quas et hiveuis Ai-cJii- 
diaconus Ravennae donatns fiiit. Sed qui diiduin spretis nnindi 
illecehris Monaclium indutus est in Claravalle. Inde a Monacliis 
monasferif S. Annstasn (che è quello di Eoma detto anche alle 
Tre Fontane) in Ahbateiii, electus, ciini ex diuturna familiaritate 
atque ex muJtis negotiis prudenter gestis innotuisset Gregorio, 
(papa Gregorio IX) qui eius saepe industria expertns esset, 
aptus prae cceteris aliis visus est cui tantae moìis negotium 
imponeretur.... Ergo Gregorius cardinaJem primuìii creat... E 
dopo aver riportato quanto dice il Chacon, che alla sua volta si 
riferisce al Campi, circa all' elezione al cardinalato, soggiunge: 
Hactenus il le de viri patria, genere, monacìiafu, Abbatia, atque 
ad purpurani sacram promotione. Poco dopo continua... quamvis 
genere Italum non induisse cncnllam Romae ncque in Italia, 
sed in Burguiidia et domo Claraevallis. Constant liaec omnia ex 
libro scpulclirorum eiiisdeìii domus, in qua et ipse sepidtus tali 
incisa ferali lapide. Qui riporta l' epigrafe da noi già citata, 
indi seguita argomentando così: 

Ita inscriptio viri sepulchralis cui prae aliis fìdendum. 
Nisi quod timeo, quod ad praefecturam attinet, palam est 
ufrumque constare posse, quippe SS. Vincentii et Anastasii 
Monasterium in Urbe Trium fontium etiam dici, vulgo, ad Tres 
Fonianas, et quain ob causam, ni fallor, late memoravimus. 
Ergo lacobus ex nobili et dodo Archidiaconns Ravennae; ex 
Archidiacono, Monachus Claraevallis; ex Monacho, S. Ana- 
stasii ad tres fontcs in urbe Abbas; demum, hoc anno (1231) 
ex Abbate, Cardinalis episcopus Praenesfinus creatus. 

Come ognun vede, lo storico cistercense aveva capito, che 
il Pecorara essendosi fatto monaco non in Italia, ma nella Bor- 
gogna, anzi in Chiaravalle, come risulta dall' epitaffio, quel deinde 
Trium Fontium Abbas, senz' altro aggiunto doveva intendersi del 
monastero di Trois Fontaines poco distante da Chiaravalle. Che 
j <5iò abbia sospettato, lo fanno credere le sue parole seguenti: 
j Ita inscriptio viri sepulchralis cui prae aliis fidendum; ma pure 
! ritenendo ben fondata l'induzione del Campi, finisce coU'accet- 
1 tarla, sforzandosi a spiegare la omonimia dei due monasteri. 
1 Lo Scheffer-Boichorst nella erudita prefazione che i remette 



140 UNA PAGINA RIFATTA NEIJ.A STOlilA 

alla Chroìiica Aìbrici M<,naclii Trium Fontiuiìi, in Monumenta 
Gennaniae XXIII p. 640, accenna a questo scambio, ed è il solo 
scrittore che lo rigetta: « Plerique viri docti Jacobiini altbateni 
Triuna Fontiuin raonasterii prope Romani siti babueruiit. Nam 1. 
Jacobum qiiemdam inter annos 1223-1231 monasterii Campa- 
niensis (cioè di Trois Fontaines) abbatem fuisse auctores GaiJ. 
Chr. IX 960 dociierunt; 2. omnes huins temporis rerum scriptores- 
Jacobum abbatem Trium Fontium dicuiit, monasterium vero lio- 
manum usitatiore nomine s. Anastasii nominabatur. Cf. Aegid. 
Aur. Ili 134 vita Greg. IX ap. Muratori III 578. Epitaf. lac. ap. 
Ciaconium vita Pont, ed, Oldoini II. 87. nec non Albricura ad 
an. 1231 ». 

Fa meraviglia che al eh. Tononi, scrittore sempre diligente, 
citando (p. 70) la cronaca di Albrico monaco di Trois Foniainos, 
non sia sorta la voglia di studiare se mai il Pecorara fosse stato 
abbate piuttosto di questo monastero francese che del romanO' 
omonimo. 

VII. 
Scoperta di un documento inaspettato. 

In occasione dei grandiosi restauri che, per iniziativa corag- 
giosa dell'illustre vescovo mons. Giovanni Battista Scalabrini, si 
sono compiati nella nostra cattedrale piacentina, negli anni 1897- 
IPOl venne rimosso dal suo luogo il piccolo sarcofago in pietra,, 
contenente alcune reliquie del nostro card. Pecorara. 

Porta esso incisa questa semplice iscrizione : 

HlC REQUIESCIT PARS CAPITIS ET DIGITI JaCOBI DE PeCORARIA 
EpISC. PRENESTINI CARDINALIS ECCLESIAE ROMANAE. 

Dell' esistenza di questo piccolo monumento e dell' epigrafe,, 
parlano i nostri storici; anzi il Campi {II p. ISO) ricorda come 
a' suoi giorni, (1600) il vescovo Claudio Rangoni avendo in- 
trapresa la decorazione in stucchi dorati del coro della cattedrale, 

era stato tolto il sarcofago d<l Pecorara, e collocato ove vedesi 
tuttora. 

Fu dunque nella momentanea e fortunata rimozione di questo- 
mausoleo, che noi potemmo rinvenire tal documento, il quale ci 
costringe rifare la storia scritta fin qui del nostro dal 1220 al 1231.. 



DEL CARDINALE IACOPO PECOKARA 141 

Nella antica cassefctiaa coutoueute la mandibola inferiore, e 
■due falangi di un dito del Pecorara, chi scrive rinvenne una piccola 
pergamena, couservatissima, se togli qualche macchia prodotta 
dall'umidità, su cui in carattere del secolo XII, si legge questa 
scrittura: 

Ha3 reliquiae fueruiit quondam D.ni Jacobi de 
Pecoraria qui fiiit primo Abbas trium fontium mo- 
nasterii in Burgundia et postea fuit cardinali» ec- 
«lesiae romanae et episcopus prenestrinus (sic). Obiit 
autem Romae incrastino beati Joannis Baptistae anno 
D.ni N. Jesu Christi M. CO. XLIIII. Corpus autem 
ipsius requiescit apud monasterium claraevallis in 
Burguudia iuxta corpus beati Bernardi, in quo mo- 
nasterio sibi sepultui-am elegit prò eo quod fuerat 
ibi novicius quando ordinem cistercensem intravit (i). 

Qui, è detto chiarameuto che il nostro fu abbate del mo- 
nastero delle Tre Fonti in Borgogna. Infatti siccome la nostra 
pergamena fu scritta in Italia, doveva porre l' aggiunto « in 
Burguudia » per non lasciare luogo all' equivoco che facilmente 
■sorge, quando di due luoghi omonimi, uno è vicino a chi parla, 
e r altro molto lontano; se non si aggiunge alcun appellativo, 
ogni buona regola vuole che si intenda parlare del vicino. Nello 
stesso documento è detto: Corjìus ijìsiiis requiescit apud mona- 
sterium claraevallis in Bargundia; se non si fosse detto altro 
che in moìiasterio claraevallis, i piacentini avrebbero inteso il mo- 
nastero di Chiara valle, pure de' cistercensi, vicino a Fiorenzuola, 
contado piacentino. 

Al contrario, nell'epigrafe mortuale del Pecorara, non era d'uopo 
aggiungere alcun appellativo; chi leggeva quell'epigrafe sul luogo, 
cioè a Ohiaravalle di Francia, VAhhas Trium-Fontium non poteva 
«ssere scambiato con altro, ma dovevasi intendere, trattarsi 
•oella abbazia colà vicina di Trois-Pontaines. 

(1) Vedi fac simile doc. I. 



142 UNA PAGIFA RIFATTA NELLA STORIA 

Che se il nostro Jacopo da questa abbazia fosse poi stata 
traslato a quella di Roma, e fatto cappellano e confessore di papa 
Onorio, questa pergamena non avrebbe omesso di notarlo. 

Ma esisteva veramente in Borgogna un' abbazia dei cirter- 
censi detta delle Tre Fonti? Nella serie de' suoi abbati vi com- 
parisce un Jacopo non prima del 1220, e non dopo il 1231? Si 
certamente. Vediamolo. 

Vili. 
L' Abbazia di " Trois Foiitaines ,, in Francia. 

Eitorniamo al Manriques; egli (Tom. I. i>. OS) sotto 1' anno 
1118 così scrive: 

Ahhatia Trillili Fontium in dicccesi Caialaunensi erigitur 
anno lllS, prima fìlia Claraevaìlis. Monasteriiun Trium fon- 
tium noiiien indHiini forte e foiitihis loco scntnrientibus. 

Altrove poi (J. j^. 392), sotto l'anno 1140, parla dell'ere- 
zione del mouastro ile' SS. Vincenzo ed Anastasio, e dice: Idem 
coenohiwn SS. Vincentii et Anastasii frequenti nomine, quin et 
ad Tres fontes noncupetur. 

In molti altri luoghi ricorda questo monastero romano, e- 
mai una volta lo chiama Triwn Fontium, ma sempre col nome 
di S. Anastasio, talvolta coli' aggiunta, ad tres fontes, oi^pme ad 
aquas salvias. 

Per esempio (Voi. IL p. 338) sotto l'anno 1199 dice: 
Ad Fhii ippuiii reycm remissum lego S. Anastasii ahhatein ah 
Innoceufio (Iimocenzo III papa). Invece altrove (ihid. p. 388} 
sotto l'anno 1202 scrive: Ad GaUiae et Angliae reges in ter se 
dissidentes legatos, lego ahhates Casaemarii et Triwn Fontium. 
Dal che si vede come nell'ordine cistercense erano ben distinti 
i due monasteri; e quanto dicevasi dell' abbazia di Trois Fon- 
taines, non potevasi confondere con quello di Roma. 

Nel periodico belga Eevue d' Histoire Ecclesiastiqiie, di 
Lovanio (Anno 1. n. 3. del 15 ottobre 1900, pag. 452) abbiamo- 
letto un bel lavoro del P. Ursmer Berlière Les origines de Ci- 
teaux; ivi parlando della rapida propagazione della riforma ci- 
stercense, segna le prime fondazioni dei varii monasteri così: 



DEL CARDINALR IACOPO FECORARA 14S 

« Clairveaux (25 jiiiu 1115) que suivireut bieutot les fondations 
de Preully, Trois-Fontaiiies, La cour Dieu ecc. » 

ÀDclie uella GnJlia Christiaìia {IX. p. 956) viene indicata 
questa abbazia così: 

Sub ecclesia Catalaunensi (Chalons) in provincia Bemensi, 
Ahbatia Tres-Fontes {Trois-Fontaines) dicitur fimdata anno 1110 
a S. Bcniardo; est ordinis Cistercensi uni. 

Nel 1739 esisteva ancora e ne era abbate Pietro Gueriu 
de Tencin {ib. p. 961). 

Nel Noaoeau Dictionnaire d^ Géograpliie universeìle del 
Vivien de S. Martin et Kousselet, (Paris 1894) vieo parlato di 
questo luogo: « Tkois-Fontaines. Village du departement de la 
Marne, arrondisment de Vitry, a 16 Kil. E-N-E. de Thieblemont 
5 de la forét de Trois-Fontaines sur le Bruxenelle, a 180 metr. 
d' altitude, 265 habit. Belles ruines de 1' eglise d' une Abbaye 
cistercienne fondèe eu 1114 par Ugues comte de Champagne ». 

IX. 
Jacopo abbate di Trois-Fontaines. 

Abbiamo citato la Gaìiia Cliristiana, che reca la serie di 
tutti i vescovi della Francia, e degli abbati dei monasteri esi- 
stenti in ciascuna diocesi. Orbene, ecco quanto rilevasi per gli 
abbati che ressero il monastero di Trois Fontaines. ( ihid. 
p. 956-961). 

Abbatta Tres Fontes etc. 

Abbates 

I. KUGERIUS I ex Cìaravaììe missus est anno 1118 a 
S. Bernardo ut novam coloniam Trinm Fontiun rcgeret... 

Indi vengono altri quindici Abbati, poi segue : 

XVII. Jacobus, anno 1223 in pauperwn iisus decimas 
Basini cnrtis et alia quaedam periiiittente Laurentio Cìaraeval- 
lensi abbate expendit. Occurrit etiam anno 1224. — Eiiis 
tempore, aiit palilo post, aegrotante apud Tres Fontes Guidone 
Barriducis castellano, factum est ut conflagraret nionasteriiwi; 
(piare ut domuiìi iìle quodanimodo compensaret, annuuni biadi 
medium concessi f anno 1282. 



144 UNA PAGINA RIFATTA NELLA STORIA 

L' abbate Jacopo ebbe per successore: 

XVIII. PoNTius anno 1232. 

Finisce poi la serie di questi abbati: 

VLV. Petrus Gnerin de Tencin. 1724-1739. 

È duuque evidente che il Jacohus abbate di Trois-Fontaines 
nel 1223 e nel 1224, è il nostro Jacopo Pecorara, Infatti, fu 
egli elevato al cardinalato da papa Gregonio IX nel settembre 
1231, come ritiene la comune degli storici {Tononi p. 38), e 
come ora assicura 1' Eubel [Hierarchia Catìioìica medii aevi 
Monasteri! 1898, i)(i<j. (i)\ e nella serie su citata troviamo i! 
successore suo Puntius, nel 1232. 

Ben è vero che la Galliu Christiana, facendo m9nzion(^ 
dell'incendio del monastero, avvenuta sotto T abbate Jacopo, dice 
che venne compensato dal castellano di Barry nel 1232, anno 
in cui il Pecorara era già cardinale; ma prima di tutto, supposto 
l'incendio avvenuto al più tardi nel 1231, il compenso, o meglio 
l'atto di concessioue dell'annuo moggio di biada, poteva ben 
essere datato nel 1232: e poi l'espressione che leggiamo eius 
tempore ani puah post, distrugge qualunque dubbio. 

Pertanto alla pagina della vita del nostro, che abbiamo ri- 
portata al §. V, nella quale sono riferite azioni compiute dal 
contemporaneo e collega omonimo abbate alle tre Fontane di Roma, 
va sostituita questa, brevissima per ora, sindiè altri, da nuove 
fouti, uoQ possa raccogliere inemorie più copiose cioè che il nostro 
era abbate molto commendevole per la sua carità verso dei po- 
veri, a sollievo dei quali spese certe decime e altre cose; In 
paiiperum usuni decimus Basini cartis et alia qiiaedain expendit. 
In queste poche, ma onorevolissime parole, si compendia la vita 
del Pecorara abbate, dal 1223, fino al 1231. 

Chi sa per quali altre opere siasi reso illustre Jacopo, mentre 
era abbate a Trois-I'ontaines, sino ad attirare lo sguardo di 
papa Grregorio IX, che lo creò cardinal vescovo di Preneste nel 
settembre 1231. Non andiamo molto lungi dal vero, supponendo 
che l'abbate Pecorara abbia sostenuta con frutto qualche le- 
gazione anche prima di esser cardinale. 

L' essere egli stato legato pontificio in Italia, in Ungheria 
in Francia e in Germania per tutto il tempo che visse Gregorio 



DEL CARDINALE IACOPO PECORAKA 145 

IX, e il vedere, che agli abbati d' allora erano affidate spesso 
delicate missioni, come negli esempii più sopra riferiti, ci fa le- 
gittimamente pensare che sia egli pure stato impiegato in tali 
legazioni. 

Un solo autore, anteriore al Campi, abbiamo finora trovato 
che accenna al nostro ablmte Jacopo di Trois-l'onfaines, ed è 
Nicolò Kosselio, detto il cardinale d' Aragona. 

Il Muratori nel Rennìi llaìicarum scriptores {III p. 575 
578) pubblica la vita di papa Gregorio IX scritta dal Kosselio, 
e {paci 274) parlando di questo scrittore dice che fiorì dal 1352 
al 1362; è dunque uno storico che visse cent'anni dopo del nostro, 
del quale cosi scrive: Quinto sui ponti ficatus anno {JaXQgoxìxx^W) 
se contiiìit Re/ifinaììi.... Ubi etiam fratrem Jacohuiìi cisiercensis 
ord/ìiis ioiius religionis et uiodestiae virum, Trium - Foutiuin 
(ibhdtem, assumpsit in episcopum praenestiniun. 

Anche questo è un breve ma onorevolissimo elogio nel quale 
il Tnum Fontiuin, di cui si parla, non è altro che l'abbazia 
francese, e non la romana. 11 cardinal d'Aragona non aveva subito 
r influenza del Campi, scrisse tre secoli prima, e il suo scritto 
concorda con quanto il nuovo documento, che qui illustriamo, ci 
dice del nostro. 

Così pure il Eaynaldus Annaìes Eccìes. Lucae 1 748 li. 
p. 91-92 scrive: Hoc anno (1233) a Jacobo Cardinali. Praene- 
stino rpiscopo, quein auctor (anoìiinius) vitae Greyorii duni Beate 
morare/ur ex abbate TriumFontiuin ad eaiii eveduni digiiitatein 
tradii. 

X. 

II nuovo documento esclude che il Pecorara possa es- 
sere stato abbate delle Tre Fontane di Roma. 

Ad alcuno potrebbe sorgere il dubbio che il nostro, essendo 
italiano, possa essere stato trasferito dal monastero di Trois 
Fontaines a quello de' ss. Vincenzo ed Anastasio di Roma. La 
sua elevazione al cardinalato sarebbe così più facilmente spie- 
gata; tuttavia il nostro documento, come anche 1' epigrafe mor- 
tuale del Pecoraia che riferimmo più sopra, presa dal Chacon, 
escludono affatto questa ipotesi. 



146 UMA pagixa rifatta n'klt.a storia 

1 due monasteri di Trois Fontaines iu Borgogna, e delle Tre 
Fontane presso Eoma, erano a.iieudue cistercensi; 1' epigrafe raor- 
tuale quindi, e la pergamena trovata nel sarcofago piacentino 
avrebbero detto: qui fiiit primo abhas Trium Fonfiiim mona- 
sierii in Biirgundia, et posteci ss. Vincenti i et Anastasii ad 
aqiias satvins... invece fa cenno della sola abbazia di Borgogna. 

Lo Sclieffer, che illustrando la cronaca di Albrico monaco di 
Trois Fontaines [in Monum. Gemi. XXIII p. 653), mentre op- 
portunamente fa notare che Albrico doveva aver udito il racconto 
di molti fatti che narra, dalla bocca del Pecorara, suppone che 
questi abbia visitato il suo antico monastero di Borgogna in 
alcuni de' viaggi che fece in Francia. 

Ecco infatti come scrive il dotto storico: 

« Jacobus cardinalis Praenestinus, abbas Trium Fontium, 
quum Placentiae natus, iu Francia Cistercensis factus, Romae 
Cardinalis promotus, in Ungariam et Franciam orator missus, 
ubique summis negotiis functus terras perlustrasset, homines 
nosset, maxiraas res gestas vel vidisset vel audiisset, nonne eura 
nostro (il monaco Albrico di cui lo scrittore illustra la cronaca) 
testem locupletissimum et, ut ita dicam, fontem inexhaustura 
fuisse credas? Trium Fontium abbati iam multa cum monache 
suo communicare licuit, exempli gratia anno 1211 Petrum Lu- 
cedii abbatem Ivoriensibus, Giraldum (leggi G-rimerium) Pontis 
abbatem Placentinis episcopos a poutifice Romano praefectos esse; 
anno 1213 monasterium s. Augustini Papiense, cuius monachi 
abbatem interfecerint, regula mutata abbati Mortariae a legato 
subiectum esse et cetera huiusmodis. Cardinalis factus, quura ex 
Italia et Ungaria redux monasterium suum Campaniense (quello 
di Trois Fontaines) inviseret Albrico etiam plura et quae gra- 
vioris momenti erant suppeditare potuit. Ad eum, ut ex multis 
panca eligaiu, accurata illa descriptio praelii, quod anno 1231 
inter Bolooieiises et Mutinenses commissum est ad eum imprimis 
omnia quae Ungariam attingunt, instituta publica, res a regibus 
gestae, Andreae regis Isabellae reginae sepultura, filli cuius- 
dam diu desiderati ortus, celebreque baptisma mihi referenda 
videntur. Equidem vero rem nounisi breviter indicare volui; alii 
si placet accurate singula perquirat. (E qui cita Perìbach Zar 
Gescìi. (ter (ìlteren Preussischen Pischofi- p. 11). 



DEL CARDINALE IACOPO PECORARA 147 

XI. 

Il nuovo documento assicura la data della morte del 
Pecorara. 

Non souo concordi gli storici nell' assegnare il giorno della 
morte del nostro. Chacon (j). <'^7) Uglielli {p. 208) Gains (.spr/es 
Episc. orhis CatJioì. p. 17) 1' assegnano al 26 giugno; parimenti 
nel libro così detto Eìnortuaìe della Biblioteca di Montecassiiio 
{Cocl. 46) che ci mostrò l'amico D. A. Amelli, abbiamo letto: 
VI Kaì. luUi ohiif Dom.s Jacohus penestrhiensis Ep.s d Mo- 
nacìius: che corrisponde al 26 giugno. Invece l'Eggs, {p. 15'.)) 
lo dice morto il 28 dello stesso mese nel 1244. Il Panviuio 
{Vitae Card, creatio Greg. IX) e il Moroni, (Z)/,?/o«flf/-/o) seguiti 
da altri, 1" anno dopo, nel 1245. Ilaa antica cronaca piacentina, 
citata dal Campi {Il p. ISO) nel 1243. 

Il Campi stesso, che pur cita il necrologio della cattedrale 
piacentina, in cui si nota il giorno 25 Giugno 1244, non sceglie, 
solo ritiene l'anno 1244 nell' epigrafe che dettò in elogio del Peco- 
rara, sperando che venisse incisa nella cattedrale sotto al di lui 
sarcofago. In es^a tacendo del giorno e del mese, scrive: ccss>'t e 
vita An. MCCXLIV. Il Poggiali ( V. p. 308) riporta le varie 
date, e non dice quale sia più probabile. Il Tononi (p. 299) in- 
vece pare accetti la data dell' Eggs, cioè il 28 giugno. 

L'antico calendario, scritto in un codice dell' archivio capito- 
lare di Piacenza, {Canfoìiaìe 5 n. 51) che risale al secolo XII, 
ma che in diversi tempi, e con caratteri varii, sono annotate le 
date della morte dei benefattori, si legge: 

VII. Calend. Juìii 1244 ohiit D. Jacohus de Pecoran'a 
episcopiis praenestinus, cuius anniversaì-ium dehet fieri proiif 
notafiim est in quaterna sacristiae de fictis etc, annuatim in 
quibusdant domihus circa ecclesiam s. Stepliani datis liuic cc- 
clesiae a ma<jistro Isemhardo praeposito nostro et nepote episcopi 
praedicti. A nostro giudizio questa nota necrologica meritava 
dagli storici locali maggiore considerazione, e noi senz' altro ab- 
biamo preferita questa data fino dal 1876 nella nostra storia 
di Gregorio X {p. 34). Ci compiacciamo di aver colto nel segno, 



f 



148 UNA PAGINA RIFATTA NELI-A STOIilA 

giacche il documento da noi scoperto dice che il Pecorara: obiit 
in crastino s. Ioannis Bajìfisfae. Oia è evidente, V indiinaìii 
della festa di s. Giovanni, che si celebra al 24 giugno, del nostro 
documento, e il VII. giorno avanti le calende di luglio, del ne- 
crologio, corrispondono amendue al 25 Giugno. Così viene dunque 
stabilita la data precisa della morte del nostro. 

Xll. 
Quando le reluiuie furono portate a Piacenza. 

Avvenuta la morte del card. Pecorara, il suo corpo rimase 
custodito nella basilica vaticana, per alquanto tempo; viene atte- 
stato dal Campi, Poggiali e Tononi nei luoghi citati. 

Il morente aveva disposto di esser sepolto a Chiaravalle io 
Francia, ove aveva professato, ed ivi venne di fatto trasportato, 
ma gli storici non dicono il quando. Alcune facili osservazioni 
però ci conducono a poter fissare, con ogni verosimiglianza, questo 
trasporto tra il 1256 e il 127G. 

Chi ha potuto esaminare le reliquie del Pecorara con noi, 
si è convinto che quando le poche ossa, furono tratte dal 
corpo, questo era già ridotto a scheletro. Infatti, furono esse 
trovate involte, colla piccola pergamena, in un pezzo di stoffa 
nera, asciutta, e senza alcuna traccia di muffa; il tutto coperto 
con un altro pezzo di seta gialla conservatissima e immacolata. 
Per entro alla cassetta non fu riconosciuta alcuna traccia di 
materia organica corotta, che anzi, si vide alcun poco di ter- 
riccio in certe parti piìi incavate delle ossa; dunque, è chiaro, il 
corpo del Pecorara non fu imbalsamato, ma sepolto in modo co- 
mune, sotto terra. Che se fu sotterrato, è presumibile che non 
sia stato esumato, per essere trasferito in Francia, se non una 
decina di anni dopo, quanto cioè occorre per esser sicuro che il 
cadavere sia ridotto a puro scheletro. 

E senza dubbio, le reliquie che hanno i piacentini, vennero 
tratte dallo scheletro, non potendosi concepire che sia stata am- 
putata la mandibola inferiore, dalla salma non ancora inschele- 
trita, con manifesta deformazione della salma stessa. 



PEL CARDINALE IACOPO lECOK/ RA 149 

Or, siccome i nostri storici dicono che. queste leliqiiie ven- 
Eero tolte dal corpo del Pecorara quando da Roma fu trausferito 
in Francia, conviene stabilire questa traslazione almeno dieci 
dodici anni dopo la morte, quando il cadavere era ridotto al 
pm'O scheletro, cioè nel 1256 o in quel tormo. 

Un' altra circostanza ci induce a precisar meglio questa data. 

Tsembardo Pecorara, nipote del cardinale, fu prevosto della 
cattedrale jùacentina dal 1255 al 1277 e morì nel 1279 (Campi. 
III. p. 5). Come notaio pontifìcio che era fin sotto al nostro 
b. Gregorio X, il quale gli aveva fatta faco'tà di testare {ih.), erasi 
egli stabilito in Poma presso il Laterano; e volendo eseguire le 
ultime volontà dello zio, con atto 7 maggio 1276, (K docum. II 
in fine), donava al capitolo piacentino alcune case in vicinanza di 
s. Stefano in Piacenza acquistate da certo Giovanni Seccamelica 
detto Sugarolo, quale dote per celebrare ogni anno un anniver- 
sario per r anima del cardinale. 

Presenti a questo atto, erano, Oberto Bianchi, canonico pia- 
centino e deputato dal capitolo per ricevere detta donazione, e 
due nipoti di esso Isembardo, cioè Fnlco canonico a Troyes e Isem- 
l)ardo canonico a Reims. 

Or chi dicesse che a questi suoi nipoti, amendue canonici 
in Francia, affidasse Isembardo l'incarico di accompagnare a 
Chiaravalle in Borgogna le spoglie mortali del loro prozio, e che 
nel passaggio per Piacenza, a preghiera del detto Oberto Bianchi 
del capitolo, il quale andava ad assumersi 1' onere dell' anni- 
versario, ne lasciassero qui le piccole reliquie, non crediamo che 
andrebbe molto lungi dal vero. 

Resta quindi accertato che queste reliquie arrivarono fra noi 
non prima del 1256, e più probabilmente nel 1276. 

Xlll. 
Sì scioglie una difficoltà. 

A chi legge la pergamena trovata r.el sarcoftigo, potrebbe 

sorgere una difficoltà, ove si dice: Corpus miteni ipsiiis re- 

qniescit apnd ìuovasferiion Cìaracvallis in Buryundia... Se si 



150 UNA PAGINA RIFATTA NELLA STORIA 

leggesse p. e. corpus eiits deJntinn est etc... tornerebbero bene 
le induzioni su esposte, ma invece leggendosi corpus eius requiescit... 
sembra che all'epoca in cui fu scritta la pergamena, e fu chiuso 
l'avello, la salma del Pecorara era già in Francia, chi sa da 
quanto tempo. 

Non è difficile rispondere a questa difficoltà. Se quando il 
corpo del card. Pecorara fu da Roma recato in Francia, vennero 
tolte le reliquie depositate nel nostro duomo, dato anfhe che 
l'avello fosse tosto ordinato all'artefice, per piccolo che essosia, 
Occorreva il suo tempo per essere eseguito, nel qual tempo intanto 
il corpo viaggiava alla volta di Chiaravalle. Il perchè, quando 
fu scritta la pergamena, e chiuso 1' avello, con tutto rigore si 
poteva scrivere in essa: Corpus ipsiiis requiescit apud monaste- 
rium Ckiraevallìs. La quale espressione, in tempo presente, ha 
un significato continuativo, per cosi dire, essendo fatta l'iscrizione, 
non per chi era presente alla tumulazione delle reliquie, ma per 
chi avrebbe aperto il sarcofiigo. Fummo noi i fortunati, che lo 
ajirimmo, dopo 640 anni che stette chiuso. 

Serve quindi come per un avviso al lettore, quasi dicesse: 
qui del Pecorara non vi è che la mandibola e due falangi di un 
dito, il resto del suo corpo riposa nel monastero di Chiaravalle 
in Borgogna. 

In ogni modo, dato anche che le reliquie fossero state stac- 
cate dal corpo, quando questo era già arrivato a Chiaravalle, 
riraarebbe sempre vero, che ciò non può essere avvenuto prima 
del 1255, 1256. 

Riteniamo però, giova ripeterlo, piti probabile, che le reliquie 
furono collocate nella nostra cattedrale quando Iserubardo donava 
le case di s. Stefano al Capitolo e istituiva 1' anniversario. Ciò 
tanto più, perchè al dire del Campi (II. p. 180) al 25 giugno 
d'ogni anno, celebrandosi il detto anniversario, solevansi an-ora 
accendere, a suoi giorni, certe candele vicino all' avello. 



DEI, CAKDIXAI.E IACOPO PECoIURA 151 

XIV. 

Un' ultima osservazione. 

Nella medesima pergamena si legge: corptis ipsius requiescit... 
iuxta corpus beati Bernardi; ora i nostri storici riportano la se- 
guente memoria, che fu scritta ne' registri del monastero di 
Ohiaravalle: Jiixta h. Malachiam in presbiterio sciìicet ad eius 
sinistram iacet bonae memoriae D. Jacobus de Fhtcentia Ar- 
di idiaconus Ravennae postea monachus Cìaraevallis deinde 
Trium fonfium abbas, denique praenestinus episcopus cardimdis. 

L' esser detto nella nostra pergamena: iuxta corpus beati 
Bernardi, e nella riferita memoria: iuxta b. Malachiam non 
deve iiortare alcuna difficoltà quando si rifletta che tanto s. Mala- 
chia, quanto s. Bernardo sono sepolti nella chiesa del monastero 
di Chiaravalle, vicino 1' aitar maggiore. 

Ecco infatti come si esprime il Martirologio Cistercense al 
5 novembre, (V. Marti roìogium Ronianum ììomne Sahìuccì ÌS4:^ 
pag. 355). 

S. Malachiae ejìiscopi et confessoris, qui omnigenis virtutibus 
refulgens tcrtio nonas Novenibris in Cìaravalle beato fine quievit, 
sepultusque est post altare maius e regione sepuìchri savicti p)atris 
Bernardi ut quos }:ar vitae societas coniunxcrat, etiam tumuli 
vicinia sociaret. 

È vera adunque 1' una e 1" altra locuzione, le quali anzi si 
confermano a vicenda, e fanno pensare che le grandi virtù del 
cardinale Jacopo Pecorara, 1' abbiano reso degno di riposare terzo 
fra quei due grandi. 

La fama di molta pietà di questo insigne piacentino, erasi 
divulgata ovunque, e ne fa fede in modo speciale l'anonimo au- 
tore della vita di Gregorio X, che la scrisse mezzo secolo dopo 
fa morte del Pecorara, edita dal Muratori (/ter. Italie. III. p. 601). 
Anche il maggior suo storico (Tononi pag. 365 e seg.) ne esalta 
le preclare virtù; il Campi (77. p. 180) nell'epigrafe che in lode 
del nostro dettava dice: summ'i cum sanctitatis laude cessit e 
vita. 

Si sa anche che papa Innocenzo IV nel concilio generale di 
Lione, all'udire la morte del Pecorara, che aveva lasciato suo 



152 UNA PAGINA RIFATTA NELLA STORIA 

vicario in Koma, ne fece 1' elogio in i)iena sinodo, e in memoria 
specialmente della invitta costanza di lui nel sopportare gravi 
stenti e catene nella sua prigionia biennale, concesse ai Cardinali 
il c(tppeUo rosso, ammonendoli quello essere il simbolo del sangue 
che dovevano esser parati a versare per la chiesa, per difender la 
quale il cardinale Jacojio Pecornra tanto aveva patito. 

XV. 
Conclusioue. 

Dal sin qui detto, rimane dunque ora accertato, che Jacopo 
Pecorara, piacentino, prima chierico in s. Donnino in patria, poi 
arcidiacono di Ravenna, indi monaco cistercense a Cliiaravalle, 
fu fatto abbate del monastero di Trois Fontaines in Borgogna, 
e non lo fu mai dei ss. Viucenzo e Anastasio alle tre fontane 
di Eoma. 

Quindi non fu cappellano di papa Onorio III, come lo fu 
r omonimo suo confratello trovato dal Campi; e perciò intorno 
all' abbazia del Pecorara conviene proprio rifare la storia, con- 
fessando lo scambio che fece il Cainpi e quanti vennero dopo 
di lui. 

Prima però di abbandonare questa bella figura di invitto 
campione della causa guelfa in Italia e fuori, ci piace aggiun- 
gere un' ultima osservazione. Nessuno ha mai cercato di spiegare 
come il nostro, da arcidiacono che era in Kavenna, carica nobile 
e dignitosa allora, più che non sia al presente, per la giurisdi- 
zione che erale annessa (Thomassin vet. et iwra discipl. p. 1, 
l. 2, e. 17 e Nardi dei parrochi, C. II pag. 328), l'abbia abban- 
donata, non solo per farsi religioso, ma per farsi cistercense, pro- 
prio a Chiaravalle in Francia. 

Il Tononi (p. 26) fti cenno delle discordie che vive erano 
negli anni 1213-1215 in Eavenna, e che probabilmente indussero il 
nostro a lasciare il mondo; e opportunamente cita l'esempio di 
Ubaldo arcivescovo di quella sede, il quale si ritirò tra i canonie 
lateranensi (Rubeus Hist. Eaven. 1112-1115). 

Il Pecorara invece scelse la vita più ritirata del chiostro, 



DEL CARDINALE IACOPO PECORARA 153 

non solo, ma prescelse un chiostro fuori della sua patria, e andò 
a Chiaravalle in Francia. Senza dubbio a ciò fu spinto da un forte 
desiderio di vita perfetta e regolare, giacche dal citato studio di 
Dom Ursmer Berliere (pag. 460) apprendiamo che la riforma 
cisterciense, propagata nel secolo precedente da S. Bernardo, era 
così evangelica e santa, che un benedettino e un canonico rego- 
lare, passando dal loro ordine a quello di Citeaiix, era come se 
lasciasse il secolo. Qnitter son monasière e' est ancor une ma- 
nière de qiiitter le siede. Furono molti in quei dì, gli illustri 
monaci di s. Benedetto, e i canonici regolari che riescirono fa- 
mosi cistercensi ; essi erano detti traiisfugae, e tuttavia tenuti 
per onoratissimi e venerandi. 

Anche la nostra piacentina s. Franca della nobile famiglia 
de Vite alta fu benedettina ma poi sul finire del secolo XII 
abbracciò la riforma cistercense. Forse la riforma di S. Bernardo 
attirò anche le donne claustrali più celebri d'allora ; forse anche 
per queste, qnitter son monast'ere e' est ancor une manière de 
quitter le siede. 

Uno di questi transfugi, fu il nostro Jacopo, senza dubbio 
egli pure canonico regolare, quando era arcidiacono di Kavenna, 
titolo ancor questo per riscuotere maggiormente la nostra ammi- 
razione. 

Mons. Pietro Piacenza 



Abcii. Stor. Pabm. Nuova Serie. • II. 



DOCUMENTI 



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DOCUMENTI 159 

IL 

Donazione di case fatta alla cattedrale piacentina da Isem- 
bardo Pecorara per un anniversario per l' anima del cardinale 
Jacopo suo zio. 

Rogito Giovanni di Donato {Archivio Cajnfoìare di Tiacevza 
Cantonale 6 Cassetta Donazioni fascio. 3 N. 69). 

7 Maggio 1276. 

In nomine domini Amen. Anno a nativitate eiusdem 
M.CC.LXXYI indictione IV nonis mail | pontificatiis d.ni Inno- 
centii pp. Y, anno I. In praesentia mei Notarli et testium | sub- 
scriptorum venerabilis vir d.nus Ysembardus D.ni papae Notarius 
prò anniversario faciendo | in ecclesia piacentina prò bonae memoriae 
d.no Jacobo Episcopo penestrino patruo suo volens | domos positas 
in vicinia s. Stephani Piacentini quas emit, seu suo nomine 
emptae fuerunt | a Ioanne Siccamelica qui alias nominatur suga- 
rolus civis placentinus, donare capitulo ecclesiae | placentinae ipsas 
domos d.no Oberto Bianco d.ni papae capellano et pradictae ec- 
clesiae canonico, | habenti ad hoc mandatum ab ipso Capitulo 
proiit in iustrumento publico continetur scripto manu j .Joannis 
de Yarcio Notarlo piacentino sub anno D.ni MCCLXXYI indictione 
quarta IV Kal. | Aprilis, et a me Ioanne notarlo infrascripto viso 
et lecto recipienti nomine et vice dicti Capituli et | ecclesiae 
placentinae donavit liberaliter Inter vivos ita quod dictum Ca- 
pitulum et ecclesia deinceps | dictas domos habeat et teneat eas 
et exinde quidquid voluerit faciat et tenutam seu posssessionem | 
earumdem possit capere et habere quandocumque sibi placuerit 
sua auctoritate. Constitiiens etiam | se possidere dictas domos 
interim nomine dicti Capituli et ecclesiae, raandans cedens et 
concedens | eidem d.no Oberto, praedicto nomine recipienti omnia 
iura et actiones reales et personales sibi com - | -petentes in domibus 
supradictis faciens et constituens eumdem et per eum dictum 
Capitulum 1 et ecclesiam procuratores tamquam in rem suam in 
iuribus antedictis. Actum Laterani in domo | dicti D.ni Ysembardi. 
Praesentibus D.uis Fulcone canonico Trecensi et Ysembardo ca- 



160 DOCUMENTI 

nonico Ke- | -mensi ac D.uo Armano Pigozo iudice piacentino et 
Jacobo dicto puceio dicti D.ui | Ysenabardi Creviatore et aliis 
testibus ad hoc vocatis et rogatis. 

Ego Ioannes filius quondam Donati Imperiali auctontate 
Notarius praedictis | omnibus interfui et rogatus hant; inde cartam 
scripsi et in publicam formam redegi J . 

III. 

Relazione sulla reposizione delle reliquie del cardinale Jacopo 
Pecorara, fatta il 25 gennaio 1902. 

{Alligata al verbale dell' adunanza del Capitolo della Cat- 
tedrale di quello sfesso giorno). 

I sottoscritti dichiarano e fanno fede che avendo dovuto 
occuparsi della riposizione del piccolo avello del card. Jacopo 
Pecorara, stato rimosso dal suo luogo, nel novembre 1901, hanno 
giudicato opportuno, sentito anche il parere del R.mo Capitolo, 
di far nuova la cassetta di stagno che conteneva le reliquie del 
Pecorara, giacche l'antica era stata, dal tempo, ridotta in mal 
essere sugli spigoli. Aperta quindi l'antica, vi si trovarono, in- 
volte in un drappo di seta gialla bpu conservato, le reliquie co- 
perte da un velo nero mal ridotto dal tempo, e una piccola per- 
gamena. 

Le reliquie sono: La Mandibola inferiore, conservatissiina, di 
colore giallognolo, e con i denti bianchi e sani, mancando ap- 
pena tre incisivi; e le due falangi più lunghe del dito medio di 
una mano. 

La pergamena porta questo scritto: 

« Hae reliqaiae fiiernnt etc. (come è sopra l'iportata). 

Fatta eseguire una nuova cassetta di eguali dimetisioni del- 
l' antica, in essa vennero rimesse le dette sacre reliquie, l' antica 
pergamena, e una nuova scritta, pure su pergamena, in cui era 
indicato il giorno, mese ed anno di questa ultima reposizione 
nella nuova cassetta, sottosegnata colla firma dei due Archivisti 
qui sottoscritti. Dette reliquie e le due pergamene, 1' antica e la 
nuova, furono involte nell' antico drappo di seta gialla, e il tutto 



DOCUMENTI 1()1 

involto ancora in nuovo pezzo di segrino di seta forte, color 
bianco, e chiuse ermeticamente, con saldatura del coperchio, nella 
nuova cassetta di zinco. Il velo nero tutto consunto venne deposto 
neir antica cassetta e depositato iiell' archivio. 

Giova notare che la scoperta della pergamena antichissima, 
ha dato argomento per certificare la data della morte del celebre 
cardinale, {in crastino beati Joannis Bapiistae 25 giugno) data 
controversa fra gli storici, e confermare così che il nostro necro- 
logio antico [Cod. n. 51 Cantonale 5 del nostro Archivio) a.ve\2L 
notato giusto il giorno per 1' anniversario del medesimo cardioale. 

Così pure la stessa scoperta ha insegnato che il card. Pe- 
corara non era stato già abbate delle Tre fontane di Roma, come 
argomentava il nostro Campi (P. 1. pag. 143 e 147) e dopo 
di lui tutti gli storici Giaconio, TJghelli, Poggiali e Tononi, 
hanno ritenuto, ma che invece è stato abbate del monastero delle 
Tre fontane di Francia: Triuni fontium in Burgundia. 

Infatti dalla Galìia Clirisfitnia {voi. 9, pag. 056-061) non 
solo risulta che fino dal 1118 s. Bernardo fondava il monastero 
delle Tre Fonti poco lungi di Chiara valle, ma che nel 1223 e 
1224 reggeva questo monastero, come XVII abbate, uno chiamato 
Giacomo; e dato pure che contemporaneamente nell'omonimo mo- 
nastero delle Tre Fontane di Roma vi fosse abbate un Giacomo 
{dal 1220-1220) come trovò il Campi, non questo era il Peeorara, 
ma quello di cui parla la Gallia Christiana, concordandola col 
contenuto di questa preziosa pergamena. 

Le quali circostanze della data certa della morte, e della 
aggiunta dichiarativa del Trium Fontium in Burgnndia, deno- 
tano che la antica cassetta non venne mai aperta dopo che fu 
eretto il piccolo sarcofago; e che quando mons. Eangoni nel 
primo quinquennio del 1600 tolse lo stesso sarcofago dal coro, 
dove fece eseguire gli stucchi dorati, vivente il canonico 
Campi, questi o non seppe del trasporto, o non potè vedere per 
entro la cassetta, come fortunatamente hanno potuto fare i sot- 
toscritti. Se letta avesse la pergamena, questo diligente storico, 
non solo avrebbe dato per certo il giorno della morte del Peeo- 
rara il 25 giugno 1244, ma non l'avrebbe supposto abbate in 
Eoma. 



162 DOCUMENTI 

I sottoscritti perchè rimanga niemoria di questa riposizione 
e della autenticità delle reliquie e della pergamena contenute e 
racchiuse nel medesimo, hanno stesa questa relazione e l' hanno 
fatta sottoscrivere anche dai Re. mi canonici Saletti e Scrivani, 
i quali furono testimonii della apertura e della chiusura della 
cassetta. 

Piacenza 27 gennaio 1902. 

Sottoscritti: 

Arcipr. Pietro Piacenza Archivista 
Can. D. G. Dallepiane Archivista 
Can. Guglielmo Scrivani Testimonio 
Can.co D. Antonino Saletti Teste. 



TRE CHIESE MEDIEVALI IN PIACENZA 

CHE PRESENTANO LE IDENTICHE DEVIAZIONI 

NEL LORO PIANO ICNOGRAFICO 



È noto come il piano icnografico del Tenopio Cristiano sia 
stato tratto dalla basilica pagana. 

Bizzarri, strani e variatissinai sono i fogliami, le figure che 
adornano le basi, i capitelli delle colonne e le membrature dei 
portali. 

Le maniere architettoniche dei Secoli X.* al XII1.° pare vo- 
lessero linee nuove ad ogni palmo di lavoro e non solo negli 
ornamenti, che ho ricordati, ma anche nel piano icnografico di 
ogni edificio. 

Si osservi infatti come nei piani che presento nessuna linea 
faccia rigoroso riscontro simmetrico con l'opposta; l'asse longi- 
tudinale del tempio (P L) anziché essere normale alla linea 
della facciata (AB) obbliqua su questa, le pile sono allineate 
lungo un lato e non lungo l' altro ; si ha quindi una vera dissi- 
metria e quasi direi una deformazione geometrica del piano stesso. 

E perchè tante anomalìe di tracciato ? 

Sono forse le conseguenze delle frequenti interruzioni che 
avvenivano nella esecuzione delle opere ? o perchè diverse squadre 
di operai, e le une indipendentemente dalle altre lavoravano at- 
torno alla medesima fabbrica? 

Tali supposizioni le feci più volte, ma dopo i rilievi minu- 
ziosi da me compiuti dei piani icnografici delle nostre tre Chiese 
di Santa Brigida { del Secolo IX ), di Santa Eufemia ( del Se- 



Ir 



164 



colo XI ) e della Cattedrale del Secolo XIII ), debbo convin- 
cermi che le anomalìe riscontrate, almeno nei detti tre edifici, 
sono vere bizzarìe dell'arte di quei tempi; di piìi mi trovo in- 
nanzi ad un fatto degno di alquanta considerazione e che mi fa 
dubitare come nel tracciamento del piano icnografico dei tre edifici 
siasi seguito un qualche precetto. 

Si osservino attentamente le qui unite tre planimetrìe: gli 
edifici sono di tre difi"erenti proporzioni, di date lontane tra loro, 
eppure vediamone V accordo nelle deviazioni di^l loro tracciato 
icnografico. 

Le facciate seguono la retta A B ; e se nel mezzo di o- 
gnuna innalziamo le perpendicolari P R, desse non seguono 1' asse 
longitudinale della chiesa, mi deviano e vanno ad intercettare il 
segmento destro di ciascuna abside maggiore; e così anche i muri 
perimetrali di destra convergono sulla nave mediana e si allon- 
tanano di molto dalla normale B C. 

La ripetizione delle specificate deviazioni nel piano icnografico 
di tre chiese costruite alla distanza di un secolo circa 1' una dal- 
l' altra, è un fatto che merita, come dissi, di essere osservato 
attentamente e quindi gioverebbe assai che l'arte potesse trarne 
un qualche costrutto di principii- 

Forse le mie osservazioni mi hanno condotto a congetturare 
cose che non sono ; ma i raffronti da me fatti mi confermerebbero 
che un qualche concetto mistico, a noi tuttora ignoto, regolasse 
le costruzioni di cotesti vecchi edifici. 

Suvvia pertanto coloro che si compiacciono nelle indagini 
archeologiche -artistiche abbiano la compiacenza di esaminare gli 
studi grafici che ho 1' onore di presentar loro. 

Camillo Guidottl 



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:HIESA di S.ta BRIGIDA CHIESA DI SANT' EUFEMI 

(SCALA 1^400} 



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CHIESA CATTEDRALE 

(SCALA 1]600) 



DONI E CAMBI AVUTI DALLA DEPUTAZIOiNE 

neir an7ìo 1902 



N. B. Negli indici dei periodici sono riportate soltanto le memorie storiche 



ArchiTÌo Storico Italiano. — Quinta serie. Anno 1902. 

Tomo XXIX — Note sulle antiche bolle pontificie per Santa 
Maria di Pinerolo (L. Scìiiapareìlì) — La Casa pisana e i suoi 
annessi nel medio evo (continua) (C. LujnJ — 11 Liber Potheris 
del Comune di Brescia fui. Ldttes) — Niccolò di Piero Lam- 
berti d' Arezzo — Nuovi appunti sulla vita e sulle opere del 
Maestro (C. De Fahriczy). 

Tomo XXX — Documenti dell' Archivio Comunale di Tre- 
viglio — Diplomi, Lettere, Kicevute di Imperatori, Cancellieri 
e Vicari Imperiali (G. Bareììi) — Nuovi documenti intorno a 
Giovanni De Medici detto delle Bande Nere (P. Gaidhiez) (con- 
tinua) — Note Statistiche su la popolazione Fiorentina nel XIV 
secolo (N. BodolicoJ — Note sull' origine di alcune istituzioni 
giuridiche di Sardegna duiante il medioevo (F. BrandileoncJ — 
Sulla interpretazione economica della Storia (R. Dalla Volta) 
— Firenze, Vieusseau, 1902. 

Archivio Storico di Lodi. - Anno XXI. 1902. 

Il libro dei Battuti di San Defendente di Lodi. Saggio di 
dialetto lodigiano del Secolo XIV — Lodi, Quirico e Camagni, 
1902. 



166 DONI E CAMBI 

Archivio Storico Lombardo. — Serie III. 

Voi. XYII. — Il probabile itinerario della fuga di Ariberto 
arcivescovo di Milano. (A. BafiiJ. — La Compagnia della Braida 
di Monte volpe nell' antico Suburbio milanese ed il suo Statuto del 
1240. (G. Biscaro) — Fonti e memorie storiche di S. Arialdo. (C. 
Pellegrini) — Notizie sparse sul Sant' Officio in Lombardia du- 
rante i secoli VI e VII. (A. Battisfelhi) — Una lista di vescovi 
italiani presso S. Atanasio. [F. Savio) — Milanesi prigionieri 
di guerra in Pavia nel 1247. {R Maiocchi) — Un codice sco- 
nosciuto di privilegi bergamaschi. {G, Biva) — Gianfrancesco 
Gonzaga signore di Mantova (1407-1420). Studi e ricerche. {F. 
T(irducci) — Nomi locali lombardi. (C. Sahioni). 

Volume XVIII. — Per una nuova edizione del « Liber 
de gestis in civitate Mediolani » di fra Stefanardo da Vimer- 
cate. (Callegaris G.) — Gianfrancesco Gonzaga signore di 
Mantova (cont. e fine) (Tardiicci F.) — L' invasione francese 
in Milano (179G). {Gallavresi G. e Lurani F.) — Sui domini 
di Regina della Scala e dei suoi figli. (Comani F. E.) — Lo- 
dovico Sforza detto il Moro e la Repubblica di Venezia dal- 
l' autunno 1494 alla primavera 1495. {Segre A.) — Milano, 
Bocca, 1902. 

Archivio Storico Messinese. — Anno II. 

Fascicolo 1-2. L'arte tlella stampa in Messima (G. Oliva) 
— Andrea Calamech scultore ed architetto del Secolo XVI. (G. 
La Corte Cailler) — L' ultima iscrizione finanziaria di Taormina 
{G. Rizzo) — Spoglio di Codici Greci del SS. Salvatore esistenti 
nella Biblioteca Universitaria di Messina {S. Rossi) — Notizie 
sulla storia dell' Università di Messina tratte dalle Lettere del 
Padre Geronimo Nadal {G. Cesco) — Diario messinese (1622 
-1712) del notaro Giovanni Chiatto. [G. Arenaprimó). 

Fascicolo 3-4 — Andrea Calamech scultore ed architetto 
del Secolo XVI — {G. La Corte Cailler) — Catalogo dei Codièi 
greci dell'antico monastero del SS. Salvatore, che si conservano 
nella Biblioteca Universitaria di Messina (cont.) {S. Rossi) — 
Elenco parziale di documenti esistenti nell' Archivio Comunale di 
Taormina (G. Rizzo) — Saro Cuciuotta poeta. ( F. Sacca) — 
Messina, D'Amico, 1902 



DONI E CAMBI 167 

Archivio della R. Società Romaua di Storia Patria. 

-— Voi. XXV. — Alcuni documenti dei « Magistri aedificiorum 
Urbis . (Secoli XIII e XIV), (L. Schiapareìli) — Della Cam- 
pagna romana (continuaz.) {G. Tomassetfi) — Iter Italicum 
(continuazione e fine) (^1. Buchellius) — Quando visse Commo- 
diano (continuazione e fine) (G. S. Ranmndo) — Tabularium 
S. Mariae Novae ab an. 982 ad an. 1200 (continua) (P. Fedele) 

— Le carte antiche dell'Archivio Capitolare di S. Pietro in 
Vaticano (continua) {L. Scìiiapareììi) — Vicende della domina- 
zione pontificia nel Patrimonio di S. Pietro in Tuscia dalla tra- 
slazione della sede alla restaurazione dell' Albornoz (continua) 
(J/. Antoneììi) — Il trattato di pace e d' alleanza del 1165-66 
fra Roma e Genova. {Giorgi 1.) — Roma, 1902. 

Archivio Storico Siciliano. — Nuova Serie. 
Anno XXVI. fase. Ili e IV — Un viaggio del Conte di 
Fiandra, Guido di Dampierre, in Sicilia nel 1270. (S*. Tiomanó) 

— Un comune della Sicilia e le sue relazioni con i dominatori 
dell' Isola sino al secolo XVIII (cont.) (G. Fardi). 

Anno XXVII. fase. I e IL — I Siciliani nel blocco e nella 
impresa di Malta dell'anno 1800. (Fomano S.J — Un comune 
della Sicilia e le sue relazioni con i dominatori dell' Isola sino 
al sec. XVIII. (cont. e fine) (Pardi G.) — Palermo, tip. 
« Lo Statuto » 1902. 

Archivio Trentino. — Anno XVII. 1902 — Fase. I. 

— Di Antonio da Trento e dei suoi chiaroscuri (G. Suster) — 
Ricordi militari del Trentino (F. di Sardagna) — Una novella 
air antico Statuto di Riva (1307) (D. ReichJ — Trento, Zippel, 
1902. 

Ateneo Veneto. (L') — Anno XXV. 1902. 

Voi. I. — I drammi musicali di Carlo Goldoni. (C. Musatti) 

— Un carme greco medievale in lode di Venezia. (L. Levi) 

— La fuga del cardinale Molino vescovo di Brescia, (cont. e fine) 
[G. Manolesso Ferro) — Di un' eglo2fa di Lodovico Ariosto e 
della sua allegoria storica. {S. Fermi). 

Voi. IL — La battaglia di Gallipoli e la politica veneto- 
turca (1381-1420). (C. Manfroni) — Vita di Alessandro Severo 
(cont.) (E. Callegari) — Venezia, Visentin], 1902. 



168 DONI E CAMBI 

Atti dell' Accademia di scieiize lettere ed arti degli 
Agiati in Rovereto. — Serie III. Yol. Vili. — La domina- 
zioue genovese in Creta [Gerola G.) — Le Visioni della Storia 

— Il Barone G. Battista Todesclii e l' invasione francese a Ro- 
vereto nel 1796. (PedrolU S.J. — Un ripostiglio di monete 
Meranesi e Venete. — Contributo al Corpus nuramorum italico- 
rum II. {Perini Q.) — Di un carteggio inedito di Francesco 
Maria Zanotti (codice ambrosiano) (Provetizal I).J — Di un 
sigillo in uso a Trento durante il dominio Bavarese (1806-1809)» 
(Rizzoììi L.) — Rovereto, Grandi, 1902. 

Atti della R. Accademia dei Lincei. — AnnoCCXCIX 

— 1902 — Rendiconto dell'adunanza solenne del 1 giugno 1902 

— Roma, 1902. 

Atti della R. Accademia Peloritana. — Anno XVI. 
1901-1902. — Quando Catone il censore apprese la lingua 
greca. (S. Rossi) — Madonna Beatrice fV. Sacca), — Messma, 
D'Amico, 1902, 

Atti e Memorie della R. Deputazione di Storia Pa- 
tria per le Provincie di Romagna. — Serie. III. Voi. XX 

— Sul valore della lira bolognese, (cont.) (Salvioni G. B.) — 
La dominazione degli Estensi a Pieve di Cento. (Peìlegrini A.) 

— A proposito di Imola e di Meldola, nomi di origine longo- 
bardica ed etimologia di Mirandola. (Zanardelli T.J — Un 
feudo frignanese dei conti Orsi di Bologna. (Sorhelli A.) — 
La pianura romagnola divisa ed assegnata ai coloni romani. 
{Picei Pitti F.) — Una pasquinata contro i lettori dello Studio 
Bolognese nel 1563. (Frati L.) — Guido del Duca e la famiglia 
Mainardi. (Amaducci P.J — Lucrezia Borgia nell'imminenza 
delle sue nozze con Alfonso d' Este. (Gandini L. A.) — Gli 
antichi Vicariati dell'appannino bolognese. (Palmieri A.) — 
Bologna 1902. 

Bollettino della R. Deputazione di Storia Patria 
per V Umbria. — Voi. Vili. 

Fase. I. — Di un antico cimitero in Rieti presso i corpi dei 
SS. Martiri Eleuterio ed Anzia. (F. Boschi). 



DONI E CAMBI 169 

Fase. II. — Il Crocifisso della porta di S. Lorenzo iu 
Perugia. fO. Scalvanti) — L' opera di falsificazione di Alfonso 
Ceccarelli (L. Fumi) — Perugia, Unione tip. cooperativa, 1902. 

Campagne del Principe Eugenio di Savoia. — Vo- 
lume XX — Guerra per la successione di Polonia (1733-35). 
Campagna 1735. Torino, 1902. 

Conimeutari dell' Ateneo di Brescia per l' anno 1902. 

— Il Palazzo di Broletto in Brescia. (A. Valentmi) — Di- 
scorso per l'inaugurazione della Loggia delle GnìÌQ (L. Arcioni) 

— Brescia, Apollonio, 1902. 

Del Prato Alberto. — La « Accademica Deputazione » 
di Parma — Estratto della Rivista « Per l'Arte » N. 9, 10, 
n, 18, 14, - Anno XIV — Parma, Pellegrini, 1902. 

Deputazione di Storia Patria per le Provincie Mo- 
denesi. — Contro la esclusione del nome di Reggio nell' Emilia 
dalla iscrizione posta sul monumento della Lega Lombarda eretto 
iu Legnano — Modena, Viucenzi, 1902. 

Documenti per servire alla Storia di Sicilia pub- 
blicati a cura della Società Siciliana per la Storia 
Patria. — Prima Serie. Biplomatica. Voi. XIX — Catalogo 
illustrato del Tabularlo di S. Maria Nuova in Monreale. {C. A. 
Garufi) — Palermo, tip. « Era Nova » 1902. 

Grandi 0. e Dosi N. — I diritti della Città di Piacenza 
sulle acque del torrente Trebbia — Piacenza, Bertola, 1902. 

Indice tripartito dell' Archivio Trentino. — (Volumi 
sedici — anni 1882-1901) - Trento, Zippel, 1902. 

luug Giulio. — Zur erinnerung an lulius Ficker — Miin 
chen « Allgemeinen Zeitung » 1902. 

Lippi Silvio. — Inventario del R. Archivio di Stato di 
Cagliari e notizie delle carte conservate nei più notevoli Archivi 
comunali, vescovili e capitolari della Sardegna — Cagliari, 
Valdès, 1902. 

Aacn. Stor. Parm. Nuova Serie. • II. 12 



170 DONI E CAMBI 

Memorie Storiche della Città e dell' antico Ducato 
della Mirandola. — Voi. XIV — Biografie Mirandolesi — 
Tomo II (L. - O.J (F. Ceretti) — Mirandola, Grilli, 1902. 

Merkel Carlo. — L' opuscolo « De lusiilis nuper inventis > 
del raessiuese Nicolò Scillacio — Milano, Cogliati, 1901. 

NuoAO Archivio Veneto. — Nuova serie — Anno II. 

— Tomo III, parte I — La popolazione di Venezia nei secoli XVI 
e XVII [G. Beìoch) — Alcuni documenti sulle relazioni tra 
Savoia e Venezia nel secolo XVI (A. Segre) — Nuove ricerche 
sopra l'antica costituzione del Comune di Padova {M. Roberti) 

— Le abitazioni dei Foscolo in Venezia e la data del loro ar- 
rivo. {A. Michieìi) — Il Comune di Treviso e i suoi più antichi 
Statuti fino al 1218 (cout.) (G. Bisc'iro) — Canova, la Comptesse 
d'Albany et le tombeau d'Alfieri (L. G. Péìissier) — Anti- 
chità d' Arzignano fV. Barichclìd). 

Tomo III, parte II. — I Castelli di Verona (L. Marinelli) 

— Venezia e Roma in una Cronaca del secolo VI (7?. Galli) 

— La popolazione del territorio padovano nel 1281 {G. Luzzatio) 

— I Francesi a Candia (G. Manfrom) — Canova, la Comptesse 
d'Albany et le tombeau d'Alfieri (coiit.) (L. G. Péìissier). 

Tomo, IV parte I. — Della vita e degli studi di Gio. 
Battista Kamusio. (A. Del Fiero) — Gli Statuti marittimi 
veneziani fino al 1255. (Prefazione A. Sacerdoti. Documenti F. 
PredelU — Diritto Romano e la coltura giuridica in Padova 
sulla fine del sec. XII. fM. Foherti) — Le offerte per la guerra 
di Chioggia e un falsario del quattrocento. fV. Lazzarini). 

Tomo IV. Parte II. — Gli Statuti marittimi veneziani fino 
al 1255. (Documenti, cont. R. PredelU) — Venezia, Visentin!, 
1902. 

Poggi Vittorio. — Gli antichi Statuti di Carpasio (21 
luglio 1433) — Torino stamperia Reale, G. B. Paravia — 1902. 

Rangoni Domenico. — Il lavoro collettivo degli italiani 
al Brasile — S. Paulo (Brasile), Duprat, 1902. 

Rendiconti della R, Accademia dei Lincei. — Serie 



DONI E CAMBI 171 

V. Voi. XI — « Sulle armate tolemaiche » (F. P. Garofalo) 
— « Brano di Storia cinese e coreana » (L. Nocentini). Roma, 
1902. 

Saccaui OioTauuì. — I Vescovi di Reggio-Emilia — 
Cronotassi — Reggio Emilia tip. degli Artigianelli, 1902. 

Schiitte Ludwig. — Der Apenninenpass des Monte Bar- 
done iind die deutschen Keiser — Berlin, Ebering, 1901. 

— Die Lage von Parma und ihre Bedeutimg im Wechsel 
der Zeiten. — Breslau, 1901. 

Statuto della Commissioue Municipale di Storia 
Patria e di Arti belle della Mirandola. — Mirandola, 
Grilli — 1902. 



INDICE DEL VOL. II. 



Albo della E. Deputazione pag. v 

Sunto delle tornate dell'anno accademico 1901-1902 . . . » ix 

Alinovi Enrico — Bibliografia Parmense della seconda metà del 

secolo XIX » 1 

Tononi are. Gaetano — Relazioni di Tedaldo Visconti (Gregorio X) 

coir Inghilterra » 123 

Piacenza mons. Pietro — Una pagina rifatta nella storia del Car- 
dinale Jacopo Pecorara ...» 133 

GuiDOTTi prof. Camillo — Tre ch'esc medievali in Piacenza che 

presentano le identiche deviazioni nel loro piano icnografico » 163 

Doni e cambi ricevuti dalla Deputazione nell'anno 1902 . . » 165 



/^ 



ARCHIVfO STORICO 



PER 



LE PROVINCIE PARMENSI 



PUBBLICATO 



DALLA R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA 



NUOTA SERIE 

Volume III. — Anno 1903 



PARMA 

PRESSO LA R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA 
1905. 



■: '3 19o, 



INDICE DEL VOL. III. 



Albo della R. Deputazione pag. v 

Sunto delle tornate dell anno accademico 1902-1903 .... » ix 

CoGGiOLA Giulio — I Farnesi ed il Ducato di Parma e Piacenza 1 

Sanvitalb Luigi — Commemorazione dei Segretario dott. cav. 

Alberto Amadei » 285 

Doni e cambi ricevuti dalla Deputazione nell'anno 1903 ... » 301 



ARCHIVIO STORICO 



PER 



LE PROVINCIE PARMENSI 



PUBBLICATO 



DALLA R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA 



NUOTA SERIE 

Volume III. — Anno 1903 



PARMA 

PRESSO LA. R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA 

1905. 



Parma, 190B - Stab. Tip. L. Battei. 



ALBO DELLA R. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA 

PER LE PROVINCIE PARMENSI 



1" Novembre 1903. 

Sede di Parma 

Mariotti doti, conini. Giovaiiui, Sen. del Regno. Presidente. 
BoSELLi iiob. comic. Antonio, Segretario. 
Passerini dott. Giorgio, Tesoriere. 

MEMBRI ATTIVI 

Benassi dott. prof. Umberto. 

BosELLi nob. comm. Antonio, predetto. 

Brandileone prof. cav. Francesco. 

Capasso dott. prof. Gaetano. 

Caputo prof. cav. Michele. 

Casa dott. cav. Emilio. 

Costa dott. prof. Emilio. 

Mariotti dott. comm. Giovanni, predetto. 

Passerini dott. Giorgio, predetto. 

Perreau sac. cav. Pietro. 

Rondavi nob. prof. Alberto. 

Sanvitale conte dott. Luigi. 

MEMBRI EMERITI 

PlGORiNi prof, eoa m. Luigi. 
Poggi comm. Vittorio. 
ToMMASiNi avv. prof. Gustavo. 



i 



VI 

Sottosezione di Piacenza 

Tononi arcip. Gaetano, Vicepresifìenie. 

MEMBRI ATTIVI 

Cerei Leopoldo. 

Grandi avv. cav. Gaetano. 

Marazzani conte cav. Lodovico. 

Nasalli Kocca conte Giuseppe. 

Piacenza mons. Pietro. 

Tononi an-ip. Gaetano, jtnrldto. 

Sottosezione di Pontrenioli. 

N. N., Vicepre-sifìenfc. 

MEMBRI ATTIVI 

CiMAi'i cav. Camillo. 
Dosi march. Andrea. 
Restoki dott. prof. Antonio. 
Sforza nob. cav. Giovanni. 



SOCI CORRISPONDENTI 

Alvisi cav. Edoardo. — (Parma). 
Ambrosoli dott. Solone. — (Milano). 
B0L0C4NA avv. cav. Pietro. — (Firenze). 
Cairo avv. Giovanni. — (Codogno). 
Capasso dott. prof. Carlo. — (Sondrio). 
Cappelli dott. prof. cav. Adriano. — (Parma). 
Cerretti nob. sac. cav. Felice. — (Mirandola). 
CoGGiOLA dott. Giulio. — (Venezia). 
Claretta bar. Gaudenzio. — (Torino). 
D' Ancona prof. comm. Alessandro. — (Pisa). 
Da Ponte avv. cav. Pietro. — (Brescia). 
Delisle prof. Leopoldo. — (Parigi). 
Del Prato dott. prof. Alberto. — (Parma). 



▼n 



De Paoli avv. coimn. Enrico. — (Roma). 
Faccioli prof. cav. Raffaele. — (Bologna). 
Paelli Emilio. — (Roma). 
Fé A comm. Pietro. — (Roma). 
Ferrar[ prof. Giulio. — (Piacenza). 
GiAREi.Li avv. Federico. — (Piacenza). 
Gui DOTTI prof. Camillo. — (Piacenza). 
Hof.der-Egger prof. Osvaldo. — (Berlino). 
Jung dott. prof. Giulio. — (Praga). 
Loria dott. cav. Cesare. — (Parma). 
Magani raoiìs. Francesco. — (Parma). 

Magni Gkipfi march, cav. Alessandro. — (Sarzana). 

Martini avv. cav. Antonio. — (Roma). 

Mazzini dott. Ubaldo. — (Spezia). 

Micheli dott. Giuseppe. — (Parma). 

Neki prof. cav. Achille. — (Genova). 

Pellegrini dott. prof. Flaminio. — (Roma). 

Pflugk-Harttung dott. Giulio. — (Tubinga). 

Poi>EST.i mous. Luigi. — (Sarzana). 

Podestà avv. cav. Paolo. — (Sarzana). 

Profes^'-ione prof. Alfonso. — (Modena). 

Ricci dott. Corrado. — (Milano). 

RiDOLFi prof. Enrico. ~ (Firenze). 

Rossi prof. cav. Luigi. — (Bologna). 

Saccani arcip. Giovanni. — (Reggio Emilia). 

ScHiAPARELLi dott. prof. Luigi. — (Firenze). 

Seletti avv.* cav. Emilio. — (Milano). 

Spinelli cav. Alessandro Giuseppe. — (Modena). 

Staffetti conte dott. Luigi. — (Massa). 

Tassoni dott. Celso. - (Rovigo). 



DEFUNTI 
Amadri dott. cav. Alberto. — (Parma) 



SUNTO DELLE TORNATE 



B. DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LE PROVINCIE PARMENSI 



ANNO ACCADEMICO 1902-1903 



I. TORNATA — 22 giugno 1903. 

Il Presidente commemora il defunto prof. Lic nello Modena Membro- 
Attivo della nostra Deputazione, mancato fi vivi il 14 agosto dello scorso 
anno, ricordandone i nulti meriti come bibliofi'o e come orientalista ed 
elogiando, fra gli altri suoi scritti, la « Bibliografia del padre Ireneo Affò » 
e la « Vita ed opere di Immanuele Eomano ». 

Per r altro compianto collega il dott. Alberto Amadei il Presidente dà 
la parola al dott. Luigi Sanvitale che ne legge la commemorazione, la quale 
sarà inserita nell'Archivio Storico di quest'anno. 

Si procede quindi alla votazione per la nomina del Segretario della De- 
putazione e risulta eletto ad unanimità il socio Boselli nob. comm. Antonio. 
Questi, lingraziando dell' alto onore dichiara di rimettersi a'ia volontà dei 
colleghi, a patto però che la retribuzione^ assegnata a tale carica, a termine 
dell'art. 31 dello Statuto Sociale, vada invece in aumento del fondo per le 
nostre pubblicazioni. La Deputazione accetta 1' offerta con plauso ed il Pre- 
sidente dichiara che proporrà al Ministero la variante pel prossimo esercizio 
finanziario. 

11 Vicepresidente are. Tononi propone la pubblicazione delle « Aggiunte 
alle Memorie Storiche della Città di Piacenza di Cristoforo Poggiali » e te 
Deputazione delibera di pubblicare le dette Aggiunte in un volume speciale 
con note biografiche e bibliografiche. 



I[. TORNATA - 15 luglio 1903. 

Fatto lo scrutinio delle schede per la votazione sulle proposte di nuovi 
Membri Attivi e Soci Corrispondenti, presentate nella tornata del 22 
giugno p. p., si ebbe il risultato seguente. 

Sono eletti Membri Attivi i Soci Corrispondenti: 

BosELLi nob. coram. Antonio 

Sanvitale conte dott. Luigi 
Sono eletti Soci Corrispondenti i signori: 

BoNAzzi dott. cav. Giuliano 

Cairo avv. Giovanni 

Cappelli dott. prof. Adriano 

Del Prato dott. prof. Alberto 

Ferraui prof. Giulio 

Il Presidente comunica che il Ministero dell' Istruzione Pubblica ha 
approvato il bilancio preventivo della Deputazione per V esercizio finanziario 
1903-1904 colla variante proposta nella tornata del 22 giugno u.s. 

La Deputazione riconoscendo la necessità di mettere in corrente la 
pubblicazione dell' Archivio Storico che per vari motivi è arretrata di otto 
anni, fa voti perchè sia ripresa al più presto possibile. 



/ 



MEMORIE 



I FARNESI 

ED ir. DUCATO DI PARMA E PIACENZA 
DUKANTP] IL PONTIFICATO DI PAOLO IV 



PREFAZIONE. 

La storia di casa Faruese, dominatrice di quel territorio che 
il pontefice Paolo III erigeva a ducato in favore di Pier Luigi 
suo figlio, è nota nelle linee generali ed in molti particolari 
opisodii sino a tutto il tempo del papato di Giulio ITI, mercè 
le notizie che, oltre quelle degli storici contemporanei, hanno 
curato di raccoglierci l'Affò, l'Odorici, il De Leva, il Ronchini, 
i due Oapasso, ultimamente il De Navenne ed altri molti. Che 
^e a queste aggiungasi tutto quanto il materiale che noi possiamo 
togliere, ad illustrazione del periodo anzidetto, dagli autori che 
hanno rivolto i loro studii a varii personaggi coi quali i Farnesi 
si trovarono in relazione, si vedrà che non così urgente, sebbene 
alla fine pur necessario, si presenta un lavoro complessivo sui 
primi anni del governo di quei principi in Parma e Piacenza. Ma 
non altrettanto si può dire deP periodo successivo. 

La dominazione di Ottavio, uscito ch'egli fu dalla guerra 
mossagli dal Papa e dall'Imperatore nel 1551, è rimasta quasi 
sconosciuta, per il difetto di opere speciali sull'argomento, per la 
mancanza degli storici del tempo, i quali, in gran parte, non 
varcano la metà del secolo, per la scarsezza di fonti indirette 

Arch. Stok, Pakm. Nuova Serie. - 111. ' 



2 I FAFtNKSr ED II, DUCATO 

alle quali attingere intorno ai rapporti dei varii potentati con il 
Duca, legato ad essi o avverso per ragioni derivanti dalla natura 
e dalla posizione del suo stato. Cosicché Io studioso, quando ha 
consultato l'Adriani, l'Angeli, il IMuratori, deve starsi contento a 
ijuauto da quelli ha ritratio, il che, se è sufficiente per una 
cognizione generica dei più importanti avvenimenti, non può in 
nessun modo bastare alle esigenze di una storia regionale che, 
pur non isolandosi dall'universale corso delle vicende, vuole trattati 
Hiinuia mente i fatti che abbraccia in un ambito }»iii ristretto. 

Non mancano, è vero, anche qui alcuni sussidii, oltre gli 
storici rammentati ; sussidii consistenti in raccolte di documenti 
die gettano qualche luce sui moti di questi anni tempestosi : 
tali le lettere del Caro scritte a nome del cardinale Farnese, 
stampate la prima volta dal Comino ; tali le lettere del Caro 
stesso pubblicate, assieme a molte di illustri uomini del '500, 
dal Eonchini (per tacere di altre pubblicazioni che saranno citate 
nel corso del lavoro): ma, quando si consideri il metodo e la 
sostanza di siffatte raccolte, si vedrà di leggeri che non grande 
vantaggio possono, da sole, recare ed alle lettere e alla storili 
letteraria ed alla storia civile e politica. Ne paia l' affertti azione 
troppo assoluta; poiché, in realtà, se togliamo alcuni casi nei 
quali ignote o non ben note circostanze della vita dei celebri 
letterati che dettarono quegli scritti, ci vengono, in grazia ad 
essi, dimostrate o chiarite; il più delle volte, indarno lo studioso 
dello stile vi cerca la forma (come dicono gli editori) corretta e 
classica del trattare gli affari, distratto dal contenuto storico: 
indarno l'investigatore di politici maneggi vi scruta il completo 
svolgersi di una trattativa o i minuti casi di una guerra, per 
essere gli scritti di uno o pochi uomini famosi null'altro che una 
piccola ed imperfetta parte di tal negoziato all'esatta compren- 
sione del quale hanno identica ed imprescindibile importanza le 
lettere e le memorie anche di gente d'arme e rozza e illetterata. 
E questo giustamente, a parer nostro, osservava il Guasti nel 
dar notizia suW Archivio storico italiano della pubblicazione del 



DI PARMA E PIACENZA 3 

RoiK-hiui (1), cui muove, quasi, rimprovero di aver contribuito 
a perpetuare un epistolario scelto, costituente un tutto a sé 
nella vasta massa del Carteggio farncsìano, al quale doveva, 
con ordine cronologico, rimanere incorporato. Cliè, se il iloncliini 
lia sufficiente scusa nel tatto che impossibile gli riusciva distare 
ciò che innan/.i a lui era stato iniziato (di guisa che unico 
rimedio si presentava il proseguire la scelta di lettere) ed in 
molte altro ragioni clic qui e inutile rammentare, ciò non toglie 
punto di valore all'osservazione generale, confermataci, col fatto, 
dal Ronchiiii medesimo in quei luoghi dove, a dilucidazione di 
accenni contenuti nelle sue lettere, è costretto a servirsi di altri 
documenti che gli offrivano il Carteggio farnesiano o collezioni 
•diverse di carte. 

Ora, se tutto questo è vero, è vero pure quanto nel caso 
particolare notavamo riguardo alle citate raccolte, che si dicevano 
insufficienti alla ricostruzione, al possibile perfetta, del succedersi 
degli avvenimenti nel Ducato, a partire dalla metà circa del 
secolo XV] . Ond'è che, proponendoci di esaminare la condotta 
politica di Ottavio, a partire da quel punto segnato da principio, 
dovemmo ricorrere, senz'altro, ai documenti originali e conside- 
rarne gran numero, valendoci anche, naturalmente, di quanto già 
si trova edito e che, in tal guisa, può dare il suo vero ed utile 
contributo. 

Sulla scorta, pertanto, dei documenti radunati da molte 
parti si verrà, mano mano, delineando il modo tenuto dal Duca 
e dal suo governo per mantenere sicuro il sempre vaccinante 
dominio fra mezzo all'agitarsi delle guerre, che, mosse dalle 
ambiziose mire di due potenti monarchi, funestarono per tanto 
tempo l'Europa tutta e specialmente l'infelice Italia. 1 mutamenti 
nell'indirizzo politico si potranno seguire non solo, ma spiegare 
e giustificare; le vicende dell'armi, quando queste si avvicinarono 



1 (1) Archivio storico italiano; Nuova serie, Voi. 1, Dispensa 2, pag. 20t 
! e see. 



i I FARNESI ED IL DUCATO 

e si agitarono negli stati del Duca, appariranno nei più precisi 
ragguagli; la condizione economica della camera ducale, dei 
teudatarii e dei sudditi non mancherà di mostrarsi, molto spesso, 
come la causa efficiente di gian parte dei fatti. E tutto ciò per 
uno spazio di tempo che noi dobbiamo assai limitare adesso, ma 
che potrà ampliarsi da altri se quel lodevole fervore per gli stu- 
di di storia parmense che ha prodotto, a. e., la poderosa opera 
del Benassi troverà, come speriamo, volonterosi imitatori. 

Perchè, poi, dovendo restringerci, in vista della grande quan- 
tità del materiale, a un breve giro di anni, abbiamo scelto il pe- 
riodo, appunto, del pontificato di un papa. Paolo IV, non è dif- 
tìcilo a comprendersi. 

Il Ducato di Pavma, come dicemmo, ripete la sua origine da 
un pontefice: per l'investitura che Paolo III dava a Pierluigi, 
venivano distaccate dal territorio ecclesiastico, comunque questo 
le possedesse, le due città di Parma e Piacenza, e se ne formava 
uno stato, distinto è vero, ma, nello stesso tempo, dipendente 
dalla Santa Sede. Quindi Giulio IH, quando muove guerra ad 
Ottavio, lo spoglia del Ducato e lo tratta da libelle alla Chiesa: 
quindi Paolo IV, innalzato alla somma dignità per opera dei 
Farnesi, segna subito, ad istanza di questi, un breve di reintegra- 
zione piena ed assoluta. E l'accetta il Duca, il quale, riconoscendo 
la natura, diremo così, ecclesiastica del suo Stato, anche quando 
lascia i francesi per gli imperiali, nemici del pontefice, e diret- 
tamente da Filippo II riacquista Piacenza, non intende già di- 
ventar nemico a quello, ma cerca in tutti i modi di mantenere 
le migliori relazioni con la Corte di Koma. 

Data questa subordinazione, è ben naturale che ogni muta- 
mento di pontefice porti seco un mutamento nei rapporti del Duca 
con la Chiesa e con gli altri stati, a seconda dell'inclinazione del 
nuovo eletto; e si capisce, quindi, come ad ogni pontificato, iu 
Koma, corrisponda un indirizzo politico più o meno mutato dal- 1 
l'antecedente, ma sempre nuovo nel complesso, in Parma: così ' 
da permettere per la storia del Ducato una divisione in altret- 



DI PARMA E PIACENZA 5 

tanti grandi capitoli, quanti sono i papi che si vengono siicce- 
deodo sul seggio di S. Pietro. 

E tale criterio, per l'appunto, ci indusse a trattare in que- 
sfo primo saggio « I Farnesi ed il ducato di Parma e Piacenza >> 
'Inrante il pontificato del Caraffa, col quale, successo quasi diret- 
tamente a Giulio III, si inizia quel periodo di scarse notizie sugli 
avvenimenti dello Stato nostro, di che addietro tenemmo parola 



^ 



LIBRO PRIMO 



Uno sguardo retrospettivo allo stato di cose derivato 
dalla guerra faruesiana del 1551. Elezione di Paolo 
IV e parte avuta in essa dai Farnesi. Breve della 
reintegrazione in favore di Ottavio. Servigi prestati 
dal Duca al Papa ed ai Francesi nello stato di lioma. 
Primi disgusti e coniinciamento delle pratiche con gli 
imperiali. 



CAPITOLO PKIMO 

§ 1. Uno sguardo arlrUetro. V epìlogo delia guerra del '51. 
I due trattati. 

L'epilogo della famosa guerra farnesiana del 1551 è a tutti 
uoto per il racconto degli storici (1). Una sospensione d'armi, 
duratura due anni, veniva il 29 aprile '52 sottoscritta dal pon- 
tefice Giulio III e dal cardinale di Tournon (2), come rappre- 

N. B. — Per T indicazione esatta delle opere citate si veda Vindice 
bibliografico alla fine del volume. 

flj Cfr. Adriani, pag. 571 e segg. — Segni, voi. Ili, pag. 781 — Angeli, 
pag. 588 — GosELLiM, Compendio storico.., p. 223 e segg. — Pallavicino, 
libro XIII, cnp, 2"^ — Muratohi, Annali^ all' anno 155"2 — Kui'KK 
Einleitufig al XII voi. delle Nuntiaturberichte mts Deutschland, p. LXI. 

(2) I capitoli della sospensione d'armi, riferiti succintamente da molti 
Itegli autori citati, sono offerti per esteso dal solo Angeli, in modo che con- 
corda affatto con le varie copie autentiche (iel documento le quali si tro- 
vano nell' Archivio di Stato in Parma, Mazzo: Guerra di Parma del 
i531 ecc. — Erra il Muratori asserendo, nel luogo citato degli Annali , 
che i capitoli detti fì trovino anche nel De Mont. Si trovano, invece, nelle 



8 r FARNESI EP IL DUCATO 

sentante del IJe di Francia, ed era, quindi, sottoposta, entro 
quindici giorni, alla ratificazione dell' luiperatore, il quale, per 
quanto collegato del Papa, non rimaneva vincolato allatto dal- 
l' accettazione di questo, fatta a nome proprio esclusivamente. 

1 capitoli del temporaneo accordo n( u mancavano di dichia- 
rarlo: « .... in caso che S. M, Ces.*'' non trovi buono ne voglia 
ratificare i sudetti articoli, in quello che toccano a S. M. Ces.''''* , S. S. 
non lascierà di ritirarsi in fatto et in tutto della guerra, senza pre- 
stare ad esso Imperatore V autorità sua, ne aiutarlo ne di favore, 
né di gente, ne di danaro, uè di vettovaglie, uè altramente in qua- 
lunque maniera si sia » (1). Carlo V, difatti, non ratificò 
subito la couveuzione, assai poco soddisfatto del procedere del 
Pontefice, che egli classificò al Nunzio, chiaramente, come non 
troppo leale; e la guerra sarebbe, forse, durata ancora qualche 
tempo, se le circostanze non avessero contribuito a renderne im- 
possibile il prolungamento. Giacché tutti i forti attorno alla 'Mi- 
randola, i quali, con il ritirarsi delle truppe ])ontificie, dovevano 
essere in loro luogo occupati dai soldati imperiali, furono, invece. 
presi e distrutti dai francesi e dai terrieri medesimi (comunque 
la cosa passasse (2)), impedendosi per tal modo alle truppe di Cesare 
la continuazione dell'assedio. 11 ratificare i capitoli della tregua 

Lettere dei principi^ t. Ili, j^ag. 123,124 — Furono poi ripubblicati 
in appendice al volume citato delle Nuntiaturherichte, di su una copia 
vaticana, con la data del 25 aprile, che non corrisjonde a quella della de- 
finitiva segnatura. Nel testo vi sono anche alcune piccole varianti. 

(1) Al trattato del 29 aprile '52 aderì in Parma, il 7 maggio, il co- 
mandante delle forze francesi Paolo di Terraes, con solenne atto rogato dal 
cancelliere ducale Baldassare dell'Aquila. Lo ricorda anche il Ronchini nella 
prefazione alle lettere di B. Cavalcanti, da lui pubblicate, pag. XXVI, XXVI 1; 
e si trova tra i Rogiti camerali di Parma (R. Aucmv. di Stato). 

(2) V. Pallavicino {luogo citato), il quale ci mostra come il Papa de.-se 
la colpa dell' avvenimento all' inesperienza dei soldati mandati a sostituire 
i pontificii; mentre gli imperiali accusavano l' invidia di questi che avrebbero, 
in tal modo, cercato di impedire ogni loro possibile vantaggio. A questo 
proposito si confronti anche: G. Goìellini, Vita di D. Ferrando Gonzaga; 
p. 190 e 356 e segg.; Chiesi, Papa Giulio III e la guerra di Parma... 
pag VIS); Cronaca della nobilissima famiglia Pico... p. 128-29; Balan, 
Gli asseU della Mira» 'f ola, \>. 47; De Leva. Storia di Carlo V, \o].\; 
p 365; e più che tutto i documenti 115. 116 e 117 delle Nuntiaturberichie. 



DI PARMA E PIACENZA 9 

era, dopo questo, inevitabile (1); De tardò a giungere 1' adesione del- 
l' Imperatore (accettata uono^taiile il piccolo ritardo), in conse- 
guenza della quale, il 29 maggio del medesimo anno, si stabi- 
lirono tVa i capitani cesarei, dall' un Iato, e il Duca coi ministri 
francesi, dall' altro, nuove e più minute clausole d' accordo (2). 
Per il trattato del 29 aprile si pattuiva che « tutte le censure, 
senteutie, pene et esecutioni che potranno esser state fatte et date 
contra il duca Ottavio et suoi fratelli restara uno sospese durante 
il detto tempo [di 2 anni] et parimenti tutte le sententie ecc. contro 
le persone et beni di Strozzi, Paolo Orsino, Aurelio Fregoso et 
altri effettuali servitori del Re et della casa Farnese et del Conte 
della Mirandola, et li saranno restituiti tutti i loro beni, quali 
fossero in maro della Camera apostolica o d' altri dopo la guerra, 
per mandato o consenso di S. S. et de suoi ministri, et levato 
ogni sequestro, caso che vi fosse stato posto ». Con ciò Ottavio 

(1) Cfr. lettera di Monte al Gamaiani del 18 maggio, da Fioiiia (Voi. 
citato delle NuntiaturbericJife, p. 354); e la lettera del Serristori al Duca 
di Firenze dei 16 maggio, riferita in nota al Inogo citato delle Nuntiaiiir- 
berichte. Cfr. anche nn notevole Lri.iio di lettera di Carlo V alla Ref.'iiia 
Maria d'Ungheria dei 30 maggio '52 {Correspondenz des Kaiser Earls 
V....mitgetheilt von... Lanz, 111, pag. 206). 

« .... Et me pourray tant mieulx servir des dits espagnols puisque je 
fais lever le siege de devant Parme, ayant accepte destre corapris en la 
treve qua le pape a fait avec le roy, pour veoir le peu d'apparence quii y 
a de pouvoir esperer, apres avoir abandonne le pape li siege de la Miran- 
dula saus avoir donne moyen a mes gens dentrer aux forts, de parvenir a 
la reddicion dudit Parme, sinon avcc ]>icn Ione tenps et frais insuppor- 
tables et maulvaise satlsfaction gcneralement de tonte litalie, qui nieult peu 
imputer que ce que jay tousjours dit que le siege dudit Parme estoit pour 
assister au pape et non pour y pretendre en mon particulier, fut fainct 
polir parvenir a mon desaing. . >. 

(2) Questo trattato del 29 maggio, cui pare accenni il Pallavicino in una 
nota (voi. 2, pag. 370), è inedito e non conosciuto dagli altri storici. Il do- 
cumento autentico con le firme autografe di Ottavio Farnese, Paolo di Termt-s 
Gian Giacomo de' Medici sta nell'ARcnivio ni Stato di P.akma: Mozzo: 
Guerra di Panna del 155 i ecc. Lo pongo in Aiìpendice, n. 1. 

Notiamo che que>to mazzo dell'Archivio parmense, ricco di dtcumenti 
molto importanti su gli avvenimenti di quel tempo, è rimasto ignoto al De 
Leva, prima, al Kupke poi, nono.starte che ambedue attingessero ad altre 
collezioni del medesimo Archivio. 



10 T FARNESI ED IT, DUCATO 

veniva riposto in possesso di Parma, alla stessa guisa che Orazio 
Farnese riotteneva Castro, il quale, per maggior sicurezza, era 
dato in custodia al Cardinale Farnese, assicurandone questi, con 
atto notarile dato in Firenze il dì 4 di maggio 1552 (1), la 
custodia e la perfetta neutralità. Neil' accordo, poi, del 29 maggio, 
secondo il tenore generale del primo atto, cioè che tutti godessero 
tranquillamente i loro beni, si nominavano singolarmente quei 
signori e feudatarii del Ducato i quali, per aver presa parte alla 
passata guerra, militando variamente nei due campi, dovevano 
adesso aver garanzia di non essere molestati dall'uno e dall'altro 
dei contraenti. Ottavio prometteva quindi « di lasciar godere il 
suo al conte di Sala, alli signori de Eossi, al marchese Antonio 
Pallavicino e ad ogni altra persona che havesse tenuta la parte 
imperiale, sì stando absenti come se staranno alle case loro ». 
E il Marchese di Marignano, firmatario per l'Imperatore del- 
l' accordo, prometteva medesimamente « di lasciar godere il suo 
al conte Federico di Fontanella, al signor Paolo Simonetta da 
Torricella, al signor Giulio Sforza da Pellegrino, al conte di Sissa, 
al marchese Leccacorvo et ad ogni altro che habbia servito al 
Ke cristia.™" et all' ecc.™" signor Duca in questa guerra » (2). 

(1) Anclie questo istruineuto, iguoto al Pallavicino non meno che agli 
altri storici, è noli' Archivio di Stato di Pakma, Maz/o ricordato. Il 
Card., il quale si trovava ancora a Firenze (dove si era rilugiato in seguito 
allo sdegno del Pontefice cnitro tutta la casa Farnesf). assicura che, avendo 
piena notizia delle condizioni stipulate tra il Papa e la Francia, adempierà 
immancahilraente il dover suo, per quanto riguarda la custodia dello Stato di 
Castro, a lui rilasciato in governo a nome di Orazio Farnese, vietando che 
da quello Stato venga fatto alcun danno al territorio della Chiesa od al contado 
di Siena, dominio dell' Imperatore. 

(2) Il capitolo per cui si sospendevano tutte le censure e sentenze con- 
tro Ottavio fu uno di quelli che peggio impressionarono la Corte dell'Jnipe 
ratore. Monsig. d'Arras dichiarava al Camaiani (Lettera del Caniaiaui dei 
19 aprile. Nuntiaturberichte, n, 109) che < oltre alli altri inconvenienti > 
gli pareva ne seguisse uno principalmente, « che, se bene S. M. Cesarea volesse 
seguitare l'impresa di Parma da sé, la non lo potesse fare, togliendoseli l'au- 
torità di S. S. et suspendendosi le censure et «sentenze contro Ottavio, 
poiché S. M. si è ingerita in questa impresa con l'autorità della chiesa.... 
potrebbe esserne imputata nel seguitar tal guerra; et lassandola ne seguirà 

maggior disturbo et scompiglio de tutta Italia.. . >. 



DI PARMA E PIACENZA 11 

§ 2. Dispareri mir applicazione del trattato. 
Inobedienza dei feudatarii. Accomodamenti. 

Ma, a questo punto, cominciarono a nascere i guai; giacche 
in tutte e due le capitolazioni, dell'aprile e del maggio, rimaneva 
non discussa una questione, un caso giuridico, il quale poteva 
sfuggire nella trattazione teorica dell' accordo, essendo facile a 
ciascuno degli interessati crederlo supposto ed antecedentemente 
risolto, a modo proprio, in uno degli altri articoli; ma che doveva 
pur presentarsi nella pratica aiqtlicazione dei patti. Ottavio, in 
virtù del trattato del 29 aprile, otteneva la sospensione di tutte 
le censure e monitorii papali, nonché delle sentenze di confìsca- 
zione e privazione del feudo che a lui, come a vassallo ribelle e 
disubbediente della santa sede, erano state applicate da Giulio IH 
nel '51 (1). Un paragrafo di quella sentenza discioglieva la co- 
munità di Parma e tutti i feudatari, finché non sopravvenisse 
altro ordine papale, dal giuramento di fedeltà già prestato al 
Duca, e vietava loro di favorire in qualsiasi modo il principe ca- 
duto in ira al Pontefice (2). Ora, pareva ad Ottavio naturale 
che, rimanendo sospeso anche l'effetto di un tal paragrafo, fossero 
tenuti i feudatari, mentre la tregua durava, a fargli quegli atti di 
omaggio dai quali erano stati esentati prima per la disposizione 
papale; e perciò, in quel capitolo che abbiamo visto uell' atto del 
29 maggio, stabilendo che i feudatarii ivi nominati godessero il 
suo, intendeva che ciò avvenisse subordinatamente alla presta- 
li) V. nel FoNTANiNi, Istoria del dominio. .. fia i documenti posti in 
appendice, pag. 348 e seg. : e neh' [Anionelli]. Ragioni della Sede aposto- 
lica..., parte IV, docum. 36. 

(2) FoNTANiNi, pag. 351 : Insuper cum ipse Octavius, ut ex praemissis 
constat, nobis infidelis et inobediens ac rebellis fuerit et sit, ac propterea 
facto et culpa sua ab omni iure infeudationis, homagii et iuiamenti sibi a 
feudatariis, subditis et vassallis ipsius civitatis, etiam vel aliis prò eo rcci- 
pientibus, quomodolibet dati vel piaestiti ceciderit, ideo eamdem civilatcni 
Parmae, tam comunitatem ipsara et generale consiliuni in coramune, quani 
omnes et singulos ecclesiasticos et saeculares, tam in dieta civitate quam in 
eius pertinentiis, comitatu et districtu habitantes vel aliter degentes et 
eiistentes, ac feudatarios et vassallos omnes et quomodolibet interesse habentes... 
a quocumque vinculo iuramenli, fidelitatis .. absolvemus et totaliter libe- 
ramns ». 



12 I PAUNESI RD IL DUCATO 

zioue dell'ossequio feudale « more solito ». Altrimenti iuterpre- 
tavauo la cosa i feudatarii che tenevano nelle loro rocche i [ire- 
sidii imperiali; perchè essi, stimando sconveniente alla loro di- 
gnità r inchinarsi, dopo una semplice tregua, ad un i-riucipe 
contro il quale, spirato il termine dei due anni, avrebbero forse 
riprese le armi, si tenevano fermi al puro contenuto dei patti, ove 
non era fatta menzione di omaggio feudale da prestarsi in quel 
temporaneo cessare delle ostilità. Di qui 1' occasione a risentimenti 
e lagnanze che non tardarono a comparire. Ottavio si rivolse, da 
principio, al Pontefice (1), dal quale non ottenne una risposta 
chiara e soddisfacente; ed egli allora cercò di porre come inter- 
mediario Tournon. lo stipulatore dell'accordo del 29 aprile. Il 
Buoncambi. agente del Duca, a nome di questo espose al Cardi- 
nale lo stato delle cose, riassumendo in quattro capi principali 
le lagnanze del padrone e cercando di mostrare, per ogni singolo 
capo, le ragioni, affinchè il prelato francese potesse rappresentarle 
a Giulio III avvalorate dalla valida intercessione propria (2). 
Senouchè Tournon, il quale ben conosceva la natura del Papa, 
aliena dai nagozi, raassinae se avessero congiunta qualche diffi- 
coltà, e prevedeva che i suoi uffici non avrebbero, forse, alla 
fine, migliorata la condizione delle cose, cercò di indurre Ottavio 
a comporsi alla meglio coi poco ubbidienti feudatari (3), in at- 
tesa di una pace definitiva, mediante la quale egli sarebbe stato 

(1) Ciò appare da uua lettera di D. Ferrante Gonzaga al Cardinale di 
Monte, dei 28 giugno '52, ove dice che, intese le querele da Ottavio fatte 
a S. S., quantunque non le creda ragionevoli, ha dato ordine a Milano 
che si verifichi circa i pretesi gravami fatti dai ministri imperiali a citta- 
dini parmigiani, aventi beni nel territorio ancora occupato dai soldati di 
Cesare. ^Archivio di Stato pi Parma, Mazzo: Guerra di Parma del i551....). 

(2) Archivio di Stato in Pakma, Mazzo: Guerradi Parma del 155i. 
« Copia di quello che si scrive al Card, di Tornone, Giugno '52 » 
— I quattro capi della lagnanza erano : 1° 1' inuhidienza dei feudatari 
di Torchiara, S. Secondo, Sala ecc. ; 2° le gravezze imposte, in quelle 
giurisdizioni, ai cittadini parmigiani che vi possedevano dei beni; 3" l'impe- 
dimento posto a costoro di portare a Parma i raccolti; 4° la licenza soverchia 
dei soldati di quei presidii. 

(3) « Copia di quello che risponde il cardinale di Tournon ». Questa e la 
prima rammentata sono scrittura del Buol cambi, agente del duca Ottavio. 
(Akchivio pi Stato in Parma, Mozzo: Gverra di Parma del 155i)- 



DI PARMA E PIACKNZA 13 

pienamente reintegrato nei propri diritti. Così avvenne, dif.itti; 
e il prudente consiglio del Tournon fruttò al Duca più che non 
avrebbero potuto le replicate istanze al Pontefice, occupato da 
ben altri negozi per le condizioni universali della religione ed i 
gravi avvenimenti di Germania. Alcuno dei feudatari, di che 
Ottavio nelle rammentate rimostranze a Tournon più fortcmontc 
si lagnava (1), si condusse di spontanea volontà a prestargli 
giuramento di obbedienza; e così il 15 dicembre 1553 il conte 
Sforza Sforza, giurata fedeltà per legittimo procuratore, stipulava col 
l)u(a delle convenzioni, per riguardo alle rocche di Torchiara e 
(li Felino, in virtù delle quali si obbligava a rilasciare ai ministri di 
(juello le dette rocche, in caso di rumori di guerra ed a semplice 
requisizione di Ottavio (2). Ed è probabile che, come lo Sforza, 
altri feudatari, eccettuati i signori di Colorno e di S. Secondo (3), 
finissero per venire all'obbedienza, per quanto non ci sia stato 
possibile trovarne traccia nei singoli mazzi dei documenti feu- 
dali e nei rogiti della ducal Camera. Il certo è che senza gravi 
rivolgimenti passarono i due anni per i (juali era stato fermato 
l'accordo, al cui termine, secondo le convenzioni, il -duca Ottavio 
rimaneva in piena libertà di « poter trattare et accordarsi con 
S. S., a benefitio nondimeno della Chiesa > (4). 

§ 3. Proroga rìelìd sospensione d'anni per altri dm anni, 
segnata il 26 aprile '54. 

Ma, intanto, questo periodo di tregua, destinato a far ma- 
turare i saggi consigli di pace, non era l)astatu al raggiungi- 
mento di questo scopo; per il che S.S. ed il Ee Cristian."^'' « pro- 
mettendosi che Dio, per sua misericordia, havesse con qualche 
pubblica concordia a facilitar la via che ciascheduno di loro potesse 

(1) « Copia di quello che si scrive al card, di Tornone » V. nota pc- 
uultima precedente. 

(2) AiicHivio DI Stato in Parma, Mazzo: [Carle feudali dei] Confi 
Sforza di S. Fiora. V. il sunto della stipulazione in Appendice, n. 2. 

(3) Vedremo più innanzi la opposizione di questi due feudatarii a ri- 
conoscere l'autorità di Ottavio, anche quando fu rimesso in pieno possesso 
del suo Stato. 

(4) Cfr. Trattato del 29 aprile '52, già citato. 






14 I FAKNKSl RD IL DUCATO 

mettere iu più chiara executione la buona volontà sua » (1), vi- 
dero la necessità di prorogai-e la sospensione del 29 aprile '52. 

Di tal prorogazione non fanno cenno gii storici, i quali non 
si curano di spiegare couie, scaduto il termine della tregua, se- 
guitasse Giulio Illa mantenersi neutrale nelle continuate dissen- 
sioni tra la Francia e l'impero; ma ne dovremo dare breve no- 
tizia noi, tanto piii che di tale atto si fa menzione in un altio 
documento, che piìi innanzi sarà necessario esaminare (2). ìa\ 
trattarono, questa volta, col Papa il cardinale di Eellay, membro 
del Consiglio segreto di S. M., e mons. di Lansac, ambasciatore 
ordinario a Koma della Corte francese; facendone trarre pubblico 
istrumento sotto il dì 3 di febbraio '54. La prorogazione avrebbe 
cominciato il giorno e l'ora medesima in cui veniva a terminare 
la prima tregua ed avrebbe compieso quelle stesse persone nel- 
l'altra nominate, con le identiche condizioni e clausole. I due mi- 
nistri francesi si impegnavano di presentare, prima del 29 aprile, 
la ratificazione autentica, per parte del loro Ee, del trattato, il 
quale si sarebbe, nel medesimo tempo, sottoposto all'Imperatore 
in cui facoltà stava, come già nel '52, di ratificare alla sua volt;i 
le convezioni o rigettarle, limiiamente, s'intende, all'aftare di 
Tarma, per causa del quale era venuto il collegamento del Pon- 
tefice e di Cesare. Il 2(5 aprilo, difatti, i medesimi Bellay e 
Lansac consegnarono, in presenza di notaio, a S.S. la piti ampia 
e completa ratificazione regia dell'operato loro, contenuta in una 
patente data in Fontaincbleau l'ultimo di marzo '54, in se- 
guito alla quale il nuovo accordo rimaneva fissato. Né mancò la 
approvazione di Carlo V. Con lettera ufficiale dei 21 aprile, 
giunta a Koma e pubblicatamente letta il 3 maggio, egli dichia- 
rava che, viste le nuove convenzioni stipulate da Giulio 111, 
poiché neir impresa di Parma era entrato a requisizione del Pou- 

(1) Parole del primo atto di prorogazione stipulato fra S.S. ed i 
ministri francesi, di che parliamo nella i:ota seguente. 

(2) Quanto segue nel testo ricaviamo dall' istrumento di prorogazione 
della tregua posto in Appendice al n. 3, e ricavato dal solito mazzo 
Guerra di Parma 155 i dell' Archivio di Stato di Parma. Del docu- 
mento vi son?. varie copie, alcune comprendenti il semplice atto dell' 8 feb- 
braio '54, altre l'intero istrumento nel quale questo atto è riportato- 



DI PARMA K l'IACENZA 15 

tefice, così ora non aveva difficoltà di firmare la replicata tregua, 
che immancabilmente avrebbe osservata in riascnn suo capo, 
(juantio anche dal cauto del monarca francese non si fosse a 
(Quella contravvenuto. In seguito alia j^romessa iiii|icri;ilc ed alla 
ratiticazione di Flnrico, comunicate alle due parti a l'arma, la 
proroga della tregua veniva bandita solennemente il 29 maggio 
"54, con atto simile, da Otta\io, per i sudditi suoi ed i presidii 
francesi che gli venivano pagati a custodia dello stato, e dal 
barone Cristoforo di Seysnech, colonnello d'alemanni e governa- 
tore della frontiera di Parma, per le guarnigioni imperiali, le 
(}uali occupavano quei luoghi del ducalo che già si sono ram- 
mentati (1). 

§ i. Breve assolutorio di Giulio III in favore di Ottavio. 
Non ha valore (jiuridico. 

Ma questa volta Ottavio ottenne dalla buona volontà del 
l'outetice qualche cosa di più che nella precedente sospensione 
d'armi, qualche cosa che mesi i ava, a chiari segui, come per 
Giulio IH l'atìare di Parma fosse ormai terminato, jier quanto 
la costante animosità fra i due principi che vi erano impegnati 
non avesse ancora concesso di fermare, stabilmente, un accordo. 
Già dal '53 il Papa, col far grazia al Duca del censo di quel- 
l'anno « non senza intentione che non sarà più molestato in tutto il 
suo pontificato -> (2), aveva lasciato tacilmeute congetturare che 
aveva fermo nell' animo di riconciliarsi o, per dir meglio, di aver 
grata la devozione dei Farnesi (3). Una tale benignità non ve- 

(1) 1 due atti, identici nella formo, o solo in ciò differenti: che quello 
del Seysuech è documento originale cola firma autografa e il sigillo del ba- 
rone, laddove l'altro è semplice minuta del segretario Monterehi, si trovano 
nel già citato mazzo: Guerra di Panna del '51 dell' Archivio iti Stato 

j DI Parma. Si vedano in Appendice n. 4. 

I (2) Cfr. Lett. d'uomini illustri.... [ed. Eonchini], pag. 374. Lettera 

del Caro al Farnese da Roma del P luglio '53. 

I (3) Il censo per le due città di Parma e Piacenza, stabilito nella bolla 
di erezione del ducato del '45, era di 9000 ducati da pagarsi il giorno di 
San Pietro e Paolo dal Duca o da suo legittimo procuratore. V. la bolla nel 
FoNTANiNF, pag. 330. (Della bolla di Paolo III vi sono parecchie copie in 



16 I FARNESI ED IL DUCATO 

iiiva forse diritta dal candido animo del Pontefice (e ben mo- 
strarono d'accorgersene quegli stessi che la ricevevano (1) );' ma 
poiché, comunque fosse, faceva corrodo e c'era, per di più, da 
sperare che le medesime cause che ora l'avevano determinata 
avrebbero continuato ad agire, era poco male mostrare di con- 
tentarsene grandemente e ringrazile il Papa come di spontaneo 
e grazioso favore. Lo stesso si potrebbe dire df^l motu-proprio che 
stiamo per esaminare. — Contem]ioraneamente alla soscrizione dei 
già visti trattati, Giulio III firmava un breve di piena assolu- 
zione per Ottavio da tutte le colpe ed accuse che avevano determi- 
nato le censure ed il monitorio che sopra ricordammo (2). « Avendo 
noi, diceva, prorogata ad un altro biennio la sospensione d'armi, 
sperando che nel frattempo tu presterai gli atti di ossequio feu- 
dale debiti alla S. Sede, e spinti dall'attetto nostro verso casa 
Farnese, e dal riguardo verso il Ee di Francia tuo protettore, ti 
assolviamo pienamente da qualsiasi delitto persino di lesa maestà, 
nel caso che durante il nuovo biennio succeda la nostra morte, 
aftinché tu abbia a trovarti affatto riabilitato e reintegrato nelle 
pristine condizioni. » Mera gentilezza di Giulio III, la quale, 
in fine dei conti, era fatta più per tornare proficua agli interessi 
del Papa stesso di quello che ai comodi del duca Ottavio. E ne 
diciamo subito il perchè. L'assoluzione di Ottavio da parte del 
Pontefice veniva a distruggere gli effetti del monitorio del '51 
ed avrebbe, di conseguenza, dovuto riporre il Duca nel reale do- 
minio dello stato suo, rendendogli l'assoluta autorità sui vassalli 
e feudatari (3). Ma il breve di Giulio 111 urtava contro un 

pergamena nell' Akchivio di Stato di Pahma, Mazzo: Investiture del 
Ducato nei Farnesi dal 1544 al 1600). Tolta Piacenza al Duca il censo 
era stato ridotto della metà. 

(1) Cfr. Lettere d'uomini illustri [od. Pionchim], p. 306, 397. Let- 
tera del Cavo da Roma al Gherardino [o al Farnese?] dei 13 agosto '.^3, deci- 
iVata ^< ..delPanimo di S. B. non si può dire se lon che ondeggia. . have- 
vaiiui a questi giorni cominciato a credere che volesse esser buono, ... » 

(2)11 breve di Giulio HI è riportato distesamente nell' istrumento fatto il 
15 luglio '65, a proposito del nuovo breve di R olo IV, del quale tratteremo 
fra poco. Siccome porrein ) quello in « Appendice » ad esso rimandiamo i 
lettori. Appendice, u. 6. 

(3; Qui si tocca la famosa questione della natura del ducato, sulla quale 



DI PARMA E PIACENZA 17 

grave ostacolo; e questo era appunto il trattato di prorogazione 
della tregua, firmato in antecedenza, nel quale, come del resto 
in''qualsiasi tregua, il rapo fondamentale stabiliva (e già si vide) 
(1) il mantenimento dello « statu quo », che in modo più spe- 
ciale si dichiarava nell'accordo del 29 maggio "52 ora, implici- 
tamente, rinnovato. Se dunque allora i feudatari aderenti al par- 
tito imperiale avevano ricusato di prestare ubbidienza, come non 
obbligati a ciò dal tenore delle capitolazioni, anche adesso avreb- 
bero potuto opporsi, senza curare il motu-proprio papale neutra- 
lizzato dalle convenzioni giurate e rogate in pubblico istrumento. 
Sicché il valore giuridico di quell'atto era nullo; il beneficio certo 
ed immediato incomparabilmente minore che non la grazia fatta al 
Farnese del censo, il quale giungeva alla bella somma di 4500 d.*' 
annui anche ora che il dominio era ridotto alla sola Parma ed 
al suo territorio. Se non che si potrà osservai-e che il breve, 
prima di tutto, mirava a porre al sicuro i Farnesi nel caso che 
il Papa successo a Giulio III non fosse verso loro altrettanto ben 
disposto; e poi aveva un valore, per così dire, morale, giacche 
doveva esser quasi un eccitamento per i feudataii a sottomettersi 
di spontaneo volere al Duca in tal guisa favorito dal Pontefice. 
Quanto alla prima parte dell'osservazione basterà notare questo: 
che qualunque papa, anche avverso ai Farnesi, avrebbe dovuto se- 
gnare un decreto di reintegrazione qualora, terminata la tregua, gli 
imperiali si fossero adattati ad una pace duratura; ed, in caso 
contrario, ad Ottavio, forte dell'appoggio di Francia, padrone di 
Parma, sarebbe riuscito indifferente l'avere o il non avere il 
breve pontificio, ben sapendo che un prospero successo delle armi 
glielo avrebbe procurato senza fallo: un rovescio gli avrebbe, no- 
nostante quello, fatto perdere Parma alla stessa guisa di Pia- 
cenza. Può dirsi anche di più: che se il futuro Pontefice fosse stato 
disposto ad accettare gli atti del predecessore, bastava ad assicu- 
rare il dominio del nostro Duca l'adempimento della capitola- 
zione del '52, ove, oltre al diritto concessogli di trattare un ac- 
canto si scrisse e si disputò mea che un paio di secoli fa. Noi dovremo oc- 
:aparcene sommariaraeate assai più innanzi. 
(1) Cfr. § 1. 
Abch. Stor. Parm. Nuova Sei-ie. - 111. 2 



18 I FARNESI ED IL DUCATO 

cordo speciale con S. S., v'era la promessa del Papa di ritirarsi 
in fatto ed iu tutto dalla guerra; se poi il uuovo Pontefice non 
avesse curato quei patti, assai probabilmente non avrebbe nep- 
pure tenuto conto di un antecedente breve reintegratorio, cui 
poteva far revocare qualsiasi anche minimo pretesto. Per l'altra 
parte, è innegabile un certo valore morale del breve; ma i van- 
taggi di esso non è chi non veda come fossero relativamente 
ipotetici e lontani, considerati, tanto più, i mezzi coercitivi che, 
in un giorno di pace futura, avrebbe potuto disporre, contro chi 
si fosse ribellato, Ottavio e tutta la casa Farnese, con tante spese 
subite e tante entrate ritenute lungamente dagli imperiali (1). 
Laddove il Pontefice con tale benignità « fatta in considerazione 
della singolare benevolenza verso tutta la gente Farnese, per il 
nome di Paolo III, felice memoria, ed a contemplazione del Re 
Enrico II loro protettore » (2) mirava ad assicurarsi la ricono- 
scenza degli uni e dell'altro: riconoscenza che gli sarebbe potuta 
tornare, variamente, utile; e così nello stabilimento degli interessi 
della famiglia (3), data l'eventualità di un futuro conclave, e così 
neir assicurazione odierna delle cose proprie, alle quali erano con- 
tinua minaccia l'indebolimento delle forze imperiali ed il sempre 
ricorrente pericolo delle armate turchesche (4), che il Cristianis- 

(1) È noto come l'Imperatore togliesse al duca Ottavio, quando si volse 
alla Francia, le entrate di Novara e le rendite di Abruzzo, beni dotali della 
moglie Margherita d'Austria, sospendendo, inoltre, i frutti dell'arcivescovato 
di Monreale al cardinale Farnese. Tutto fu restituito, assieme a Piacenza,! 
nel '56, come a suo luogo vedremo. 

(2) Cfr. il « Breve » di Giulio III riportato iu Appendice n. 6. 

(3) Quale fosse il nepotesimo di Giulio III è descritto a vivaci colori 
in una bella pagina del Segni (Storie lib. XIII): • Bella cosa è certamentt 
l'esser papa, dappoiché, oltre all'avere il maggior grado che si possa avere fraf 
i principi cristiani, che tutti se gli inginocchiano, i figliuoli i nipoti, i pa- 
renti, di pili, suoi, benché lontani, diventano tutti subitamente signori, 
benché in prima non sapessero la loro stirpe ». E dopo aver narrato g\ 
onori e le ricchezze da Giulio III date ai suoi parenti: « In fra le altrt 
cose degne di meraviglia, l'Ersilia, moglie di G. B. del Monte, che stava ii 
Eoma con tanto fasto et in tanta grandezza che la duchessa di Parma, figliuolt 
dell'imperatore, innanzi che ella fosse stata a Parma, appena aveva udienz 
da lei quando andava iu cocchio per salutarla e per farle onore ». 

(4) Cfr. EoNCHiNi, Lett. di uomini illustri pag. 397. Una lettera o 



i! 



DI PARMA E PIACENZA 19 

siino soleva unire alle proprie per corseggiare le isole e le spiagge 
d'Italia. Insomma la politica di Giulio III, di cui ben diceva il 
Caro che « si può tener per fermo che starà ben con chi vince > 
(1), era la politica dell'opportunità, che i contemporanei facil- 
mente potevano scambiare per politica di semplice paura; tanto 
|iiìi se confrontavano questo col pontificato anteriore, grandeg- 
giante per i larghi intenti, le ardite decisioni, i saldi propositi. 

§ 5. Breve reintegratorio di Paolo IV in favore di Ottavio. 
Elezione di Paolo IV. Considerazioni sul conclave. 

Dicemmo che il breve di Giulio III non aveva valore giu- 
ridico; ed abbiamo cercato di dimostrarlo con ragioni dirette ; che 
tale fosse, poi, stimato anche da coloro che lo ricevevano ce lo 
prova chiaramente la rinnovazione ed amplificazione di esso ap- 
provata e sottoscritta da Paolo IV. — Ma prima di addentrarci 
nell'esame di questo fatto, dobbiamo, colla massima brevità, di- 
scorrere dell'elezione del Caraffa e della parte grandissima che 
in essa ebbero i cardinali Farnesi: del quale avvenimento, avendone 
trattato con abbondanza di particolari notizie in una speciale 
monografia cui (come ad utile complemento del presente lavoro) 
rimandiamo il lettore (2), ricorderemo soltanto i casi più note- 
voli, allo scopo di offrire, come suol dirsi, l' addentellato a quanto 
siamo per esporre. 

Morto, dopo ventidue giorni di pontificato, il pio Marcello II 
(fine di aprile 1555), l'animo del quale era assai ben disposto 
verso i Farnesi per la memoria di Paolo III e l'efficace opera 
prestata da S. Angelo alla sua esaltazione (3), i cardinali decisero 

Caro accenna evidentemente all'avanzare della flotta turca che, unita alla 
francese, dopo aver toccato la Sicilia si scisse in due parti, assaltò e spo- 
ffliò d'abitanti la Pianosa, saccheggiò i paesi dell'Elba, minacciando Porto 
Ferraio e Piombino (agosto 15ò3); poi si volse contro la Corsica e, devasta- 
tala, tornò carica di prede in Levante — V. Adriani, pag. 656 e segg. 

(1) Cfr. RoNcaiNi, opera citata — Luogo citato della lettera del Caro. 

(2) V. G. CoGGiOLA, I Farnesi ed il Conclave di Paolo IV] in Studi 
Slarici del Prof. Crivellucci. Anno IX, Fase. 1 e seg. Poco di nuovo aggiunge 
sull'argomento il Motta nel suo articolo su Otto pontificati del '500... 
(1555-1591) in Àrchiv. stor. lombardo. 1903. 

(3) Anche Marcello II aveva pensato di dare ad Ottavio una nuova 



20 I FARNESI ED IL DUCATO 

serrarsi in conclave, per la nomina del successore, il dì 15 ma,g- 
gio. Quel mezzo mese doveva intanto servire, come di consueto, 
alle pratiche preliminari, ai preparativi, all'organizzamento dei 
due partiti, francese ed imperiale, i quali scesi, poi, in quel 
campo aperto a tutte le ambizioni, a tutti gli intrighi immagi- 
nabili, avrebbero cercato, col soverchiarsi a vicenda, di servire 
agli interessi dei padroni ed ai propri), che da quelli dipendevano. 

Ai cardinali nostri ciò che massimamente stava a cuore, pel 
vantaggio comune della famiglia, era che il nuovo papa nutrisse 
sentimenti non dissimili da quelli di Marcello II; e quindi si 
spiega come, particolarmente il card. Alessandro, aiutato dalla 
grande autorità che esercitava nel Collegio, s' ingerisse in tutte 
le trattative, affine di rendersi arbitro del conclave e legare a 
sé, pel vincolo della gratitudine, il nuovo eletto, che da lui do- 
vesse riconoscere l'altissimo grado. E l'impresa gli riuscì molto 
favorevolmente, se teniam conto delle condizioni affatto speciali 
nelle quali si trovava il corpo cardinalizio. Le due fazioni, seb- 
bene non al tutto pari pel numero, si equilibravano tuttavia 
nella potenza; giacche alla superiorità quantitativa degli impe- 
riali (dovuta alle ultime nomine da Giulio III fatte in servigio 
dell'Imperatore) corrispondeva la maggior influenza di alcuni 
membri dell'opposto partito, (il Farnese ad esempio, abituato a 
dettar legge nei conclavi), la ricchezza del principal candidato 
di Francia, l'Estense, l'attività degli agenti di Enrico II la quale, 
per anteriori disposizioni, ebbe più agio di esplicarsi che non 
quella dei ministri imperiali, limitata, anche, dalla relativa ri- 
strettezza del tempo. 

In tale stato di cose, essendo prevedibile una compatta e 
costante opposizione di metà del Collegio a qualsiasi soggetto 

assoluzione; ma la brevità del suo pontificpto glielo impedì. V. una lettera 
del Buoncarabi dei 17 aprile '55 al Duca (R. Arch. di Parma, Caì't. farn): 
« S. S., mossa dalla sua amorevolezza et non per instantia che se gli sia 
fatta, ha ricordato che sia bene di formare uu'absolutione generale che ab- 
bracci tutti i capi che toccam la persona et stato suoi, per quella inten- 
tione che fu data in tempo della guerra; così per non haver a far spese di 
copie con i n)tari si vuol ricercare una cjpia ch'io ne mandai et dì piiì una 
copia di quel breve che si hebbe da papa Giulio per la sua assolutione... ». 



DI PARMA E PIACENZA 21 

papabile che fosse stato troppo scliietto rappreseiìtante dell' nrn 
dell'altra jiarte, facea d'uopo di grande prudenza a ohi voleva 
mantenersi alla direzione dei maneggi e cogliere il frutto di 
os^ui eventuale vittoria. Era necessaiio che costui evitasse, con 
tutte le cautele, di impegnarsi a fondo per nemici dichiarati del- 
l' Imperatore o del Re francese: e ceicasse, invece, di temporeg- 
giare, riservando libero il voto proprio e quelli del gruppo dei 
partigiani suoi, così da poterne disporre al momento opportuno 
rome forja decisiva. Un tale sistema fu seguito con abilissime 
manovre da quell'accorto politico die era il Card. Farnese, il 
quale (dacché le ricordate condizioni del Collegio gli impedivano 
di giungere a crear papa il personaggio che molte ragioni gli 
facevano a tutti preferire) riesci a procacciarsi il maggior me- 
lilo nell'innalzamento del Pontefice che egli, con occhio espertis- 
simo, aveva ben tosto saputo scorgere rome l'unico sul nome 
del quale, dopo lunghe dissensioni, si sarebbe dovuta fermare la 
maggioranza dei cardinali, nel difetto di un candidato più uni- 
versalmente gradito. 

§ 6. Prediche anteriori al serrarsi dei conclave. 

Nelle pratiche anteriori al serraisi del conclave, si può dire 
che nuli' altro si facesse se non constatare la impossibilità che i 
capi delle due fazioni fossero mai per raggiungere il sufficiente 
numero di voti. II Card, di Ferrara, messo innanzi per il primo da 
Enrico II, dovette per il primo accorgersi delle immense diffi- 
coltà che si opponevano al raggiungimento del suo intento, 
avendo di contro l'assoluto veto dell'Imperatore (e quindi l'in- 
tero gruppo imperiale senza eccezione alcuna) (1), e mancandogli 
l'appoggio dei Farnesi, invano tentati con lusinghiere proposte 
di maritaggio. Come potevano i cardinali nostri ed il duca Ot- 
tavio, al quale pure si ricorse, prestare orecchio a promesse di 
vantaggi politici (che sarebbero stati naturai conseguenza dell'ac- 

(1) Cfr. sulla questione del veto imperiale, Sagmuller. Die Papsfwahlen 
I und die Stoaten ron Ì447-Ì555... Tiiliiigen, 1890, p. 210-219 e pure del 
S>gmuller: Die rapsiwahìbvUe uvd das siaailiche heci der Exklvsive. 
Tùbingen 18^2, 8.o, I capit. 



22 I FARNESI ED IL DUCATO 

cordo odierno e del parentado) quando le mire di casa Farnese 
erano tutte rivolte al riacquisto di Piacenza, ora tenuta dagli 
imperiali, e l'Estense, anche papa, non sarebbe stato altro che 
ima creatura del Ke francese, inviso a Carlo V, l' uomo insomma 
il più inadatto al negozio che stava loro a cuore? E poi il ma- 
neggiarsi in conclave a suo favore, data 1" animosità che la mag- 
gioranza aveva contro di lui, dato quindi il legittimo dubbio che 
egli non riuscisse (nonostante ogni aiuto), qual altra cosa era se 
non porre in pericolo la propria riputazione e l'influenza propria 
nel conclave stesso e nei futuri? A costo, pertanto, di suscitare 
gli sdegni dell'irascibile porporato, mai Farnese e S. Angelo si 
lasciarono indurre a promettergli l'impiego di tutte le loro forze 
e dell'autorità che godevano nel Collegio: e questa condotta che 
diede subito luogo ad escandescenze, poco degne di un cardinale, 
fu la causa prima di sordi rancori i quali, poi, si sfogarono nella 
lunga ed ingloriosa guerra del '57-'58 fra Ottavio ed Ercole 11. 

Intanto, però, l'Estense (dopo aver sperimentati tutti i mezzi 
leciti ed illeciti) dovette, ancor prima che il conclave si chiu- 
desse, deporre ogni speranza per conto proprio e vedere, invece. 
di gran tratto cresciute le probabilità per il card. Teatino da lui 
con tutto impegno avversato, specialmente per la somma disparità di 
carattere; essendo nel Caraffa temuta austerità di monastica vita, 
la quale rendeva facile la previsione di futuri attriti, che non 
mancarono di verificarsi. 

Ma non è a credere che la designazione di quest'ultimo avve- 
nisse per accordo unanime dei membri del Collegio, od almeno, di 
rilevante nucleo di esso: al contrario, il nome del Cardinale di 
Napoli si trova poco ricordato, trascurato quasi in questi preliminari, 
come quello di un personaggio a nessuno tanto accetto da porsi 
palesamento in faccende per lui. La sua designazione usciva tacita 
fuori dall'intricato succedersi e mescolarsi delle numerose tratta- 
tive, che resero il conclave presente uno dei più agitati del se- 
colo; ed era la logica conseguenza dei gravissimi dispareri fra 
le due fazioni, che, escludendo i soggetti eminentemente papabili, 
rendevano necessaria V elezione di un uomo facente, per così dire, 
parte da se stesso e cui ciascuno sarebbe stato pronto a ricono- 
scere preferibile a qualunque del gruppo opposto, sebbene meno 



DI PARMA E PIACENZA 23 

accetto di ogni altro del proprio. Per queste sole ragioni il Ca- 
raffa giungeva alla vigilia del conclave sostenuto, meglio che da 
un forte partito, dalla generale convinzione che Taltissimo grado 
fosse per cadere in lui; vincitore, senza aver combattuto, di uo- 
mini come il Polo e Fano, dei quali il primo bramato pontefice 
da tutto il mondo cristiano, il secondo favorito dalla corte di 
Bruxelles tra i primi, abile ai politici negozi, intraprendente, pa- 
pabile per eccellenza. 

Era il Polo il candidato del cuore di Farnese; giacché, oltre 
l'amicizia che univa i due insigni porporati e che già aveva mo- 
strato i suoi effetti al tempo dell' elezione di Giulio III, una vera 
opportunità politica, non solo per la casa Farnese, ma anche per 
le due maestà ne consigliava ora la scelta fra quanti erano ri- 
tenuti i più atti alla cattedra di S. Pietro. Dal Polo era partita 
poco addietro l' iniziativa di un accordo fra i due monarchi ed 
a lui che « in gran fede dell' Imperatore non era anche ingrato 
al Crist. "^^ per l'ottima fama della sua buona mente e per la 
sincerità della vita » (1) riuscì inietti di radunare i legati dei 
principi contendenti presso Cales e condurre assai innanzi le dif- 
ficili trattative di pace. Questa poi non si ottenne per gli ostacoli 
sorti a proposito del ducato di Milano, della Navarra e di Pia- 
cenza; ma i fondamenti ne erano gettati e la stima del legato 
pontificio non era certo diminuita negli animi di Carlo V e 
di Enrico II. Ora, aveva ben veduto il Farnese (he l'elezione di un 
tal uomo, procurata da lui, equivaleva ad aver assicurati gli in- 
teressi della famiglia; poiché era naturale supporre che il Polo, 
una volta creato pontefice, fatte riprendere le interrotte pratiche 
di pace, avrebbe interposta l'autorità sua, di tanto cresciuta, 
alla miglior soluzione di quelle difficoltà che nella prima riunione 
avevan fatto fallire 1' accordo. 

Ma di fronte ai meriti indiscutibili del prelato inglese, di 
fronte all' unanime favore di ambedue i principi fra loro nemici 
ed all' attivissima opera del Card, nostro, si levò subito 1' oppo- 
sizione di varii personaggi dell'uno e dell' altro partito, la quale 
terminò coli' impedire affatto persino la candidatura di lui. Va- 

(1) Y. Segni, Lib. XIV, voi. III. pag. 870. 



24 I FARNESI ED IL DUCATO 

lendosi della momentanea sua assenza, gli si schierarono, per i 
primi, contro Carpi, S. Giacomo e Cbieti che lo giudicavano come 
inquisitori per alcune taccie di eresia che gli si era voluta ap- 
porre; e dei francesi parecchi capitanati da Bellay e Ferrara, i 
quali ricorsero anche allo spedieute di far scrivere dai ministri 
di Koma alla corte malevoli insinuazioni sul conto di Polo, per 
metter tempo in mezzo e ridurre in altri la cosa. Né 1' esito li 
tradì. Innanzi agli ostacoli da ogni parte sorgenti dovette arre- 
starsi il cardinale nostro, 1' unico valido sostenitore del Polo, ed 
abbandonare i maneggi in favore di quello, che avrebbero recato 
grave pregiudizio alla sua condizione ed all'ambito grado di ar- 
bitro del conclave. Ma alT intima rinuncia del soggetto cui tante 
ragioni _g]i facevano prediligere, successe in lui pronto 1' orienta- 
mento a quella parte donde si mostrava V unica via di scampo 
in mezzo all' agitarsi dei discordi elementi; e perchè la nota sua 
accortezza gli vietava di porre la propria candidatura (che nel- 
r attuale momento sarebbe con tutta probabilità caduta) si volse, 
air ultimo, con estremo impegno alle pratiche in vantaggio del 
Caraffa; cosicché mentre alcune poco leali trattative di Fano, per 
ottenere segreto aiuto dai francesi e dagli estensi, naufragavano 
miseramente, egli riusciva il 14 di maggio a far ritenere da tutti 
come assicurata l'elezione del Teatino, nonostante i pertinaci sforzi di 
Ferrara, ridottosi finalmente ad imporre (come poteva) 1' attesa 
dei cardinali francesi ancora assenti da Koma. 

§ 7. Svolgimento ed esito del conclave. 
Favori di Paolo IV ai Farnesi. 

Il dì 15 di maggio entrarono, come era stato stabilito, i 
cardinali in conclave. <n A questa bora che sono circa le 3 di notte 
sono ritornato a casa dopo haver lasciato in conclave li rev. ™' pa- 
troni, i quali per grafia di Dio si ritrovano star sani et allegris- 
simi perchè fin bora sono quelli che hanno grandissima authorità 
nel Collegio ». Così scriveva il Franchino, familiare dei Farnesi, 
in una lettera al duca Ottavio (1); egli però peccava forse un 

(1) Archivio di Stato in Parma, Carteggio farnesiano, 1555. Let- 
tera del Franchino dei 15 maggio. 



DI PARMA E PIACENZA 25 

tantino di ottimismo in questa sua iuformazione, là [(recisamente 
dove porgeva notizia dello stato d'animo dei suoi padroni, È vero 
che r autorità loro (e del card. Alessandro specialmente) era assai 
grande nel Collegio: e questa derivala, come abbiam accennato, 
oltre che dai meriti personali e dagli uffici tenuti sotto i pon- 
tefici anteriori, anche dalle parentele ed amicizie coi cardinali im- 
periali; è vero che Y abilissima politica del tenersi volti nelle 
pratiche preliminari ai rappresentanti di un partito, diremo, con- 
ciliativo, i quali nelle circostanze presenti potevano e dovevano 
ritenersi i più facilmente eleggibili; è vero che questo aveva 
contribuito a far crescere nel caso speciale l'influenza solita; ma 
che fossero allegiissimi, quasi che il soggetto a cui si erano do- 
vuti fermare fosse loro pienamente gradito e quasi, poi, fossero 
al coperto da ogni sorpresa, sempre temibile in simili elezioni, 
massimamente temibile in quella incertezza e varietà di pareri, 
siamo costretti a porre in dubbio. Quando noi vediamo il Fran- 
chino aggiungere in quella medesima lettera, poco più sotto: 
« Si tiene per certo che babbi a seguire quanto ho scritto a V. E. 
che babbi a riuscir Napoli o Inghilterra e che li rev. ^^' fratelli 
habbino da prevalere e fare un papa della sua, che sia presto e 
con felicità » dobbiamo tener conto del desiderio dello scrittore 
per quest' ultima parte; poi, in quanto al Polo, dell' impegno 
preso dal Farnese di sostenerlo al possibile; e in quanto a Napoli 
della necessità di scegliere il minore fra i mali inevitabili e te- 
nerlo come il bene in simile circostanza più da desiderarsi. E ho 
detto il minor male; perchè, sebbene noi abbiamo visto il Farnese 
giungere a porre ugual favore in Chieti che già in Polo, non è 
a credersi ohe dipendesse la vera causa di una tale propensione 
da particolare affetto che il nostro portasse a Ini come a lontano 
parente od a creduto benefattore di se e della casa. Un uomo 
che come il Caraffa, insino a quel punto, aveva dato chiaro segno 
di volersi esclusivamente occupare del diftbndimento della reli- 
gione e della riforma degli abusi nel corpo stesso della chiesa, 
un uomo che aveva osato scagliarsi contro quei pontelici che 
« prurientes auribus coacervaverant sibi magistros ad desideria 
sua et doctores qui docereut pontifìcem esse beneficiorum do- 



26 I FARNESI ED IL DUCATO 

rainum » (1), non si poteva certo attendere pronto a curare gli 
interessi di quello stato che era, appunto, l'effetto di quest'ul- 
tima teoria. Che, ove pur fosse stato possibile divinare ch'egli 
avrebbe mutato dottrina pervenuto al seggio pontificale, necessaria 
conseguenza sarebbe stata il pensare che la mutazione porterebbe 
immediato vantaggio ai numerosi nipoti, con i quali il vin- 
colo della parentela era assai più stretto che non con casa 
Farnese. 

Sicché sincera benevolenza ed ottima volontà a suo riguardo 
per parte dei due fratelli cardinali, non ci poteva a /jr/on essere 
davvero ! Quando poi le dissensioni fra i cardinali fecero vedere 
inutili le speranze su altri soggetti e grandi le probabilità per 
questo, il volgersi a lui, per impegnarne almeno la gratitudine, 
si mostrò come una necessità; e ben la compresero i Farnesi e 
presto vi si adattarono. Di qui il loro vivo interessamento pel 
Teatino, di qui le pratiche per riuscire vittoriosi in nome di lui. 
Ma, se pur fosse stato assicurato l'esito di questa nuova trat- 
tativa, avrebbero potuto i nostri prelati, dopo quanto si ò detto, 
stare allegri di cuore? Non diremmo di certo. E, d'altra parte, 
poiché r adoprarsi per il Caraffa costituiva l'ultima speranza di 
prevalenza, se non altro, nel conclave, non e' era anche meno da 
rallegrarsi che la sua candidatura incontrasse rischi e difficoltà? 
E questo, alla fine, era, nel caso presente, ben possibile; poiché, 
per quanto forti, le probabilità del Card, napoletano, non avendo 
altro fondamento che la discordia delle due fazioni, erano sempre 
esposte, come si disse, al pericolo di una sorpresa, qualora una 
piccola ed inattesa diversione di voti si fosse manifestata in 
favore di alcuno che avesse già il saldo appoggio di rilevante 
parte del Collegio. 

Dunque, tutto considerato, ne par assai verisimile che una 
certa sospensione d'animo ci dovesse pur essere nei Farnesi. 
Diciamo sospensione d' animo; e diciam poco di fronte ad una 
testimonianza, quasi contemporanea, la quale ci informa di certi 
tentennamenti del Farnese, così gravi che l'avrebbero fatto, per 

(1) Cfr. « Consilimn de emendanda ecclesia... » in principio; Del- 
l' opera dello Schelhokn, De Consilio de emendanda ecclesia ecc. 



DI PARMA E PIACENZA 27 

un momento piegare insino alla parte di Piiteo. Questo almeno 
ci assicura l'anonimo relatore del couclave(l), il quale dopo aver 
narrato come, riusciti indarno i primi tentativi di alcuno della 
parte imperiale in favore di Carpi e Morene, il Camerlengo fosse 
stato costretto a sceglier Puteo, uomo di dottrina e di bassi na- 
tali (qualità atte a procurargli benevolenza), imperiale d'elezione 
ma francese di nascita, aggiunge che Farnese, pregato da S. Fiora 
e da Trento, che già s'erano procurati l'assicurazione da parte 
di S. Angelo, si mostrò alla fine soddisfatto della persona di 
quello, rinunciando a Polo fino a quel punto sostenuto con ogni 
suo potere. Sarà vera o non sarà vera la cosa? Ci mancano docu- 
menti che in via diretta o indiretta la confermino, non ci difettano 
alcuni che indirettamente la neghino. E, per tacere d'altri, basterà 
citare poche parole di una lettera del 23 maggio del Cardinale 
al Ke di Francia (2), appena avvenuta 1' elezione di Paolo IV; 
« avemo papa il rev."^'* di Napoli... e, quel che fa questa fat- 
tione più segnalata, in contraddizione degli imperiali che già 
avevano praticato e concluso per Mous. rev.°^'* Puteo ». Non 
avrebbe osato, per certo, il nostro cardinale scriver questo, qua- 
lora alla persona di Puteo avesse dato quell'assenso che sopra 
abbiam detto; ma, ad ogni modo, T accenno della e Relazione » 
dovette essere giustificato dalle incertezze di lui che poterono, a 
prima vista, esser confermate dal fatto accennato più innanzi 
nella medesima « Relazione » , cioè che egli propose ai cardinali 
raccolti con Ferrara il partito di Fano, proposta la quale, un 
po' considerata, dovrà, se mai, ritenersi come un atto di fine 
astuzia per meglio giungere all' ultimo intento suo (3). Evidente- 
mente i primi scrutinii furono dal Farnese tentati a prò' di Polo, 
tanto per dare all'amico quest'ultima prova di benevolenza e 
di stima; ma non si ripeterono; che sarebbe stato fare il gioco degli 
avversarli e grossamente danneggiare la causa propria. A quelli 
susseguirono immediatamente i negoziati pel Decano, i quali 
cominciarono (n' abbiamo certo indizio) prima del 18. Difatti a 

(1) V. [Leti], Conclavi dei pontefici romani, Conclave di Paolo IV. 

(2) Cfr. Caro, Leti, farnesiant; voi. 2», n». 142. 

(3) Per maggiori particolari rimaudiamo il lettore al nostro studio citato 
sul conclave di Paolo IV. 



28 r FARNESI ED IL DUCATO 

proposito di una falsa notizia, corsa in tal giorno, dell'elezione di 
Farnese (la quale diede luogo ad una specie di plebiscito di fa- 
vore verso la persona del Cardinale, in Roma e fuori), il Buon- 
cambi ed il Vescovo di Pol:i scrivevano al Duca che « Napoli 
correva la sua carriera più di nessun" altro », per merito dei due 
fratelli, uniti e d'accordo nel favorirlo; ed il Franchino faceva, in 
quella stessa occasione, cenno di un fiero diverbio sorto fra il 
nostro ed il card, di Ferrara, per causa di Chieti, ardentemente 
portato dal primo. Insomma tutto fa vedere che la designazione 
di Napoli si mantenne costante, oltre che nelle pratiche prelimi- 
nari, anche nei maneggi del conclave, opponendosi successivamente, 
per principale opera dei Farnesi, ai tentativi della fazione avversa, 
che aveva concentrati i maggiori sforzi all'esaltazione di Carpi 
e di Moronp, prima, ultimamente di Puteo. Sul nome di questo 
si raccolse così grande numero di voti, per le ragioni che sopra 
rammentammo, che poco mancò 1' affare non riuscisse immedia- 
tamente; e ci volle solo lo zelo e Tinstancabile attività del Far- 
nese per scongiurare il pericolo; giacche egli, quando le trattative 
erano divenute tanto gagliarde che « si correva il rischio di 
averla in barba », riuscì a trarre dalla sua il Card, di Ferrara e 
poi, di seguito, quanti degli imperiali erano necessarii a costituire 
il nucleo per la vittoria. Cosi il Teatino, predicato pontefice fin dai 
primi giorni susseguenti alla morte di Marcello II, fu papa (1), 



(1) La parte avuta dai Farnesi nell'esaltazione di Paolo IV doveva 
offrire occasione a festeggiamenti in Pain^a maggiori del consueto. Due bi- 
glietti del Cavalcanti ed una lettera del Buoncambi, spediti da Roma il 23 
con ''orriero espresso, giunsero prestissimo a Parma, tanto che la sera drj ?5 
già la nuova era diffusa per la città e d'urgenza si radunava il Consiglio 
generale e V Anzianato per deliberare sul da farsi. Estratti i credenzieri o 
c^nvoc.ti la sera medesima cogli Anziani ed i Conservatori, si pose a partito 
la proposta di spendere fino alla so" ma -^i scudi 20 per celebrare l'elezione del 
Caraffa. Approvata all' unaninìità, si diedero g'i ordini opportuni per le In- 
..linarie, che si rinnovarono nelle tre notti seguenti. Come apparisce della 
lista delle spese fatte in tale circostanza, i fuochi consistettero in grandi 
falò ai canti della piazza, nella illuminazione della torre e degli edifici cir- 
convicini, il tutto, s' intende, animato dalla popol'-zione festante cui rade 

volte eia conctfso di godere un simile spt'ttacolo. Archivio comunale di 

Parma, Ordinazioni della comunità, 1555. 



DI PARMA E PIACENZA 20 

eletto per (|uel modo che gli scrittori della materia dicono di 
adorazioue, consistente nell' universale concorso dei «cardinali a 
genuflettersi dinanzi a quello che vogliono riconoscere il quaU.- 
riceve dal seggio questa specie di omaggio. Vero è che nel nostro 
caso l'omaggio fu un pò" forzato e tutf altro che rispondente 
all'ideale pratica dell'adorazione, che supporrebbe una certa di- 
vina estasi nei componenti il conclave: ma 1' importante sta qui: 
che tutti alla fine si condussero nella cappella paolina, donde, 
adorato il Caraffa, lo portarono in S. Pietro; e quivi egli < per 
dar principio ad una vera gratitudine si volle far chiamare 
Paolo IV ». E grato davvero doveva essere ai due fratelli Farnesi, 
perchè a loro era debitore di quella dignità che lo metteva in 
grado di effettuare i suoi disegni, sia che questi fossero nei primi 
istanti limitati alle sole questioni religiose, sia che già l'altezza 
a cui era giunto gli avesse fatto scorgere un orizzonte assai più 
vasto di ingerenze che non le ecclesiastiche semplicemente. D' altra 
parte i nostri cardinali avevano pure da contentarsi dell' impegno 
posto nel sollevarlo, dacché la loro autorità aveva ri.evuto nmi 
piccolo incremento, in ispecie di fronte agli imperiali ( « ... limba- 
sciatore cesareo, scriveva il Pola (1), hebbe a pelarsi quando in- 
tese che li personaggi soprascritti, imperiali di prima bussola et 
spagnoli naturali si sono rilassati dalla loro professione et con- 
corsi colli francesi... »); e dacché i primi segni di riconoscenza 
davano adito alle più lusinghiere speranze. L' accoglienze di Paolo 
IV ai due fratelli, il giorno dopo la creazione, furono oltremodo 
promettenti e quali sarebbe stato addirittura assurdo aspettarsi. 
pochi dì innanzi, da un prelato cui 1' austerità della vita ed il 
rigore della parola facevano quasi paurosamente venerare. Nò le 
dimostrazioni di amicizia si fermarono ai discorsi, di che si mostra- 
rono larghi anche i nipoti Carlo e conte di Montorio, confessando 
« tutto l'obbligo averlo a quei rev.''" signori »; ma procedettero 
oltre a profferte reali di importanti vantaggi. Chiamando il Papa 
« Farnese capitan generale della làttione », voleva affidargli il 
carico general e dei negozii, come al tempo di Paolo III, ritornandogli 



(I) Archivio di Stato in Parma, Carteggio farnesiano, 1555 
Lettera del Pola dei 23 al Duca. 



30 I FARNESI ED ir. DUCATO 

« le sue solite stanze in Palazzo », rimettendosi completamente 
a lui. Seuonchè il lusinghiero invito del Pontefice fu rifiutato dal 
cardinal nostro, il quale, prudentemente, non voleva vincolarsi ad 
un ufficio che, oltre al procurargli le gelosie dei cardinali d'ogni 
l'azione, gli avrebbe impedita la libertà di movimento, intraveduta 
ormai come necessaria al comodo svolgersi degli interessi della 
famiglia. Egli fu pago di aver la deputazione a proporre i prin- 
cipali ministri dello stato ecclesiastico (1), quelli che stando 
prossimi al Pontefice per maneggiare le cose di maggiore impor- 
tanza, avrebbero sempre potuto impiegale 1' opera loro a van- 
taggio di colui al quale erano debitori della carica ottenuta. Così 
anche questa che potremmo dire misura di precauzione era stata 
presa dal cardinale nostro, che fino a qui apparisce veramente arbitro 
d'ogni deliberazione di Paolo IV. E desideioso era questi con sincero 
animo di riconoscere il Farnese del valido appoggio prestatogli in 
conclave, tanto più che la riconoscenza, data 1' accorta modera- 
zione del consigliere assumeva l'aspetto piuttosto di ricompensa ai' 
meriti indiscussi dei singoli personaggi jiroposti che di speciale 
favore all' ultimo concesso. Ma non è a credere che Farnese delle 
fatiche spese in prò" di Caraffa si contentasse di ricavare così] 
Si^arso frutto, dopo che lo abbiamo veduto con ogni sforzo procu-' 
rarsi la condizione di arbitro del conclave, al prectì)uo fine di 
aver favorevole per lo stabilimento degli interessi della famigliai 
il futuro pontefice: anzi l'aver subito conseguito l'intento prin- ' 
cipale dobbiam credere che lo facesse procedere moderato nell'ac-] 
cettar, poi, soverchi favori; bene avvisando che il cumulo deij 
beneficii, col suscitare le invidie, gli avrebbe più nociuto che gio- 

(1) Dopo la cerìraouia della coronazione, compiutasi il giorno 26, comin-j 
eiandosi il rinnovamento degli uffici « S. S. ha volsuto che non solo Mons.j 
Rmo Farnese intervenghi, ma tutti quasi o la maggior parte sono stati! 
deputati a nominatione di S. S. R.ma, come per secretar! Mons. della Casaj 
et Mous. di Pela, thesaurieri Mons. di Sauli, al governo di Bologna Mons. 
Palavicino, in Romagna Mons. Ferratine, ms. Ottavio Ferro fiscale di Roma, 
Mons. Mentuato governatore di Roma..., Mons. Bozuto superintèndente dello 
stato ecclesiastico, il S. Co. di Montorio, nipote di S. B. al quale si derizze- 
ranno le lettere. .. - Lettera del Franchino dei 27 maggio. Cfr. in proposito 
anche Pieper (A ). Die papstlichen Legateti und Nuntien.... {Ì550-Ì559). 
Mùnster in W., 1897, 8, p. 184 e segg. 



i 



DI PARMA E PIACENZA 31 

vato. E rinteoto principale 1" abbiamo anticipato con la menziono 
del breve reintegratorio in favore di Ottavio, dal quale prendemmo 
le mosse alla presente digressione. 

§ 8. Contenuto del breve reintegratorio dì Paolo IV. 

€ Parlando il cardinale con S. S. della confirmatione delle 
cose di V. E. gli ha detto che S. S. R."'* scriva tutto ciò che 
fa a nostro proposito, che tutto lei soscriverà....» Così scriveva il 
25 maggio ad Ottavi) il Vescovo di Pola (1); ed il Buoncambi, in- 
formandolo lo stesso giorno di quanto passava a Roma, aggiungeva: 
(2) « Ho preparato un motu proprio per la confermatione della 
sua reintegratione, con suplire a tutto quello che mancava a 
quello di Giulio III, havendo promesso N. S. di signarlo ». 11 
breve, difatti, una volta composto, venne approvato dal Pontefice 
e ricevuto, quindi, personalmente da Ottavio in occasione della 
sua venuta a Roma, per rendere omaggio a Paolo IV. Ma questo 
vedremo più innanzi. Ora vogliamo esaminare quanto di aggiunto 
contenesse il motu-proprio papale e quale fosse il suo valore nella 
nuova forma assunta, rispondente ai desiderii degli interessati, come 
quella che da essi medesimi era stata data all' atto. Dopo aver 
riportato per intero il contenuto del breve di Giulio III, si di- 
ceva in questo (3) che il Pontefice, per quanto stimasse sufficien- 
temente assolto e reintegrato Ottavio nel pristino stato e dignità, 
pure, per abbondante cautela e stimolato dal paterno affetto che 
nutriva verso di lui, approvava e confermava pienamente quanto 

(1) Archivio di Parma, Carteggio Farnesiano, 1556. Lettera del Ve- 
scovo di Pola dei 23-25 maggio. 

(2) Archivio di Parma, Carteggio Farnesiano, 1555. Lettera de^ 
BaoDcambi del 25 maggio. 

(3) PoDiamo il breve di Paolo IV e 1' istrumento notarile che 1' accom- 
p'^gna in Appendice n. 6. Come più distesamente si dice in una nota 
al documento, esso è 1' originale in pergamena che, assieme ad altre due 
copie non complete, si conserva nell'Archivio di Parma. L'esistenza di un tal 
brevp è perfettamente ignota, perchè 1' unico accenno che se ne trova nelle 
lettere del Caro (Lettere farnssiane^ Voi. 2, n. 220) è, per errore degli 
editori, riferito ad un breve in lavoro del card. Farnese, che non poteva 

averne bisogno in alcun modo. 



32 I FARNESI ED IL DUCATO 

in quello si conteneva, assolvendo di nuovo il Duca « in utroque 
foro » e restituendolo alla fama ed ai soliti onori. Quanto, poi, 
all' investitura feudale di Panna e Piacenza, già concessa dalla 
vS. Sede a Pieri urgi ed a lui, veniva essa, per ciò che spetta al 
pieno esercizio giurisdizionale so]tra tutti i feudatarii ed i singoli 
luoghi, interamente rinnovata, concedendosi, per di }»iìi, in gra- 
ziosa donazione i 4500 ducati pel censo del 1554 il pagamento 
dei quali i ministri camerali di Giulio IH avevano differito al 
presente anno. Tutta questa ultima parte era appunto quella che 
mancava nel breve di Giulio 111 o non era, per lo meno, espli- 
citamente accennata, pur essendo inclusa nella formula generale 
di assoluta reintegiazione che, allora, veniva concessa. E qui ci 
dobbiamo un' altra volta domandare quale importanza avesse 
r atto presente di Paolo IV e se esso portasse, a differenza del- 
l'altro di Giulio III, un reale vantaggio agli interesi ed all'auto- 
rità del Duca, in prò' del quale era stato procurato. Innanzi tutto, 
quanto al disporre che il Pontefice fa dfl ducato come di cosa 
propria, devousi ricordare i diritti che la Santa Sede vantava 
sopra Parma e Piacenza; cosicché non c'è da maravigliarsi che 
Ottavio a lei ricorresse come feudatai-io al proprio signore. 

§ 9. Il Pontefice ha facoltà di disporre di Partna^ e Piacenza. 
Perchè. 

Quando, noi 1545, Paolo III creava il figlio Duca di Parma 
e Piacenza, le due città facevano effettualmente parte del terri- 
torio ecclesiastico: e Pierluigi Farnese, ricevendole, le riconosceva 
per feudo assegnatogli da un pontefice, al quale era egli, perciò, 
tenuto a rendere omaggio allora, come omaggio avrebbe dovuto 
rendere ai successivi papi per il rinnovamento della investitura, 
che da ciascuno gli sarebbe stata concessa previa la prestazione 
del giuramento di fedeltà nella forma consueta (1). Per tal modo 

(I) Tutto questo ci è couferraato dall'originale delia istruzione che il 
duca Ottavio dava il IX decembre 15^0 al signor Paolo Simonetta, incaricato 
di recarsi a Roma a rendere omaggio al nuovo pontefice Pio IV ed a chie- 
dergli la rinnovazione della investitura. Archivio di Stato di Parma, 
Mazzo: « Guerra di Farina del 1551 ^> Riportiamo in Appendice il 
documento, n. 16. 



DI PARMA E PIACKNZA P.8 

se qualche questione vi era, a proposito del possesso di quelle 
città, tra la Corte imperiale e la romaDa, tali questioui non toc- 
cavano miDiraamente il Duca, cui non veniva nemmeno in via 
diretta a colpire il costante rifiuto dell" Imperatore a riconoscere 
la investitura di Paolo III: poiché, come il ricouosiimento avrebbe 
di conseguenza legittimato il dominio pontificio (ciò che Carlo V 
non poteva volere), così il diniego nullaltro significava se non la 
negazione del diritto papale di disporre di Parma e Piacenza, 
chiunque ne fosse la persona investita. Quindi è che alla violenta 
occupazione di quest'ultima città, per parte di D. Ferrante Gon- 
zaga, consapevole e volente l'Imperatore (1), le lagnanze presso 
Cesare e le istanze, per la pronta restituzione, vengono fatte dal 
nunzio papale e caldeggiate dal Card. Farnese, il cui zelo in 
favore del fratello, j-rivato di tanta porzione del feudo, non ap- 
parisce se non come l'opera premurosa di principale ministro del 
Pontefice, quale allora lo facevano le favorevoli circostanze di 
famiglia. Così si spiegherebbe, senz' altro, la partecipazione di 
Carlo V alla guerra del '51 alleato di Giulio III, non già per 
aiutarlo ad acquistare alla camera di Roma quello che egli stesso 
rivendicava come territorio imperiale, ma per aiutarlo a punire 
un feudatario ribelle alla Santa Sede, del quale nuli' altro sapeva 
se non che, assieme ai francesi, si era opposto alla intimazione 
l)ontificia, qualunque essa fosse. 

§ 10. Valore (j/uridlco del breve di Paolo IV. Esso urta contro 
la tregua del '52 tuttora hi vigore. 

Sicché nella richiesta del Card. Farnese a Paolo III, circa 
lo stabilimento degli interessi del Duca suo fratello, e nella con- 
cessione del Pontefice, la quale più che semplice conferma della 

(1) Checché ne dica il Gosellini, biografo di D. Ferrante, {Vita di 
D. Ferrando, p. 56) ormai os^nuno sa che l' Imperatore fu informato di 
tutta la macchinazione e vi prestò il suo assenso, rimettendosi completa- 
mente allo zelo del ministro che ne fu il principale esecutore. (V. Affò, 
Vita di Pierluigi, p [63; e le opere più recenti su quel tristo avvenimento, 
dell' OooRicr, del Bertolotti, nonché 1' ultimo studio del De Navenne nella 
Revue Jiistorique del 1902-1903). 

Abch. Stoe. Parm. Nuova Serie. - III. 3 



34 I FARN^KS! ED IL DUCATO 

investitura, il che avverrà poi con Pio IV (1), poteva conside- 
rarsi come nuova investitura, legittimante 1' attuale dominio di 
Ottavio (2), nulla v'era di strano o d'irregolare, nulla che potesse 
suscitare, da parte dei feudatarii del ducato, opposizione o conte- 
stazioni. Ma se questo in via teorica e generale è indiscutibile, 
potrebbe altrettanto dirsi, nel caso speciale, dell'applicazione di 
quel paragrafo contenuto nel breve papale (3) in che si autorizzava 
il Duca al pieno ed effettivo esercizio giurisdizionale sopra tutti 
i feudatarii ed i singoli luoghi? I feudatarii che, anche dopo il 
motu-proprio di Giulio III, forti delle clausole della capitolazione 
rinnovata, avevano negato di riconoscere il diritto di Ottavio di 
pretendere da essi i consueti atti di ossequio, potevano o no adesso 
rispondere che allora solo avrebbero eseguito gli ordini papali 
quando una stabile pace fosse venuta a rendere nulli i trattati 
del '54? In due parole, insomma: la sospensione d'armi nuovamente 
feriuata sotto Giulio III continuava o no ad aver vigore, successo 
Paolo IV sul seggio pontificale? — È innegabile che coll'elezione del 
Caraff"a un grande mutamento era avvenuto in tutto questo affare di 
Parma; anzi, per essere più esatti, un mutamento c'era già stato, 
vivo ancora Giulio III. Questi, un bel giorno, stanco di buttar 
denari in una guerra infruttuosa, costringe il suo alleato a se- 
gnare una capitolazione di tregua ch'egli, per conto suo, ha già 
conclusa in antecedenza (4). Quindi, durante il periodo della so- 
spensione d'armi, stringe mano mano le relazioni con gli avversarli 
di prima, tanto che, alla rinnovazione del trattato, si trova così 
ben disposto in favore di Ottavio da purgarlo completamente dalle 
censure, toglierlo alle esecuzioni penali, e rimetterlo nel legale 

(1) Abbiamo due note innanzi accennato ad una istruzione data 
da Ottavio al Sig. Paolo Simonetta per recarsi a Roma presso Pio IV. 
(Vedila in Appendice^n. 16). Da quella ricaviamo che ad ogni nuova ele- 
zione di pontefice si doveva dal Duca chiedere la conleroia dell' investitura 
prestando, o in persona o per mezzo di legittimo rappresentante, il giura 
mento di fedeltà. 

(2) Nel caso presente V atto acquistava una maggiore solennità, 
trattandosi, per parte di Paolo IV, di rimettere Ottavio nel legale possesso 
di quel territorio che, per opera di un altro pontefice, gli era stato occupato. 

(3) Cfr. § 8° e più distesamente il breve in Appendice, n. 6. 

(4j Come passa'»sero le cose si è visto in principio di questo capitolo. 



DI PARMA F, PIACEVZA 85 

possesso ilei suo stato (l). Il Ppaa, se stesse a lui solamente, 
ridarebbe al Duca l' intero dominio territoriale, levando i pre- 
sidii stranieri dalle rocche che ancora ne hanno, tacendo, insomma' 
Ottavio padrone di tatto o di diritto in tutto quanto il parmi- 
giano. Ma gli inijìcriali, che vedono guarnigioni francesi in Parma 
e nei paesi circonvicini ed il Dura intoramcntc (hito a Francia, 
non pensano neppure di abl)andonare i luoghi che occupano, dando, 
per tal modo, mano all'avanzamento dei nemici; e però, di fronte 
al breve di Giulio 111, pongoao le stipulazioni del '54, per le quali 
r Imperatore, che vi apparisce come uno dei contraenti, ha diritto 
di chiedere che si osservi lo sUitu ([no. Come dunque si vede, 
i vincoli della allf^anza erano a questo tempo estremamente ri- 
lassati e poco men che sciolti, quando all'osservanza dei patti, 
una delle parti interessate non tanto doveva richiamare l'avver. 
sario, quanto il compagno cospirante all' interesse di quello. P] se 
ciò avvenne sotto Giulio III, tìguriaraoci come dovesse passar la 
cosa sotto Paolo IV ! Indole calda ed eccitabile (2), il nuovo 
Papa nutriva da gran tempo profonda antipatia contro Carlo V, 
la sua Corte, i suoi Spagnuoli, spadroneggiatori e dissanguatori 
d' Italia (3); e a questo si aggiungevano risentimenti e vecchi ran- 

(1) V. § 8" e più distesaiucnto il breve in Appendice., u. 6. 

(2) Cfr. per tutti, il Navagero, attento ed accorto osservatore di uoniin' 
cose, nella sua Relazione di Roma. 

(3) La critica storica, di fronte alla figura di Paolo IV, non ha ancora 
saputo sicuran-icnte lire se nell'odio del Pontclico contro gli Spagnuoli e nella 
guerra susseguentemente da lui mossa a quelli, s' abbia a riconoscere soltanto 
l' interesse personale, l' intento nepotistico od anche un sentimento \)'\ò. nobile 
e generoso: la liberazione d'Italia dallo straniero. (Cfr. a questo pro])osito, 
oltre ai piccoli lavori del Martinetti, del Soragna, del Bonghi, del Boralevi, 
la bell'opera del Dcruy che a quelli, in gran parte, ha dato luogo). Senza 
volere addentrarci nella questione e solo per accennare a quella opinione 
che dagli studii fatti suU' argomento ci siamo andati formando, diremo che 
se le mire della politica e dell' ambizione guidarono, in gran parte, il pon- 
titìcato di lui, non si può forse negare ch'^, prima del suo innalzamento alla 
sedia pontificia e nel princìpio del regno, stesse fissa nella sua mente la no- 
bile idea della libertà d' Italia, idea che gli avevano potuto far nascere e 
mantenere salda le tristi coudizioti del regno di Napoli, sua patria, che 
dalle continue ed enormi gravezze non poteva sollevare la testa. E basterà, 
a questo proposito, ricordare i dati che sulle finanze di quel regno riferiva 



36 I FARNKSI ED IL DUCATO 

cori personali per offese ricevute, impedimenti incontrati nel!' eser- 
cizio delle sue funzioni ecclesiastiche (1). È facile, dopo ciò, im- 
maginare quale dovesse essere il suo animo verso gli imperiali e 
r Imperatore, fin dal primo giorno della sua esaltazione; ed io 
credo che non si andrebbe minimamente errati iiell' asserire che, 
se la etìettuale rottura delhi tregua avvenne, soltanto, dopo iiual- 
che tempo, virtualmente essa era già troncata da quell'istante 
che Paolo IV pose il piede sul seggio pontificale, in tal guisa 
il mutamento cui di sopra accennavamo, poteva dirsi completo: 
non pili il pontefice amico agli imperiali, ma ostile; non più 
nemico ai Farnesi, ma loro riconoscente protettore; non più av- 
verso ai francesi, ma, per logica politica, ad essi inclinato e già, 
forse, rivolgente nell' animo la famosa lega che non tardò molto 
a concludersi (2). E il trattato del '54? II trattato del '54, no- 
nostante questo stato di cose, continuava ad esistere. E non 
poteva essere diversamente: o il Papa si trovava pronto e disposto, 
coir aiuto di Ottavio e dei Francesi, a ricominciare la guerra sotto 
Parma ed alle frontiere della Chiesa verso il regno di Napoli 

al Senato veneto V ambasciatore Badoero, fli ritorno dalla sua ambasceria 
presso Carlo V. Oltre all'entrate ordinarie, che ammontavano ad un milione 
di ducati, per la metà già impegnati, vi erano le straordinarie che salivano, 
di solito, quasi alla medesima somma; ed il tutto andava devoluto alle enormi 
spese militari necessarie alla difesa del paese contro le armate turchesche, 
che la continua rivalità colla Francia manteneva nel Mediterraneo ad infe- 
stare le spiagge d' Italia. 

(1) Le offese ricevute si riferiscono al tempo del soggiorno del Caraffa 
in Spagna presso la Corte in qualità di consigliere regio e vice cappellano 
maggiore (sotto Leone X); o intorno ad esse è da consultarsi il Nohes 
e specialmente i' Caracciolo {ms. 638 palai. àìWaìì. Biblioteca di Parma, 
libro 1, cap. 8°). Quanto agli impedimenti incontrati nelle funzioni ecclesia- 
stiche è da vedersi ì\ Memoì'ìale dato ad Annibale RuceUai per Francia, 
che sta nel IV volume delle oper3 del Casa, p. 21; ed inoltre il medesimo 
Caracciolo che più diffusamente ne parla. 

(2) È la lega firmata il 14 ottobre '55 dal Papa e dal d' Avanson, am- 
basciatore francese a Roma, in difesa del Pontefice e contro gli imperiali. 
Sono riportate le capitolazioni dal Nores, a pag. 36 della sua opera, quali 
vennero, prima, .stipulate fra il Papa ed il d' Avanson. Nella forma definitiva 
ratificata dal Re e lievemente ridotta sono dati dal Sommonte (copiato dal 
Giannone) a pag. 278 dal 4° tomo della sua Historia] dal Della Casa 
(Voi. IV, p. 43 e segg.) ecc. 



DI PARMA E PIACENZA 37 

(cosa impossibile nei primi giorni del regno), o doveva adattarsi 
a riconoscere tacitamente le capitolazioni firmate dal suo ante- 
cessore e durature un altro anno intiero, se prima non fossero 
venute le parti contraenti ad una generale e salda pace. Qiml 
corno del dilemma avesse Paolo IV, temporaneamente, da sce- 
gliere è chiaro: l'accettazione espressa o non espressa del trattato 
esistente che, offrendogli pel momento garanzia di quiete, non gli 
impediva di liberarsene allora che le circostanze ed i mezzi ma- 
teriali gli avessero suggerito altro pensiero (1). Dissi accettazione 
espressa o non espressa: ed, invero, esplicita notizia di un tal 
atto nonv'è, ch'io sappia, come pure non si trova quasi più in 
questo tempo fatta menzione della tregua; ma ciò non invalida 
quanto abbiamo detto perchè, per 1" una parte, si può benissimo 
supporre che all'Imperatore, il quale allora aveva intavolato già 
i negoziati che condussero poi alla tregua di Yaucelles (2), non 
importasse gran fatto richiedere al Pontefice, così poco a lui ac- 
cetto (3), una formalo conferma dell'atto del '54; per l'altra 
jKirte, facilmente si capisce che non ad ogni istante occorreva ci- 
tare e ricordare quelle capitolazioni che si riferivano esclusiva- 
mente all'affare di Parma, lasciato, pel momento, in silenzio. 
Pure una volta a quelle capitolazioni si fa richiamo ed è. per 
l'appunto, nel documento che stiamo esaminando (4), là dove 
Ottavio, neir accettare il breve papale, dichiara che per esso 
« non intendit aliquo modo recedere a capitulatione suspensionis 
armorum de qua in infrascriptis brevibus fit raentio, neque in 

(1) Se ne UIitò, Ai fatti, assai presto conia conclusioue della lega testé 
rammentata, la quale, per quanto dovesse r nianer secreta, non restò lunsra- 
nientc un mistero per nessuno. 

(2) (Jili abboccamenti fra i deleEjati francesi ed imperiali per la tratte, 
zione di una pace o, per lo meno, di una crenerale tregua, erano già stati 
iniziati da qualche tempo e si prolungarono, poi, per le grandisbime difti- 
c>ltà diplomatiche, tino al principio del '56. Una lettera del Ti]>urzio al Card 
Farnese dei 10 maggio (Archivio di Stato in Parma, Carteggio Farne- 
sìnnó), che piii innanzi dovremo un'altra volta citare, ce ne dà informazione. 

(3) Parlando dell'esito del conclave abbiamo veduto come rimanesse 
l'ambasciatore imperiale alla nuova dell'elezione del Caratìa. che era ovvi" 
supporre avverso alle cose dell'Imperatore. 

(4) V. Appendice, n. 6. 



33 I FARNESI ED li- DUCATO 

illis contentis aut iUis uUo modo preiudicare, quominus illis 
liL^etur «. È chiaro, adunque, concludendo, che i patti hssatiuel 
•54 duravano tuttora, allo stesso modo che in Parma continua- 
vano ad esserci munizioni e soldati francesi (1), m Colorno, 
S Secondo, Borgo ecc. guarnigioni imperiali (2), il che era pre- 
cisamente contemplato in quei patti ed eseguito dal '52 in poi. 
Così essendo, senza nemmeno ripetere il ragionamento altrove 
fatto (3), noi siamo in grado di asserire che il breve di Paolo 
IV non diversamente da quello di Giulio III, era privo di valore 
cTiuridico, urtando contro quelle convenzioni che, per di più, Ottavio, 
nell'atto stesso di accettare il motu-proprio papale, diceva di 
volere osservare. I fatti che più innanzi avremo occasione di 
vedere, quando si tratterà della pratica applicazione del breve, 
convalideranno l'anticipata deduzione del disc